Sciara tagliente di Rossana Nicotra

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di Rossana Nicotra

Notizie bibliografiche:

Da sempre uno dei principali cardini della poesia è il sentimento amoroso. Solo l’amore (che sia per un altro essere o per la propria terra o finanche per l’esistenza stessa) spinge l’essere umano a indagare l’ignoto e la bellezza. E quando l’amore si fa carne, abbandono, elegia, come anche stratificazione dell’esperienza, ecco che la poesia accade nella sua più viva purezza. È il caso di quest’opera prima di Rossana Nicotra, dall’affascinante titolo Sciara tagliente (titolo che gioca mescolando dialetto siciliano e italiano, artificio che avviene tra l’altro anche in rare ma particolari e specifiche poesie del libro), dove il canto di un amore lontano e indefinito compone una poesia giustamente lirica che in alcuni casi si staglia in un certo barocco primitivo, così come si fa anche, in altri componimenti, più den- sa e appunto tagliente, risultando però sempre vulcanica, come la sciara (lava in siciliano) che in queste pagine scorre magmatica sottotraccia come un fiume che porta l’autrice verso una propria poetica della radice come unica e sola possibilità di salvezza. […]

dall’introduzione di Antonio Bux

Chiaro è l’odore

nel disteso telo

di stelle
sul nero ruvido

di lave

dei limoni alla penombra.

Rossana Nicotra è nata alle pendici dell’Etna nel 1981. Vive in Piemonte dove svolge il lavoro di insegnante in una scuola primaria. Ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali ottenendo dei riconoscimenti. Alcune sue poesie sono state pubblicate in antologie. Sciara tagliente è il suo libro d’esordio.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 60

Codice ISBN: 9788885781573


Alcune poesie tratte da Sciara tagliente selezionate e pubblicate da “Avamposto – Rivista di poesia”

Recensione di Sciara tagliente a cura di Giovanni Sepe

Come pagina bianca di Alberta Tummolo

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di Alberta Tummolo

Notizie bibliografiche:

Nasce da un’urgenza espressiva, questa raccolta di poesie di Alberta Tummolo, e lo si avverte dal timbro energetico della voce che sempre, anche quando risulta più intimo, ci appella in prima persona. Il titolo, Come pagina bianca, è già di per sé un’enunciazione di intenti: pagina bianca nel senso di opportunità, di possibilità di iscrivere nuovi segni, di immettere nuove energie e conoscenze, di aprirsi al nuovo.

Lo dimostrano in forma esemplare le tre sezioni in cui si articola la raccolta: Non è un vuoto, Rifiuti, Minuscoli dialoghi, proprio perché, al di là delle diverse scelte contenutistiche ed espressive, ciò che le unisce è la vocazione – attualmente così poco coltivata – all’attenzione e all’ascolto, vera premessa del cambiamento.

Non è un caso che la costellazione di immagini prevalente nella prima sezione si disponga intorno al cambiamento nelle sue molteplici accezioni: lo scompaginamento di vecchi equilibri, il desiderio di utilizzare vecchi tasselli per costruire nuovi mosaici, il movimento delle nuvole, la perpetua espansione dell’universo, la navigazione in mare aperto, il viaggio, l’apertura di nuovi percorsi. […]

dalla prefazione di Maria Vittoria Vittori

***

Pagina bianca

Un’attesa,

incompiuto

gesto d’amore,

amore lontano

che echeggia

Bianca leggerezza

imperturbabile

tutto accogli

come madre

e quest’inchiostro

d’immagini care

filo narrante
cui aggrapparsi

naufraghi
nel mare in tempesta

per tornare
a prendere il largo

Alberta Tummolo nasce a Colleferro (Roma) nel 1961, dove vive e lavora come insegnante di Lettere. Nel 2007 pubblica la silloge poetica Immersioni presso Aletti Editore, segue nel 2013 la seconda silloge poetica Di ago e di filo per Giulio Perrone Editore, collana L’Erudita. Tra il 2016 e il 2018 è ideatrice e curatrice di diverse mostre d’arte: Immersioni tra poesia e fotografia (presso Rifugi antiaerei di Colleferro – Roma); Viaggi tra poesia e fotografia (presso Museo del treno – Colonna – Roma); Scatti di – versi. Multiculturalità e diversità (presso Sala Konver Colleferro – Roma e Serrone – Frosinone).


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 68

Codice ISBN: 9788885781559

Rita Pacilio: “Pretesti danteschi per riflettere di sociologia” (Guida Editori, 2021)

di Filippo D’Eliso (2021)

Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (Guida editori, 2021, €14) è un libro trasversale.

