Sciara tagliente di Rossana Nicotra

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di Rossana Nicotra

Notizie bibliografiche:

Da sempre uno dei principali cardini della poesia è il sentimento amoroso. Solo l’amore (che sia per un altro essere o per la propria terra o finanche per l’esistenza stessa) spinge l’essere umano a indagare l’ignoto e la bellezza. E quando l’amore si fa carne, abbandono, elegia, come anche stratificazione dell’esperienza, ecco che la poesia accade nella sua più viva purezza. È il caso di quest’opera prima di Rossana Nicotra, dall’affascinante titolo Sciara tagliente (titolo che gioca mescolando dialetto siciliano e italiano, artificio che avviene tra l’altro anche in rare ma particolari e specifiche poesie del libro), dove il canto di un amore lontano e indefinito compone una poesia giustamente lirica che in alcuni casi si staglia in un certo barocco primitivo, così come si fa anche, in altri componimenti, più den- sa e appunto tagliente, risultando però sempre vulcanica, come la sciara (lava in siciliano) che in queste pagine scorre magmatica sottotraccia come un fiume che porta l’autrice verso una propria poetica della radice come unica e sola possibilità di salvezza. […]

dall’introduzione di Antonio Bux

Chiaro è l’odore

nel disteso telo

di stelle
sul nero ruvido

di lave

dei limoni alla penombra.

Rossana Nicotra è nata alle pendici dell’Etna nel 1981. Vive in Piemonte dove svolge il lavoro di insegnante in una scuola primaria. Ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali ottenendo dei riconoscimenti. Alcune sue poesie sono state pubblicate in antologie. Sciara tagliente è il suo libro d’esordio.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 60

Codice ISBN: 9788885781573


Alcune poesie tratte da Sciara tagliente selezionate e pubblicate da “Avamposto – Rivista di poesia”

Recensione di Sciara tagliente a cura di Giovanni Sepe

Rebecca di Gerardo Aluigi

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di Gerardo Aluigi

Notizie bibliografiche:

Rebecca è una raccolta di poesie che custodisce la luce misteriosa dell’alba dopo la lunga notte. L’autore fa fluttuare la parola assoluta e naturale tra sogni e realtà creando un prezioso zigzag tra il tempo perduto, i ricordi e le magiche certezze irraggiungibili. Gerardo Aluigi lega a un unico filo sia lo strazio dell’esperienza dell’assenza e della solitudine, sia la bellezza della vita abbandonandosi ai bisbigli della felicità passata e vissuta in cui torna l’amore che resta l’unico cardine per orientare il futuro.

***

Il batticuore non rallenta l’ansia

il gioco del destino

il piacere del giorno e della notte

la necessità di non annegare

pregando il fulmine che non colpisca.

Gerardo Aluigi è nato nel 1950 e vive a Pagani (SA). Appassionato di poesia ha pubblicato nel 2008 la raccolta Gli argini del silenzio – LietoColle e nel 2015 Nudi, come il dolore – Guida Edizioni. È presente in alcune antologie poetiche nazionali. I suoi testi partono da una profonda ferita, così come lui stesso ama ribadire.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 52

Codice ISBN: 9788885781566


Una nota di Margherite Doubois su Rebecca per “Transiti Poetici”

Anche l’ultimo argonauta se n’è andato di Carlo Francescantonio

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di Carlo Francescantonio

Notizie bibliografiche:

Carlo di Francescantonio pare odiare i poeti e forse pure la poesia. Ma non solo. Sembra quasi che l’autore ce l’abbia un po’ con tutto quel mondo patinato che primeggia ovunque e spesse volte anche senza alcuna merito­crazia. Ma di France­scantonio usa proprio il mezzo poetico per esprimere il suo di­sagio, dunque si può parlare di un odio che viene dal vero amore per la poesia così come per la vita (o per l’utopia di una vita). E così la poesia di­venta anti-poesia, quasi priva di liri­smo, composta invece di una lucida invettiva, a volte, come anche di un sottile sarcasmo. Il ritmo martellante e perentorio permea il discorso piano e non ha nessun pietismo nel dimo­strarsi nudo e crudo nel suo appa­rente distacco. […]

