Vanina Zaccaria: “Non si Muore di Notte” (RPlibri Ed., 2020)

di Francesco Improta (2020)

Mi sono avvicinato a questa silloge poetica in punta di piedi e in religioso silenzio, ammaliato da un lato dal nome dell’autrice che mi ha riportato alla mente il racconto di Stendhal, Vanina Vanini, nonché l’irrisolta trasposizione cinematografica di R. Rossellini, e dall’altro dal titolo della raccolta, Non si muore di notte, che restituisce alla notte tutto intero il suo fascino e ci trasporta dalla dimensione materiale a quella onirica, dalla luce del sole alle tenebre notturne. Ed è allora che la vita ci mostra il nostro vero volto, liberandoci dalle convenzioni, dagli obblighi che regolano la nostra quotidianità e sprigionando, desideri, pulsioni e avventure del corpo e dello spirito che abbiamo cercato di seppellire o di accantonare. Ed è in questa zona umbratile che si muove Vanina Zaccaria approdando a risultati di grande impatto emozionale e soprattutto visivo, in quanto il taglio dei suoi componimenti è decisamente cinema­tografico: scene, sequenze, inserti non diegetici o spostati, dissolvenze, tutto l’ar­mamentario per costruire e montare un convincente e struggente film della memoria.

L’opera che comprende 26 componimenti si divide in due cicli e tale suddivisione rivela anche al più sprovveduto dei lettori che si tratta di un viaggio, che non ha, comunque, una destinazione precisa né un obiettivo finale ma che si nutre di sé stesso, delle galoppate della fantasia sentimentale e dei soprassalti della memoria involontaria, per intenderci meglio le epifanie joyciane o le intermittenze del cuore di cui parla Proust. L’incipit è grandioso, addirittura epico; Vanina Zaccaria, con la sua “voce oracolare”, come dice giustamente nella nota critica posta in calce al volumetto, Giovanni Ibello, o come sembra suggerire Odisseas Elitis, di cui vengono riportati in esergo alcuni versi, cerca di risvegliare dal loro sonno millenario gli antichi guerrieri greci, il cui profilo è possibile intravedere nei crinali dei monti e delle colline della Grecia, custodi di una grandissima e insuperata civiltà oppure richiama in vita, tra il sonno e la veglia, le navi dei trafficanti di schiavi e di armi che solcavano gli oceani nei secoli passati. La sua voce, però, non è sempre solenne e oracolare, conosce anche i toni bassi della quotidianità e allora si fa semplice e confidenziale, allorché un oggetto comune e ordinario accende sullo schermo della memoria ricordi ed emozioni.

Rammaricato alla finestra, tenuto alla fune

come impiccato

il tuo vestito di lino

Quello che indossasti per la festa, sbottonato alla gola

Per suonare il clarino e l’armonica.

Un vestito che svolazza al vento, richiama alla mente immagini di gioia e di spensieratezza, la festa paesana e la banda musicale, immagini in netto contrasto con la conclusione del componimento dove il lino scolora / nel paese estinto. Si affaccia allora quella malinconia, legata alla fugacità del tempo e alla labilità della nostra esistenza. Allora affiorano immagini della vita di campagna, le opere e i giorni di una civiltà contadina per dirla con Esiodo, il nonno durante la mietitura, il carnevale, i fuochi di artificio, il nido della poiana. Non sono però immagini idilliche perché i danni, i pericoli, le sventure sono sempre in agguato, come il terremoto:

Tutta piegata eri, come la casa di mattoni

Quando la terra si scuote

E il piccolo campanile si disorienta

Del bestiario della Zaccaria fanno parte il cinghiale, l’agnello, il bue, il cane ma soprattutto gli uccelli: la poiana, il gabbiano e in particolar modo la folaga che rivela l’ascendenza montaliana e ribadisce il tema della memoria; in Voce giunta con le folaghe Eugenio Montale dice testualmente: “Memoria / non è peccato finché giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione che / funghisce su sé”. Così il lichene ci rimanda a Camillo Sbarbaro e “il grido nero” a Quasimodo che, pur essendo siciliano di nascita, ha vissuto nell’estremo Ponente Ligure, dove ha scritto tra l’altro la bellissima poesia Alla foce del Roja e la Zaccaria sembra molto legata alla Liguria e alla linea ligustica; non a caso Genova è una delle tappe, insieme a Venezia e Firenze, del suo girovagare per l’Italia. Non rimane, però, entro i confini della penisola italica, la sua mente viaggia verso Oriente, oltre la Grecia, fino a includere una delle città più belle d’Europa San Pietroburgo di cui ricorda l’enigmatico sorriso dei leoni sulle rive della Neva e i ponti che si alzano e si abbassano come ali di fenicotteri per consentire il passaggio delle navi dirette verso il Baltico e la Finlandia e un pensiero va anche al vicino lago Ladoga. Queste preferenze accordate alla Russia non devono meravigliarci dal momento che Vanina Zaccaria è attenta ed esperta studiosa di cultura russa nonché presidente della Fondazione Lermontov.

Ci sarebbero da dire tante altre cose sulla poesia della Zaccaria, sonorità diffuse o rumori di fondo come il ronzio simile a un nido di api della pellicola che si srotola, suggestioni, sentimenti ed emozioni che si annidano tra i suoi versi in un groviglio apparentemente difficile da districare ma lascio ai suoi lettori, che mi auguro numerosissimi, il piacere di frugare tra i suoi componimenti alla ricerca di tesori nascosti. Io mi limiterò, per chiudere queste brevi riflessioni sulla silloge in questione a riportare integralmente un suo componimento che mi ha particolarmente colpito.

Non ho memoria del tempo

che ha scavato la mia figura.

Se tutta mi piego

nella sera improvvisa

non è per preghiera.

Sono già di polvere i nostri capelli

E la giostra della fiera

corre ancora ed è lontana.

 

Resto esposta

come il nido della poiana

il tasso morto sulla strada.