Rita Pacilio traccia, dal proprio centro di osservazione, 20 raggi omnidirezionali e dimostra una serie di teoremi concernenti argomentazioni che fanno parte non solo del proprio bagaglio di esperienze, ma dispiegano tesi che riguardano la società, ossia un insieme di individui, artisti e non artisti inclusi, in relazione tra loro.

Senza racchiudersi e né chiudersi in mera sociologia, terreno per addetti ai lavori e di cui l’autrice ha specifica competenza per le innumerevoli attività che svolge, qui a mio avviso, con occhio attento e sensibile è in primis la poetessa a parlare e ogni suo sguardo, avendo per ipotesi un verso o pensiero di Dante ossia un pretesto, indica ai lettori una via possibile di redenzione alla stessa stregua dello stesso Dante con la Divina Commedia.

Il primo pretesto è pubblicare nel 2021. Autori ed Editori sono molto motivati a pubblicare sotto l’azione di una ricorrenza in quanto è un momento di forte condivisione e compartecipazione e tutti ne traggono un reale beneficio. La ricorrenza, come ogni rituale, assurge soprattutto ad azione di concepimento metabolizzando la vita stessa a far da pretesto: non si può non citare cosa abbia passato, ad esempio, Jean-Luc Godard con Je vous salue, Marie, film del 1985 prosciolto integralmente con la motivazione di aver attualizzato il mistero e il dogma dell’Immacolata Concezione partendo dallo spunto offerto dalla lettura de I vangeli alla luce della psicoanalisi di Françoise Dolto, nota pediatra e psicanalista francese. In sostanza, è il voler mettere a nudo il mondo a scandalizzare e ogni pretesto spesso diviene oggetto inquisitorio.

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna, ultima tappa del suo lungo esilio, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 ed è impossibile esaurire le tematiche che il sommo poeta offre al mondo per genialità e completezza di vedute. Basti pensare ai profetici versi 22/23/24 del XVII Canto del Paradiso: dette mi fuor di mia vita futura / parole gravi, avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura…

In sintesi, non è possibile eludere Dante in Letteratura come non è possibile eludere Bach in Musica.

Ma cosa c’entra Bach? Semplice: è un pretesto! E a maggior ragione bisogna esser tetragoni assolutamente! Confrontarsi con Dante oggi è come voler toccare i fili dell’alta tensione illudendosi di voler rimanere indenni da una immediata folgorazione.

Il termine  pretesto è di una forza quasi inestimabile e il quasi è solo nell’assurdo, tenendo presente che i termini absurdus, stonato, surdus, sordo o absŭrdu(m), dissonante, indicano una contrologica, che, per azione contraddittoria, genera da un lato un senso di ridicolo e quindi di annientamento – vedi chi trova nell’operazione stessa una difficoltà di accettazione o predisposizione all’ascolto – e dall’altro, un senso di creativa illuminazione in un atteggiamento altamente risonante alle possibili connessioni e agli agganci alla cultura del momento, ossia del calarsi nella realtà del proprio tempo. Mi sovviene Stéphane Mallarmé con Un colpo di dadi mai abolirà il caso, il suo voler carpire i legami segreti che tengono unite le cose, una realtà pregnante che gradualmente lascia il posto all’assoluto. Ma anche Carlo Gesualdo da Venosa che con i suoi madrigali esprime uno stato d’animo che richiama alla mente un Caravaggio ante litteram in quanto gli stessi testi del Tasso, unici ad avere valore letterario, furono sostituiti da brevi testi personali che assurgono a pretesto per fare musica caratterizzata da una intensa espressività e ricerca.  

Così con questa pubblicazione, unica nella collana Guida Editore a esser presente in relazione a Dante, Rita Pacilio offre al lettore una possibile apertura al valore in sé della connessione esperienziale, personale oltre che collettiva, con la vita stessa. L’originalità dell’operazione è proprio nella mancanza di pretenziosità e sia l’Editore che l’Autrice agiscono utilizzando l’azione della pretestuosità come elemento neutro, posto tra azione e reazione, fulcro privo di forza storiografica, perché di Dante e della sua epoca in 700 anni si conoscono vita, morte e miracoli e qualsiasi riferimento, come fonti e note, non fanno testo, anzi risultano roba di scarto.

Le argomentazioni scorrono discorsive toccando uno dopo l’altro punti di riflessione in cui il lettore è invitato a compiere l’operazione di mettersi all’ascolto dell’altro e di sé stesso, stabilendo con i versi un codice comunicativo quasi parossistico ed estremo che va oltre il significato letterale/letterario/retorico.