dall’introduzione di Antonio Bux

[…] Ma in questo Argonauta la presenza pasoli­niana non è sacralizzata, per quanto laicamente, come accade in casi simili. Pasolini è infatti una spe­cie di involontario eroe eponimo di una pratica poetica all’in­segna dell’indignazione. In un’altra poesia, Una barca che fa acqua (da tutte le parti), a un certo punto si evoca una scritta vista lungo una strada. Nel lungo e accidentato percorso che ha portato finalmente questo Argonauta al suo porto, è caduta tra le altre anche un’altra poe­sia in cui si evocava una scritta mu­rale; si in­titolava Articolo n. 2 e recitava fulminea: «ricordo un muro sici­liano / diceva chi butta spaz­zatura qui amorirri». Po­tremmo in­somma parlare per di Fran­cescantonio di una vera e propria poetica della scritta murale, che è però anche, pari pari, una poetica dell’invettiva (e infatti Una barca che fa acqua procede esemplarmente così: «ad ogni viaggio mi dico / dovrei fotografare l’invettiva / alla fine non è altro che una bellissima poesia») e che rea­lizza quindi in questo senso il portato pasoli­niano, più o meno conscio (non importa) di questi versi. Invet­tiva e linguaggio prosaico che ri­conducono all’ultima stagione di Pasolini, quella di Trasumanar e organiz­zar (che di France­scantonio, a sentire quello che ci dice, non ha letto: ma, di nuovo, non importa, perché il pasoli­nismo or­mai esiste anche a prescindere dai suoi testi), condotta in parte sugli stessi ber­sagli (la società contem­poranea, la poli­tica, per­sino quella spe­cie di secondaria “muta­zione antropolo­gica” che sono stati gli anni Ottanta…), in parte su bersagli di­versi (soprattutto i poeti, vero e proprio oggetto di ossessione di questa raccolta). […]

dalla postfazione di Marco Berisso

e quel che resta dell’Occidente

sembra dire: prego fate pure

Carlo di Francescantonio (Santa Margherita Ligure, 1976), collabora con il Festival della Parola di Chiavari e si occupa di poesia sul blog «Letteratitudine». Ha pubblicato tre romanzi e otto raccolte di poesia. Tra queste, Memorabilia. Poesie 2000-2015, con la prefazione di Alessandro Fo,e Uomini in fiamme, scritto con Mirko Servetti. Ha partecipato al disco di poesia e musica elettronica Poème électronique. 2016/2020, nato dall’omonima rassegna letteraria.È presente nelle antologie Umana, troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe (Nino Aragno 2016) e Voci dall’esilio (Circolo Letterario Banchina 2020) nelle riviste «Atelier Poesia», «Banchina», «Mirino», «Satisfiction», «Fluire» e all’interno della collana «Poeti e Poesia» a cura di Elio Pecora.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 64

Codice ISBN: 9788885781535


Recensione di Anche l’ultimo argonauta se n’è andato su “Letteratitudine News” a cura di Helena Molinari

Segnalazione di Anche l’ultimo argonauta se n’è andato su “Levante News”

Estratto di Anche l’ultimo argonauta se n’è andato su “L’Altrove”


Nota di lettura di Anna Grazia D’Oria sulla rivista N. 324 (luglio- agosto 2021) de L’ immaginazione – Manni Editore dedicata a Anche l’ultimo argonauta se n’è andato

Si legge tutto piacevolmente: discutere di ciò che ci circonda in versi, con razionali lagnanze e anche indignazione non velata; ricordare l’infanzia, il passato in generale…. Ma è in “I poeti” tutto il senso della raccolta: un diario del proprio bisogno di scrivere e leggere libri, del percorso nel perimetro letterario, dell’illusione che diventa, per gradi, disillusione. L’ultima poesia è fondamentale nella sua adesione convinta e sicura alla realtà: la ricetta in versi della torta di mele di nonna Vanda.

Alfonso Graziano: “Paglia di Grano” (RPlibri, 2020)

