Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)

Rita Pacilio: “La Venatura della Viola” (Ladolfi Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

Rita Pacilio, scrittrice, sociologa, collaboratrice editoriale, si presenta all’attenzione di pubblico e critica con un libriccino di poesie che è una vera e propria dichiarazione di poetica, un tentativo, perfettamente riuscito, di restituire alla parola la sua purezza primi­genia e al proprio cuore un po’ di dolcezza e di serenità. E tale intento è esplicitato in maniera chiara e inequivocabile dallo stesso titolo, La venatura della viola, dove non a caso viene scelto tra i fiori il più umile, il più delicato ma anche il più resistente la viola che ha una sua precipua simbologia e anche una sua storia letteraria: viene citato da Shakespeare nell’Amleto tra i fiori che Ofelia offre al fratello. È il fiore degli innamorati e di chi si vuole bene e trasmette sempre un messaggio positivo: “pensami perché io ti penso” e infatti, secondo una vecchia leggenda di origine francese, nei suoi petali si può riconoscere addirittura il volto della persona amata.

Anche nella lettera ai lettori, in cui la Pacilio riprende quell’abitudine di rivolgersi direttamente al suo pubblico e che giustamente Filippo D’Eliso in una sua nota a questa raccolta di poesie, parafrasando George Perec, definisce La Poesia: istruzioni per l’uso, si accenna a questa ricerca di semplicità e di essenzialità in un mondo sempre più caotico e assordante che c’impedisce di ascoltare le voci più autentiche della natura e del nostro io più profondo.

Leggendo le sue poesie ci si accorge che la Pacilio si muove tra Giovanni Pascoli per l’elogio delle “piccole cose” (per dirla con Benedetto Croce) e per il simbolismo che in esse si annida e Francesco Biamonti per l’esigenza irrinunciabile di contrapporre al fastidioso, volgare e banale chiacchiericcio dei giorni nostri la purezza aurorale del linguaggio, quando le parole erano musica, senso e scoperta stupefatta del mondo. Non a caso Biamonti in un’intervista rilasciata alla fine del secolo scorso disse testualmente: “Il nuovo millennio o sarà fondamentale o non sarà”. Tra i modelli e le fonti letterarie della Pacilio mi è sembrato di scorgere anche Jacques Prevert e la poesia Ho tre alberi in cima agli occhi mi ha riportato alla mente Tre fiammiferi ho acceso nel cuore della notte … Della poesia Tre alberi … mi piace riportare gli ultimi versi, anche se mi rendo conto che non è corretto antologizzare e a maggior ragione estrapolare qualche immagine isolata dal componimento nella sua interezza, per cui mi si perdoni questa trasgres­sione di una regola fondamentale dell’esegesi e della critica letteraria.

[…] Lì ho imparato l’amore. Al suo tronco

appoggio petto e schiena e mi impiglio

come un racconto, una leggenda.

Segreto dei segreti mi stringe

con il cuore intero. E io tremo malgrado tutto.

Hanno avuto un ruolo fondamentale sulla composizione di questi versi la frequentazione e pratica del vocal jazz da parte dell’autrice da cui scaturiscono musicalità e ritmo che non sono affidati alla metrica ma alla giustapposizione delle parole e la conoscenza, almeno credo, della filosofia zen da cui discende la silvoterapia, la pratica cioè di abbracciare gli alberi, di coglierne le vibrazioni in cerca di una simbiosi con la natura.

L’intento della Pacilio, attraverso l’utilizzo di un linguaggio spogliato di tutte le impurità e sovrastrutture ideologiche, è quello di ritrovare le nostre radici e con esse il contatto con il mondo (… imparando a trattenere il mondo // sotto le scarpe). C’è in questo atteggiamento una sorta di atavismo uma­nistico che la porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina.

C’è nell’autrice un velo di malinconia che si solleva, come nebbia mat­tutina, quando il suo occhio si posa sulle care e dolci cose della casa (penso alle mele nel forno e alle viole sul davanzale) o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash, allora l’elegia si scioglie nell’idillio ma è possibile ravvisare anche il pathos, allorché la realtà irrompe con le sue tragedie e i suoi orrori distogliendola dai suoi ricordi o dai suoi agognati “paradisi” interiori, mi riferisco alla poesia dedicata alle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova e al componimento che chiude questa breve raccolta, in cui si accenna a un dramma epocale qual è quello delle mi­grazioni:

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e la conchiglia

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

Un libro prezioso perché alla qualità indiscutibile dei versi si aggiunge un chiaro invito a riconsiderare l’essenza più autentica della nostra vita al di là di ubriacature ideologiche o di facili e illusorie consolazioni, materiali o escatologiche che siano.

