Note di Lettura per “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Irene Sabetta

Nella silloge Proprietà dell’attesa, Giuseppe Vetromile raccoglie le sue poesie dedicate all’esplorazione delle varie possibili significazioni che il tempo, inteso come tempo vuoto, sospeso, rarefatto e pendente può assumere nel sentire di chi aspetta.

Come l’autore stesso dichiara nella nota introduttiva, “questa raccolta di poesie è tutta fondata sul tempo dell’attesa e sulle conseguenze più o meno dirette che può generare in noi”.

Fin dal titolo, è evidente come l’esplorazione del tema tocchi non solo gli aspetti psichici e percettivi individuali, le sensazioni che l’attesa produce nel nostro umore, ma si estenda ad una considerazione più generale e filosofica dell’attesa in quanto condizione esistenziale che abbraccia l’intero arco del nostro vissuto. Il termine proprietà, in esso contenuto, può essere inteso come sostantivo plurale, e quindi riferirsi alle varie modalità in cui l’attesa si manifesta, oppure, in modo meno lampante, ma altrettanto indicativo, può essere inteso come sostantivo singolare con significato di possesso, appartenenza. Ecco, noi apparteniamo all’attesa e, viceversa, l’attesa è il solo tempo di cui disponiamo.  Il tempo che ci è stato concesso è una parentesi tra la nascita e la fine; per dirla con Amleto, viviamo un intervallo (“The interim is mine”, trad. “L’intervallo è mio”, Hamlet, atto V, scena ii). In questo senso, l’attesa è la condizione prevalente e persistente del nostro esistere: senza sosta aspettiamo di fare qualcosa o che qualcosa avvenga, di incontrare qualcuno o che qualcuno venga a trovarci, a parlarci, a svegliarci, a consegnarci “il messaggio dell’imperatore”.

L’autore ha suddiviso le sue poesie dell’attesa in cinque sezioni, con l’obiettivo di fare dei distinguo tra una proprietà e l’altra dell’attendere. In effetti, le sfumature che il tempo sospeso può acquisire sono numerose e questo libro ne fa un’attenta ricognizione e un’analisi minuziosa e toccante.

I pensieri che affiorano durante il tempo dell’attesa, le emozioni e gli stati d’animo con cui riempiamo lo spazio vuoto d’azione, in cui la narrazione della nostra vita sembra avere un arresto, costituiscono per Giuseppe Vetromile un’opportunità di crescita e di sviluppo emotivo. Non un tempo perso, ma un’occasione da cogliere, un territorio misterioso da scandagliare.

Nella prima parte, Prologhi, il poeta elabora il concetto di attesa come preludio (… e il sogno finalmente prenderà forma). Il tono è pacato e affiorano a tratti sembianze femminili (che l’attesa sia donna?). Qui il tempo è “il tempo che manca” e rimanda all’idea di gestazione che, in alcuni testi, coincide con la germinazione della poesia stessa. Il processo generativo della poesia è un privilegio su cui incombe una minaccia: l’attesa è un turno che non ti spetta.

La seconda sezione è dedicata alle Aspettative, alla speranza che riponiamo nel tempo futuro, quando ci aspettiamo ricompense, riconoscimenti o, forse, risarcimenti. Qui, l’attesa è vissuta come una casa in cui vivere un quotidiano opaco ma intenso, profondo. Ci sono fantasmi e creature soprannaturali (v. Sono di nuovo qui fra il punto e la curva che porta all’abbandono) che gettano sulla casa ombre sinistre che inducono timori: sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto. È utile sperare?

Nel terzo movimento, Indeterminazioni, siamo nel cuore pulsante e fragile della raccolta, sia perché questa sezione si colloca al centro del libro, sia perché l’attesa si configura come dubbio, come intervallo tra due attimi; è uno spazio sfocato fra il punto di non ritorno e la tangente all’abbrivio. L’indeterminatezza prevale sulle certezze e l’indecisione su quale strada prendere delinea un’attesa che assomiglia ad uno stallo: … ho frazionato il tempo in piccoli e inutili passi/e in questa città che ora mi crolla addosso/frana anche la legge che non permette più/l’andare a capo/… Così/ho frantumato l’attesa e il fine/inutilmente ho ridotto le mie ossa/a un corpo che girovaga/accanto a un mito arcano e inopportuno.

Le poesie della parte centrale, esprimono una percezione malinconica del sé, l’amarezza di una rinuncia quasi definitiva all’attesa stessa (Noi siamo i fautori del tempo che non c’è).

La quarta sezione si spinge oltre l’attesa e le attese. In Traguardi, i versi sono pieni di cielo, di luce e l’aria è l’elemento predominante. La rinuncia all’attesa riserva un dono: Ora è tutto qui il mio stare/e la mia poesia. Al termine sfumato del tempo, l’immaginazione spazia libera come un soffio di vento e il poeta, perse tutte le illusioni, senza più speranze né aspettative, ha distillato le ore e i giorni in un’accettazione tranquilla dell’infinito presente: I poeti non hanno più l’orologio al polso.