Operazione niente affatto semplice in quanto si invita il lettore a un giudizio motivato che, per essere espresso, necessita del prerequisito della lingua, appunto il codice. D’altra parte, essendo il testo poetico polisemico, vige il principio di indeterminazione dove sebbene il significato di base possa essere generalmente concorde, ogni lettore, proprio in relazione alla cultura e sensibilità che lo denotano e connotano, ci ritrova qualcosa sempre di nuovo o divergente.

È chiaro che il pretesto ha la stessa forza di un frattale: si ripete nella sua stessa forma su scale diverse e allo stesso tempo con proprietà di correlazione e autocorrelazione.

In parole povere, un pretesto genera pretesti in una libertà d’azione tipica della capacità artistica dell’arte di fagocitare arte: punto di fuoco dell’intero lavoro della Pacilio.

Gli argomenti trattati sono correlati come in una matrioska senza la pretesa di esaurire le potenziali e infinite connessioni espresse dall’uomo nelle sue molteplici azioni sociali.

Si potrebbe pensare che il poeta sia il cuore dell’intero discorso con la sua voce di pascoliana memoria che denota e connota e, calato nell’interazione del vivere, può aprire varchi ai sensi di colpa, alla vergogna, all’idea di morte, alla psicosi o aprirsi all’altruismo e alla percezione profonda fino a calarsi nell’arte con la capacità di risucchiare in sé il passato e rendere visibile il futuro o fondersi col proprio simile toccando persino la crisi come indice supremo di scelta dove, coppia o rapporto genitoriale che sia, la donna in quanto femmina è attrazione di opposti e centro motore dell’intero sistema propulsivo della vita.

Pitagora, padre dell’acusmatica, e Kandinskij padre dell’astrattismo, aprono il varco alla spiritualità. Illusione e sostanza si compenetrano in una relazione solvente-soluto come chiarezza e oscurità si relazionano in assenza e mancanza. In questo gioco di ombre il poeta si erge e rivela il logos dell’anima, ne assorbe la malattia lì dove P.P. Pasolini canterebbe le lodi dell’amare, perché solo l’amare conta. L’amore è doping: estasi o possessione che sia è in grado di scardinare ogni tentativo di resistenza alterando qualsiasi stato della coscienza e mettendo in atto l’arte del ricevere come condizione fondamentale della saggezza che ritorna alle proprie origini.

Avremmo bisogno di vecchiaia autentica e vera, quella che non cade sotto i colpi dell’oblio e con sapienza veda oltre la schizofrenia e il suo linguaggio creativo, oltre il vuoto e le sue possibili vie senza uscita e senza ritorno. Così come la voce non mente, le emozioni possono essere ascoltate, se solo si scorga con intelligenza e consapevolezza, l’infinita bellezza della luce, quella cercata da Goethe, quella trovata da Dante.

Rubrica Hestia*: le segnalazioni di Rita Pacilio

a cura di Rita Pacilio

  • Il romanzo familiare di Pierfrancesco Leopardi di Raffaele Urraro (Olschki, 2020)
  • Poesie (2020 – 1997) di Vittorino Curci (La Vita Felice, 2021)
  • Camera oscura di Paolo Ruffilli (Garzanti, 1992)
  • Non ho mai finto di Monia Gaita (La Vita Felice, 2021)
  • Maiser di Fabiano Alborghetti (Marcos y Marcos, 2017)
  • Platero y Yo di Juan Ramon Jiménez (a cura di Lamberto Fabbri – Versione Davide Rondoni – Tavole Roberto Pavoni per “I quaderni del Circolo degli Artisti)
  • Quello che non so di me di Antonietta Gnerre (InternoPoesia, 2021)
  • Conversari di Alfonso Guida (‘round midnight edizioni, 2021)
  • Dove inizia l’amoreUn viaggio nella Vita Nova di Dante di Melania Panico (CartaCanta, 2021)
  • Città in miniatura di Alessio Brandolini (Fili d’Aquiloni, 2021)
  • Inchiesta sulla poesia di Lorenzo Spurio (PlaceBook Publishing, 2021)

Dai saggi ai versi e ai libri d’arte fino ad arrivare alle inchieste sulla poesia: ecco che ci troviamo di fronte a una equazione possibile in cui le ipotesi del processo poetico coincidono con quello conoscitivo. I libri che segnalo in questo spazio dedicato alla lettura per la primavera/estate 2021 aprono a considerazioni teoriche in cui i diversi campi lessicali ci coinvolgono anche sul livello metaforico. La parola diventa designazione vera e propria di gioco intertestuale consapevole e profonda manipolazione dei fenomeni i cui dettagli sono espressi per analogia tra realtà relativa, fisica/materica, e descrizione visionaria. Buona lettura. rp


* Hestia è la dea greca a cui era dedicato il centro dell’abitazione – il luogo dove veniva condotto l’ospite – e dove ardeva il fuoco che con le volute del suo fumo congiungeva terra e cielo.

