Lucrezia Maggi: “Come nel Ventre di una Madre” (Scatole Parlanti Edizioni)

di Francesco Improta

Mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo, luci fredde e azzurrognole penetravano come punte di spilli incandescenti attraverso le garze che mi coprivano le palpebre. Odori sgradevoli colpivano il mio olfatto mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Inizia così l’ultimo libro di Lucrezia Maggi, scrittrice e promotrice culturale tarantina, che, nella sua poliedrica attività, oltre ad aver pubblicato diverse opere di poesia e di narrativa, ha ideato e fondato il Premio letterario Città di Taranto, giunto ormai alla quattordicesima edizione.

L’incipit ex abrupto, riportato sopra, ci catapulta al centro di un dramma e ci mette di fronte a quello che è, senza ombra di dubbio, il tema principale del libro: il dolore, declinato in diverse forme dalla morte di cancro del giovanissimo fratello di Tommaso, alla rottura della relazione, che sembrava solida e inossidabile, di costui con Nora, alla perdita della madre della protagonista, in cui si riverbera il dolore non ancora metabolizzato dall’autrice per la scomparsa della sua amatissima genitrice. Non è un caso che il romanzo si apra nel pronto soccorso di un ospedale, ricettacolo per antonomasia del dolore e della disperazione, dove viene ricoverata la protagonista in seguito a un grave incidente automobilistico. Un ospedale descritto in piena attività: medici e infermieri affaccendati, parenti in apprensione, macchine che funzionano a pieno regime, monitor illuminati, aghi in vena e flebo che distillano gocce di farmaci e di speranze. Subito dopo, un’esperienza extrasensoriale porta la protagonista a fluttuare in un limbo e le consente illusoriamente di riabbracciare la madre da cui, pur essendo ormai morta da tempo, non riesce a staccarsi completamente.

Riassumere la trama di questa storia mi sembra decisamente complicato e, comunque, non gioverebbe al lettore che si vedrebbe defraudato del piacere della lettura e della scoperta. Mi sembra tuttavia doveroso rilevare che la storia non procede in maniera lineare ma attraverso analessi, ellissi e slittamenti spazio-temporali; è la memoria involontaria e intermittente, determinata dalla condizione di coma in cui versa la protagonista, che si sente protetta come nel caldo ventre della madre (da cui il titolo), a far emergere come flash improvvisi ricordi o brandelli di ricordi.

Accanto alla protagonista, Eleonora Nardini, ricoverata in sala rianimazione dell’ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, si muovono, vicine o lontane, tre figure maschili: Fabio il figlio diciassettenne, che non ha mai conosciuto il padre, Tommaso Caponio, laureato in scienze infermieristiche, che dopo la morte tragica del fratello aveva deciso di dedicare tutta la vita agli altri, assistendo prima i malati di tumore e poi, deluso da certi comportamenti di alcuni oncologi, che volevano per sé tutta la scena, si era fatto trasferire prima in chirurgia e poi in terapia intensiva. Egli era fermamente convinto della centralità del malato, che aveva bisogno non solo di farmaci o di visite frettolose da parte dei primari ma di cure e attenzioni costanti, di sorrisi e gentilezze perché il corpo non può guarire se non si interviene anche sulla psicologia del degente. Tommaso che ha avuto in passato una bella storia d’amore con Nora, è il padre di Fabio ma non lo sa, anche se a livello epidermico si stabilisce tra i due un’intesa profonda. La terza figura maschile, legata alla protagonista non da amore ma da una frenesia dei sensi, è Dagoberto Roio che, per stessa ammissione della Maggi, discende da Bar Blu Seves, un romanzo di Cosimo Argentina. Giornalista di professione, Dago è un uomo inquieto e insoddisfatto; vorrebbe evadere dalla prigione, senza sbarre e senza guardie, in cui si sente segregato, odia, infatti, la vita di provincia e la sua insignificante attività di redattore nel piccolo giornale cittadino. Fondamentalmente scettico, finisce col contraddirsi continuamente, nutre nei confronti dei suoi simili un atteggiamento ambivalente di odio e amore (Gli uomini potrebbero brillare ma s’infognano. Potrebbero essere e non sono). Ama le anime inquiete e tormentate come la sua ma è attratto dalle anime pure, quelle che non sono perfette ma che vivono in maniera chiara e cristallina e che affrontano a viso aperto, con coraggio i propri demoni. Non crede nell’amore, nelle relazioni a lungo termine, ma nella passione ardente come esperienza massima, sublime. È un uomo perennemente in fuga, non a caso spesso va a Milano In cerca di ossigeno e di un lavoro più gratificante. Alla fine, però, si rivela un uomo opportunista e ambizioso che finisce col sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