di Lucianna Argentino

“Soffia il vento dentro queste poesie di Alfonso Graziano”, così Antonella Lucchini nell’incipit della prefazione a “Paglia di grano” (RPlibri, 2020) ed in effetti di vento ce n’è. Ce n’è anche nell’epigrafe al libro ossia nei versi di Pablo Neruda: Ti manderò un bacio con il vento/ e so che lo sentirai,/ ti volterai senza vedermi ma io sarò li. Versi che mi hanno fatto pensare alla poesia come a un bacio che il poeta manda e in cui si ritrae perché rimanga solo la poesia che nello stesso tempo lo mostra e lo nasconde. Epigrafe che rimanda alla poesia di pag. 16 in cui il poeta scrive: La prima volta che ho baciato è stato il vento/e quel sapore di sabbia e sale mi è rimasto dentro, immagine della precarietà della vita e del dolore che una volta che ci ha toccati ci rimane dentro, un luogo vivo in cui il poeta cerca le parole per raccontare la sua immagine del mondo. Si scrive anche per allontanare l’idea della morte perché se, come afferma Jabès, dare un nome alle cose, come fanno i poeti, è concedere alla morte un nome in più è, nello stesso tempo, a mio avviso, un sottrarre alla morte il suo potere distruttivo. I poeti infatti continuano a nominare e a nominare anche la morte, quasi un invito alla sua autodistruzione, considerata anche la capacità di creare nuovi mondi e nuovi modi di abitare il mondo che i poeti hanno. La paglia di grano come è noto è quel che rimane dopo la trebbiatura ed è quindi una metafora molto bella e precisa del fare poesia. Si scrive, infatti, per un sovrappiù di vita che preme e urge in noi, che ci chiede di essere trasformata in poesia per trovare l’ esatta dicitura che ne metta a nudo la sostanza e ce ne appaia più chiaro il senso. Il poeta stesso si fa setaccio di quel sovrappiù di vita e della realtà per mostrarcene aspetti che al nostro sguardo sfuggono, perché lo sguardo del poeta penetra negli anfratti più segreti delle cose, cerca e crea relazioni. Cercano, i poeti, di rendere il mondo un posto migliore, di farci sentire l’eco di quel “ e Dio vide che era cosa buona” detto alla fine di ogni giorno della creazione, così che anche ciascuno di noi possa sentirsi “cosa buona”, possa sentire in sé la bellezza.

Non si muore mai una volta sola/quando si muore lo devi capire/per farti largo tra le nuvole e le bugie/nel pianto tra i pianti di sempre./ Ma sappi che puoi rinascere altrove/semmai piangendo di gioia e tristezza./Quando il vento bussa ribelle/e le finestre rispondono distratte/…quel morire è la vita che rinasce/oltre un gelido muro muto. Sentire la vita che rinasce oltre la morte è un sentimento che credo unisca tutti gli esseri umani, un sentimento terreno che non è solo una proiezione nell’aldilà e dell’aldilà, come potrebbe essere per i credenti, ma è il senso profondo della forza della vita che è quello che si cerca di esprimere attraverso le varie forme di arte. Tra queste la poesia, con il suo andare all’essenza delle cose attraverso il linguaggio e attraversando le zone di ombra e di luce comuni ad ogni essere umano, è in grado di restituircene la molteplicità di voci.

Cantano le stagioni chiuse nelle stanze/danzano con le ombre nelle notti chiare/inginocchiate ai cuori che dormono./Poi scrivono poesie in bianco e nero/sdraiate ad attendere l’alba/ come me, pioggia al sole. Forte, nella scrittura poetica di Alfonso Graziano, la coincidenza dell’umano con l’intero creato, la concezione della natura come paesaggio interiore, tuttavia non come semplice specchio dell’interiorità del poeta ma quasi una sua estensione. Luogo in cui egli cerca le tracce della propria vita il cui senso si arricchisce nel reciproco compenetrarsi di domande e di risposte che dal mondo giungono e che il poeta cerca di cogliere e tradurre sulla pagina creando un personale mosaico che mai ha termine. Nemmeno la morte, presente nelle pagine di questo libro in modo concreto e doloroso e che fa un po’ da contrappunto al rigoglio della natura che Alfonso Graziano sente e ci mostra, mette il punto finale, perché c’è sempre uno spiraglio in cui la parola poetica si incunea e salva. E se è vero che la parola poetica è parola che non si impone, anche quando il suo dire è forte, ma lascia a chiunque la ascolti il modo per interiorizzarla, in fondo la sua è sempre e comunque una voce intima che all’intimo parla. Per questo mi piace concludere la mia lettura di questo libro esile, sono solo 28 poesie, ma profondo con questa bella poesia: Per questo/e per la pace/ lasciate che i passi seguano il corso/nei vicoli ombrosi che sugella la vita./ Chiamarsi sottovoce è lieto anche al cielo.