Rita Pacilio: “L’amore casomai” (LVF Ed., 2018)

di Francesco Improta (2020)

Ho letto L’amore casomai con profondo interesse e, a tratti, con grande stupore. Non sono racconti e non sono poesie, si tratta, a mio avviso, di immagini cromatiche, di pulsioni viscerali, di un concentrato di emozioni e di allusioni. Ci sono dietro, in quanto facenti parte del background dell’autrice, Lacan, Barthes e altri guru della cultura francese del Novecento e anche L’odore del sangue (esplicitamente citato nel testo) di Goffredo Parise o di Mario Martone, volendo assegnare alla trasposizione cinematografica di quest’ultimo una sua indiscussa autonomia e originalità. E non a caso, dal momento che spesso queste immagini, meglio ancora questi flash, sono grumi di sangue che conservano il loro odore dolciastro e metallico, anche e soprattutto nei momenti di ferina intimità. Odore al tempo stesso delle origini della vita, della condizione prenatale, dell’inviluppo dei corpi, del mestruo, ma anche livido e tumefatto, quando la vita langue, e diventa presagio di malattia e di morte. Del resto, l’antinomico connubio ancestrale, Eros e Thanatos, è presente in maniera esplicita o latente in ogni rigo di questa originale composizione che talvolta procede spedita, utilizzando con abilità e precisione linguaggi moderni come gli SMS, e talvolta in maniera sincopata e frammentaria, quasi ansimando, nei momenti, a mio avviso, di maggiore felicità creativa.
Molto bella la conclusione con quella sera intrisa di luce lunare e di nostalgia; e in quella diafana trasparenza scompare anche l’io narrante: io non c’ero.

 

Disintossicarsi

Guardare la luna. Seduta sul marmo del balcone. Scalza.

Spostare il baricentro poggiando la mano sul pavimento.

Quella strana scia di un aereo come stella in cammino. Bere

birra fresca e canticchiare Moon river.

Entrai in casa

crederla mia. Era settembre

poi una fotografia in bianco e nero

forse il libro sulla scrivania

chissà quale pagina appartenuta a un’altra.

Quella canzone, il vino rosso

un tavolo per due. E io non c’ero.


Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarraQuel grido raggrumatoIl suono per obbedienzaPrima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

La Voce Sognante di Lavinia Frati

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di Lavinia Frati

[…] Fatta questa premessa, ritengo di poter affermare con una certa sicurezza che la Frati sia una poetessa neo-lirica, che si contraddistingue per l’icasticità di alcune immagini e per l’epigrammicità, peraltro legittima considerando i componimenti aforistici dell’ultimo Montale e di Caproni ma anche di alcuni esponenti della linea lombarda come Nelo Risi e Luciano Erba. Alcune sue clausole sapienziali – ad esempio “Ipotesi”, “I ricordi”, “Il libertino”, “Anima in travaglio”, “Ricucitura” – si rifanno alla tradizione dell’ultimo novecento italiano. Sono in perfetta linea con la brevitas di alcuni grandi poeti contemporanei. È una poesia, al tempo stesso ragionativa ed evocativa, generata da una tensione gnoseologica, da una urgenza di verità. La carica evocativa delle liriche è data dall’analogismo, soprattutto nella prima parte. Più rare invece le similitudini, nonostante la sua razionalità vigile. Lo scarso impiego di deissi sta a significare la ricerca dell’oggettività o quantomeno di un discorso universale che valga per tutti.

dalla prefazione di Davide Morelli

Tasseomanzia

 

Testandosi dal torpore della vita,

interrogava il fondo delle foglie

girando la tazzina in senso orario

e ogni volta compariva quell’uccello

a indicare che la buona sorte

cercava lei, che era già lontana

il volto abituato alla speranza

svuotava negli occhi la tristezza

di un tempo che era già stato

e ora si presentava a reclamare

un saluto per essere tornato

un saluto per quando se ne andrà.

 

I testi di Lavinia Frati sono apparsi su riviste poetiche (Poeti e Poesia), su antologie poetiche (IPoet; Il segreto delle fragole; Enciclopedia contemporanea Mario Luzi). Ha pubblicato nell’anno 2019 la sua prima opera poetica “Anidramnios – Canto a due voci” con la casa editrice Controluna.


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 48

Codice ISBN: 9788885781313


 

Proprietà dell’Attesa di Giuseppe Vetromile

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di Giuseppe Vetromile

Di che sogno io sono?

abito in franchigia

(diversi anni fa ero un uomo)

ora non c’è più alcun simbolo

e il sogno non è mai stato così

opaco

e non mi abito più dentro:

la casa è questa attesa

fatta di amaro e di speranza

in bilico sul silenzio

 

Giuseppe Vetromile è nato a Napoli nel 1949. Attualmente svolge la sua attività letteraria a Sant’Anastasia (Na), città in cui risiede dal 1980. Ha ricevuto riconoscimenti sia per la poesia che per la narrativa in importanti concorsi letterari nazionali. Numerosissimi sono stati i primi premi. Ha pubblicato più di venti libri di poesie, gli ultimi dei quali sono Cantico del possibile approdo (Scuderi, 2005), Inventari apocrifi (Bastogi, 2009), Ritratti in lavorazione (Edizioni del Calatino, 2011), Percorsi alternativi (Marcus Edizioni, 2013), Congiunzioni e rimarginature (Scuderi, 2015), Il lato basso del quadrato (La Vita Felice, 2017), e il libro di narrativa Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti (Kairos, 2010). Ha curato diverse antologie, tra le quali, recentemente, Percezioni dell’invisibile, L’Arca Felice Edizioni, 2013; Ifi genia siamo noi (2015) e Mare nostro quotidiano (2018) per Scuderi Editrice. È il fondatore e il responsabile del Circolo Letterario Anastasiano. Partecipa a numerose giurie in concorsi nazionali e internazionali. Organizza incontri ed eventi letterari, tra cui le rassegne letterarie Il London Park Letterario a Sant’Anastasia, in collaborazione con Vanina Zaccaria, e Un caffè da Mancini presso la Libreria Mancini di Napoli in collaborazione con Gennaro M. Guaccio. È l’ideatore e il coordinatore del Premio Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”, giunto alla XVII Edizione. È presente in rete con diversi blog letterari (Circolo Letterario Anastasiano, Transiti Poetici, Taccuino Anastasiano, Selezione di Concorsi Letterari). Inoltre collabora attivamente con altre associazioni e operatori culturali del territorio nella realizzazione di eventi letterari di rilievo, prodigandosi anche nella ricerca di nuovi “talenti” poetici.