La vera protagonista della storia, che catalizza su di sé i sentimenti degli altri personaggi e le attenzioni dei lettori, è Nora, una donna forte, volitiva che è riuscita a crescere con pazienza e tanto amore, da sola, il figlio Fabio, senza rinunciare a quell’idealismo di fondo che le era sempre stato rimproverato dal padre. Nora è una di quelle donne che si svegliano a metà e rimangono eternamente appese ai sogni. Laureata in sociologia, combatte alcune battaglie civili e politiche di grande spessore come la malasanità e il femminicidio due piaghe sociali, a cui non si riesce (o non si vuole?) porre rimedio. Della malasanità Lucrezia Maggi aveva già parlato in termini di aperta denuncia nel lucido quanto sofferto pamphlet del 2013, Prima che il tempo ne cancelli le orme, vero e proprio diario dell’odissea vissuta da lei e dai suoi fratelli, allorché la madre era stata ricoverata in una struttura sanitaria carente a livello igienico e inefficiente a livello medico. Sballottolata da un ospedale all’altro nel giro di una ventina di giorni aveva concluso la sua esistenza terrena fra il dolore e la rabbia dei suoi familiari. Una sorte analoga tocca ad un’altra ricoverata in terapia intensiva, nella stessa sala in cui si trova Nora, trasferita lì da un ospedale dell’entroterra, dove dopo un secondo intervento chirurgico, forse non necessario, le sue condizioni erano peggiorate a tal punto che la paziente era diventata un problema, una patata bollente da restituire a Taranto – questo il succo del dialogo sottovoce di due infermiere.

Ancora più esplicita la condanna del femminicidio e di tutte le altre forme di violenza fisica, verbale, psicologica nei confronti delle donne ed è questo l’argomento del libro che Nora, in quanto sociologa, stava scrivendo non solo per chiarire a sé stessa e agli altri i termini, le cause e le implicazioni di questo drammatico fenomeno ma anche per cercare di placare la propria rabbia e la propria inquietudine. C’è in Nora, accanto a questo interesse concreto per il sociale una indiscutibile sensibilità artistica che la spinge a visitare la grande mostra di Chagall a Milano; al pittore russo, naturalizzato francese, Nora si sente vicino per la capacità di Chagall di trasmettere, attraverso colori vividi e brillanti, felicità, ottimismo, positività e quel tanto di fiabesco e di onirico che è nella cultura russa e nel suo animo.

non ricordando più di che cosa è fatta la felicità, la purezza di una mente priva di pensieri che è capace solo di sentire, odorare, guardare ed esistere. A volte desideravo essere un arcobaleno per poi disciogliermi e diventare un unico grande colore, pur sapendo di non poterci riuscire, non essendo quella la mia natura.

Nella quarta di copertina – che tra l’altro è molto bella con quel braccio teso a chiedere aiuto o a reclamare attenzione – si legge testualmente: “Come nel ventre di una madre è una storia di attese, speranze e lunghi silenzi”, ma è anche una grande storia d’amore a cui Tommaso è costretto a rinunciare dapprima per il sormontare di un problema drammatico e inaspettato, la malattia del fratello, e poi per la difficoltà di elaborare il lutto. Un amore infranto, deluso che cova sotto la cenere e potrebbe tornare ad accendersi.

La scrittura, che si avvale di focalizzazioni differenti (omodiegetica ed eterodiegetica) e di frequenti ellissi che servono a sfumare i caratteri e a evitare derive sentimen­talistiche, è chiara, nitida e incisiva soprattutto nel cogliere le complesse dinamiche psicologiche e le ragioni del cuore. Mancano descrizioni paesaggistiche – gli unici paesaggi descritti sono quelli interiori – e i dialoghi sono ridotti al lumicino, ma la scrittura conserva intatta la sua forza, graffiando la pagina e la sensibilità o la coscienza del lettore, come risulta da questo brano con cui vorrei concludere le mie osservazioni.

Viaggiavo con la mente, del resto non potevo far altro che quello. Lungo il tunnel in cui mi trovavo inciampavo in quelli che erano i miei ricordi, li inseguivo, li acchiappavo, me li tenevo stretti, erano la mia vita, il mio passato. Era necessario che me li riprendessi. Ero andata a cercarli, a stanarli nei luoghi bui della memoria, e loro erano emersi più vivi che mai, colpendo tutti i miei sensi. Gli avevo dato la caccia, allertando ogni parte di me per farli riaffiorare. Non si erano fatti pregare.

Basta rispettare una balena …

di Luigi D’Alessio

Basta rispettare una balena lunga 35 metri.

Accarezzarle la testa e dalla ruvida pelle

parte un brivido lungo 35 metri

fino alla coda che gioisce.

Passa da una parte all’altra della piccola barca

senza sbagliare il centimetro che la capovolgerebbe.

C’è una tartaruga, una morfologia umana: di sicuro

nei suoi anni incontrò Darwin.