Il titolo che l’autore ha scelto per la sezione conclusiva della silloge, Assecondamenti/Assuefazioni segnala un atteggiamento aperto ad una duplice possibilità. Assecondare l’attesa non è rassegnazione, non significa consegnarsi alla noia e rinunciare alla meta o alla ricompensa ma è vivere tutto il tempo, anche quello sospeso, come tempo vitale (il “secondamento” è anche l’ultima fase del parto…”). L’alternativa (o il pericolo latente dell’assecondamento) è assuefarsi all’attesa, provarne addirittura piacere e dipendenza: a un certo punto la nostra anima/propagata oltre la pelle e il respiro/ed è lei che ci porta dentro/nel viaggio verso il capolinea/come se fosse un morbido/comodo scompartimento di treno. E al termine del viaggio, quando si smette di aspettare perché tutto è già accaduto, si torna al principio, nel grembo della madre che chiude ogni cerchio. In un cassetto della scrivania, l’unica traccia tangibile e luminosa del nostro lungo attendere…

P.S.

Queste note non sono né un’analisi stilistica né un commento critico ma, semplicemente, riflessioni personali che corrono parallele alla lettura dei testi contenuti nella raccolta, ricca di suggestioni, Proprietà dell’attesa di Giuseppe Vetromile.

Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino?

di Diego Riccobene (2020)

Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino? Mark Bedin sembra ricordarcelo con desueta lucidità, e lo dice usando l’arma post-atomica per eccellenza, la poesia.

Non sto certo parlando di quel fondo di bicchiere che è il verso contemporaneo, né della piana quiete lessicale spesso praticata, mi vien da credere, per eutanasia. Il fallout degli dèi è un’opera che si nutre di nessi serpentini, dal lezzo arcaico, dotata di una sintassi a tratti avvinghiante, un boa constrictor che percorre nella sua sinuosa linea squamata il sentiero petroso che da Tantalo arriva a Majakovskij, da Medusa a Valravn.

Bedin, su questo concordo con quanto scritto nell’ambito di precedenti note di lettura sul libro in oggetto, è un poeta, di quelli veri. Scava, scava nella lingua sua sorgiva, gratta con le unghie, la martoria, la scuote come un sonaglio, dimostra di saperla venerare come se fosse non tanto una reliquia, quanto uno di quei feticci-divinità che, nell’attimo della caduta, secernono il loro pulviscolo molecolare intriso di veleno.

Gli arcaismi cui Bedin attinge a piene mani testimoniano un insperato e ritualistico Trobar Clus contemporaneo, quasi che Guittone avesse trangugiato calici colmi all’orlo di Benn e Blok: un sogno, se mi chiedete. Un incubo, viceversa, per chi sostiene che la poesia debba essere un togliere, uno scremare continuo. Le abili giustapposizioni messe in essere dall’autore centrifugano il vezzo Duecentesco con un alieno – ma, beninteso, lucido – sguardo sul mito post-moderno del disfacimento, cosicché ci si trova al cospetto di componimenti che sanno citare, in brevi spazi, Apollo, Buonarroti, Chernobyl, non disdegnando incursioni taglienti sul madornale equivoco della contingenza (“io non ignaro/che nell’uomo qualcosa spasima/è l’intenerire con occhio di ronda/il mio mendicare alla vita!”; qui il nostro mi ricorda la sapienza ieratica che anima il Franzin dei Canti dell’offesa).

Il verso lungo di Bedin è indigesto per chi si balocca coi blesi fantasmi del quotidiano; non è nemmeno un verso rosselliano, il suo: è quasi, oserei, esametrico nel suo erompere in improvvise sferzate dattiliche o in ottonari giustapposti a doppi emistichi che segnano misure dal tredecasillabo (molto praticato in questa sede) a salire. Interessantissimi i contrappunti strutturali, laddove versi regolari come settenari ed endecasillabi si susseguono ad altri mascherati con sillabe tracimanti sfalsandone gli accenti principali (“Io, noi, che di tribolazioni siam figli” con doppia sineresi diventa un endecasillabo di seconda e ottava ipermetro, che è refrain abilmente variato), o ancora dove, su intelaiature chiaramente improntate al verso eccedente, germogliano sottesi inserimenti ritmici più brevi, come il novenario dattilico (“appicca l’estatico scritto” con sibilante in prominenza). Lodevole altresì l’uso dei suoni: il gusto dell’autore crea allitteranti evocazioni, spesso gutturali o aspre (“se non procrastinare la morte, questo soltanto c’è dato di fare”; “l’ocra polvere lapidea che s’appressa”; potrei citare qui decine e decine di nessi esemplificativi), ma sa talora toccare i tasti dell’armonia piana, si vedano gli squisiti senari in “Residui regnanti/fertili per fato”, dove suoni tematici scandiscono con grazia le iniziali di parola.