Sogno la direttiva di Roberta Sirignano

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di Roberta Sirignano

Notizie bibliografiche:

[…] In definitiva, il risultato di un’opera così straniante probabilmente è la deriva dell’essere contemporaneo, in quanto preda di un linguaggio che da tempo ha perso il suo valore primitivo. Ed è forse questo il monito più tragico nell’opera della Sirignano: che il dire non più spaventi cambiando il sentire nella vita di tutti i giorni, ma che, invece, si adegui alla sua sostanza più quotidiana. Ed ecco, allora, che il sogno di una direzione si fa poesia, evocazione, richiesta spasmodica e plasmante di un linguaggio detonato e al tempo stesso disperatamente lucido e sorgivo. […]

dalla introduzione di Antonio Bux

Se i luoghi senza coraggio abbaiano

quando si silenziano ti ascolto

abbaio io alla luce
si infila lenta mi infila lenta

come plastica di forma imperfetta
ma armonia a seguire dalla striscia luminosa

Roberta Sirignano (Roma) è autrice di testi sperimentali e di poesia visuale. Si occupa inoltre di arte attraverso la produzione di opere realizzate con tecnica digitale. Ha pubblicato, tra l’altro, Un minuto dopo l’esplo- sione della luna (Edizioni La Gru, 2012); Il Portone – fixing/my/tender/mind (Augh Edizioni, 2017); La catena di montaggio della mente. Racconti obbligati (Edizioni Ensemble, 2019). Nel 2019 un suo racconto inedito, La mistica della post-produzione, ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano. Sue opere di arte digitale e fotografiche e alcuni testi poetici sono stati pubblicati su riviste cartacee e online.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 60

Codice ISBN: 9788885781504


Recensione di Sogno la direttiva a cura di Francesco Muzzioli

Sogno la direttiva entra nella classifica di qualità stilata da “L’Indiscreto” per la Sezione Poesia del mese di maggio 2021

Memorie del mio incontro con Francesco Biamonti

di Filippo D’Eliso (2021)

L’affetto, l’amicizia e la stima che mi legano a Francesco Improta – mio professore di liceo agli inizi degli anni Ottanta – sono note e tutt’oggi tengono sempre deste le personali vicendevoli attenzioni alle novità letterarie, cinematografiche (sua grande passione), musicali (essendo io un musicista) e culturali in genere.

Erano gli inizi degli anni ‘90 e, dopo la pubblicazione del secondo romanzo Vento largo, fu per la prima volta che sentii parlare di Francesco Biamonti: il mio “vecchio” professore ne aveva intuito la straordinaria grandezza e mi aveva subito trasmesso il suo entusiasmo, ma in quel periodo non ebbi modo di approfondire.

Solo nell’agosto del 1993 ne acquistai il primo romanzo, L’angelo di Avrigue. Poi ci fu una grande pausa dovuta ad alcuni miei impegni indifferibili. Nel frattempo erano stati pubblicati Attesa sul mare e Le parole la notte, ma l’avvenimento fondamentale fu l’affermarsi da subito di un’autentica amicizia tra Biamonti ed Improta, ormai divenuto tenace divulgatore della sua opera e del suo pensiero.

Così nel novembre del 1998 tre ex studenti tra i ‘fedelissimi’ del ‘professore’ partirono alla volta di Ventimiglia. Il 26 novembre prima di mettermi in viaggio acquistai Le parole la notte. Eravamo stati informati che avremmo incontrato Francesco Biamonti a cena in uno di quei pochi giorni della nostra permanenza ospiti del professore. Indubbiamente era un evento straordinario, e mai avrei immaginato, prima di quel momento, di avere l’opportunità di trascorrere una tranquilla e piacevole serata tra amici in sua compagnia.

A quasi due anni dalla scomparsa, alla luce delle testimonianze e dei numerosi articoli e tributi postumi, avverto il sottile dolore del non essersi più rincontrati da quel lontano novembre del 1998. Come se nella attesa di una nuova sinfonia, la sua musica avesse cessato improvvisamente di esistere per cedere il passo allo spaventoso vuoto de Il silenzio dove si fa “la musica delle parole stesse” affrontando “la realtà del nostro tempo senza più consolazioni”, senza abbandonarsi “alla musicalità dei passaggi temporali e geografici”.

Andare “nel cuore dell’uomo, del suo inferno, musicalmente”.

Biamonti, nell’intervista rilasciata ad Antonella Viale e pubblicata ne Il silenzio conferma la sua eccellente sensibilità musicale.

I suoi occhi azzurri s’illuminavano durante la nostra conversazione. Attentissimo ascoltatore,  lasciò che esprimessi alcune considerazioni musicali. Già il suo tono di voce scorrevole e calmo, incantevole a sentirsi, denotava una sottile capacità di riprendere i paesaggi sonori nella loro molteplice espressione.  Il suo mare mi rimandava a La mer di Debussy che egli amava profondamente. E non poteva essere diversamente perché quel sospeso mondo sonoro prodotto dalle scale esatonali (ossia a toni interi) e l’assenza di semitoni, cioè di quei suoni più vicini alla loro possibile risoluzione, imprimono alle composizioni un clima precario e fragile in un’atmosfera quasi di sogno. Non c’è più la stessa gravità. La natura vacilla. Tutto è sospeso ed alleggerito del suo peso.

