Lucrezia Maggi: “Come nel Ventre di una Madre” (Scatole Parlanti Edizioni)

di Francesco Improta

Mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo, luci fredde e azzurrognole penetravano come punte di spilli incandescenti attraverso le garze che mi coprivano le palpebre. Odori sgradevoli colpivano il mio olfatto mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Inizia così l’ultimo libro di Lucrezia Maggi, scrittrice e promotrice culturale tarantina, che, nella sua poliedrica attività, oltre ad aver pubblicato diverse opere di poesia e di narrativa, ha ideato e fondato il Premio letterario Città di Taranto, giunto ormai alla quattordicesima edizione.

L’incipit ex abrupto, riportato sopra, ci catapulta al centro di un dramma e ci mette di fronte a quello che è, senza ombra di dubbio, il tema principale del libro: il dolore, declinato in diverse forme dalla morte di cancro del giovanissimo fratello di Tommaso, alla rottura della relazione, che sembrava solida e inossidabile, di costui con Nora, alla perdita della madre della protagonista, in cui si riverbera il dolore non ancora metabolizzato dall’autrice per la scomparsa della sua amatissima genitrice. Non è un caso che il romanzo si apra nel pronto soccorso di un ospedale, ricettacolo per antonomasia del dolore e della disperazione, dove viene ricoverata la protagonista in seguito a un grave incidente automobilistico. Un ospedale descritto in piena attività: medici e infermieri affaccendati, parenti in apprensione, macchine che funzionano a pieno regime, monitor illuminati, aghi in vena e flebo che distillano gocce di farmaci e di speranze. Subito dopo, un’esperienza extrasensoriale porta la protagonista a fluttuare in un limbo e le consente illusoriamente di riabbracciare la madre da cui, pur essendo ormai morta da tempo, non riesce a staccarsi completamente.

Riassumere la trama di questa storia mi sembra decisamente complicato e, comunque, non gioverebbe al lettore che si vedrebbe defraudato del piacere della lettura e della scoperta. Mi sembra tuttavia doveroso rilevare che la storia non procede in maniera lineare ma attraverso analessi, ellissi e slittamenti spazio-temporali; è la memoria involontaria e intermittente, determinata dalla condizione di coma in cui versa la protagonista, che si sente protetta come nel caldo ventre della madre (da cui il titolo), a far emergere come flash improvvisi ricordi o brandelli di ricordi.

Accanto alla protagonista, Eleonora Nardini, ricoverata in sala rianimazione dell’ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, si muovono, vicine o lontane, tre figure maschili: Fabio il figlio diciassettenne, che non ha mai conosciuto il padre, Tommaso Caponio, laureato in scienze infermieristiche, che dopo la morte tragica del fratello aveva deciso di dedicare tutta la vita agli altri, assistendo prima i malati di tumore e poi, deluso da certi comportamenti di alcuni oncologi, che volevano per sé tutta la scena, si era fatto trasferire prima in chirurgia e poi in terapia intensiva. Egli era fermamente convinto della centralità del malato, che aveva bisogno non solo di farmaci o di visite frettolose da parte dei primari ma di cure e attenzioni costanti, di sorrisi e gentilezze perché il corpo non può guarire se non si interviene anche sulla psicologia del degente. Tommaso che ha avuto in passato una bella storia d’amore con Nora, è il padre di Fabio ma non lo sa, anche se a livello epidermico si stabilisce tra i due un’intesa profonda. La terza figura maschile, legata alla protagonista non da amore ma da una frenesia dei sensi, è Dagoberto Roio che, per stessa ammissione della Maggi, discende da Bar Blu Seves, un romanzo di Cosimo Argentina. Giornalista di professione, Dago è un uomo inquieto e insoddisfatto; vorrebbe evadere dalla prigione, senza sbarre e senza guardie, in cui si sente segregato, odia, infatti, la vita di provincia e la sua insignificante attività di redattore nel piccolo giornale cittadino. Fondamentalmente scettico, finisce col contraddirsi continuamente, nutre nei confronti dei suoi simili un atteggiamento ambivalente di odio e amore (Gli uomini potrebbero brillare ma s’infognano. Potrebbero essere e non sono). Ama le anime inquiete e tormentate come la sua ma è attratto dalle anime pure, quelle che non sono perfette ma che vivono in maniera chiara e cristallina e che affrontano a viso aperto, con coraggio i propri demoni. Non crede nell’amore, nelle relazioni a lungo termine, ma nella passione ardente come esperienza massima, sublime. È un uomo perennemente in fuga, non a caso spesso va a Milano In cerca di ossigeno e di un lavoro più gratificante. Alla fine, però, si rivela un uomo opportunista e ambizioso che finisce col sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