Incedere esametrico, dicevo: si apparecchia la dipartita dell’integrità aurea degli dèi, quali che siano, e non può non essere un verso eroico a officiare l’eccidio.

La poesia di Bedin è, invero, soffocante nelle sue trame, s’annoda e sfugge a concetti divisionali o simmetrie strofiche, preferendo dipanarsi a spire vorticose, lussureggianti; non v’è afflato Tiresiano che possa districarla: questo tratto non lo definisco acerbo, poiché nel più dei casi funziona, ma in occasione di prove future l’autore saprà dosarne con accortezza le verticalità – ne ho prove certe – e d’altronde l’ultima sezione del libro “Variazioni in versi” pare beneficiare di maggiore equilibrio.

Altrove, come nel riuscito “Poema per un sentore che s’ebbe a Patmos” ci si ammanta di didascalismo puntiglioso, finanche geografico: Bedin è uno che i nomi li cita, li fa.  Se c’è da celebrare la poesia, chiama per Nome Proprio i Colpevoli, mette le maiuscole dove vanno messe: non si nasconde nell’anfratto della dimissionaria estetica minimalista.

Perdio, sia lode a lui. Dateci questo massimalismo, oggi dobbiamo celebrare il nucleare lascito delle nostre marcite divinità. “Vi è qualcosa di più puro di un Dio che ti molesta?”

Lunga vita ai poeti, quelli veri come Mark Bedin, s’intende…

di James Marchiori (2020)

Difficile sempre parlare di poesia nella poesia, o meglio di quanto si legge in poesia che sensorialmente vaso dilata la vascolarizzazione del sistema nervoso centrale e che per definizione oltre un certo livello non dispone di anastomosi efficienti esattamente come il muscolo cardiaco. Ecco che pertanto la piatta descrizione scientifica affina riunendo per una volta cuore e cervello per effetto di una mera similitudine di tipo fisico. Per tendenza tengo ben separati cuore e cervello. Il primo un giocattolo il secondo un mistero. Fosse questo il mistero che tutti chiamano “Dio”? È dunque questo l’effetto del prodigio della misericordia, quel Dio che cercate sta forse chiuso nella vostra scatola cranica?

Se solo per un istante così fosse devo dire che Mark se n’è occupato egregiamente in battito e in sicronia. Se n’è occupato in maniera velata ma anche esplicita, ha descritto quella ricerca evolvendo a paradossi di esistenza e mimandone l’inesistenza, qui si parla di Dio e di psiche e non si tutela nessuno. Carmelo Bene diceva e cito: “Vivo in un paese dove tutti credono in Dio ma nessuno se ne interessa”. Mark se n’è interessato in una moltitudine di aspetti e di culti che esplicita, dimostra il cardine di determinate effimere circostanze legate ai culti e lo fa facendosi beffa della realizzazione triste di un credo sterile. Introduce con sapienza visionaria ciò che dovrebbe essere materia d’interesse del gregge che appiattito s’affranca di un culto, introduce come un cerbero lucide istanze di onanismo ed ampliamento della mente attraverso materia che conduce alla veggenza. Strutture ideologiche ferme in un individualismo soggettuale che diventa una diga stagna contro il fetente riverbero del paradosso pluralista e osmotico in cui viviamo. Un mondo che non accetta ciò che non vuol sentire.

Ecco che il poeta si fa a sua volta sordo difronte alla mascherata stupidaggine, si rende ineffabile, diventa colto davanti alla fraudolenza dei culti e del voler sentirsi dire a piacimento, sceglie di verseggiare in un modo che a mio avviso non può essere paragonato altrimenti. Lo Stilnovismo. Il pregiato linguaggio aulico che sceglie di proferire concentriche profezie staccandosi dal volgare municipale. Colloca sapientemente metafore e simbolismi che ne definiscono l’appartenenza lontana dal guittoniano. Dunque leggo ampi riverberi di Guinizzelli ma anche di Cavalcanti, che mi si conceda, io adoro. Leggo anche un Campana e la condanna alla poetica di Soffici, che seppur di moltissimo posteriore al Dolce Stil Novo, era un esteta della composizione in versi e un purista, ecco il perché della battaglia con Soffici il “futurista”. Leggo con onore oltreché piacere questa forma aulica d’espressione poetica, che determina l’esistenza di poeti veri, ancora e nonostante tutto.

Proprio in questo aulico destarsi Mark ci sorprende ancora da un punto di vista prosodico, che ingolosisce la virtù di quest’opera. Ovvero aggiunge a questa delizia per palati sopraffini dei tratti soprasegmentali che creano accento e diventano essi stessi unità prosodiche. Lo fa in maniera talmente esplicita da scardinare il suo stesso contiguo verseggiare. Lo fa per mandare un messaggio diretto. Cito: Pisciate sul benessere fallace Esempio quasi Bukowskiano in mezzo all’aulica tenacia esemplare. Concludendo direi che le cose chiamate “difficili” sono in realtà profonde. Mentre le cose “facili” sono in realtà leggere e commerciali. Mark è un autore vero puro e dotato d’immenso talento, è assolutamente inusuale per un’epoca vuota come quella che stiamo attraversando, ma la sua dote intellettuale sta anche in una immensa versatilità che va oltre il verso e fa rinascere una speranza su un tema di pregio quale la poesia. Pertanto stiamo lontani dal commerciale che è un concetto cardine del consumismo, che non può appartenere alla nobile anima di un poeta.