Il mare è il primo elemento che per sua natura si presta alla precarietà del mondo. La sua eterna irrequietezza ed apparente calma trovò nel linguaggio musicale di Debussy la sua più consona rappresentazione e non mera descrizione. E questo Biamonti lo aveva intuito ed affrontato concretamente imprimendo al suo linguaggio uno stile personale e rivoluzionario traslato dalla musica.

Compositori russi come Glinka (molto prima di Debussy) usavano la scala a toni interi per rappresentare episodi “soprannaturali” e “storie incantate”.

Non mi meravigliano, quindi, coloro che hanno accusato Biamonti di poca aderenza alla realtà perché questi non ne hanno assolutamente colto la geniale sensibilità.

I suoni e la loro organizzazione costituiscono un mondo inafferrabile ed ineffabile in quanto destinati a priori al silenzio, dato lo scorrere inesorabile del tempo, e contemporaneamente rimandano ad una molteplicità di sensazioni da essere infinitamente definibili e quindi indescrivibili.

Inoltre – e ciò fu ulteriore approfondimento della nostra conversazione – bastava sottrarre delle zone di suono, cambiare ritmo o tempo per far emergere accenti diversi dal flusso sonoro. L’emozione degli ascoltatori subisce imprevedibili caratterizzazioni. Ad una variazione del tempo corrisponde una contrazione o dilatazione dello spazio.  È sottratta la possibilità di avere riferimenti di certezza percettiva.

Si pensi a quanta gravità Biamonti ha sottratto al peso del mondo ormai alla deriva e condannato al silenzio.

Italo Calvino, cultore della leggerezza, – basti vedere le sue Lezioni americane – non potrà rimanerne indifferente: è sempre all’interno della struttura linguistica che nascono energie creative degne di apportare nuova linfa alle innumerevoli miserie del mondo. Il linguaggio eredita dalla realtà tutte le sue contraddizioni ed incertezze filtrandone la percezione con luce primigenia. Un mondo visibile che si fa suono ed un mondo sonoro che si fa luce.

Claude Debussy affermava: “La musica che desidero deve essere abbastanza agile da adattarsi alle effusioni liriche dell’anima ed alla fantasia dei sogni”. […] “Poiché amo la musica appassionatamente, cerco di liberarla da tradizioni sterili che la soffocano. È un’arte libera, che zampilla, un’arte per l’aria aperta, un’arte sconfinata come gli elementi, come il vento, il cielo, il mare!” ed inoltre “Quanto bisogna prima trovare, quanto si deve eliminare, per giungere alla viva carne dell’emozione!”

E Biamonti: “… creare un mondo omologo a quello reale che ha, però, la mobilità di un sogno”.

Si parla di mobilità, quindi di ritmi, di linguaggio libero da formule fisse, di un’arte che – come affermava Debussy – “Non deve mai venir rinchiusa e diventare accademica” e non può per la sua stessa sopravvivenza cristallizzarsi.

E Biamonti: … “ho lavorato per sottrazione” per “dipingere la cosa ma anche l’emozione che essa dà”. Sottrarre è dimenticare per elaborare e portare alla luce l’invisibile ossia il perduto dialogo “fra gli uomini e le cose”.

I riferimenti alla musica nei romanzi di Francesco Biamonti sono molteplici ed anzi posso affermare, per le ragioni suddette, che le sue opere sono musica.

Dietro ogni apparente citazione c’è una profonda consapevolezza della lacerazione che essa comporta.

Due domande rilevanti mi pose: “Conosci Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen?” e “La tua condizione di musicista?”

Ma dietro queste, così strettamente legate, si affermò il suo acuto sguardo sul mondo.

Messiaen affermava: “Considero il ritmo il primo, e forse il più essenziale, costituente della musica”. E Pierre Boulez, suo allievo, “la musica era molto di più di un lavoro d’arte, era un modo di esistere, un fuoco inestinguibile.