Prezzo copertina: euro 12.00

Pagine: 92

Codice ISBN: 9788885781306


Recensione di Proprietà dell’Attesa sul blog di poesia “Poetrydream” a cura di Antonio Spagnuolo 

Video-presentazione di Proprietà dell’Attesa con l’Autore Giuseppe Vetromile e Melania Mollo:

Melania Mollo interpreta la poesia “L’attesa è nuda”:

Ilaria Palomba: “Brama” (Giulio Perrone Ed. 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Il romanzo decolla con studiata lentezza ma poi prende quota e non si ferma più, vola altissimo. Se mi si chiedesse un’opinione a caldo di Brama, ultima fatica letteraria di Ilaria Palomba (Giulio Perrone editore, 16 €), credo che mi esprimerei in questi termini.

Il libro, però, ha una struttura complessa per la molteplicità delle tematiche affrontate, di natura prevalentemente filosofica o estetica, per l’acca­vallarsi dei piani narrativi, per le continue analessi, per i frequenti slittamenti nella dimensione onirica e necessita quindi di una disamina più articolata e approfondita.

«Al centro del romanzo, che sarebbe più corretto definire un’au­tofiction, c’è un personaggio femminile a tutto tondo, Bianca, con tutti i problemi, le ansie, le frustrazioni della donna post-moderna. Una donna border-line che ha tentato tre volte il suicidio e ha evitato tutte le volte il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per l’intervento tempestivo dei genitori nei cui confronti Bianca ha un rapporto di odio/amore che affonda le radici nel passato, in un’adolescenza solo apparentemente felice. Lo stesso nome, Bianca, rivela la contraddizione di fondo che la connota; suona come un’antifrasi, contrasta, infatti, con l’inferno a cui è ridotta la sua esistenza, un buco nero che sembra volerla continuamente inghiottire, eppure al tempo stesso rimanda a quella innocenza e quella purezza che rimangono in lei solo allo stato di anelito. L’incontro con Carlo Brama, libero docente di filosofia e saggista di un certo valore, se da un lato le consente di arricchire il proprio bagaglio culturale, dall’altro rende ancora più precaria e instabile la sua esistenza. Mi sembra superfluo rilevare che il cognome del filosofo riconduce direttamente al titolo del libro e sottolinea la centralità del personaggio, deuteragonista e antagonista al tempo stesso. Inizia per la protagonista un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle ragioni che hanno determinato la sua labilità psichica. Il rapporto tra loro due è quello che spesso si instaura tra maestro e discepolo, Carlo, novello Pigmalione, dai gusti aristocratici, la introduce alla musica e alla pittura classica, al cibo raffinato e a un elegante stile di vita. Nasce con­temporaneamente tra di loro una storia d’a­more, confusa, disordinata fra attrazioni e ripulse, un amore che si potrebbe definire “malato” nell’accezione più ampia del termine e che avrà sviluppi imprevedibili.»

Trattandosi di autofiction la vicenda ha una focalizzazione interna, il narratore è la protagonista stessa. Ed è da una sua confessione, oltre che dal primo dei due eserghi, tratto da La nostra anima di Alberto Savinio (l’altro rimanda direttamente a Il libro rosso di C.G. Jung) che il titolo del romanzo acquista chiarezza e significazione:

«Ciò che mi lacerava era la brama: bramare attenzioni, un riconoscimento, voler essere qualcosa per qualcuno, per mio padre in primo luogo. Annientando la brama vivevo in pace, prossima alla morte ero piena di gioia, era l’unico modo in cui riuscissi a provarla.»

Bianca, però, non aspira solo a essere oggetto di desiderio, ella è anche soggetto desiderante nei confronti perlopiù di uomini più grandi di età, come Carlo, sostituti della figura paterna, che possano farle da guida e sui quali riversa un amore possessivo ed esclusivo che la induce a guardare con sospetto, rosa dalla gelosia, tutte le figure femminili che attraversano la sua strada e che potrebbero appropriarsi sia pure parzialmente o tempora­ne­amente dell’oggetto del suo desiderio. Sono rivali, presunte o reali, tutte giovanissime che accentuano la sua paura d’invecchiare e la lotta contro il tempo che passa e lascia segni visibili sul suo corpo. Non aiuta, certo, l’uso di psicofarmaci, che scandiscono in una sorta di liturgia le ore del giorno, né il ricorso all’alcol e alle droghe e neppure l’amica del cuore, Francesca, anch’ella oggetto del desiderio di Bianca, che non disdegna i rapporti omosessuali, può essere di aiuto o di consolazione perché sta ancora elaborando, non senza difficoltà, il lutto per il suicidio del suo compagno. Elena, invece, collega di Carlo, bella ed elegante, introdotta nel mondo “che conta” rappresenta ciò che manca a Bianca, in preda ai suoi demoni e alle sue ossessioni, sicurezza, disinvoltura e gratificazioni. Tutti gli altri personaggi o sono figure sbiadite, lontane nel tempo, o come Giorgio, presenze soltanto funzionali allo sviluppo della vicenda. Ombre indistinte, senza volto e senza nome, sono anche le vittime della sua smania erotomanica, donne e uomini sposati, che conducono o si illudono di condurre un’esistenza normale e sui quali Bianca esercita non tanto la voglia di fare sesso quanto il suo potere seduttivo. Un potere seduttivo, alimentato e corroborato dal suo sado­masochismo:

«Sono una belva. Mi piace pascermi del vostro dolore, dei vostri desideri inconfessati, con me tradite le vostre noiose consorti, vi illudete per un paio d’ore di dare un guizzo di brio a un’esistenza monotona come un fotogramma ripetuto in eterno, un disco rotto, un giro sulla stessa auto scassata nella stessa piazza dello stesso paese in cui siete nati.»

Fra i tanti i temi toccati nel libro – la morte, il destino, l’arte, la famiglia, l’amicizia – gli homeless e i clochard sono l’unico argomento di carattere socio­politico insieme alle simpatie anarchiche e rivoluzionarie del padre di Bianca che in gioventù amava ascoltare il bombarolo De André dall’album Storia di un impiegato. Non manca tra i tanti riferimenti e reminiscenze letterarie e filosofiche il gusto della autocitazione e se in Disturbi di luminosità c’era un riferimento esplicito a Mancanze, qui implicitamente si fa riferimento a Deserto, la seconda silloge della trilogia poetica in fieri della Palomba, titoli che illustrano ancora meglio la landa desolata a cui è ridotta l’esistenza di Bianca.