Basta saper avvicinarsi a uno scimpanzé,

il gigante da far paura prende cognizione

di sé da una fotografia.

Basta aver letto di antropologia e una tribù

considerata inesistente, un eccesso letterario

dei gesuiti del 1600, ti accoglie e si fa fotografare.

Sono esempi del risultato di rispetto verso chi è

considerato “l’altro”.

 

Basta osservare i bambini, le maternità… No.

Bambini morti, lavati con l’esigua acqua

per sopravvivere, al fine di preservare l’anima nell’aldilà.

Bambini atrocizzati dal concetto di territorio,

di straniero, di “suolo sacro”, di economia,

cioè  la somma della parola razzismo.

 

Sebastian Salgado parla con Wim Wender,

una domenica su Rai5. Mostra l’inferno sconosciuto.

Che capillare trova una fessura, e arriva a noi,

bandito da un concetto di appartenenza:

a casa nostra dobbiamo esserci solo noi,

casalinghi del nostro suolo.

Alcune sono immagini mai viste, mai pubblicate,

di una fame, di una violenza subita, divisa o unita a noi

dal mare più antico della civiltà.

Ho pensato a un versetto poco conosciuto di Matteo,

Sottile, si direbbe sovvertitore: Tutto quanto volete

che gli uomini facciano a voi, pure voi fatelo a loro.

 

Mi è venuto in mente da italiano costretto

a osservare la commistione tra cristianesimo e politica.

Non è scritto, Non fare agli altri ciò che non volete

che gli altri facciano a voi. Non è una formula parallela alla Legge:

può essere violata, benché il non uccidere o non rubare,

abbia implicita la pena.

Matteo supera la Legge: se abbiamo “sbagliato” e proviamo

vergogna, vorremo che qualcuno ci avvicinasse con pietà,

non ci facesse sentire portatore del male.

 

Il versetto è imperativo: bisogna agire nei confronti dell’altro

come vorremmo fosse fatto con noi quando siamo nel dolore,

o vittime ma non dei nostri errori.

Il divieto del Non fare agli altri ciò che … è obbligatorio,

può limitare il male.  È accostato alla Legge.

Matteo ci pone a tu per tu non col divieto istituzionale,

ma di fronte alla nostra cosciente intelligenza.

Uomini che sanno perseverare al rispetto

della specie cui apparteniamo.

 

Letture: Salgado, Matteo 7/12, Natoli, Mancuso, Quinzio.

Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
Blogger – Web Content Editor Redattore House Organ
Inviato Convegni e Manifestazioni
European News Agency
Reporters.de
AgoraVox.fr
Eurasiaticanews
Vice Capo Redattore e Responsabile Settore Cultura IL PREVIDENTE CISL FP

Marco Candida: “Incendio nel Bosco” (Tarka Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Quando la narrativa, impregnata per giunta di cultura scientifica, sposa la letteratura, nell’accezione più qualificata del termine, il piacere della lettura, di cui parla R. Barthes, aumenta in maniera considerevole; ed è quello che io ho provato leggendo Incendio del bosco di Marco Candida (casa editrice Tarka, 14,50 €). Eppure c’è qualcosa che, a lettura ultimata, mi ha lasciato alquanto perplesso, ma procediamo con ordine.

Il romanzo in questione fa parte di una nuova collana, curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, il cui fine è quello di riscoprire, raccontare e valorizzare la dorsale appenninica, che attraversa l’Italia da nord a sud, e che si presenta come un crogiuolo non solo di biodiversità ma anche di storie, culture e tradizioni diverse, come dimostra la bella e circostanziata pubblicazione L’Appennino piemontese a cura di Rocco Morandi e il contributo dell’alessandrino Marco Grassano.

La storia si svolge in un breve lasso di tempo e ha come protagonisti Fiore e Rosa, innamorati fin dai tempi della loro adolescenza ma costretti a vivere il loro amore nella clan­destinità, in quanto Rosa aveva nel frattempo sposato Silvano, un imprenditore facoltoso e avanti negli anni, in cui Rosa, bisognosa di protezione e di sicurezza, aveva intravisto un sostituto della figura paterna, scomparsa prema­turamente. In un bosco sul monte Argentea nell’Appennino ligure, Fiore e Rosa stanno facendo un pic-nic e godendosi un po’ di intimità, quando nelle vicinanze scoppia un incendio che assume ben presto dimen­sioni colossali. Viene in mente il verso di Dante “Poca favilla gran fiamma seconda” che pur avendo nel Paradiso dantesco un significato prevalen­temente metaforico, in quanto allude alla possibilità che un piccolo gesto di indiscusso valore possa trovare uno stuolo di imitatori, rende bene l’idea che un incendio di proporzioni gigantesche possa nascere da una semplice scintilla così come uno smottamento, una frana o addirittura una valanga possa avere origine da un calcio tirato inconsapevolmente a un sassolino, mi viene in mente – e lo dico perché nel romanzo di Marco Candida sono frequenti le reminiscenze letterarie – Don Abbondio che scalcia i ciottoli che incontra nel suo cammino, la sera del 7 novembre del 1628, di ritorno alla sua canonica. I due giovani, accortisi in ritardo dell’incendio, cominciano a scappare inseguiti dalle fiamme che vorrebbero morderli, ghermirli. A questo punto credo che sia opportuno fermarsi per non svelare la conclusione non priva di colpi di scena.