Messiaen amava la natura e lo espresse attraverso il suo interesse per i canti degli uccelli: fonte inesauribile di melodie. Per certi aspetti prese le mosse dalle innovazioni di Debussy e s’indirizzò verso strutture asimmetriche, ossia: “Una musica ritmica che trascura la ripetizione, la rigidità e la suddivisione regolare, una musica cioè che è ispirata dal movimento della natura, un movimento di durate libere e ineguali.

E fu proprio l’inverno del 1940 a trovare Messiaen nel campo tedesco Stalag VIII A, in Sassonia. In quelle circostanze così drammatiche fu presentato il Quatuor pour la fin du temps ispirato da un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, Capitolo X, 1-2, 5-7:

“Poi vidi un altro angelo possente che scendeva dal cielo avvolto da una nube; sopra al capo aveva un arcobaleno, il suo volto era come il sole e le gambe come colonne di fuoco. Egli aveva in mano un piccolo libro aperto, e pose il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra…Poi l’angelo che avevo visto in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli…che non vi sarà più tempo, ma nei giorni in cui si farà sentire la voce del settimo angelo e quando egli suonerà la tromba del Mistero di Dio sarà compiuto come ha profetizzato per bocca dei profeti suoi servi”.

Così in Le parole la notte, capitolo decimo:

“Cos’è quello scheletro sospeso nell’aria, quello scheletro d’uccello?” […] “Aveva ascoltato anche la musica, il Quatuor pour la fin du temp. Non era molto diversa dal canto del tordo, che sere prima, aveva intonato la liturgia del tramonto. La stessa doppia voce, lo stesso calmo andamento, e le rive di silenzio. Un violino rispondeva alle invocazioni di un pianoforte e se ne andava sempre più in alto, lontano dalla terra” […] “Gli sembrava che anche per quelle viti, come per quelle terre nei bagliori del sole, il Quatuor fosse già cominciato.”

Ed al capitol ventisettesimo:

“-Se tu dovessi dipingere, – chiese Eugenio, – dove ti  attaccheresti?  – Dove c’è più silenzio. […] Scuoteva il capo, guidando, come se avesse accompagnato un’interna musica.  – Hai visto Veronique com’è cambiata? […] – Io continuo a sentirla un po’ flautata. E forse lei non l’ho mai vista. -Che intendi dire? -Non è mai stata una cosa tra le cose.

Inoltre al capitolo quattordici de L’angelo di Avrigue nel dialogo tra il monaco e Gregorio:

“-E cosa dipingeva? -Donne al pianoforte col mare sullo sfondo. -Strano. Ma era vero. Le donne le dipingeva di colpo, così il piano, e intorno al mare ci si perdeva. La donna era sempre la stessa, il mare mutava.” […] Il frate disse con candore che una volta aveva sentito sul mare l’Ave Maria di Schubert. Faceva negli spazi sterminati una grande impressione. Gregorio rimpianse. […] L’aveva sentita nel locale più malfamato di Barcellona.

Ormai tutto si è polverizzato ed anche la musica assume nuove funzioni espressive cedendo al silenzio.

“Dalla macchia mediterranea saliva un canto austero; canto breve, perché il vento dalle rocce si sollevò tra le nuvole”

(da – Il silenzio – pag. 24)

Ricordammo, infine, due casi particolari di musicisti a lui familiari in quanto conosciuti attraverso i suoi contatti editoriali con Einaudi a Torino. Le tormentate intenzioni di Ludovico Einaudi di dar corpo ad un linguaggio musicale che restituisse al mondo una perduta forza emotiva e la radicale scelta di Robert Schneider che, scegliendo la via della letteratura dopo anni di studi musicali, si affermò a livello internazionale con Le voci del mondo, scritto nel 1992 e tradotto da Einaudi nel 1994, ma dovette sublimare, se non proprio eclissare, il suo essere musicista dando forma in un altro linguaggio alle sue emozioni.

Ed oggi, nel libro Le parole la notte leggo

Ventimiglia, nov.98

A Filippo

alla sua musica teoretica

Con molti auguri ed anche amicizia questo libro notturno

Francesco

Grazie di cuore, Francesco.

Filippo D’Eliso

Napoli, 26 settembre 2003


Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020. Nel 2021 la collaborazione con la casa editrice RPlibri si rafforza, diventando Curatore della Sezione “Quaderni di Musica“. É Autore della colonna sonora del film Terra Infelix realizzato da Letizia & Giordano e presentato nel 2020 al 74° Festival Internazionale del Cinema di Salerno.