Ilaria Palomba: “Città metafisiche” (Edizioni Ensemble, 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Dinanzi a questa silloge, pubblicata da Ensemble (12€), sono rimasto folgorato ed esterrefatto. Folgorato dalla bellezza di questi versi, dalla luce abbacinante che emana da essi ed esterrefatto dinanzi alla loro perfezione. Tralasciando alcune prove giovanili (I buchi neri divorano le stelle) questa è la terza raccolta di poesie di Ilaria Palomba dopo Mancanza e Deserto e ne costituisce il suggello e al tempo stesso, come dice Gabriele Galloni nella bella e succinta prefazione, l’apertura verso nuovi orizzonti. La Palomba ha raggiunto un livello di concentrazione e di condensazione lirica diffi­cilmente immaginabile.  Ciò che di composito e di farraginoso l’urgenza del dire portava con sé viene qui completamente accantonato o si scioglie magicamente in un dettato lirico di straordinaria efficacia e resa artistica. Questa silloge nasce da un processo di prosciu­gamento e di politezza. Eliminato, come ho già detto, tutto il superfluo, prevalgono la brevitas alessandrina e al contempo la condensazione ungarettiana. Splendida sintesi di antico, nel senso di classico, e di moderno, che non può e non deve meravigliarci, vista la padronanza con cui maneggia coppie oppo­sizionali e a livello concettuale e a livello figurativo.

I temi di fondo sono quelli dettati dalla drammatica realtà di questi ultimi mesi, mi riferisco alla pandemia da Covid e al lockdown imposto dalle autorità ma, anche quelli che fanno parte del suo vissuto e che si sono raggrumati nella memoria e nel sangue: l’infanzia e la maturità; il rapporto conflittuale con i genitori e con la figura paterna in particolare (Padre, tu sei la colpa // e il perdono smarrito, // inquietudine oscena…), il buio che spaventa e attrae allo stesso tempo; la luce in grado di trasformare il sorriso in pianto, di scorporare lo spazio e, priva di vibrazioni atmosferiche, di solidificare i colori (Si aprono fiori nella luce // una luce senza fondo // rovina sulle nostre ombre, // una luce oscena // devia il gioco del mondo // in una sfilata di addii.); il nero funereo e luttuoso e il bianco sullo sfondo come promessa o solo speranza d’innocenza; la città come un inferno nel quale ci si compiace di vivere calati (Cfr. Pasolini e Calvino) e la provincia come giardino edenico con i suoi giochi, i suoi profumi e le sue strambe figure parentali (Margherita di Savoia, zia I. vestiva di nero, // mandava giù Whisky e veleno. Aveva una luce sinistra // in quegli occhi così chiari.); il mare come una tomba d’acqua a cui affidiamo le memorie da custodire (Che il mare sia solo il mare // chi potrebbe accertarlo // io dico che il mare è //un insieme di ricordi // rimasti lì per tutti questi anni) e il cielo come possibilità di attingere l’infinito; la vocazione per la scrittura e la paura di fallire e di vedere calpestati o ridotti in cenere i propri sogni:

Soltanto il lucore // dei tramonti sul Gianicolo, // una veglia terrificante. // Roma mi ha uccisa, //, lo ha fatto lentamente //promettendomi tesori, // aperto il baule // ho trovato serpenti, // antichi veleni // e gallerie di strappi.

La silloge comprende quarantacinque componimenti incorniciati, oltre che da un esergo tratto da Friedrich Hölderlin in cui si prende congedo dall’adolescenza e dai sogni che ci fanno compagnia in quella stagione della vita, da una dedica e da una poesia di commiato entrambe rivolte a Giordano Tedoldi e a Gabriele Galloni; va osservato, però, che del primo si rimarca, nella poesia di commiato, l’amore per la musica classica, nel caso specifico Bach o chi per lui (esistono ancora dubbi sulla paternità de La passione secondo Luca) mentre il secondo ci appare sotto le fragili spoglie di Icaro, al cui tragico volo si era già accennato nella dedica.

Il titolo della silloge poetica, Città metafisiche, si ricollega da un lato all’aspetto surreale che le città deserte mostravano di sé al tempo del lockdown generalizzato ma è riconducibile dall’altro alla pittura metafisica (penso alle piazze vuote di Giorgio de Chirico) e alla filosofia che la sottende, quella di Martin Heidegger, secondo il quale l’arte ha il potere di squarciare il velo di Maja e di mostrarci la verità, ma nel momento stesso in cui la svela la nasconde di nuovo, in quanto le tenebre in cui il mondo è immerso non saranno mai del tutto dissipate:

Le strade vuote sono così belle // da apparire devastanti, adesso mi manca // persino la gazzarra. Resisterò // guardando il vecchio ponte, // è eterno il Tevere con le foglie e i cigni, // non sono che ricordi. // Nella crudele bellezza del silenzio // il desiderio di una primavera.