Sogno la direttiva di Roberta Sirignano

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di Roberta Sirignano

Notizie bibliografiche:

[…] In definitiva, il risultato di un’opera così straniante probabilmente è la deriva dell’essere contemporaneo, in quanto preda di un linguaggio che da tempo ha perso il suo valore primitivo. Ed è forse questo il monito più tragico nell’opera della Sirignano: che il dire non più spaventi cambiando il sentire nella vita di tutti i giorni, ma che, invece, si adegui alla sua sostanza più quotidiana. Ed ecco, allora, che il sogno di una direzione si fa poesia, evocazione, richiesta spasmodica e plasmante di un linguaggio detonato e al tempo stesso disperatamente lucido e sorgivo. […]

dalla introduzione di Antonio Bux

Se i luoghi senza coraggio abbaiano

quando si silenziano ti ascolto

abbaio io alla luce
si infila lenta mi infila lenta

come plastica di forma imperfetta
ma armonia a seguire dalla striscia luminosa

Roberta Sirignano (Roma) è autrice di testi sperimentali e di poesia visuale. Si occupa inoltre di arte attraverso la produzione di opere realizzate con tecnica digitale. Ha pubblicato, tra l’altro, Un minuto dopo l’esplo- sione della luna (Edizioni La Gru, 2012); Il Portone – fixing/my/tender/mind (Augh Edizioni, 2017); La catena di montaggio della mente. Racconti obbligati (Edizioni Ensemble, 2019). Nel 2019 un suo racconto inedito, La mistica della post-produzione, ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano. Sue opere di arte digitale e fotografiche e alcuni testi poetici sono stati pubblicati su riviste cartacee e online.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 60

Codice ISBN: 9788885781504


Recensione di Sogno la direttiva a cura di Francesco Muzzioli

Sogno la direttiva entra nella classifica di qualità stilata da “L’Indiscreto” per la Sezione Poesia del mese di maggio 2021

Adolescenti vezzi alfanumerici di Gabriele Sebastiani

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di Gabriele Sebastiani

Notizie bibliografiche:

[…] Ed è così che questo canzoniere si perpetua per lo scorrere della prima sezione in forma di pseudo sonetti, tutti composti da una doppia sestina; nella seconda sezione vi sono invece le poesie più libere e dal respiro generosamente più ampio. I temi (e sono i temi di sempre: lo scorrere del tempo, il rapporto uomo/natura, l’amore e l’integrazione col reale, ecc.) sono trattati talvolta con arguzia e con toni ironici, altre volte invece una lucida patina elegiaca torna in superficie e ci mostra l’anima più profonda dell’autore. Ed è così che la maniera diventa pretesto per dare forma al sentimento più sincero che permea l’intera raccolta, ovvero quello stupore di sentirsi eterni adolescenti, quasi disadattati a questo mondo, ma innamorati a tal punto del mondo da volerne dire, e in questo caso poeticamente, la bellezza ma soprattutto la sua primordiale vanitas.

dall’introduzione di Antonio Bux

Forse una sera uscendo, a tarda notte

nei vicoli di un bar, parrà già giorno

chiaro contorno amico e furibondo

di noi che ci vogliamo troppo bene

in fondo per affliggerci; e se ti amo

non lo nascondo più nulla contando.

Ma intanto sulla sponda di gennaio

buio si appresta ad annebbiare passo

lo stesso avvolto metro di conquista

di chi, sparando a vista, grida varco.

Zitto contratto una seconda chance,

privi dell’ansia di voltarci, amiamoci.

Gabriele Sebastiani è nato nel 1991 e risiede a Velletri (RM). Nel 2015 si laurea in Filo- logia Moderna all’Università “La Sapienza” di Roma, presentando una tesi intitolata Milo De Angelis: Quell’andarsene nel buio dei cor- tili. Dalla fine all’origine di tutto. Sempre del 2015 è la pubblicazione del suo primo vo- lume di poesie, Abbozzi del fanciullo senti- mentale (Lepisma Edizioni, Premio Tredici). Alcuni suoi interventi critici e testi poetici sono apparsi su riviste e blog come «Poeti e Poesia», «Polimnia»; «Locomotiv», «Poesia ultracontemporanea».