I nomi dei tre personaggi che abbiamo citato (Fiore, Rosa e Silvano) rivelano l’interesse o meglio l’amore di Candida per la natura in generale e per la botanica e l’ornitologia in particolare. Nella descrizione dell’incendio, che occupa l’intero primo capitolo legittimando in questo modo il titolo del romanzo, si rileva nei confronti di tutti gli alberi, le piante, le erbe e gli abitanti, grandi o piccoli che siano, del bosco una attenzione affettuosa, partecipata, minuziosa, esatta in maniera scientifica e ciò conferma la formazione dello scrittore e il suo desiderio di non generalizzare e di attribuire a ogni elemento preso in esame una sua precisa identità. Mi si è affacciato alla memoria Nico Orengo che in Miramare si sofferma a descrivere con altrettanto amore e tenerezza le varietà di piante presenti nei Giardini Hanbury a Ventimiglia, con la sola differenza che lo sguardo di Nico è meravigliato e gioioso dinanzi al tripudio di colori e di odori della natura in fiore quello di Candida è velato e terrorizzato di fronte alla natura distrutta e incenerita dalle fiamme. E accanto a Orengo non poteva mancare, tra le fonti e i modelli dell’autore, l’altro dioscuro del Ponente ligure, Francesco Biamonti con il quale Marco Candida ha in comune un profondo senso di pietà, nei confronti della natura e degli esseri animati, una pietà laica che viene da lontano, penso a Lucrezio e ancor più a Virgilio: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”. Mi riferisco al gabbiano morto, impigliato nei rami di un rovo, dinanzi al quale Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, si toglie il cappello, mentre nel romanzo che stiamo analizzando il gabbiano falciato dalle eliche dell’impianto per l’energia eolica sul monte Turchino viene raccolto amorevolmente da Rosa, adolescente, adagiato in una scatola di cartone e sotterrato nel giardino di casa. Lo stile, però, è diametralmente opposto: Francesco Biamonti tende a levare, a sottrarre, a scarnificare, in linea con la tradizione ligure che ha il suo vertice in E. Montale; Marco Candida, invece, tende ad accumulare, a riempire, non è un caso che la figura dominante in L’incendio del bosco è l’enumerazione, per asindeto o polisindeto poco importa. Ci sono lunghi elenchi che riempiono gli occhi e occupano la mente, affaticandola, ed è questo il motivo della perplessità a cui facevo riferimento inizialmente. C’è, e a mio avviso va sottolineato, un uso eccessivo dello stile nominale, una tendenza della prosa a gonfiarsi in maniera talvolta esagerata, penso alla presenza ingombrante e non del tutto giustificata di numeri, ma probabilmente dietro questa prolissità di dettagli numerici si nasconde l’intenzione dello scrittore di sottolinearne gli aspetti sempre più di catalogazione e di esclusione a cui siamo quotidianamente sottoposti.

A impreziosire la prosa ci sono, invece, le frequenti analessi con cui si rievocano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Rosa, penso al suo bellissimo rapporto con il padre, che la porta con sé in campagna, nei boschi e nei musei e chiamando le cose con il loro nome consente alla figlia di appropriarsi della realtà circostante e di afferrarne, assaporandola, la bellezza. Ed è qui il tema di fondo del romanzo la difesa della bellezza in tutte le sue forme e la denuncia di chi questa bellezza umilia, soffoca e uccide non solo attraverso gli incendi boschivi, lo sconsiderato disboscamento o la rottura continuata dell’eco-sistema ma anche con l’indifferenza, la mancanza di responsabilità e la collera, vera e propria mot clef, non a caso ritorna frequentemente nella descrizione dell’incendio sterminatore. Alla luce di quanto abbiamo detto e a salvaguardia della bellezza, che forse non riuscirà a salvare il mondo ma che ci dà una mano a sopravvivere in questo mondo alla deriva, si giustificano e si legittimano i tanti inserti poetici, tutti di grande spessore: C. Baudelaire, W. Blake, G. Leopardi, E. Montale e G. Pascoli in ordine rigorosamente alfabetico, mentre a supporto di chi contribuisce alla morte della bellezza e a conferma della rabbia distruttiva che da sempre l’uomo esercita nei confronti dei suoi simili, del mondo in cui vive e inconsapevolmente quindi di sé stesso, vengono citati condottieri e tiranni da  Alessandro Magno a Giulio Cesare, a  Gengis Khane a Tamerlano.