 

Biografia dell’Autrice:

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).

La Casa Era Otto Donne …

di Luigi D’Alessio 

La casa era otto donne.

La casa piena di Credo.

La casa ora è risolta

dissero le donne quando nacqui.

La casa era grande.

Il 2 novembre i morti

della casa rientravano a casa

la sera non si poteva

sparecchiare, i morti

dovevano cibarsi.

La casa aveva 11 stanze.

I bracieri non venivano spenti

lasciati sui terrazzi i morti

si riscaldavano.

La casa era grande

io piccolo, li vedevo

contro la parete.

Le otto donne fluttuavano

in un odore di gelsomino.

Le otto donne sono morte

la casa è lesionata dalle ragnatele

ogni notte viene ricucita

da una poesia analfabeta

nella traccia delle lumache

sopravvissute alle piogge,

sanno che la casa è la casa dei morti. Stanotte una delle otto donne mi ha detto È il 2 novembre eccoci qui in amore di te non temere, saremo un disguido della tua ombra.

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#photografiaintima

#louisdalessio

#io e pure #jorgemeretta

#manifesti #raffaello

Giuseppe Meluccio: “L’enigma cosmico” (Ed. La Vita Felice, 2017)

di Antonella Fusco (2019)

Liriche di profonda sensibilità, l’universale pervade il quotidiano. Nell’esperienza esistenziale è la presenza dell’infinito.

La forma poetica è caratterizzata da un dinamismo comunicativo, attraverso il quale emerge una percezione del mondo che si apre all’universo.

La poesia, così, diviene uno spazio infinito, illimitato. Nasce dalla interiorità. Grazie al contatto intimo con se stesso, Giuseppe Meluccio, arriva a sfiorare il cielo e a proiettarsi oltre il finito.

Più intenso è lo sguardo con il proprio io, più si ha la sensazione di entrare in contatto con l’immensità.

La Vecchina Brutta e Cattiva di Rita Pacilio

Acquista La Vecchina Brutta e Cattiva

di Rita Pacilio (illustrazioni di Damiana Valerio)

Padroneggiare la realtà usando la visione di un altro mondo, ci induce a riflettere sulla vita e sul linguaggio. Il bambino, per comunicare la sua interiorità, utilizza la lingua inventata, quella della fantasia, personale, intima, creativa, che costituisce il linguaggio connotativo, cioè la forma di comunicazione più necessaria e funzionale, affinché possa rielaborare stimoli percepiti per trasmetterli accuratamente al mondo intero. Attraverso la lettura delle storie, impara a decodificare l’oggettività della realtà esteriore e a stabilire la funzione principale e primaria dell’equilibrio tra l’intimo e l’esterno. L’attività creativa della lettura e del disegno permettono al bambino di semplificare le proprie impressioni del mondo circostante denominando le cose intorno, identificandole, sistematizzando le proprie impressioni attraverso un processo di interiorizzazione del regno delle immagini e traducendo tutto il dominio dei nomi con il grande strumento delle proprie emozioni.

Dall’introduzione di Rita Pacilio


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 16

Codice Isbn: 9788885781238


Traduzione di La Vecchina Brutta e Cattiva di Rita Pacilio

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: ‘L’amore casomai’.

Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.

RPlibri partecipa alla Fiera del Libro di Francoforte!

a cura della redazione RPlibri

Tutti coloro che hanno navigato nel mare dell’editoria e della letteratura conoscono la prestigiosa Fiera del Libro di Francoforte, nota a tutti con il nome tedesco Buchmesse. Potete dunque immaginare il nostro orgoglio nell’annunciarvi che anche RPlibri sarà presente con i suoi testi presso il Padiglione del Libro d’Arte, insieme alle migliori novità italiane di arte, architettura, archeologia, arti decorative, fotografia, viaggi, moda, usi e costumi.

Appuntamento obbligato per tutti gli amanti della letteratura dal 1949, la Frankfurt Buchmesse 2019 propone molte attività e incontri da non perdere. L’edizione 2019 si svolge dal 16 al 20 ottobre: i primi tre giorni saranno dedicati agli editori, agli agenti, ai distributori e agli autori, mentre gli ultimi due saranno aperti al grande pubblico con eventi, workshop e presentazioni di ogni genere.