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 100

Codice ISBN: 9788885781511


Ma tu, tu sei la pianta di Claudia Olivero

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di Claudio Olivero (illustrazioni di Lodovica Paschetta)

Prendi me a bottega:
così indefinita – traccio vene

profili che sfuggono –

aprendosi immense
sul bianco vuoto: fessure

inappropriate. Dirigi
la mia mano
che più non sia mente
né corpo – e sola sappia

creare il silenzio
o qualche sua piccola scintilla.

Claudia Olivero, insegnante torinese, conosce l’illustratrice Lodivica Paschetta in ambito lavorativo e tra loro si instaura subito un feeling artistico. A seguito della Laurea in Lingue e Letterature Straniere, le viene conferito il Premio Grinza- ne-Cavour sezione tesi di laurea, per la sua tesi intitolata Cesare Pavese e Thomas Mann tra empatia e mito-incidenze. Pubblica alcuni articoli su riviste letterarie di settore, sia in Italia, che all’estero. Traduce. In ambito poetico, esordisce con la silloge Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali, Brè editore. E’ co-fondatrice del Tinello poetico, progetto di di- vulgazione poetica.

Lodovica Paschetta nasce a Moncalieri (To), dove vive e lavora come insegnante. Si è avvicinata alla pittura nel 2011, con la pubblicazione della favola per bambini I figli delle nuvole per Re.Co.Sol, un’associazione di aiuto a Paesi ad alta povertà. Dal 2012 è un susseguirsi di eventi importanti per la sua car- riera artistica: mostre personali, partecipazione alla Biennale Città di Torino, Saluzzo Arte, Open District Torino e Camo – Un museo a cielo aperto. Tiene laboratori e ha realizzato un mu- rale presso l’Istituto Comprensivo Barruero di Moncalieri (To). Il Colectivo Arte en la Escuela di Montevideo (Uruguay) l’ha omaggiata di un murale, tratto da una sua opera. Collabora alla realizzazione del prestigioso marchio Queriot Civita di Milano”.


Prezzo copertina: euro 10,00 9,50

Pagine: 32

Codice ISBN: 9788885781481


Nota di lettura su Ma tu, tu sei la pianta sul blog “Poetrydream”

Alcuni testi tratti da Ma tu, tu sei la pianta su “Yawp” a cura di Sara Comuzzo

Recensione di Ma tu, tu sei la pianta su “Transiti Poetici”

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Il censimento della poesia dirompe nei … Transiti poetici di Giuseppe Vetromile

di Rita Pacilio

Le Antologie pubblicate in formato digitale sul blog Transiti poetici da cui prendono il titolo, curate da Giuseppe Vetromile, poeta, critico e operatore culturale, hanno raggiunto la ventiduesima Edizione. L’idea progettuale è nata nell’anno duemilaventi durante il confinamento causato dalla pandemia da Covid19, quando la modalità virtuale è diventata l’unica possibile tipologia di comunicazione per sopravvivere all’isolamento.

Non è stato facile per Giuseppe Vetromile, persona che vive di contatto fisico e di aggregazione, componenti fondamentali per lo scambio e il confronto, rinunciare alla presenza umana e spirituale di autori /amici e di anime che diffondono e sostengono la poesia. Calato completamente nel respiro del mondo, Vetromile non può fare a meno di cogliere ed evidenziare il battito primitivo come dato sensibile della percezione dell’esistenza. Per questo motivo, la sua coscienza critica fa esperienza di riflessione estetica ed etica incontrando i molteplici paesaggi umani attraverso elaborazioni di pensieri e linguaggi essenzialmente simbolici.

Il suo lavoro di inclusione, genuino e scevro da giudizi personali, si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e internazionale (a tal proposito sono stati dedicati Volumi di Transiti poetici alla poesia straniera, alla poesia napoletana, alle voci poetiche emergenti e ai poeti scomparsi) risultando un certosino approfondimento sociologico in grado di rilevare lo stato della scrittura poetica del nostro tempo.

L’originalità e l’importanza di questa coraggiosa e ardua iniziativa culturale intrapresa da Giuseppe Vetromile – Quando ho iniziato non credevo andassi incontro a un lavoro così elaborato e capillare, forse infinito …, testualmente – consiste nel continuare ad abitare l’animo umano con meticolosa cura anche nelle introduzioni e nella scelta tematica dei Volumi, – alcuni dei quali dedicati alla figura femminile e alla giornata mondiale della poesia -, realizzando un accurato censimento della poesia contemporanea.

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.