Vorrei concludere queste mie riflessioni riportando parte dell’incipit, per molti versi emblematico:

Viene alla luce su un letto di ramoscelli ai piedi di un abete rosso […] In questo momento seminale il fuoco è focolare. Sprigiona calore materno, primigenio, incantevole allo sguardo. Scontorna le cose intorno sì che a guardarle sembrano immagini di un sogno e viene da dubitare della loro consistenza stessa. Poi…

Quel focolare s’infuria.

Giovanni Agnoloni: “Viale dei Silenzi” (Arkadia Editore)

di Francesco Improta (2019)

Giovanni Agnoloni, fiorentino di origine ma cittadino del mondo per elezione, impenitente girovago dalla poliedrica personalità culturale, dopo aver scritto una tetralogia distopica di discreto successo, con Viale dei silenzi (casa editrice ArKadia, 15 €) approda al romanzo psicologico, anche se, come vedremo in seguito, sarebbe preferibile evitare qualsiasi ag­gettivo.

Il protagonista Roberto è ormai da tre mesi a Varsavia per focalizzarsi sulla scrittura del suo ultimo romanzo e per trovarvi un’adeguata con­clusione. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati propriamente felici: la scomparsa inspiegabile del padre al quale era molto legato, nonostante le sue continue assenze per motivi di lavoro, l’allontanamento della madre, chiusa in un ostinato riserbo e del tutto anaffettiva e la fine del suo breve matrimonio con Valeria lo hanno gettato in uno stato di profonda pro­strazione da cui non riesce a risollevarsi. Non riconosce più né i luoghi né le persone della sua città e opta per un taglio netto, anche se in questa bolla di solitudine e di silenzio in cui ha la sensazione di galleggiare spesso affiorano, a volte nitidi altre volte ovattati, ricordi recenti e remoti del suo passato a Scandicci o a Marina di Pietrasanta. A Varsavia, dove quattro anni prima era in compagnia del padre e dove era stato abbandonato da costui senza una parola, Roberto decide di mettersi sulle tracce del genitore e l’incontro, solo apparentemente fortuito, con una ragazza irlandese di nome Erin rafforza la sua decisione…

Ha inizio la ricerca del padre che procede parallelamente alla ultimazione del romanzo che Roberto sta scrivendo, di cui riporta alcuni brani in corsivo e dove il padre, col quale immagina di dialogare, ha un ruolo im­portante. Si potrebbe, quindi, parlare di metaromanzo e in subordine di autoanalisi ma, come abbiamo anticipato, è la quête il tema di fondo che fa di questo libro un romanzo di avventura, fisica, intellettuale e morale. Oggetti di questa inchiesta sono il padre, lo scioglimento del mistero che ne avvolge la scomparsa, l’identificazione di questa ragazza, Erin, che ha fatto irru­zione nella sua vita e lo scongelamento del “cuore in inverno” del pro­tagonista, ancora più gelido dopo il fallimento della breve esperienza matrimoniale e l’allontanamento definitivo della madre con la quale non c’era mai stata un’effettiva corrispondenza di amorosi sensi. Tutti questi oggetti però non sono che dei pretesti in quanto da sempre ogni ricerca è ricerca di sé stesso. E Roberto, novello Ulisse, inizia un lento cabotaggio lungo i liti rupestri del suo inconscio, riesumando, attraverso la memoria volontaria o involontaria, ricordi ed episodi della sua vita trascorsa in maniera disordinata e confusa da non distinguere sempre il passato prossimo da quello remoto; il tempo appare allungato e sfilacciato come un elastico troppo usato e gli aderisce in maniera appiccicosa o gli crea, a seconda dei luoghi e degli stati d’animo, una bolla protettiva che lo allontana dal frastuono del mondo e dal ruminare incessante della sua mente.

Il titolo, Viale dei silenzi, non a caso senza aggettivo determinativo, indica più luoghi, fisici e simbolici, esterni e interiori, che determinano l’attivarsi della memoria involontaria, alla maniera di Joyce e non poteva essere diversamente in quanto buona parte della vicenda si svolge in Irlanda. Tra i numi tutelari di Giovanni Agnoloni si possono ravvisare per la loro indiscussa influenza Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, per la sua assidua esplorazione della memoria e soprattutto Giorgio Manganelli, per essere stato un instancabile viaggiatore e un inesausto speri­mentatore, una delle voci più qualificate della Neoavanguardia, di cui tra l’altro viene riportata in esergo una frase piuttosto significativa che finisce coll’offrire una chiave di lettura.