Ma tu, tu sei la pianta di Claudia Olivero

Acquista Ma tu, tu sei la pianta

di Claudio Olivero (illustrazioni di Lodovica Paschetta)

Prendi me a bottega:
così indefinita – traccio vene

profili che sfuggono –

aprendosi immense
sul bianco vuoto: fessure

inappropriate. Dirigi
la mia mano
che più non sia mente
né corpo – e sola sappia

creare il silenzio
o qualche sua piccola scintilla.

Claudia Olivero, insegnante torinese, conosce l’illustratrice Lodivica Paschetta in ambito lavorativo e tra loro si instaura subito un feeling artistico. A seguito della Laurea in Lingue e Letterature Straniere, le viene conferito il Premio Grinza- ne-Cavour sezione tesi di laurea, per la sua tesi intitolata Cesare Pavese e Thomas Mann tra empatia e mito-incidenze. Pubblica alcuni articoli su riviste letterarie di settore, sia in Italia, che all’estero. Traduce. In ambito poetico, esordisce con la silloge Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali, Brè editore. E’ co-fondatrice del Tinello poetico, progetto di di- vulgazione poetica.

Lodovica Paschetta nasce a Moncalieri (To), dove vive e lavora come insegnante. Si è avvicinata alla pittura nel 2011, con la pubblicazione della favola per bambini I figli delle nuvole per Re.Co.Sol, un’associazione di aiuto a Paesi ad alta povertà. Dal 2012 è un susseguirsi di eventi importanti per la sua car- riera artistica: mostre personali, partecipazione alla Biennale Città di Torino, Saluzzo Arte, Open District Torino e Camo – Un museo a cielo aperto. Tiene laboratori e ha realizzato un mu- rale presso l’Istituto Comprensivo Barruero di Moncalieri (To). Il Colectivo Arte en la Escuela di Montevideo (Uruguay) l’ha omaggiata di un murale, tratto da una sua opera. Collabora alla realizzazione del prestigioso marchio Queriot Civita di Milano”.


Prezzo copertina: euro 10,00 9,50

Pagine: 32

Codice ISBN: 9788885781481


Nota di lettura su Ma tu, tu sei la pianta sul blog “Poetrydream”

Alcuni testi tratti da Ma tu, tu sei la pianta su “Yawp” a cura di Sara Comuzzo

Recensione di Ma tu, tu sei la pianta su “Transiti Poetici”

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Il censimento della poesia dirompe nei … Transiti poetici di Giuseppe Vetromile

di Rita Pacilio

Le Antologie pubblicate in formato digitale sul blog Transiti poetici da cui prendono il titolo, curate da Giuseppe Vetromile, poeta, critico e operatore culturale, hanno raggiunto la ventiduesima Edizione. L’idea progettuale è nata nell’anno duemilaventi durante il confinamento causato dalla pandemia da Covid19, quando la modalità virtuale è diventata l’unica possibile tipologia di comunicazione per sopravvivere all’isolamento.

Non è stato facile per Giuseppe Vetromile, persona che vive di contatto fisico e di aggregazione, componenti fondamentali per lo scambio e il confronto, rinunciare alla presenza umana e spirituale di autori /amici e di anime che diffondono e sostengono la poesia. Calato completamente nel respiro del mondo, Vetromile non può fare a meno di cogliere ed evidenziare il battito primitivo come dato sensibile della percezione dell’esistenza. Per questo motivo, la sua coscienza critica fa esperienza di riflessione estetica ed etica incontrando i molteplici paesaggi umani attraverso elaborazioni di pensieri e linguaggi essenzialmente simbolici.

Il suo lavoro di inclusione, genuino e scevro da giudizi personali, si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e internazionale (a tal proposito sono stati dedicati Volumi di Transiti poetici alla poesia straniera, alla poesia napoletana, alle voci poetiche emergenti e ai poeti scomparsi) risultando un certosino approfondimento sociologico in grado di rilevare lo stato della scrittura poetica del nostro tempo.

L’originalità e l’importanza di questa coraggiosa e ardua iniziativa culturale intrapresa da Giuseppe Vetromile – Quando ho iniziato non credevo andassi incontro a un lavoro così elaborato e capillare, forse infinito …, testualmente – consiste nel continuare ad abitare l’animo umano con meticolosa cura anche nelle introduzioni e nella scelta tematica dei Volumi, – alcuni dei quali dedicati alla figura femminile e alla giornata mondiale della poesia -, realizzando un accurato censimento della poesia contemporanea.