La vera protagonista della storia, che catalizza su di sé i sentimenti degli altri personaggi e le attenzioni dei lettori, è Nora, una donna forte, volitiva che è riuscita a crescere con pazienza e tanto amore, da sola, il figlio Fabio, senza rinunciare a quell’idealismo di fondo che le era sempre stato rimproverato dal padre. Nora è una di quelle donne che si svegliano a metà e rimangono eternamente appese ai sogni. Laureata in sociologia, combatte alcune battaglie civili e politiche di grande spessore come la malasanità e il femminicidio due piaghe sociali, a cui non si riesce (o non si vuole?) porre rimedio. Della malasanità Lucrezia Maggi aveva già parlato in termini di aperta denuncia nel lucido quanto sofferto pamphlet del 2013, Prima che il tempo ne cancelli le orme, vero e proprio diario dell’odissea vissuta da lei e dai suoi fratelli, allorché la madre era stata ricoverata in una struttura sanitaria carente a livello igienico e inefficiente a livello medico. Sballottolata da un ospedale all’altro nel giro di una ventina di giorni aveva concluso la sua esistenza terrena fra il dolore e la rabbia dei suoi familiari. Una sorte analoga tocca ad un’altra ricoverata in terapia intensiva, nella stessa sala in cui si trova Nora, trasferita lì da un ospedale dell’entroterra, dove dopo un secondo intervento chirurgico, forse non necessario, le sue condizioni erano peggiorate a tal punto che la paziente era diventata un problema, una patata bollente da restituire a Taranto – questo il succo del dialogo sottovoce di due infermiere.

Ancora più esplicita la condanna del femminicidio e di tutte le altre forme di violenza fisica, verbale, psicologica nei confronti delle donne ed è questo l’argomento del libro che Nora, in quanto sociologa, stava scrivendo non solo per chiarire a sé stessa e agli altri i termini, le cause e le implicazioni di questo drammatico fenomeno ma anche per cercare di placare la propria rabbia e la propria inquietudine. C’è in Nora, accanto a questo interesse concreto per il sociale una indiscutibile sensibilità artistica che la spinge a visitare la grande mostra di Chagall a Milano; al pittore russo, naturalizzato francese, Nora si sente vicino per la capacità di Chagall di trasmettere, attraverso colori vividi e brillanti, felicità, ottimismo, positività e quel tanto di fiabesco e di onirico che è nella cultura russa e nel suo animo.

non ricordando più di che cosa è fatta la felicità, la purezza di una mente priva di pensieri che è capace solo di sentire, odorare, guardare ed esistere. A volte desideravo essere un arcobaleno per poi disciogliermi e diventare un unico grande colore, pur sapendo di non poterci riuscire, non essendo quella la mia natura.

Nella quarta di copertina – che tra l’altro è molto bella con quel braccio teso a chiedere aiuto o a reclamare attenzione – si legge testualmente: “Come nel ventre di una madre è una storia di attese, speranze e lunghi silenzi”, ma è anche una grande storia d’amore a cui Tommaso è costretto a rinunciare dapprima per il sormontare di un problema drammatico e inaspettato, la malattia del fratello, e poi per la difficoltà di elaborare il lutto. Un amore infranto, deluso che cova sotto la cenere e potrebbe tornare ad accendersi.

La scrittura, che si avvale di focalizzazioni differenti (omodiegetica ed eterodiegetica) e di frequenti ellissi che servono a sfumare i caratteri e a evitare derive sentimen­talistiche, è chiara, nitida e incisiva soprattutto nel cogliere le complesse dinamiche psicologiche e le ragioni del cuore. Mancano descrizioni paesaggistiche – gli unici paesaggi descritti sono quelli interiori – e i dialoghi sono ridotti al lumicino, ma la scrittura conserva intatta la sua forza, graffiando la pagina e la sensibilità o la coscienza del lettore, come risulta da questo brano con cui vorrei concludere le mie osservazioni.