Anche qui, come nelle opere precedenti di Ilaria Palomba, c’è un atteg­giamento ambivalente e solo in parte contraddittorio nei confronti del corpo che viene continuamente profanato prima di essere consacrato a tempio dello spirito e della bellezza e… del sapere. Anche qui la predilezione per gli ambienti degradati, periferie dimenticate o locali di infimo ordine, che diventano il correlativo oggettivo del suo mondo interiore ridotto a un panorama di macerie in cui si muovono demoni spaventosi, presenze fantasmatiche e belve fameliche, che frugano tra la polvere e la sporcizia.

Nella parte centrale dell’autofiction acquista particolare importanza il Libro rosso di C. G. Jung, che Bianca e Francesca cominciano a leggere insieme e che si rivela soprattutto per la protagonista illuminante e chiarificatore, laddove lo psicanalista austriaco contrappone alla rigidità mortuaria del pensiero la capacità vitalistica del sentire. Bianca, infatti, finisce con lo specchiarsi nella Salomè di cui parla Jung e che nella vita reale aveva assunto le fattezze di Sabina Špil’rejn, come risulta anche dal film di R. Faenza, Prendimi l’anima, in cui si narra, banalizzandola (si tratta, infatti, di un film scolastico e didascalico), questa storia d’amore tra paziente e analista, storia che, a mio avviso, viene raccontata sempre per immagini molto meglio da David Cronenberg in A Dangerous Method, una messa in scena inappuntabile. Certo è che dalla lettura de Il libro rosso e dalla visione del film, Bianca capisce di essere la Salomè di cui parla Jung e da cui Carlo, il pensatore solitario, fugge, in quanto teme l’amore e la violenza delle passioni. E non solo Carlo, perché ogni uomo fugge la sua Salomè, la sua icona distruttrice, la sua temibile madre assassina. Ed è sempre da Jung, come risulta dal secondo esergo, che deriva l’argomento più scottante e spinoso del libro: il cannibalismo. Un tema dai complessi risvolti biologici e antropologici che la società civile ha cancellato o censurato ma che, nelle sue forme reali, fantastiche o rituali, ha origini antichissime e non solo nelle società tribali, si pensi alla mitologia greca, alle vicende di Atreo e Tieste e di Progne e Filomela, in entrambi i casi vengono imbandite le tenere e innocenti carni dei figli solo per vendetta, nel Satyricon di Petronio, invece, e ne Il compianto per la morte di ser Blacatz di Sordello da Goito l’atto cannibalico nasce dal desiderio di acquisire le qualità e le virtù del defunto. Anche nella cinematografia europea ci sono esempi del genere penso in particolare a due film: La carne del regista italiano più provocatorio e irriverente, Marco Ferreri, dove la pulsione a “mangiare l’altro” nasce dalla volontà di inglobarlo per possederlo completamente, e il capolavoro di Peter Greenaway Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, un’orgia di colori, di suoni, di luci e di movimenti di macchina.

La scrittura di Ilaria Palomba asseconda e scandisce le varie situazioni, le complesse dinamiche psicologiche e i differenti stati d’animo, mostrandosi disordinata e ripetitiva, quando Bianca inciampa nelle sue paure e barcolla sotto il peso degli avvenimenti o delle sue ossessioni, per diventare potente, icastica e incisiva quando prende o crede di prendere in mano le redini della sua vita. Allora non diversamente da un coltello affilato la scrittura di Ilaria scalfisce la pagina, la pelle, gli occhi (cfr. Un chien andalou di Luis Buñuel) e l’anima dei suoi lettori. Allora le parole si fanno carne, sangue e lasciano il segno a differenza di chi le pronuncia che vorrebbe invece scomparire, immergersi nella grande vasca di acqua calda che simboleggia il liquido amniotico in cui galleggiava all’interno del con­fortevole e rassicurante utero materno.

Valga questo esempio di scrittura, nitida ed efficace, nel disegnare una felicità solo apparente nella sua famiglia di origine:

«Nella gioia illusoria della nostra famiglia si ottundeva una latente melanconia e la sentivo sciabordare nella stanchezza della domenica mattina, nella consunzione dei gesti; mia madre che prepara la colazione con affanno e le si scolpiscono due grandi rughe attorno alle labbra, mia madre che guarda il soffitto raggomitolata sulla sedia e beve il caffellatte con aria di sconforto. Mio padre che parla di letteratura e lei non lo ascolta, ciascuno rinchiuso nel suo inespugnabile regno.»

Oppure il brano che segue in cui Bianca fa una specie di consuntivo della sua vita:

«Ho cercato solo la gloria, l’altrui approvazione, perché la coscienza era ridotta in macerie. L’ambizione era un idolo di cartapesta pieno di buchi.   Voglio restare nei buchi, abitare i vuoti, ridonarmi alla vita senza nulla pretendere, tanto nulla arriva se non è scritto. Io nella luce ho scritto un nome che non era il mio e nel mio nome un’altra da sempre si rivolta e dice a suo padre: Sono libera, e a sua madre: Non sono tua. Non sono una vostra proprietà. Sono viva, anche se ho guardato in faccia la morte.»

In conclusione, Brama è un libro bello, importante e sconvolgente, come tutte le opere di Ilaria Palomba, con cui bisogna necessariamente confrontarsi.

Carlo Marino intervista Lucrezia Maggi

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

Viviamo in una realtà dove è sicuramente interessante scrivere proprio perché il mondo è sempre più fatto di persone che, con estrema facilità indossano e sostituiscono maschere. Che ne pensi?