Non si possono dimenticare tra i motivi di questi componimenti la solitudine e l’amore. Amori dimenticati, anonimi senza volto che affiorano tra le nebbie del passato oppure consumati brevemente in pineta, dietro un tronco d’albero a ribadire probabilmente un’incapacità di amare. Potente al contrario è il fascino esercitato dalla solitudine, il richiamo dell’abisso da cui ci si sente risucchiati e altrettanto forte è la paura di vivere:

…Mi viene da ridere // pensando al futuro, c’è tutto un // gioco di sfide che non voglio // affrontare. Lasciami cadere, // lasciami, lasciami, non parlare, // non entrare, non dirmi cose inutili // non ha più senso scrivere //…

Sembrerebbe un congedo dal mondo e dalla scrittura e sotto questo aspetto mi tornano alla mente le parole di chiusura de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario a cui lo scrittore piemontese ha affidato tutte le sue pene e i suoi dubbi di uomo ed artista: “Non scriverò più”. Per sua e nostra fortuna Ilaria Palomba continuerà a scrivere perché per lei la scrittura non è solo una professione, ma la passione di tutta la vita, anche se, e non potrebbe essere diversamente, persisteranno in lei momenti di buio e solitudine ed è proprio scrivendo della solitudine che la Palomba ha raggiunto, a mio avviso, uno degli esiti più alti di questa silloge:

Hai ragione, deridi // questa mia nuda vita // incapace a fermarsi // che s’interrompe prima // di aver bevuto il sole. // Tutto ciò che ho da dirti, // solitudine amata, // è questo cuore vivo // che, a volte, sordo, muore.

Raffinata e icastica l’elezione lessicale, originale la punteggiatura, che graffia i versi o li scolpisce a seconda dei casi, mentre il ritmo come moto ondoso lambisce le parole o le trascina con sé come foglie spazzate dal vento.   

Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.

Anna Folli: “La casa dalle finestre sempre accese” (Neri Pozza Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

La casa dalle finestre sempre accese di Anna Folli (Neri Pozza, 18€) è un libro di cui si sentiva la necessità perché, come si legge nella quarta di copertina, “di quella generazione di scrittori, poeti, artisti e intellettuali investiti da una vocazione che coincideva con la loro esistenza, si stava perdendo persino il ricordo”. Mi riferisco a quel gruppo di intellettuali, amici e sodali, che ha animato la Torino degli anni Venti, all’indomani di quella che non senza retorica viene indicata come la Grande Guerra (u­na guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso non è grande né piccola è soltanto atroce e oscena). Di questo gruppo di intellettuali facevano parte Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno, che proprio in quegli anni si affacciavano al mondo della cultura e dell’arte, rivelando un precoce talento, e Giacomo De Benedetti che, insieme alla moglie Renata Orengo, diventerà il protagonista e il punto di riferimento di questa avventura intellettuale e culturale, durata quasi mezzo secolo. Ripercorrerne tutte le tappe è impresa ardua se non impossibile e per questo dobbiamo rivolgere un plauso alla Folli che, muovendosi tra pubblico e privato, ha raccolto una mole enorme di testimonianze e di documenti e ci ha lasciato un quadro completo ed eloquente di quel periodo.

Noi ci limiteremo ad evidenziare alcuni punti salienti di questa biografia.

Innanzitutto, l’incontro, avvenuto al teatro Regio di Torino, fra Giacomo De Benedetti e Renata Orengo che gli fu accanto come moglie devota e premurosa a dispetto delle debolezze, dei tradimenti e delle crisi del marito. Renata, discendente da una nobile famiglia di origini russe, era una donna sensibile, intelligente e aperta a tutte le novità culturali e sarà lei non solo a risollevare il marito dallo stato di prostrazione in cui era caduto, negli anni terribili delle leggi razziali prima e delle delusioni profes­sionali poi, ma anche ad assumersi la curatela, alla morte del marito, degli inediti di Giacomo, quelli che gli diedero la fama consacrandolo come il più grande critico del Novecento (Il personaggio uomo; Il romanzo del Novecento; La poesia italiana del Novecento e Verga e il naturalismo).

Tornando al periodo giovanile trascorso a Torino, va sottolineata la ferma convinzione con cui Giacomo riuscì a sottrarsi al dogmatismo e alla dittatura culturale esercitata da Benedetto Croce, appoggiato in questa sua azione di affrancamento da Mario Soldati e da Gianfranco Contini il quale in seguito affermerà, evidenziandone una specifica peculiarità, che nessuno come Giacomo “aveva piegato nell’esercizio della critica le qualità di un autentico scrittore”. Sempre in questo periodo strinse amicizia con Umberto Saba, al quale rimase legato tutta la vita anche per le comuni origini ebraiche, e partecipò attivamente alla nascita e alla diffusione di alcune riviste culturali aperte ai venti di novità che venivano dall’Europa, non ci dimentichiamo del suo amore per Proust e dell’interesse per la psicanalisi prima freudiana e poi junghiana.