L’atmosfera che si respira alla fiera internazionale del libro è unica al mondo, con oltre settemila espositori da cento paesi diversi che promuovono la loro cultura e letteratura in un contesto stimolante e ricco di occasioni.  Ogni anno alla fiera è possibile sperimentare nuove tecnologie, tra sessioni in realtà virtuale e novità nel campo dell’editoria digitale e dei media.

La Buchmesse 2019 si conferma come punto d’incontro d’elezione per gli amanti non solo della letteratura, ma anche dei migliori libri di arte, design e fotografia.

Durante l’evento vengono assegnati anche prestigiosi premi letterari, tra cui il Friedenspreis des Deutschen Buchhandels, “premio della pace del commercio del libro tedesco”.

In occasione della Buchmesse, infine, l’intera città si anima con spettacoli culturali che attraggono artisti e personalità di spicco da tutto il mondo.

Il Lato Oscuro delle Cose di Raffaele Urraro

Acquista Il Lato Oscuro delle Cose

di  Raffaele Urraro

Le poesie raccolte in questa silloge ruotano tutte intorno a un concetto che riflette il senso che io attribuisco generalmente al fare poetico: il tentativo di scoprire il vero significato delle cose. Operazione euristica, dunque, che impegna il poeta in un difficile lavoro di scomposizione e ricomposizione del linguaggio. Si scava nel senso delle cose – o, per dir meglio, nelle cose per scoprirne il senso – armati soltanto dello strumento della parola, quella che in effetti ci fa vivere e soffrire. Anche se, ovviamente, per lo più non è dato scoprire il senso delle cose, che spesso addirittura ci dicono che un senso davvero non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, o quello che noi abbiamo ritenuto di attribuire alle cose, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe dritti allo sconforto o alla depressione.

Come dice Pino Daniele, al quale ho rubato un’immagine straordinariamente pregnante – distorcendola, però, perché l’ho riferita ai poeti – “siamo angeli che cercano un sorriso”, il sorriso della scoperta e della conoscenza perché, in fin dei conti, “un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita” (Laurence Sterne, ripreso poi da Giacomo Leopardi che ha attribuito alla “poesia” ciò che lo Sterne attribuisce al “sorriso”).

[…]  Dalla quarta di copertina

il lato oscuro delle cose

 

mentre ascolto una musica

coperta lievemente da veli variopinti

sento che la mente si accartoccia

nelle sue emozioni

 

anche l’aria che sembra stonata

nello stormire delle foglie

vibra di incerte tensioni

ed io cerco di scoprire

cosa dice quella voce

che parla la lingua

indecifrabile e arcana

della natura

 

ma conosceremo un giorno

il lato oscuro delle cose?

 

***

la fine della stella

 

la stella volteggiava

sulle ali della notte

senza una bussola

o il filo sottile di una luce

 

e nella notte danzava

fra le sue scalpitanti giravolte

piccola giovane stella

stellina dallo sguardo innocente

inesperta delle astuzie dell’infinito

che non è solo un prodotto del pensiero

 

e gira e gira

fra le strade scorticate del cielo

fu attratta da un buco nero

che la travolse e ingoiò

come fosse una mela

 

e noi siamo fatti

della stessa sostanza delle stelle

 

***

seduto sullo scoglio rosicchiato

 

Seduto sullo scoglio rosicchiato

dalla lingua del mare

aspetto la vetta della notte

per regalarmi la voce del silenzio

 

onda di luna piena

scende lentamente questa sera

su parole che il vento porta

dalle lontane terre del tramonto

 

e son parole di sogno

o parole sospese

tra un ricordo che viene

e un pensiero che va

sono pezzi di vita

smorfie di sangue

sconnessi singulti dell’anima vagante

o rosa che si apre al sole

 

son parole di luna

confuse tra la terra e il cielo

per posare un pensiero in un cuore

calato sulla sua fragilità

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano dove tuttora vive e opera. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. Ha pubblicato le seguenti opere:

Poesia: Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008; La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983; Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988; Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992; Anche di un filo d’erba io conosco il suono, prefazione di Ciro Vitiello, Loffredo, Napoli 1995; La luna al guinzaglio, con Saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001; Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003; Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009; Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014; Bereshìt – In principio, Marcus Edizioni, Napoli 2017.