Lucrezia Maggi:

Indipendentemente dal contesto storico, l’essere umano ha sempre avuto l’esigenza psicologica di adottare delle maschere al cospetto degli altri, proprio come scrisse il sociologo Erving Goffman nel libro “La vita quotidiana come rappresentazione”. Secondo Goffman la libertà individuale è un’utopia e la vita quotidiana dell’essere umano è scandita come una performance teatrale dove ognuno di noi non può fare a meno di interpretare una parte, complementare a quella di tutti gli altri individui con cui ci rapportiamo. Questo per chi scrive può essere sicuramente fonte d’ispirazione, ma, per quello che mi riguarda e soprattutto quando scrivo poesia, l’ispirazione nel novantanove per cento delle volte mi coglie nelle situazioni più disparate ma nelle quali mi è proprio impossibile scrivere. Con il tempo ho imparato a fissare nella mente solo le cose davvero importanti, le immagini che mi parevano più efficaci, le sensazioni che me l’avevano portata per poi con calma, rielaborare quel che era rimasto, appuntarmelo da qualche parte, e solo dopo un po’ di tempo metterlo davvero su carta. Con la narrativa, soprattutto in questo romanzo, le cose sono andate un po’ diversamente: ho osservato molto, ho scavato profondamente, analizzando accuratamente scenari e dimensioni temporali, fatti, cronaca dei nostri giorni. Desideravo che tutti i personaggi principali di “Come nel ventre di una madre” avessero una propria storia da raccontare ben diversa da quella che in una lettura di superficie appare. “Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là, dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. Questo aforisma di Luigi Pirandello ci suggerisce che oltre e dentro ogni individuo può esserci altro; debolezze, delusioni e perdite difficili da accettare spesso celate dietro maschere di circostanza. Questo è quello che nel mio libro ho voluto evidenziare.

“Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte” scrisse il filosofo Nietzsche, scrivere fa un po’ morire ma rende sicuramente forti, specialmente in una “città martire” come la Taranto dell’Ilva?

Vivere una realtà indubbiamente difficile come quella che è costretta a subire la città cui appartengo, non è riuscita, comunque, a farmi sentire vittima del sistema, di un destino, che, in fondo, ci è stato mal cucito addosso. Spesso si associa Taranto all’ex Ilva, alle numerose morti causate dal Mostro che nutre e avvelena i suoi figli, dimenticandosi che la Città dei Due Mari è stata ed è anche altro. Capitale della Magna Grecia, culla della scuola pitagorica, unica città spartana del mondo; Taranto del Tempio Dorico, delle necropoli greco-romane, delle cripte e degli ipogei, del romanico, del barocco e perfino del gotico. Taranto che non si arrende. L’indubbio e abbagliante splendore della mia terra è per me linfa vitale, è ispirazione costante, è respiro, incondizionato amore che illumina i miei versi e tutto ciò che metto su carta. “Scrivere fa un po’ morire”? La scrittura ha bisogno di affrontare il limite, di vederlo in faccia. Cedere a questa debolezza è la forza della parola scritta. A Taranto, come in qualsiasi altro posto del mondo.

Nel tuo ultimo romanzo “Come nel ventre di una madre” racconti di una persona in coma e scrivi che il coma ricorda il caldo silenzio del ventre materno. Vuoi aggiungere qualcosa?

Il grembo materno è simbolo di protezione e rigenerazione e ho immaginato che Eleonora, nel suo stato di coma, potesse, in qualche modo, sentirne tutto l’originario calore, provarne lo stesso conforto, rientrando, in maniera simbolica, in quel liquido amniotico dove tutto ebbe inizio.

Mi ha colpito leggendo il romanzo questa frase: ” Le cicatrici degli amori che non abbiamo mai compreso e che ci hanno fatto male, quelli che ci hanno fatto vivere d’interrogativi per anni”… Eppure il tuo libro mi è sembrato voler descrivere molto di più di una semplice situazione ospedaliera. Mi sbaglio o dietro c’è il tentativo di descrivere “il funerale delle emozioni” del nostro tempo?

In realtà il mio romanzo non descrive “una semplice situazione ospedaliera” anche se, parte dell’ambientazione, è quella. Uno dei personaggi, Tommaso, ci lavora; Eleonora e la piccola Nadia, in terapia intensiva, sono costrette a rimanerci per un lungo periodo di tempo; Caterina ci muore. “Come nel ventre di una madre” è un romanzo che narra anche i numerosi errori di una società malata dove spesso, i sentimenti e le emozioni, il bisogno “dell’altro”, scivolano nella coltre del silenzio e dell’indifferenza.

Oggi la follia sembra vestire gli abiti della freddezza e della razionalità e la protagonista del tuo romanzo è un personaggio in lotta con i propri demoni. Quali sono state le suggestioni da cui hai tratto ispirazione nella tua carriera poetica e nel tuo romanzo?

In realtà, Eleonora è l’espediente narrativo per raccontare, parallelamente alla sua, le storie di ben altri personaggi, tutti ugualmente importanti nel mio romanzo. Citando Oscar Wilde “Ognuno è il demone di se stesso e rende il mondo il suo inferno”. Da questo inferno, spesso la mia letteratura attinge, necessità interiore, anzi intima, profondissima di scrivere versi e storie.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-scrittrice-lucrezia-maggi/?doing_wp_cron=1582375329.2145779132843017578125

Lucrezia Maggi, poetessa e narratrice tarantina, dal 2007 ad oggi, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, di poesia e di narrativa. “Come nel ventre di una madre” è il titolo del suo ultimo romanzo.

Non si Muore di Notte di Vanina Zaccaria

Acquista Non si Muore di Notte

di Vanina Zaccaria

Non si muore di notte

in mezzo alle ombre

Si muore di giorno

sotto il fendente della luce

irrigiditi dalle forme

La clava, la giusta postura

la ruota

il segno del fratello sulla pietra

Tutte le cose

sono tutta la tua memoria

Non si muore di notte

quando anche la morte

somiglia al sonno

Si muore di giorno

nella luce che non finisce

e nemmeno ti asciuga

corpo di rana

che rimane umido

sotto le dita

[…]  Dalla quarta di copertina

 

“Ho atteso per molte notti lo stesso sogno”, confessa Vanina Zaccaria nella poesia che inaugura questo suo primo volume in versi. Volume che peraltro si colloca proprio lì, nel territorio senza confini e senza certezze del sogno, una presa di possesso tanto caparbia quanto malinconica, a circoscrivere, o meglio: a circumnavigare un universo onirico diluito in sequenza, per fotogrammi successivi, inquadrature piene ma sfocate, quasi virate in seppia, che fissano ed allo stesso tempo dissolvono paesaggi e personaggi, inermi lacerti di un mondo comunque materiato di Storia; e di storie. […]

 dalla nota di lettura di Edoardo Sant’Elia

 

Vanina Zaccaria, nata nel 1982, vive e lavora a Napoli. La sua attività si è costantemente divisa tra il percorso artistico-letterario e l’impegno nel campo della ricerca storico-sociale. Laureata in Servizio Sociale con una tesi di ricerca sul contributo etnografico dell’antropologo Ernesto de Martino, attualmente è Presidente della Fondazione Lermontov per la quale ha curato l’allestimento del Premio Internazionale Lermontov e la divulgazione dei volumi della Biblioteca Lermontov. Ha collaborato con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida curando le rubriche di letteratura e geopolitica. Studiosa della cultura ellenica, ha collaborato con la Comunità Ellenica di Napoli e della Campania per la discussione e la divulgazione di saggi storico-politici. In ambito artistico: per il Teatro è attrice e direttore artistico di spettacoli messi in scena da associazioni culturali del territorio campano.