I personaggi che incontra in questa sua odissea, contrassegnata nella seconda parte anche da una discreta dose di suspense, sono pochi ed evane­scenti, se si esclude Erin che appare e scompare senza preavviso, gli altri sono funzionali allo sviluppo diegetico del romanzo, fanno perlopiù da rac­cordo, mancano, cioè, di un loro specifico spessore. Non meraviglia, pertanto, che i veri protagonisti della storia siano i luoghi di cui l’autore riesce a cogliere lo spirito con una sensibilità rafforzata e raffinata dal suo perenne girovagare, valga per tutte la bellissima descrizione dell’Irlanda, non a caso da lui considerata patria d’elezione per l’aria che si respira umida, fresca e libera, senza compromessi:

Le campagne d’Irlanda sono un mare, e le sue colline onde. Questo è un pensiero che mi si è impresso nella mente fin dall’inizio. Ammesso che parlare di inizio, qui, abbia un senso. Perché tutto in questa terra antichissima, esiste da sempre. Tutto è remoto e insieme prossimo, come le rocce della scogliera o l’altro mare […] Quell’oceano smisurato che, specchiandosi col suo entroterra, produce un’infinita concentrazione, un vertiginoso precipizio che sembra espandere indefinitamente gli spazi contenuti nell’isola.”

Affiora nel romanzo una costante e diffusa vena di tristezza che sfocia talvolta nella nostalgia, nel rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Emergono allora brandelli sfilacciati di memorie, sequenze di film, per lo più comici (Amici miei e Un sacco bello) capaci di restituirgli il sorriso quando da adolescente sentiva più forte l’assenza del padre e la distanza affettiva della madre. L’Italia, però, rappresentata in quei film è ormai irrimediabilmente scomparsa, come si legge chiaramente:

I veloci, ultimi decenni, con le loro folate di tecnologia, povertà ed emigrazione, avevano resettato lo stesso immaginario del paese. Ne restavano in circolazione solo frammenti impazziti, presenze itineranti come in fondo ero anche io. Pellegrini laici di un’Europa disgregata.”

E questa luce crepuscolare che avvolge “Viale dei silenzi” potrebbe suggerire e legittimare anche una lettura del romanzo in chiave psicoanalitica di tramonto, cioè, della figura paterna, che dagli anni Sessanta in poi per molteplici motivi di natura culturale, sociale ed economica si è sempre più indebolita. Non mi sembra il caso, però, di aprire parentesi che ci porterebbero troppo lontano e probabilmente fuori strada per cui concludo queste mie brevi osservazioni con un doveroso elogio della scrittura di Giovanni Agnoloni: ricercata, elegante ed evocativa, capace di cogliere la realtà e ciò che vi è oltre, le cose e le loro intime vibrazioni e non ultime le risonanze che esse hanno nel suo animo e in quello dei suoi lettori.

È stata per me, e mi auguro che lo sia anche per voi, una sorpresa piacevolissima e inaspettata da parte di chi finora aveva calpestato, sia pure con passo sicuro, quasi esclusivamente i territori del fantasy.

Muri a Secco a cura di M. Bellini e P. Loreto

Acquista Muri a Secco

a cura di Marco Bellini e Paola Loreto

L’antologia Muri a secco prende origine dal lavoro svolto negli ultimi cinque anni dall’Associazione Artistico Culturale Artee20 che opera sul territorio meratese. In questo periodo molti sono stati i poeti, provenienti da varie regioni italiane, che hanno avuto modo, grazie a questa iniziativa, di entrare in dialogo con la comunità brianzola portando la propria poesia e, spesso, un linguaggio e uno sguardo sul mondo assolutamente peculiari. Partendo da questa esperienza si è deciso di rinnovare lo scambio invitando dieci poeti, tra quelli già ospitati, a partecipare con tre liriche inedite alla realizzazione dell’antologia. Proprio perché si è scelto di dare valore alle differenze, si sono coinvolti autori provenienti, come detto, da regioni, ed anche generazioni, diverse. Si è inoltre preferito non definire un tema, consentendo, in questo modo, la piena libertà di espressione. Appare chiaro, quindi, come lo sguardo portato da questa antologia sul panorama della poesia italiana contemporanea rappresenti una campionatura assolutamente parziale. […]

 

Autori inseriti:

 

Sebastiano Aglieco

Corrado Bagnoli

Corrado Benigni

Anna Maria Farabbi

Stefano Guglielmin

Vivian Lamarque

Annalisa Manstretta

Riccardo Olivieri

Paolo Pistoletti

Francesco Tomada

Marco Bellini

Paola Loreto

Piero Marelli

Edoardo Zuccato


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 125

Codice Isbn: 9788885781252


Traduzione in lingua romena della scheda de Muri a Secco

Recensione di Muri a Secco a cura di Fabrizio Bregoli per “Il Sussidiario”

Recensione di Muri a Secco a cura di Sebastiano Aglieco per “Lunarionuovo”

Sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, Lino Agiuli parla di Muri a Secco 

 

Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)

La Casa Era Otto Donne …

di Luigi D’Alessio 

La casa era otto donne.