Il mondo magico di Angelica e Lucilla di Mariapia Cocchierella e Maria Imbriani

Acquista Il mondo magico di Angelica e Lucilla

di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani

Il mondo magico di Angelica e Lucilla – fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva – di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani è il breve saggio che inaugura la Collana Quaderni di musica da me diretta. La lettura di questo libro suscita numerose riflessioni che vogliono stimolare il lettore al fine di poter sperimentare con le autrici un percorso creativo ed educativo. […] Il verbo inglese «To Play» conferma che «Giocare» e «Suonare» hanno la stessa matrice funzionale.


D’altra parte la radice Paignion denotava uno spettacolo comico in cui i gladiatori con le loro armature si presentavano nelle arene. La stessa etimologia del concertare per allestire e preparare un concerto ha nella sua accezione latina il gareggiare. Il suono del cosmo ha la forza magica che si esplica nella musica e solo così il re e il cantore possono diventare una cosa sola attraverso la coniugazione della «vibrazione» e dell’«oscillazione» e il cielo e la terra entra- no in perfetta armonia. Il mondo magico di Angelica e Lucilla assurge a rito cosmico e il musico-sacerdote-didatta si configura come realtà materiale che permette il manifestarsi di una realtà spirituale che non si confonde con la materia ma si esterna sensibilmente con un’azione tendente all’universalità dell’astrazione divenendo essa stessa concetto.  

dalla nota di Filippo D’Eliso

***

C’erano una volta due bambine molto amiche che si chiamavano Angelica e Lucilla.

Angelica, con la pelle chiara come la porcellana e tante lentiggini spruzzate sugli zigomi, aveva un carattere leale, vivace e coraggioso. Prima di tre figli, viveva in una casetta di legno in riva al mare, dove regnava tanta pace. Si accontentava di poco: infatti, si nutriva del suono delle onde del mare e del cinguettio degli uccellini. Con i suoi fratellini e la sua amica Lucilla si divertiva a riprodurre i suoni della natura. Uno batteva le mani, un altro fischiettava, Lucilla usava due tronchetti per tenere il ritmo e lei cantava. Lucilla aveva i capelli di un rosso caldo come il sole al tramonto ed enormi occhi azzurri color del mare. Era una bambina gioiosa e solare, capace di destare simpatia immediata nelle persone che la incontravano per la prima volta. Sin dalla nascita, Lucilla aveva ricevuto un grande dono: le sue mani erano magiche ed emanavano luce ed energia. Erano mani capaci di donare bellezza.

Un giorno, mentre le due bambine giocavano allegramente sulla spiaggia, una vecchia signora, tutta vestita con abiti trasandati e con un grande cappuccio che le copriva il capo, si avvicinò a Lucilla ed esclamò con una voce metallica e fastidiosa: “Finalmente ti ho trovata bambina mia! Ora tu verrai con me!” […]

dalla fiaba di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani

Mariapia Cocchiarella è nata a Benevento nel 1998. Diplomata presso il Liceo Scientifico Statale G. Rummo indirizzo tradizionale, si immatricola presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento alla facoltà di Ingegneria Civile. Nell’ottobre del 2020 consegue il Diploma accademico di primo livello in Didattica Della Musica con Tesi sperimentale di Laurea Triennale in Pedagogia e Composizione Didattica dal titolo: Il mondo magico di Angelica e Lucilla: fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva con esito eccellente e lode accademica. La tesi è stata ideata e prodotta a quattro mani con Maria Imbriani. Ammessa con il massimo dei voti al biennio presso il Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento, attualmente frequenta il primo anno di corso magistrale.

Maria Imbriani è nata a Benevento nel 1998. Dopo aver superato a soli dieci anni e con il massimo dei voti l’ammissione al Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento ha conseguito nel 2013 il Diploma di Solfeggio e nel 2015 il Diploma di Quinto anno del Compimento inferiore Classe Pianoforte con il Maestro Aniello Arciuolo. Diplomata presso l’Istituto Magistrale G. Guacci di Benevento, indirizzo musicale, consegue nell’ottobre del 2020, il Diploma accademico di primo livello in Didattica Della Musica con Tesi speri- mentale di Laurea Triennale in Pedagogia e Composizione Didattica dal titolo: Il mondo magico di Angelica e Lucilla: fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva con esito eccellente e lode accademica. La tesi è stata ideata e prodotta a quattro mani con Mariapia Cocchiarella. Ammessa con il massimo dei voti al biennio presso il Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento, attualmente frequenta il primo di corso magistrale.


Prezzo copertina: euro 14.00 12.60

Pagine: 84

Codice ISBN: 9788885781474