Sue poesie sono inserite nelle antologie poetiche: Ifigenia siamo noi (Scuderi Editrice, 2014), Mare Nostro Quotidiano (Scuderi Editrice, 2018). Membro della giuria per la sezione speciale “autori esteri” del Concorso Nazionale di poesia Città di Sant’Anastasia nel 2013, 2018 e 2019, ha ricevuto diversi riconoscimenti: Primo premio – sezione giovani – Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classic 2008 e il Secondo premio, poesia inedita, Premio di poesia nazionale Aoros-Valerio Castiello 2017.


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 48

Codice ISBN: 9788885781290


Segnalazione di Non si Muore di Notte su “Lo Specchio Magazine”

Segnalazione di Non si Muore di Notte ne “La Scansia Poetica di RPlibri” a cura di Giuseppe Vetromile

Recensione di Non si Muore di Notte sul sito RPlibri a cura di Francesco Improta

 

Incerte Sospensioni di Giovanna Visco

Acquista Incerte Sospensioni

di Giovanna Visco

Le “incerte sospensioni” di Giovanna Visco sono la fine di un inizio. Parole avvenute in un chiasso d’altre parole, che assumono il canto di una massima liturgica. Raramente accade di cogliere tale compiutezza e tale compitezza tra le regole grammaticate del verso. A lei accade il linguaggio ordinario, diremmo “volgare” se non temessimo la comparazione dantesca, eppure tutto le si sublima d’improvviso. L’Autrice giubila in un lento e caldo abbraccio che diviene strappo e congiunzione, come sempre accade a chi della critica (“politica”) fa una supplica e una redenzione.

Dalla prefazione di Felice Casucci

 

Imbrunire

 

Lungo e lento

è

l’incedere della sera.

Oscurità discendente

su solitudini allungate.

Veli sottili

come sudari

su volti cari

silenziosi,

su inesprimibili

strazianti

incerte

sospensioni.

 

 

Giovanna Visco è una giornalista pubblicista che ha al suo attivo centinaia di articoli di economia dei trasporti e logistica. Napoletana, vive a Napoli ma lavora a Roma. Blogger di una pagina di geopolitica ed economia, si occupa professionalmente di comunicazione. La poesia è il suo spazio espressivo interiore, che pratica da molti anni, popolato di suggestioni che le provengono da esperienze, persone e luoghi. Incerte sospensioni segna il suo esordio nello spazio letterario pubblico.


Prezzo copertina: euro 12.00

Pagine: 73

Codice ISBN: 9788885781283


4 Aprile 2020 – Presentazione della raccolta poetica Incerte Sospensioni di Giovanna Visco presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici di Napoli alle ore 10:30. Con la partecipazione di Rita Pacilio, Felice Casucci e Rosalia Terrana

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Recensione di Incerte Sospensioni sul blog di poesia e narrativa “Transiti Poetici”

Carlo Marino intervista Ilaria Palomba

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

“Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Fatti male”, “Una volta l’estate”: i titoli di alcuni dei tuoi volumi. Leggendo, sembra che nel nostro mondo si giochi di continuo una partita in cui è impossibile giudicare vincitori e vinti, perché vittime e carnefici camminano su un piano sempre in bilico. Che ne pensi?

Credo sia esattamente così, nei miei libri ci sono spesso vittime che diventano carnefici, un po’ come Joker… sorrido. È paradossale, inverosimile e troppo borghese pensare di poter ledere nel profondo qualcuno senza che questi si rivolti cercando vendetta. Questo meccanismo vale nelle relazioni interpersonali come nelle dinamiche sociali: nessuno ama avere padroni e nessuno ama i suoi padroni. Se considerati subalterni, maltrattati, bistrattati, sfruttati, sottopagati, illusi, ingannati, abbandonati gli esseri umani reagiscono, talvolta il portato di questa reazione supera l’offesa subita. In fondo è il meccanismo alla base di tutti i conflitti.

Nel tuo libro “Disturbi di luminosità” la vicenda si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità. Violenza e dipendenza sono due caratteristiche che attanagliano oggi più che mai l’essere umano. È stato sempre così?

Per rispondere correttamente a questa domanda sarebbe necessario aver vissuto altrove e in un altro tempo. Non so se sia stato sempre così, posso ipotizzare che la religione in passato avesse anche il compito di porre un freno agli istinti più violenti dell’uomo. Dopo la nietzscheiana morte di Dio tutto è permesso. L’uomo, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male. Il bene personale spesso coincide con il male di qualcun altro, nel momento in cui si relativizza il concetto di bene e si arriva a decretare l’impossibilità del sommo bene ecco che l’uomo diventa Dio di sé stesso e sceglierà solo per sé stesso senza curarsi del male che procura all’altro. Penso anche però che la morte di Dio sia una fase superata e che sia un altro il lutto che oggi dobbiamo elaborate: la morte dell’uomo, la fine cioè del concetto di umano come animale razionale. Probabilmente non solo non siamo più animali, sempre più diventiamo appendici di macchine, ma non siamo più neanche razionali. Dopo Dio doveva sparire anche la ragione, cosa ci aspetterà non posso saperlo ma penso che la crisi nelle relazioni con gli altri e la diffusione dei disturbi del comportamento siano da leggere in questo senso.

Spesso il male di vivere ho incontrato” cito Montale per definire quell’ Io narrante che sovente utilizzi. Il personaggio si muove in una realtà opaca che si staglia icasticamente nella mente del lettore. Ci sarà mai un modo di redimersi dal male ricevuto e a volte sopportato in questo mondo?