Saggistica: Poiein – Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi Moderni, Napoli 1985; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008; La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011; “Questa maledetta vita” – Il “romanzo autobiografico” di Giacomo Leopardi (Olschki editore, Firenze 2015); Le forme della poesia – Saggi critici (La Vita Felice, Milano 2015).   

Ha pubblicato, inoltre, opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura latina (Bulgarini, Firenze).


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 92

Codice Isbn: 9788885781221


Traduzione in lingua romena de Il Lato Oscuro delle Cose

Silvia Castellani recensisce il Il Lato Oscuro delle Cose per Il Giornale Off

Una breve nota per Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Daniele Giancane:

Raffaele Urraro (nato a San Giuseppe Vesuviano) è una di quelle personalità di grande spessore letterario che non hanno avuto sinora quella ‘visibilità’ che avrebbero meritato.Già insegnante di italiano e latino nei Licei,ha al suo attivo (sin dal 1980) numerose pubblicazioni di poesia,di saggistica,di cultura popolare,nonchè la ‘curatela’ di molte antologie di classici latini e una Storia della Letteratura latina.

‘Il lato oscuro delle cose’, pubblicato nel 2019, è un libro molto interessante, per numerosi motivi: anzitutto per una sorta di ‘sgomento metafisico’ che lo percorre (quasi di tinta leopardiana): “Allora provi uno sgomento/che t’agghiaccia e fa paura”, oppure “Su questo precipizio che impaura”, che fa il paio con la coscienza dell’inconoscibilità del tutto,tema centrale dell’ultimo testo (‘Chi lo sa?’) che inizia con “Alla fin dei conti/nessuno può dire/di essere penetrato/nelle profondità/delle cose della vita”. Il titolo stesso del volume ‘Il lato oscuro delle cose’ (ripreso nel verso finale della prima poesia) allude appunto all’impossibilità umana (qui forse possiamo dire montaliana) a giungere-a dirla con termine filosofico-al ‘noumeno’, all’essenza. Restiamo nella dimensione dell’apparenza. Tutto ciò dà fatalmente adito al dubbio (Vedi “con le tasche piene di dubbi” di pag.65), alla sospensione,ad una sorta di timore del vuoto,della solitudine,del tempo che scorre come un fiume.

Una breve annotazione semantica ci conduce ad una osservazione:il Poeta utilizza per ben trenta volte il lessema ‘stelle’ (o ‘stella’), 17 il lessema ‘luna’, 2 volte ‘cometa’). Siccome in poesia nulla è casuale e tutto è rivelatore del mondo dell’Autore, il codice linguistico  ci ‘parla’ di una tensione del Poeta verso l’alto, l’altrove, il cielo. La sua ‘visione’ è essenzialmente metafisica.

Il linguaggio di questo libro è terso, lo stile colloquiale, tenue, dotato di una ininterrotta musicalità. Un bel libro, da leggere e rileggere.

Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose sul blog di poesia Transiti Poetici

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Filippo D’Eliso (2019)

Quel miracolo di nome Nico Orengo

Nico Orengo, poeta della pagina e della vita, inserito nella collana Le Memorie di Fusta edizioni (€ 16,90), è un autorevole tributo al grande scrittore, poeta e romanziere, autore di filastrocche e libri per ragazzi, e curatore per circa un ventennio dell’inserto culturale Tuttolibri, dopo aver lavorato alla casa editrice Einaudi.

I due curatori, Alberto Cane e Francesco Improta, hanno raccolto aneddoti, ricordi e testimonianze, contributi critici, ricette e musica tracciando un esauriente panorama dell’attività creativa dell’Enfant terrible che con la sua “mitica infanzia”, come osserva Federica Lorenzi, invita gli adulti a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà ovvero a essere disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo. In ogni sua pagina, il libro trasuda vita e amore per essa. “La vita è storta”, folgorante citazione da L’intagliatore di noccioli di pesca, apre gli obiettivi allo sguardo profondo e accorato degli amici che in Liguria e Piemonte lo hanno amato e seguito,richiamando alla mente il grande Pierre Louÿs che nel suo celebre romanzo Aphrodite, pubblicato nel 1896, dice:“Amore è vedere una linea storta dove c’è semplicemente una linea retta”.

Il suo slancio alla vita, sregolata ed intensa, fu tale da far percepire prematura la sua dipartita, avvenuta il 30 maggio 2009. Potremmo dire, citando G. G. Márquez, che la sua fu una morte annunciata, per le sue precarie condizioni di salute e per l’intolleranza a qualsiasi restrizione o prescrizione medica.