Viaggiavo con la mente, del resto non potevo far altro che quello. Lungo il tunnel in cui mi trovavo inciampavo in quelli che erano i miei ricordi, li inseguivo, li acchiappavo, me li tenevo stretti, erano la mia vita, il mio passato. Era necessario che me li riprendessi. Ero andata a cercarli, a stanarli nei luoghi bui della memoria, e loro erano emersi più vivi che mai, colpendo tutti i miei sensi. Gli avevo dato la caccia, allertando ogni parte di me per farli riaffiorare. Non si erano fatti pregare.

Basta rispettare una balena …

di Luigi D’Alessio

Basta rispettare una balena lunga 35 metri.

Accarezzarle la testa e dalla ruvida pelle

parte un brivido lungo 35 metri

fino alla coda che gioisce.

Passa da una parte all’altra della piccola barca

senza sbagliare il centimetro che la capovolgerebbe.

C’è una tartaruga, una morfologia umana: di sicuro

nei suoi anni incontrò Darwin.

Basta saper avvicinarsi a uno scimpanzé,

il gigante da far paura prende cognizione

di sé da una fotografia.

Basta aver letto di antropologia e una tribù

considerata inesistente, un eccesso letterario

dei gesuiti del 1600, ti accoglie e si fa fotografare.

Sono esempi del risultato di rispetto verso chi è

considerato “l’altro”.

 

Basta osservare i bambini, le maternità… No.

Bambini morti, lavati con l’esigua acqua

per sopravvivere, al fine di preservare l’anima nell’aldilà.

Bambini atrocizzati dal concetto di territorio,

di straniero, di “suolo sacro”, di economia,

cioè  la somma della parola razzismo.

 

Sebastian Salgado parla con Wim Wender,

una domenica su Rai5. Mostra l’inferno sconosciuto.

Che capillare trova una fessura, e arriva a noi,

bandito da un concetto di appartenenza:

a casa nostra dobbiamo esserci solo noi,

casalinghi del nostro suolo.

Alcune sono immagini mai viste, mai pubblicate,

di una fame, di una violenza subita, divisa o unita a noi

dal mare più antico della civiltà.

Ho pensato a un versetto poco conosciuto di Matteo,

Sottile, si direbbe sovvertitore: Tutto quanto volete

che gli uomini facciano a voi, pure voi fatelo a loro.

 

Mi è venuto in mente da italiano costretto

a osservare la commistione tra cristianesimo e politica.

Non è scritto, Non fare agli altri ciò che non volete

che gli altri facciano a voi. Non è una formula parallela alla Legge:

può essere violata, benché il non uccidere o non rubare,

abbia implicita la pena.

Matteo supera la Legge: se abbiamo “sbagliato” e proviamo

vergogna, vorremo che qualcuno ci avvicinasse con pietà,

non ci facesse sentire portatore del male.

 

Il versetto è imperativo: bisogna agire nei confronti dell’altro

come vorremmo fosse fatto con noi quando siamo nel dolore,

o vittime ma non dei nostri errori.

Il divieto del Non fare agli altri ciò che … è obbligatorio,

può limitare il male.  È accostato alla Legge.

Matteo ci pone a tu per tu non col divieto istituzionale,

ma di fronte alla nostra cosciente intelligenza.

Uomini che sanno perseverare al rispetto

della specie cui apparteniamo.

 

Letture: Salgado, Matteo 7/12, Natoli, Mancuso, Quinzio.

Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
Blogger – Web Content Editor Redattore House Organ
Inviato Convegni e Manifestazioni
European News Agency
Reporters.de
AgoraVox.fr
Eurasiaticanews
Vice Capo Redattore e Responsabile Settore Cultura IL PREVIDENTE CISL FP

Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)

Rita Pacilio: “La Venatura della Viola” (Ladolfi Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

Rita Pacilio, scrittrice, sociologa, collaboratrice editoriale, si presenta all’attenzione di pubblico e critica con un libriccino di poesie che è una vera e propria dichiarazione di poetica, un tentativo, perfettamente riuscito, di restituire alla parola la sua purezza primi­genia e al proprio cuore un po’ di dolcezza e di serenità. E tale intento è esplicitato in maniera chiara e inequivocabile dallo stesso titolo, La venatura della viola, dove non a caso viene scelto tra i fiori il più umile, il più delicato ma anche il più resistente la viola che ha una sua precipua simbologia e anche una sua storia letteraria: viene citato da Shakespeare nell’Amleto tra i fiori che Ofelia offre al fratello. È il fiore degli innamorati e di chi si vuole bene e trasmette sempre un messaggio positivo: “pensami perché io ti penso” e infatti, secondo una vecchia leggenda di origine francese, nei suoi petali si può riconoscere addirittura il volto della persona amata.