Montale, Pavese, Pascoli, la poesia per me è tanto più viva quanto più si avvicina alla morte (per quanto riguarda Pascoli penso a Myricae). È molto raro che vi si riesca ma l’unico modo per redimersi dal male subito è non perpetrare la catena di dolore, spezzarla. Finché si è carnefici si continua a essere vittime. Ma come vivere nel mondo senza farsi divorare e senza divorare a propria volta? Forse bisogna fare un passo indietro rispetto a tutto ciò che crediamo di essere: i dominatori del mondo, della natura, le uniche forme di vita intelligenti nell’universo, il centro della catena alimentare. Non siamo nulla di tutto ciò, non siamo che briciole.

Il tuo rapporto con la parola: la tua parola è parola ritrovata in te stessa, oppure parola della quale vai alla ricerca finché non la fai tua per sempre?

Ho una grande difficoltà nel comunicare, l’ho sempre avuta, tanto che da adolescente per un po’ non ho parlato. Scrivere è ritrovare le parole che mi ero proibita di dire perciò il mio rapporto con la parola è catartico, è una costante ricerca dell’indicibile.

La poesia può essere considerata come un azzardo per tentare di decifrare il mondo?

La poesia per me è un demone, in senso socratico. Attraverso la poesia vedo l’invisibile e cerco di mostrarlo a chi mi legge.

La letteratura deve descrivere in maniera impassibile, direi oggettiva, anche la miseria del mondo e poi deve impegnarsi per tentare qualche salvataggio? Oppure è già impegno, denuncia, nel solo atto di descrivere?

La letteratura non deve essere una fotocopia della realtà, non basta descrivere, non basta avere delle idee sul mondo, non basta comunicare. La letteratura deve trascendere la volontà di chi scrive e rapire.

Società che distruggono i propri poeti ignorandoli, che tipo di società sono, secondo te, e che futuro possono avere?

Una società che non ha più un metro di giudizio artistico e si basa solo sui dati di vendita o sui consigli di chi fa audience è una società ormai ben oltre il declino, non è altro che macerie, in queste macerie si salva chi fa lobby. La domanda che spesso mi pongo senza trovare risposta è: conta più il talento o l’affabilità? Se la risposta verte sul secondo termine allora non esistono più poeti, solo eruditi e mercanti.

Grazie Ilaria.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

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Carlo Marino

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/domande-di-carlo-marino-per-unintervista-esclusiva-sicuramente-difficile-alla-scritrice-ilaria-palomba/

 

 

 

 

 

Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987 dove si è laureata in Filosofia per poispecializzarsi presso l’Université de Paris-Sorbonne nel 2011-2012. Ha al suo attivo oltre a numerose raccolte di racconti e poesie: iromanziFatti Male (Gaffi 2012 tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh) “Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Una volta l’estate”.

 

Melancolia

di Ilaria Palomba

 

Si aprono fiori nella luce,

una luce senza fondo

rovina sulle nostre ombre,

una luce oscena

devia il gioco del mondo

in una crapula di addii.

 

 

Carlo Marino intervista Rita Pacilio

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

La poesia è l’arte dell’evanescenza, del linguaggio dell’essenzialità. Il detto „Carmina non dant panem“ sembra più che mai essere attuale. Ma una società senza poeti che società è?

Rita Pacilio:

Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora credo abbia dato agli artisti la giusta e vera ricompensa. Ecco perché sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Credo che pochissimi artisti, però, abbiano tratto o traggano vantaggi economici dalla propria produzione. Sicuramente intorno all’arte si muove un mercato economico che la sostiene e se ne serve, come l’Editoria, i Musei, il Teatro, il Cinema, la Televisione, le Case discografiche.

La poesia ha un ruolo nella società? Come si può dare una rilevanza a tale ruolo? Aiutano in tal senso i „social media„ oggi?

La poesia è sicuramente un punto di forza del cammino umano. Ripeto, non potremmo ricucire coscienze e civilizzarci senza la poesia. Sarebbe un mondo certamente molto povero. Oggi più che mai il poeta avverte l’urgenza di denunciare e, contemporaneamente, elogiare la vita e il mondo. Lo vediamo dalla prolificazione di innumerevoli prodotti artistici che, attraverso i vari linguaggi dell’arte, ci mettono di fronte a un dato sociologico: tutti scrivono, tutti fanno musica, tutti dipingono. Forse i social hanno dato la possibilità di rilevare maggiormente questo fenomeno, lo hanno messo in evidenza dando a chiunque la possibilità di dire la propria. Ne dobbiamo prendere atto, ma non mi sentirei di definire questo fenomeno di massa come arte. Piuttosto, si dovrebbe essere più severi e selettivi, anche con se stessi, misurandosi e incoraggiando, sostenendo il valore del percorso letterario e credo si possa fare anche servendosi dei mezzi di comunicazione. Oggi va di moda l’artista/personaggio intorno a cui si muove un sistema valoriale malato: non importa cosa dici, cosa pensi, come ti sei formato o chi sei, ma conta come ti mostri. Ecco che lo scandalo, l’estremismo esasperato, l’apparenza, la sfacciataggine, l’esteriorità, la supponenza, la volgarità vengono considerati interessanti. Bisognerebbe essere più critici di se stessi, più responsabili. Siamo entrati, addirittura, in un circolo vizioso in cui, oserei dire, anche la bruttezza viene osannata. Lo spirito critico dei lettori/poeti/critici (mi astengo dal discorso sulla ‘critica professorale’) dovrebbe dare rilevanza alla onestà della poesia leggendo molti libri selezionandoli con cura, diffondendoli con entusiasmo, anche sui social, e dando loro una collocazione umana, spirituale, letteraria a scapito dei selfie volgari e inutili.

La lingua, creazione della natura umana si sforza di cogliere la complessità dell’universo, la metamorfosi del tutto: il „panta rei“.

Esiste una limitazione frustrante delle parole, della lingua che non riesce ad impadronirsi della realtà?
Esiste l’affanno di penetrare la realtà, questa è la forza dell’arte che continuerà ad appartenere all’uomo, finché ci saranno uomini degni di stare al mondo. E il linguaggio artistico troverà sempre il modo per farlo.

Qual è il tuo percorso, quali scrittori ti hanno segnato?