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Tra le testimonianze più toccanti e poetiche del libro, di indubbia stima e amicizia, c’è quella di Bruno Quaranta, premesso che – e vale la pena ripeterlo – ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto: Nico, o dell’ossimoro e del suo coraggioso paradosso che malgrado colpisca allo stomaco senza lasciar alcuna traccia esterna ci segna profondamente dentro, è la testimonianza dell’eterna guerra di detrazione all’inferno di pasoliniana memoria della bellezza della vita. Con illuminata scrittura Nico è ritratto marchese rampante nella giungla, estroso Robinson Crusoe, fanciullo destinato alla fiaba, che con l’arte di spugneggiare reinventa, riecheggia, restaura sot­traendo agli sterpi e ai rovi una cartolina, una filastrocca: una caccia a chi gli aveva rubato il verde, la verginità di un’infanzia spensierata, le zolle che nutrono l’ulivo, ed ora, oltre il tenue muro, bisticcia con Pavese lì dove l’Amore è A-mors e l’infinita sigaretta divora anche quell’ultima sigaretta di Zeno/Svevo che, a dispetto delle rassicurazioni ad Alberto Sinigaglia, gli fu compagna per tutta la vita. Per quel corsaro felpato dal bagliore che perdura tra parole ed alfabeti, scartate e scartati come caramelle e golosamente aspirate e aspirati come Conrad che si fabbricava le sigarette arrotolando le pagine della Bibbia, la maturità non è tutto, ribaltando scandalosamente il motto Shakespeariano. La sua arte ha lo slancio cinematografico: il gusto per la regia e il montaggio sono il frutto dei rapporti intensi e fecondi tra cinema e letteratura, a conferma del suo viscerale e profondo amore per la decima musa trasmessogli dal padre Vladi, come ci sottolinea con stupefacenti connessioni Francesco Improta. Il Ponente ligure vanta scrittori di eccellenza. Vittorio Coletti cita Calvino, Biamonti, Conte, Magliani. Nico si distingueva da loro per il suo modo di guardare la Riviera: appunto con amore e poesia. Solo Conte in versi ha fatto qualcosa di simile, ma ha visto in essa, come tutti gli altri,la speculazione, la corruzione, l’abbandono, il dolore. Per Nico la Liguria è cosmopolitismo dove per gli altri è perdita di identità. La Liguria è rimasta per Orengo la terra dell’infanzia, delle estati, dei giochi, spazio libero tra mondi, epoche, vite, luogo di conforto e di meditazione non oscurato dal male di vivere di Montale.Nico, ci racconta Giuseppe Conte, aveva per questa terra, questo mare, questa vegetazione un amore multisensoriale, totale, illimitato. Fu il primo a leggere, ancora in manoscritto, Francesco Biamonti e ad innamorarsene. Una sensibilità tale, e Ugo Giletta lo afferma con illuminata sintesi ungarettiana, da ascoltare il lamento del mare, la sua voce, la memoria, l’immenso spazio unico ed irripetibile in quella striscia di terra apolide dove Marco De Carolis lo ricorda per l’umanità profondissima e quel suo modo affettuoso di donargli il libro su cui aveva posato gli occhi il giorno prima.