Fondò Primo Tempo, insieme a Sergio Solmi e Mario Gromo, collaborò al Baretti di Pietro Gobetti e a Solaria di Alberto Carocci, che ebbe il merito di portare in Italia, in un periodo di autarchia anche culturale, le prime notizie della grande letteratura americana del primo Novecento. La passione assoluta per Proust, nelle cui opere Giacomo si rifletteva come in uno specchio, lo indusse ad assumere atteggiamenti che agli occhi dei più sembrarono snobistici ma che in realtà rispecchiavano alcune sue esigenze interiori: ricerca ossessiva del bello, rifiuto della volgarità, indifferenza per il danaro e amore assoluto, totalizzante, per l’autore della Recherche, che egli considerava suo fratello spirituale. Non a caso per i suoi primi articoli Giacomo scelse come nome de plume Swann.

Diventa difficile, a questo punto, comprendere la sua iscrizione nel 1946 al Partito Comunista Italiano, a cui rimase fedele anche dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, quando altri intellettuali, Calvino e Vittorini in primis, delusi uscirono dal partito. Si pensi alla famosa polemica dello scrittore di Siracusa con Mario Alicata, responsabile delle politiche culturali del PCI che si concluse con la famosa affermazione di Vittorini:

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

Anche per Giacomo De Benedetti la cultura non poteva e non doveva essere strumentalizzata dalla politica e questa sua convinzione finisce col giustificare anche qualche lieve cedimento al fascismo, mi riferisco alla sua collaborazione, al fianco del direttore Pier Maria Bardi, al Meridiano di Roma, un’impresa editoriale esplici­tamente legata alla politica culturale del fascismo. A Roma collaborò a Cinema, la rivista, fondata da De Feo, nel 1936, e diretta a partire dal 1938 da Vittorio Mussolini, lavorando a questa rivista conobbe Mario Alicata, Pietro Ingrao e Luchino Visconti il regista e l’intellettuale più vicino a Giacomo, segnato pure lui da antinomie e lacerazioni profonde, anche in lui convivevano l’amore per Proust, che inutilmente cercò di portare sullo schermo, e l’ideologia comunista, quarti di nobiltà e attenzione per la più cruda realtà. È noto l’interesse di entrambi per Verga, mi riferisco a La terra trema di L. Visconti e Verga e il Verismo di G. De Benedetti. Tornando all’adesione di Giacomo al comunismo va detto che essa fu dettata dal desiderio di superare il trauma del fascismo e della persecuzione razziale, di liberarsi del peso di un passato ingombrante e doloroso e di sentirsi parte di un gruppo che gli consentisse di vincere un’innata fragilità e insicurezza. Certo è che dagli intellettuali legati al partito fu sempre considerato non allineato e guardato con diffidenza se non con sospetto e dai borghesi che frequentavano la sua casa come un intellettuale “atipico, strano e indecifrabile” così finì col trovarsi in una situazione di completo isolamento in quanto si sentiva rifiutato dagli uni e dagli altri, non diversamente dal protagonista di Una vita di Italo Svevo (altro scrittore amato da Giacomo), Alfonso Nitti, di origini contadine che, andato in città per inseguire i suoi sogni di gloria, non viene accettato dalla ricca borghesia imprenditoriale che a Trieste gestiva ormai anche la cultura ma, ritornato in campagna per la morte della madre, non riconosce più luoghi e figure della sua adolescenza, per cui si sente solo e disperato a tal punto da togliersi la vita.

Non è certo il caso di Giacomo anche se il suo isolamento si accentua e la sua delusione aumenta a dismisura quando per ben tre volte gli viene negata una cattedra universitaria, sebbene nel breve periodo di professore incaricato, prima a Messina e poi a Roma, avesse rivelato straordinarie doti didattiche, come dice chiaramente Alfonso Berardinelli che insieme a Enzo Siciliano, Mario Lavagetto, Franco Cordelli, Paolo Mauri è stato suo allievo:

“Non era solo il docente affascinante, il grande critico da cui eravamo un po’ ipnotizzati. Ai nostri occhi lui non era solo la critica, era la letteratura. Si capiva subito che avevamo davanti uno scrittore che aiuta anche gli altri scrittori a capire meglio sé stessi”.

A negargli quella cattedra che Giacomo tanto ambiva furono, tra gli altri, alcuni dei professori iscritti al PCI che lo hanno sempre boicottato, salvo poi a far sventolare le bandiere rosse, durante i suoi funerali in Campo dei Fiori a Roma il 22 gennaio del 1967.