La mia scrittura nasce dal rapporto che ho con le creature del mondo. Quando da bambina ho iniziato a leggere, ho provato immediatamente stupore dinanzi alle pagine scritte che, con il passare degli anni, hanno accresciuto sempre più il mio desiderio di conoscere e attraversare dal vivo i ‘posti’ e i personaggi delle storie narrate. Leggo e rileggo Pavese e ogni volta mi fa rabbrividire, tremare. In lui trovo attualità, linguaggio genuino, pensiero, storia, letteratura e umanità. Per la mia crescita creativa è un esempio importante, ma potrei citarne molti altri. Le mie letture si spostano dai classici ai contemporanei, dagli americani ai francesi, dai russi agli italiani. Da Dante Alighieri a Giuseppe Ungaretti, da Emily Dickinson a Charles Baudelaire, da Marina Cvetaeva ad Anna Maria Ortese o Amelia Rosselli. Mi incuriosisce il linguaggio, la sua evoluzione e, soprattutto, la visione. Desidero e ambisco fare esperienza diretta con le emozioni, con le persone e i luoghi. Se la vita è un viaggio, l’ho vissuta e la vivo pienamente frequentando gli esseri umani collocati in territori e culture diverse. Ciò che si innerva in me, come ispirazione profonda per la scrittura, è il sentimento: l’amore, la malinconia, l’assenza, l’odio, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale, la ricostruzione, il perdono, la speranza, la fede e la sacralità della vita. Sentimenti che hanno risvolti personali e sociali e che studio, come sociologa e come scrittrice, per comprenderne le cause, i fallimenti e/o le ri-soluzioni. Quando sono di fronte agli esseri viventi, sento tutto in maniera empatica, potentemente.

In alcuni versi hai scritto: „Il mondo è un corpo devastato /ha l’erba secca per il troppo pianto/ è steso di fianco senza parole in bocca/alle dita manca il segno della pace“. In che modo la tua poesia s’inserisce nel vissuto? Che rapporto hai con la tua terra? Vista da una poetessa che tipo di epoca è questa?

Durante le presentazioni del libro ‘La venatura della viola’, Ladolfi 2019, questi versi vengono messi in risalto dai relatori/critici/poeti e lo capisco. Il nostro è un momento storico in cui veramente sembra che tutto vada alla deriva. A volte lo sconforto prende il sopravvento sull’energia produttiva e ogni tentativo di progettualità costruttiva e umanitaria sembra sia inutile, fallimentare già in partenza. Nell’essenzialità di un verso cerco di entrare in sintonia con l’universo intero. Sento di dover esprimere un pensiero comune per descrivere l’agire dell’animo umano, la sua evoluzione sociale e la condanna di essere sempre alla ricerca del reale e del vero. Vivo tra le colline del Sannio e con il mio territorio ho un rapporto di grande gratitudine, nonostante le difficoltà culturali ed economiche che lo caratterizzano. Sento di appartenere al mondo intero, forse per questo amo spostarmi e osservarlo da più angolazioni mettermi in sintonia con la radice umana, con la Natura per cercare di trovare quell’armonia da me tanto agognata. A volte, soffro moltissimo di fronte all’impotenza di cambiare i registri e le conseguenze dei fatti che accadono per superficialità, scandalo e incuria, ma vale sempre la pena sperimentare i mali del mondo per giungere alla bellezza, palese o nascosta, dell’esistenza.

intervista esclusiva copyright © – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-poetessa-rita-pacilio/

 

Poesie di Rita Pacilio

*
Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano
mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate
dove resta immobile il seme infuriato.
Difficile dirti adesso le foglie sulla via
quando file di formiche sui bordi
spalancano voragini nel suolo raffreddato.
Non chiedono perdono né fanno lamento
le facce dei degenti
sotto giornali stesi come coperte al sole
perché Dio li ama fino al mattino.
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
Mille volte i canti delle magnolie
ritornano nell’imbrunire
al mio respiro.
Non temono l’intreccio dei venti
né le linee curve del seno nelle nuvole.
Indugiano solo quando l’eco disperata le insegue.
(dedicato ad Alfonso)
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
L’assenza ha una forma quieta
dischiusa, indecifrabile, bianchissima
un tumulto di cellule nella gravità delle spalle
fino a riaprire un rumore spezzettato

fermato nell’ansietà del chiarore tra due costole
nello stesso istante piegate alla redenzione
mansueta. Sembra possibile la partecipazione
la prima appartenenza fuori da queste cose

in cui metto le mani, un bicchiere, un rosario,
un libro, tante voci e mai la tua.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Scendono linee e fiumi dalla montagna
le api intrecciano alveari a mazzi
cuciono buchi e le angherie della lama
si inquietano nei gesti dell’autunno.

Il buio impreciso del suo corpo sordo
– trascura i piedi come una radice –
vorrei guardarlo dall’occhio di bue
nella lente bianca fatta dal mio uovo.

Lo sguardo folle sulle spalle
proibisce l’ombra e ogni suo richiamo
– mi ami o non mi ami nella margherita –
un nuovo parto nel dubbio, uno sfondo

lei sapeva ogni voragine, il pubblico giù nella valle,
la caduta, il tonfo, il giuramento fatto.
La telefonata delle 17,00. Arrendersi è terribile.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Non resta più niente dell’estate verde
sepolta nell’erba stordita e ferma.
Ci sono le mani a fare questo tempo
gli uccelli, il gonfio tuono all’orizzonte,

ci sono piedi selvatici a venirci incontro
come un’onda schiacciata, contusa
sulla nuca, umida, tonda. Non resta
più niente degli occhi tenuti stretti

le montagne aspre, involate
nell’aria debole dietro al fiume e sopra
ogni altra cosa. Se potessi svegliare i merli,
allontanare dal fuso orario l’orgoglio,

girare la testa verso levante, conoscere
l’ardore del volo in assenza di saggezza,
raccoglierei i capelli in una treccia infinita
comincerei a cadere a balzi, di sera in sera,

per svanire in pace, nuda, distratta.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
Quando sono qui non ho parole
lascio fuori il mio uragano
incustodito, lascio a casa

la rabbia di cenere e carbone,
la tua bestemmia
pronunciata in basso, fino allo scorno
persuadendo il vizio dell’amore.

Le ore e i giorni ci portano contro
ci scontentano la vita, il letto,
questa miserabile ombra che scende
prima del tramonto, prima dell’inedia.

Certo non lo fai apposta ad andare via
fanno così le persone anziane, senza
speranza, fanno come te quando ti bagni
gli occhi e poi scompaiono naturalmente.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

*
Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.
(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)