La casa piena di Credo.

La casa ora è risolta

dissero le donne quando nacqui.

La casa era grande.

Il 2 novembre i morti

della casa rientravano a casa

la sera non si poteva

sparecchiare, i morti

dovevano cibarsi.

La casa aveva 11 stanze.

I bracieri non venivano spenti

lasciati sui terrazzi i morti

si riscaldavano.

La casa era grande

io piccolo, li vedevo

contro la parete.

Le otto donne fluttuavano

in un odore di gelsomino.

Le otto donne sono morte

la casa è lesionata dalle ragnatele

ogni notte viene ricucita

da una poesia analfabeta

nella traccia delle lumache

sopravvissute alle piogge,

sanno che la casa è la casa dei morti. Stanotte una delle otto donne mi ha detto È il 2 novembre eccoci qui in amore di te non temere, saremo un disguido della tua ombra.

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#photografiaintima

#louisdalessio

#io e pure #jorgemeretta

#manifesti #raffaello

Chiara Tortorelli: “Noi due punto zero” (Homo Scrivens Ed.)

di Francesco Improta (2019)

Ho letto con imperdonabile ritardo Noi due punto zero (Homo Scrivens editore, € 15) e me ne rammarico non diversamente da chi sa di essere mancato a un appuntamento importante. A lettura ultimata, mi sono sentito frastornato, meglio ancora tramortito dalla pienezza di immagini, idee e parole racchiuse nel libro. C’è tanta roba, forse troppa. Una tale gremitezza di oggetti, sentimenti ed emozioni che riempie tutto o quasi lo spazio narrativo e non solo la protagonista che nella sua ansia di effusione e di assoluto finisce con l’essere vittima delle proprie pulsioni e della propria sfrenata immaginazione. C’è un gioco raffinatissimo di rimandi, riverberi e rifrazioni per cui i personaggi finiscono con l’identificarsi tra di loro e con il moltiplicarsi di continuo, come se la loro immagine fosse riflessa da una lunga teoria di specchi, scambiandosi spesso anche i ruoli. Emma – quanto della Bovary c’è nella sua inadeguatezza, oltre che nel nome! – si confonde, sovrapponendosi, con la madre Eva, nei cui confronti, ancora bambina, assume comportamenti, premure e tenerezze materne, salvo poi sentirsi in età adulta quella bambina che non era mai stata per il comportamento irresponsabile della madre; infatti a quarant’anni, divor­ziata e madre di una figlia, Alice, affidata alla suocera, si comporta come se ne avesse venti e anche meno: irresponsabile, sbarazzina e con minigonne vertiginose, e a un certo punto afferma con un pizzico di compiacimento e  di sofferenza al contempo: “Un culo puoi metterlo in mostra, l’anima no”. La vicenda di Emma si lega strettamente, a doppio filo, a quella di Soniha, donna sola con una figlia a carico: vittime entrambe di violenze maschili, poco importa che, a differenza di quella di Soniha, la violenza subita da Emma non lasci sul corpo lividi ed ematomi ma ferite profonde nell’animo, trattandosi di violenza psicologica. Non basta in Soniha, che trascura la figlia è possibile ravvisare Eva, la madre di Emma e in Irene, la figlia, la stes­sa Emma bambina. Non si esaurisce qui il gioco di rimandi e di scambi; Emma, infatti, nella sua immaginazione s’identifica con l’eroina di Tolstoj, Anna Karenina, divisa tra l’amore per Vronskij e il figlio Serёža, vivendo anche lei un’esperienza analoga (l’amore per Pietro e per la figlia Alice) e anche in conclusione, prima che cali il sipario, si ritrovano in ospedale da un lato, accomunati dallo stesso destino, Pietro ed Emma e dall’altro Anna e Paolo, ex marito di Emma e padre di Alice.

Il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle potenzialmente in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere l’armonia interiore. Cosa che av­viene raramente alla protagonista per la presenza di quel buio in cui precipita spesso e volentieri, anche dopo orgasmi reali o fantastici, un buco nero capace di inghiottire ogni cosa. Il romanzo prende l’abbrivio da un racconto di Tabù, (una silloge di racconti, pubblicata con successo dalla Tortorelli nel 2014) intitolato Black out, in cui si parla di questa singolare e reiterata esperienza della protagonista, nonché del suo amante immaginario, spunto che viene dilatato a dismisura diventando oggetto di un romanzo complesso e apparentemente contraddittorio, in quanto al ro­manticismo di fondo – l’amore assoluto, l’ansia di infinito, il desiderio di effusione e di espansione per chi si sente stretto e costretto nella finitezza della nostra condizione umana – si contrappongono la ricerca dell’armonia interiore, dell’atarassia (non è un caso che venga citato Epicuro) e un certo fatalismo tipico della tragedia greca, di cui, infatti, si riportano in vita i cori e da cui sono tratti molti eserghi. Se Eschilo, Euripide e Plutarco (bellissimo l’esergo di quest’ultimo: “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”) rimandano alla formazione e cultura classica della Tortorelli, Brontё e Dickinson in letteratura e Kandinskij e soprattutto Escher in pittura rappresentano l’ansia d’infinito con quelle costruzioni e quelle scale che sembrano bucare il cielo e proiettarci lontano. Queste due istanze con­trapposte vengono poi fuse in una scrittura postmoderna basata sull’intertestualità che gioca con sé stessa e utilizza i linguaggi più disparati.