“L’arte è un miracolo. Voglio scegliere, avere il diritto di vita e di morte”. Così Giovanni Tamburelli ritrae Nico in attesa che le muse e il mistero lo visitino: solo allora la penna si rianima. Sandra Reberschacklo definisce cavaliere armato di lessico in difesa del territorio sottolineando il suo l’amore per la bellezza, continuamente cercata nella vita come nell’arte, patendone ogni sottrazione come un affronto irreparabile. Monica lo interessava più dei tostini e Antonio Ricci lo sapeva bene anche quando “una fica secca” di finlandese lo silurò in occasione del premio “Un autore per l’Europa” nel settembre del ’92.La Via del sale, il premio Hanbury, il premio per la difesa del territorio, furono la testimonianza dell’affetto profondo di Nico, guerriero e filosofo, sognatore e prosatore elegante, per questi territori dove l’immaginazione prende il volo, come confermano Silvana Peira, Paolo Pejrone e Bruno Murialdo ora che, nel ricordo di Laura Guglielmi, non c’è più nel Ponente a far la guardia. Il paesaggio fu la sua seconda casa, come ci ricorda Aldo Molinengo, a tal punto da rassicurare l’amico Mario Rigon Stern. I luoghi sono destino, evidenzia Albina Malerba, lì dove, come Nico ha scritto, l’avventura è essenzialmente frontiera.Mirella Appiotti, Mauro Bersani, Luciano Bertello, che lo conobbe grazie a Giovanni Tesio,ne tracciano l‘onestà intellettuale, la capacità di creare architetture e ponti tra mondi diversi. Pippo Bessone legge in lui una tristezza, ma non ebbe mai il coraggio di domandare perché Nico in fondo fosse un invincibile che non combatteva più,ed ora Yves Bosio ne sente il canto tra gli angeli che ha amato. Claudia Claudiano ne sottolinea la leggerezza: quell’essere leggeri come un uccello e non come una piuma come Paul Valery affermava. Nico rapiva ciò che luccicava per covarlo in attesa di racconto. Per Nico la vita era leggera e tale si doveva cercare di renderla. Una leggerezza che, come Calvino descrive, deve rendere il linguaggio “un tessuto verbale senza peso”. Leggerezza espressa con sorridente consiglio anche da Paolo Mauri quando chiese a Nico cosa stesse scrivendo e Calvino, divertito, rispose: “Un libro pieno di puttanate” e Mauri replica: “Lascia le puttanate e butta via il libro”.Marco Cassini declama: “Spesso abbiamo cercato di vivere come personaggi di un tuo romanzo”. Il picNico e le performance ne furono espressione accorata sotto la fedele e sentita organizzazione di Alberto Cane. Giuseppe Giacomelli in nome de Il Salto dell’acciuga mangiò per sei mesi acciughe dopo ogni presentazione e Paolo Veziano ebbe il “culo” dei principianti nel catturare un’anguilla ottuagenaria finita nel taccuino di Nico a nutrimento del suo romanzo Islabonita. Eynard e Palluda, con ricette dedicate, ne confermano il fine palato e la musica di Allavena brinda con un allegro salto di sesta in Ciapa l’anghila. Roberta Cento Croce ricorda che non si usa violenza agli indifesi e Luisella Berrino vede Nico cancellare con una gomma, alla stessa stregua di un Man Ray o Emilio Isgrò,la tigre che ora corre dove il tempo è bello. Tutto sembrava impossibile da realizzare, ma alla fine erano sempre loro, gli amici per la promozione dei suoi libri, a doversi ricredere.

Ciao Nico.

 

Nel Verso Nulla Ritorna di Felice Casucci

Acquista Nel Verso Nulla Ritorna 

di Felice Casucci

La brevità e la lateralità di questi componimenti riconduce ad un tempo epidermico della vita, nel quale prevale l’ascolto sulla visione, il silenzio inesistente sulla realtà esistente. La semplicità è una scelta stilistica legata all’autentico e alla comunicazione diretta. Non vi è nessun compiacimento, ma un distacco dall’arte letteraria come estetica fine a se stessa, in una prospettiva est-etica dell’empatia. Quel che si chiede al verso è di fare il suo mestiere senza l’illusione di cambiare il mondo, prendendo atto delle circostanze disadorne con cui il mondo si esprime. […]

 

XIII.

 

Ricorda

dimentica.

Nulla resta.

Il peggiore

e il migliore

sono lo stesso uomo.

*

XXXIX.

Su vieni

a tirare la soma dell’amore

nel verso in cui

nulla ritorna.

 

Felice Casucci (Napoli, 1957) è giurista accademico, poeta, scrittore, dalla giovane età praticante il volontariato sociale e culturale. È il presidente della Fondazione Gerardino Romano di Telese Terme (BN).


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 52

Codice Isbn: 9788885781214


Traduzione di Nel Verso Nulla Ritorna in lingua romena

Una nota di lettura per Nel Verso Nulla Ritorna a cura di Gioconda Fappiano

La condensazione in pochi versi di complessi itinerari di ascolto, la concisione intenzionale mi giungono come un talento felicemente messo a frutto.

di Anna Maria Curci

Adua Biagioli recensisce Nel Verso Nulla Ritorna

Poetarum Silva pubblica un estratto di Poesie tratte da Nel Verso Nulla Ritorna

Transiti Poetici recensisce Nel Verso Nulla Ritorna

Una nota di lettura per Nel Verso Nulla Ritorna a cura di Antonella Fusco