Anche nella lettera ai lettori, in cui la Pacilio riprende quell’abitudine di rivolgersi direttamente al suo pubblico e che giustamente Filippo D’Eliso in una sua nota a questa raccolta di poesie, parafrasando George Perec, definisce La Poesia: istruzioni per l’uso, si accenna a questa ricerca di semplicità e di essenzialità in un mondo sempre più caotico e assordante che c’impedisce di ascoltare le voci più autentiche della natura e del nostro io più profondo.

Leggendo le sue poesie ci si accorge che la Pacilio si muove tra Giovanni Pascoli per l’elogio delle “piccole cose” (per dirla con Benedetto Croce) e per il simbolismo che in esse si annida e Francesco Biamonti per l’esigenza irrinunciabile di contrapporre al fastidioso, volgare e banale chiacchiericcio dei giorni nostri la purezza aurorale del linguaggio, quando le parole erano musica, senso e scoperta stupefatta del mondo. Non a caso Biamonti in un’intervista rilasciata alla fine del secolo scorso disse testualmente: “Il nuovo millennio o sarà fondamentale o non sarà”. Tra i modelli e le fonti letterarie della Pacilio mi è sembrato di scorgere anche Jacques Prevert e la poesia Ho tre alberi in cima agli occhi mi ha riportato alla mente Tre fiammiferi ho acceso nel cuore della notte … Della poesia Tre alberi … mi piace riportare gli ultimi versi, anche se mi rendo conto che non è corretto antologizzare e a maggior ragione estrapolare qualche immagine isolata dal componimento nella sua interezza, per cui mi si perdoni questa trasgres­sione di una regola fondamentale dell’esegesi e della critica letteraria.

[…] Lì ho imparato l’amore. Al suo tronco

appoggio petto e schiena e mi impiglio

come un racconto, una leggenda.

Segreto dei segreti mi stringe

con il cuore intero. E io tremo malgrado tutto.

Hanno avuto un ruolo fondamentale sulla composizione di questi versi la frequentazione e pratica del vocal jazz da parte dell’autrice da cui scaturiscono musicalità e ritmo che non sono affidati alla metrica ma alla giustapposizione delle parole e la conoscenza, almeno credo, della filosofia zen da cui discende la silvoterapia, la pratica cioè di abbracciare gli alberi, di coglierne le vibrazioni in cerca di una simbiosi con la natura.

L’intento della Pacilio, attraverso l’utilizzo di un linguaggio spogliato di tutte le impurità e sovrastrutture ideologiche, è quello di ritrovare le nostre radici e con esse il contatto con il mondo (… imparando a trattenere il mondo // sotto le scarpe). C’è in questo atteggiamento una sorta di atavismo uma­nistico che la porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina.

C’è nell’autrice un velo di malinconia che si solleva, come nebbia mat­tutina, quando il suo occhio si posa sulle care e dolci cose della casa (penso alle mele nel forno e alle viole sul davanzale) o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash, allora l’elegia si scioglie nell’idillio ma è possibile ravvisare anche il pathos, allorché la realtà irrompe con le sue tragedie e i suoi orrori distogliendola dai suoi ricordi o dai suoi agognati “paradisi” interiori, mi riferisco alla poesia dedicata alle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova e al componimento che chiude questa breve raccolta, in cui si accenna a un dramma epocale qual è quello delle mi­grazioni:

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e la conchiglia

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

Un libro prezioso perché alla qualità indiscutibile dei versi si aggiunge un chiaro invito a riconsiderare l’essenza più autentica della nostra vita al di là di ubriacature ideologiche o di facili e illusorie consolazioni, materiali o escatologiche che siano.

 

Biografia dell’Autrice:

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).

La Casa Era Otto Donne …

di Luigi D’Alessio 

La casa era otto donne.

La casa piena di Credo.

La casa ora è risolta

dissero le donne quando nacqui.

La casa era grande.

Il 2 novembre i morti

della casa rientravano a casa

la sera non si poteva

sparecchiare, i morti

dovevano cibarsi.

La casa aveva 11 stanze.

I bracieri non venivano spenti

lasciati sui terrazzi i morti

si riscaldavano.

La casa era grande

io piccolo, li vedevo

contro la parete.

Le otto donne fluttuavano

in un odore di gelsomino.