Le coordinate spaziali sono facilmente riconoscibili: Milano in cui si svolge la maggior parte della vicenda, vista da dietro un vetro o attraversata in fretta con un senso di estraneità o addirittura di rigetto; “Milano è una metropoli senza più un’identità, in certi momenti potresti essere benissimo a Londra o a Pechino o a Tokyo”. Nel cuore della protagonista distilla, invece, la bellezza invadente e incomparabile di Napoli: Milano fuori e Napoli dentro e in un angolino la pace idilliaca di Tursi, con la vecchia casa avita, turbata o meglio sconvolta dalla morte improvvisa della sorellina di Eva, caduta nel fiume e il tonfo nell’acqua si riverbera nella mente e nel cuore del lettore. Più difficile cogliere le coordinate temporali; passato e presente si accavallano e si confondono per poi slittare in una terza dimensione, quella onirica. Il tempo in questo romanzo sembra un elastico che si allunga e si restringe prima di spezzarsi e di catapultarci in una nuova dimensione quella ciclica dell’eterno ritorno.

Si tratta, a ben guardare, di una sinfonia di morte di cui il buio è espressione fin troppo eloquente. Emma è tanatofobica e per esorcizzare questa sua paura si abbarbica disperatamente all’amore, quale che sia la sua natura, vio­lento, carnale, tenero o misterioso, come nella favola di Amore e Psiche, raccontataci da Apuleio e immortalata nel marmo da Canova, “… perché è l’unica cosa che mi salva dalla morte, che mi dà un pretesto per restare – dice la protagonista – L’amore mi dà senso, non il senso assoluto della vita, ma quello costruito sui tasselli minuti di uno spasmodico desiderio. È il desiderio che distingue la vita dalla morte, il desiderio ti costringe a esserci e a tornare, la voglia di ripetere la sinfonia di ciò che hai già vissuto…”

Si ripresenta il tema dell’eterno ritorno insieme alla consapevolezza della labilità della nostra esistenza che genera la paura della perdita e il senso della perdita finisce col coincidere con la perdita di senso per cui precarietà e insignificanza del vivere si identificano perfettamente. Paure, ossessioni e fobie sono la spia del disagio esistenziale della protagonista e ne determinano il rapporto distonico con la realtà. La distonia si rileva anche a livello comunicativo: più che dialoghi sono monologhi in cui ognuno segue le proprie traiettorie mentali ed emozionali. Il comun denominatore è una tristezza profonda che assume sfumature diverse a seconda delle differenze caratteriali; l’unica a esserne immune è Carla, malata di pragmatismo. E queste note dolenti si rilevano fin dall’inizio nei versi che precedono il prologo in cui il vento maligno, il vento del tempo, si diverte a scompigliare le carte lungo quel viaggio che è la nostra vita e ritornano nella parte conclusiva, in cui i personaggi (le dramatis personae) entrano in scena, accompagnati dal coro, per recitare la propria parte, per raccontare il proprio rapporto con la protagonista e, di conseguenza, la propria storia.

Il romanzo, che ha una struttura circolare (incipit ed epilogo coincidono), va, a mio avviso, letto e riletto non solo per cogliere tutte le implicazioni e le valenze nascoste sotto la mole delle parole, delle citazioni e dei riferimenti espliciti e impliciti ma per assaporarne tutta la bellezza che, come si legge a un certo punto, “… non è fatta di forme ma di chiaroscuri”.

Giuseppe Meluccio: “L’enigma cosmico” (Ed. La Vita Felice, 2017)

di Antonella Fusco (2019)

Liriche di profonda sensibilità, l’universale pervade il quotidiano. Nell’esperienza esistenziale è la presenza dell’infinito.

La forma poetica è caratterizzata da un dinamismo comunicativo, attraverso il quale emerge una percezione del mondo che si apre all’universo.

La poesia, così, diviene uno spazio infinito, illimitato. Nasce dalla interiorità. Grazie al contatto intimo con se stesso, Giuseppe Meluccio, arriva a sfiorare il cielo e a proiettarsi oltre il finito.

Più intenso è lo sguardo con il proprio io, più si ha la sensazione di entrare in contatto con l’immensità.