Nel libro della Folli, corredato da una ricca sezione iconografica, c’è molto altro: la clandestinità a Cegliolo, di cui parla dettagliatamente Renata Orengo nel suo diario; i premi letterari, in particolare il Viareggio e lo Strega; i salotti letterari di Alba De Céspedes e di Maria Bellonci; l’incontro con lo psicanalista Bernhard; l’ebraismo al quale, pur non essendo osservante, rimase fedele per tutta la vita; lo studio “matto e disperatissimo” come viene definito dall’autrice nel ricordo di un grandissimo poeta che condivide con De Benedetti il nome, Giacomo Leopardi.

Ho detto all’inizio di queste mie brevi osservazioni che La casa delle finestre sempre accese è un libro necessario, ora mi sembra giusto sottolineare che è anche un libro imprescindibile, almeno per tutti coloro che sono interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo che hanno avuto in Giacomo De Benedetti e in Renata Orengo due grandi protagonisti. E ciò grazie alla ricerca accurata, allo scrupolo storico e alla scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace, di Anna Folli, che ha già pubblicato nel 2018 per i tipi di Neri Pozza Morante Moravia. Storia di un amore.

Un’ultima doverosa osservazione: tutte le case che Giacomo De Benedetti e Renata Orengo hanno abitato, prima a Torino e poi a Roma, sono ben presto diventate luoghi di incontro, di confronto e talvolta di scontro tra alcuni degli artisti geniali e delle più vivide intelligenze del tempo, ma sempre in un’atmosfera di serena, sincera e disinteressata amicizia. Il titolo del libro, però, si riferisce alla casa di Torino, situata tra Corso San Maurizio e Lungo Po Cadorna, che fino a tarda notte con le sue luci accese richiamava l’attenzione dei rari passanti.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

Luca Perrone: “Galleggiamento” (Rivista Quarta Corda)

di Filippo D’Eliso (2020)

Galleggiamento.

Un’opera folgorante partorita dalla mente geniale di Luca Perrone.

Sì, Luca Perrone è una mente geniale. Questo è il mio punto di vista.

Già Elle, pubblicato dalla RPlibri nel 2018, e Vivi e lascia morire, nel 2019 da Infinito edizioni, rivelano una rara capacità di scrittura, niente affatto comune e poco incline a compromessi.

La sensibilità dotata non solo di “capacità sensoriale” ma anche di osservazione e spirito critico, immediatamente individua una risonanza, appunto “essere nelle corde”. 

Non poteva quindi la Rivista Sulla Quarta Corda non prendere in considerazione un’opera letteraria così audace ed originale come Galleggiamento di Luca Perrone. 

Il genio ha varie morfologie per presentarsi agli occhi di chi lo possa considerare. 

Si può essere geniali per delle attitudini, ma anche per quella sorprendente manifestazione di sviluppo del talento. Il grande musicista Arnold Schönberg affermò, con straordinaria intelligenza, che il talento è capacità di apprendere e il genio è capacità di svilupparsi”.

Ricordiamo che “il simile sceglie il simile” ossia il simile entra in risonanza con tutto ciò che gli fa da “specchio”. 

È chiaro che una simile ‘scintillazione espressiva’ produce miracoli culturali e meravigliose con­nes­sioni di crescita collettiva. La Cultura autentica è tutto ciò. 

Luca Perrone manda in risonanza le intelligenze e le sensibilità culturali che lo circondano e che lo seguono attraverso le sue pubblicazioni. 

Ilaria Palomba e Francesco Improta rispondono all’appello interagendo in prima persona all’interno di questa interessantissima operazione culturale che vede la luce grazie alla lungimiranza di una rivista audace e coraggiosa proprio per i suoi scopi di fondazione. 

Tre intelligenze in perfetta sinergia sottolineano l’originalità degli intenti. 

Sfondare il muro di una cultura ormai morta e seppellita, un tempo già agonizzante e quindi indifferente, inutile a garantire consapevolezza e crescita. Una umanità che necessita di una profonda e dirompente scossa atta a tagliar via la stantia e deleteria forma di manipolazione e narcosi indotta a livello globale dal potere, feroce e spietato, che tutto fagocita schiavizzando e falcidiando qualsiasi azione di opposizione, senza alcuna remora.

Prefazione e postfazione trovano nelle attente considerazioni della Palomba e di Improta eccellenti riferimenti e accostamenti letterari e culturali:


Luca Perrone assurge a reincarnazione di Antonin Artaud, con pari capacità di scuotere e sconvolgere lo spettatore/lettore, riesumando nello stesso tempo la bellezza della beat generation e il fallimento dell’ottimismo americano rappresentato magistralmente da Allen Ginsberg e la spregiudicata necessità dell’agire artistico in relazione all’essere l’artefice che dà vita al testo drammatico o poetico che sia, come lo fu per Carmelo Bene. In un intreccio di tesi ed antitesi, si avviluppano esalazioni di Joy Division, Doors, James Douglas Morrison oltre a W. Benjamin, Camus, Nietzsche e Pasolini con la sua Salò oltre a Teorema. Campana, Rosselli, Deleuze e Joyce con la purezza del ritmo che, nella sua catarsi, coniuga la parola in perfetta simbiosi con il titolo dell’“ipnotica, visionaria e allucinatoria” creazione di Luca Perrone. Così anche il non citato Foscolo, in un ciclo perenne di distruzione e di rinascita, di amore e morte in questo scenario sepolcrale entra in una risonanza magmatica con Galleggiamento che, sullo sfondo di un memorabile riferimento all’esperienza di floating per raggiungere l’isolamento e liberarsi da ogni sensazione non più consona al proprio sentire, immergendosi appunto nella vasca di deprivazione sensoriale inventata alla fine degli anni Cinquanta dal dott. John Lilly, si esplica, con 52 strofe di 7 versi ciascuna per un totale di 364 versi, come mantra da recitarsi uno al giorno per un intero anno, condannati come siamo alla totale schiavitù, affermandosi decisamente opera di assoluta novità culturale del nostro tempo.

Strade senza ritorno

di Rita Pacilio

Reinventare l’esistenza dopo una disgrazia, una malattia, una pandemia. Tornare alla normalità aggrappandosi alla vita: sembrerebbe la soluzione più ovvia, scontata. Invece, non è così per tutti.  Per alcuni, la capacità stupenda di ri-cominciare diventa un obiettivo irraggiungibile e così ci si nasconde dietro una nullafacenza di comodo, sia mentale che psicologica. Mi va bene così può celare un pensiero accidioso tale da far immaginare una rassegnazione, un’accettazione. No, peggio. Potrebbe trattarsi di una scelta durissima, distruttiva, rovinosa.

Va bene così, cioè aggirarsi tra le rovine emotive e sociali come un morto tra i morti, potrebbe voler dire che la contentezza intima sia inaridita, sfigurata. Significa che l’entusiasmo per i progetti si affievolisce; che non si avverte più il bisogno di cercare e/o ri-trovare il piacere di esserci in maniera lucida e consapevole. Senza motivazione, è vero, si rischia di camminare all’indietro e di arrotolarsi su se stessi fino ad arrivare all’ultimo passo che fa precipitare ogni pensiero razionale nella devastante vicenda del vuoto. Vuoto inteso come scollamento dal reale, dal desiderio e, quindi, dalla realtà. Vuoto che vuol dire anche passività, perdita della sensibilità: sensibilità che sembra non appartenerci più, che non serve più, in cui non ci si riconosce abbastanza. Le energie positive e costruttive potrebbero cedere il posto all’indifferenza.

La scelta di smettere di sognare diventerebbe privazione del quotidiano riconoscimento dell’identità: lasciarsi andare poco per volta e i segnali – ci sono sempre segnali che preparano la fine – potrebbero non essere giudicati o presi in considerazione perché, a volte, troppo ostentati. A questo punto cosa accade dentro di noi? Dopo aver preso la decisione di spegnere definitivamente la lanterna valoriale della coscienza, il danno non potrebbe essere più riparato e potrebbe alimentarsi una nuova tipologia di aspirazione, quella autodistruttiva. Infatti, le droghe, l’alcool, i farmaci diventano sempre più frequentemente, i riferimenti mitizzati con cui è possibile raggiungere velocemente il buio più profondo, quello in cui si riesce a domare anche la genialità dell’estro, la fantasia, l’idea della felicità.

Chiudere gli occhi alla comunicabilità con la gioia e con la speranza porterebbe a esaltare l’altra faccia della medaglia, cioè il male estremo fino al dolore macabro: ambire a un profilo deforme non solo per cercare di sparire per sempre, ma, addirittura, per suscitare curiosità, sentirsi finalmente interessanti, soggetti da studiare e ricordare? Imitare i dannati e la loro dannazione potrebbe essere un obiettivo preciso e premeditato? Certamente una discesa agli inferi, una strada senza ritorno: la sfida con il risparmio esistenziale con lo scommettere la propria presenza nella vita. Si potrebbe approfondire e trovare una giustificazione con Dante, Nietzsche, Kafka, Jung, Barthes, ma non ci sono vie di uscita o di scampo quando si chiude il discorso con il mondo e l’esistenza.

La fatica del ricordo di Filippo D’Eliso

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di Filippo D’Eliso

Estratto del racconto:

[…] Le guardava gli occhi. Taceva. Sembrava respirasse il momento. Lo assaporava come un’ostia consacrata. Era felice. E lei si sentiva a suo agio senza preoccuparsi di essere giudicata. Disse: «Non ti dimenticherò mai!» e gli modellò con una graffetta un cuore di metallo. Glielo appuntò sul taschino. Lo abbracciò a sé. Lo baciò. Fecero l’amore. A lungo, con dolcezza. Poi rientrarono. […]

Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 20

Codice ISBN: 9788885781405


Recensione a cura di Francesco Improta

Recensione a cura di Vincenzo Postiglione