Le otto donne sono morte

la casa è lesionata dalle ragnatele

ogni notte viene ricucita

da una poesia analfabeta

nella traccia delle lumache

sopravvissute alle piogge,

sanno che la casa è la casa dei morti. Stanotte una delle otto donne mi ha detto È il 2 novembre eccoci qui in amore di te non temere, saremo un disguido della tua ombra.

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#photografiaintima

#louisdalessio

#io e pure #jorgemeretta

#manifesti #raffaello

Giuseppe Meluccio: “L’enigma cosmico” (Ed. La Vita Felice, 2017)

di Antonella Fusco (2019)

Liriche di profonda sensibilità, l’universale pervade il quotidiano. Nell’esperienza esistenziale è la presenza dell’infinito.

La forma poetica è caratterizzata da un dinamismo comunicativo, attraverso il quale emerge una percezione del mondo che si apre all’universo.

La poesia, così, diviene uno spazio infinito, illimitato. Nasce dalla interiorità. Grazie al contatto intimo con se stesso, Giuseppe Meluccio, arriva a sfiorare il cielo e a proiettarsi oltre il finito.

Più intenso è lo sguardo con il proprio io, più si ha la sensazione di entrare in contatto con l’immensità.

La Vecchina Brutta e Cattiva di Rita Pacilio

Acquista La Vecchina Brutta e Cattiva

di Rita Pacilio (illustrazioni di Damiana Valerio)

Padroneggiare la realtà usando la visione di un altro mondo, ci induce a riflettere sulla vita e sul linguaggio. Il bambino, per comunicare la sua interiorità, utilizza la lingua inventata, quella della fantasia, personale, intima, creativa, che costituisce il linguaggio connotativo, cioè la forma di comunicazione più necessaria e funzionale, affinché possa rielaborare stimoli percepiti per trasmetterli accuratamente al mondo intero. Attraverso la lettura delle storie, impara a decodificare l’oggettività della realtà esteriore e a stabilire la funzione principale e primaria dell’equilibrio tra l’intimo e l’esterno. L’attività creativa della lettura e del disegno permettono al bambino di semplificare le proprie impressioni del mondo circostante denominando le cose intorno, identificandole, sistematizzando le proprie impressioni attraverso un processo di interiorizzazione del regno delle immagini e traducendo tutto il dominio dei nomi con il grande strumento delle proprie emozioni.

Dall’introduzione di Rita Pacilio


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 16

Codice Isbn: 9788885781238


Traduzione di La Vecchina Brutta e Cattiva di Rita Pacilio

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: ‘L’amore casomai’.

Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.

RPlibri partecipa alla Fiera del Libro di Francoforte!

a cura della redazione RPlibri

Tutti coloro che hanno navigato nel mare dell’editoria e della letteratura conoscono la prestigiosa Fiera del Libro di Francoforte, nota a tutti con il nome tedesco Buchmesse. Potete dunque immaginare il nostro orgoglio nell’annunciarvi che anche RPlibri sarà presente con i suoi testi presso il Padiglione del Libro d’Arte, insieme alle migliori novità italiane di arte, architettura, archeologia, arti decorative, fotografia, viaggi, moda, usi e costumi.

Appuntamento obbligato per tutti gli amanti della letteratura dal 1949, la Frankfurt Buchmesse 2019 propone molte attività e incontri da non perdere. L’edizione 2019 si svolge dal 16 al 20 ottobre: i primi tre giorni saranno dedicati agli editori, agli agenti, ai distributori e agli autori, mentre gli ultimi due saranno aperti al grande pubblico con eventi, workshop e presentazioni di ogni genere.

L’atmosfera che si respira alla fiera internazionale del libro è unica al mondo, con oltre settemila espositori da cento paesi diversi che promuovono la loro cultura e letteratura in un contesto stimolante e ricco di occasioni.  Ogni anno alla fiera è possibile sperimentare nuove tecnologie, tra sessioni in realtà virtuale e novità nel campo dell’editoria digitale e dei media.

La Buchmesse 2019 si conferma come punto d’incontro d’elezione per gli amanti non solo della letteratura, ma anche dei migliori libri di arte, design e fotografia.

Durante l’evento vengono assegnati anche prestigiosi premi letterari, tra cui il Friedenspreis des Deutschen Buchhandels, “premio della pace del commercio del libro tedesco”.

In occasione della Buchmesse, infine, l’intera città si anima con spettacoli culturali che attraggono artisti e personalità di spicco da tutto il mondo.