Ma tu, tu sei la pianta di Claudia Olivero

Acquista Ma tu, tu sei la pianta

di Claudio Olivero (illustrazioni di Lodovica Paschetta)

Prendi me a bottega:
così indefinita – traccio vene

profili che sfuggono –

aprendosi immense
sul bianco vuoto: fessure

inappropriate. Dirigi
la mia mano
che più non sia mente
né corpo – e sola sappia

creare il silenzio
o qualche sua piccola scintilla.

Claudia Olivero, insegnante torinese, conosce l’illustratrice Lodivica Paschetta in ambito lavorativo e tra loro si instaura subito un feeling artistico. A seguito della Laurea in Lingue e Letterature Straniere, le viene conferito il Premio Grinza- ne-Cavour sezione tesi di laurea, per la sua tesi intitolata Cesare Pavese e Thomas Mann tra empatia e mito-incidenze. Pubblica alcuni articoli su riviste letterarie di settore, sia in Italia, che all’estero. Traduce. In ambito poetico, esordisce con la silloge Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali, Brè editore. E’ co-fondatrice del Tinello poetico, progetto di di- vulgazione poetica.

Lodovica Paschetta nasce a Moncalieri (To), dove vive e lavora come insegnante. Si è avvicinata alla pittura nel 2011, con la pubblicazione della favola per bambini I figli delle nuvole per Re.Co.Sol, un’associazione di aiuto a Paesi ad alta povertà. Dal 2012 è un susseguirsi di eventi importanti per la sua car- riera artistica: mostre personali, partecipazione alla Biennale Città di Torino, Saluzzo Arte, Open District Torino e Camo – Un museo a cielo aperto. Tiene laboratori e ha realizzato un mu- rale presso l’Istituto Comprensivo Barruero di Moncalieri (To). Il Colectivo Arte en la Escuela di Montevideo (Uruguay) l’ha omaggiata di un murale, tratto da una sua opera. Collabora alla realizzazione del prestigioso marchio Queriot Civita di Milano”.


Prezzo copertina: euro 10,00 9,50

Pagine: 32

Codice ISBN: 9788885781481


Nota di lettura su Ma tu, tu sei la pianta sul blog “Poetrydream”

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Il censimento della poesia dirompe nei … Transiti poetici di Giuseppe Vetromile

di Rita Pacilio

Le Antologie pubblicate in formato digitale sul blog Transiti poetici da cui prendono il titolo, curate da Giuseppe Vetromile, poeta, critico e operatore culturale, hanno raggiunto la ventiduesima Edizione. L’idea progettuale è nata nell’anno duemilaventi durante il confinamento causato dalla pandemia da Covid19, quando la modalità virtuale è diventata l’unica possibile tipologia di comunicazione per sopravvivere all’isolamento.

Non è stato facile per Giuseppe Vetromile, persona che vive di contatto fisico e di aggregazione, componenti fondamentali per lo scambio e il confronto, rinunciare alla presenza umana e spirituale di autori /amici e di anime che diffondono e sostengono la poesia. Calato completamente nel respiro del mondo, Vetromile non può fare a meno di cogliere ed evidenziare il battito primitivo come dato sensibile della percezione dell’esistenza. Per questo motivo, la sua coscienza critica fa esperienza di riflessione estetica ed etica incontrando i molteplici paesaggi umani attraverso elaborazioni di pensieri e linguaggi essenzialmente simbolici.

Il suo lavoro di inclusione, genuino e scevro da giudizi personali, si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e internazionale (a tal proposito sono stati dedicati Volumi di Transiti poetici alla poesia straniera, alla poesia napoletana, alle voci poetiche emergenti e ai poeti scomparsi) risultando un certosino approfondimento sociologico in grado di rilevare lo stato della scrittura poetica del nostro tempo.

L’originalità e l’importanza di questa coraggiosa e ardua iniziativa culturale intrapresa da Giuseppe Vetromile – Quando ho iniziato non credevo andassi incontro a un lavoro così elaborato e capillare, forse infinito …, testualmente – consiste nel continuare ad abitare l’animo umano con meticolosa cura anche nelle introduzioni e nella scelta tematica dei Volumi, – alcuni dei quali dedicati alla figura femminile e alla giornata mondiale della poesia -, realizzando un accurato censimento della poesia contemporanea.

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.

A cura di Paolo Veziano: “La libera Repubblica di Pigna” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Dinanzi a un libro come La libera Repubblica di Pigna. Una parentesi di democrazia (Fusta editore, 18€) a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e Graziano Mamone, anche il recensore più esperto e navigato finirebbe col trovarsi in difficoltà. Non che manchino argomenti, fatti o personaggi di cui discutere, anzi il libro, frutto di una lunga e accurata ricerca archivistica e della sinergia di esperienze diverse, si presenta corposo, particolareggiato e ricco di informazioni e di fotografie. La verità è che il libro, che si avvale della prefazione come al solito illuminante di Alberto Cavaglion e di una robusta premessa dello stesso curatore, è in sé compiuto e definito e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti o indicazioni critiche.

Mi limiterò, pertanto, ad alcune osservazioni: innanzitutto il libro nelle intenzioni di chi lo ha concepito e realizzato vuole sopperire a una mancanza della storiografia dell’Italia repubblicana che non ha mai prestato la dovuta attenzione alle repubbliche partigiane in generale e a quella di Pigna in particolare, come sostiene Armando Izzo, uno dei protagonisti di quell’esperienza, probabilmente perché i partigiani della V Brigata che operava nell’Alta Val Nervia erano tutti garibaldini col fazzoletto rosso al collo. Eppure, essi hanno combattuto strenuamente, tenendo testa, nonostante lo scarso equipaggiamento, per quasi due mesi alle truppe tedesche che si sono servite persino dell’artiglieria per snidarli e annientarli. Non avevano mezzi e armi ma avevano in sé un’inestinguibile sete di libertà e il progetto di una società più equa e solidale. La descrizione di questi combattimenti è talmente accurata, mossa e particolareggiata che dalle pagine esala insieme al sudore, alla polvere e al sangue l’odore stesso della morte o meglio delle morti che la guerra ha disseminato in quelle zone e non solo. Ed è qui che s’impone la seconda osservazione: Paolo Veziano, storico scrupoloso e rigoroso, che ha alle spalle due opere di notevole spessore, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista e Ombre al confine, ha acquisito non comuni doti di narratore che gli consentono di utilizzare un linguaggio preciso ed evocativo al contempo, scientifico ed emozionale per cui si può affermare, senza tema di smentite, che con lui la Storia si fa Letteratura, mentre con Italo Calvino di cui Veziano ricorda Il sentiero dei nidi di ragno e due racconti minori, Castelvittorio, paese delle nostre montagne e Le battaglie del comandante Erven, entrambi confluiti in L’epopea dell’esercito scalzo, è la Letteratura a farsi Storia. Ed è sempre da Calvino che Veziano mutua la damnatio memoriae, il timore che i ricordi rintanati “come anguille nelle pozze della memoria” possano essere inquinati, sbiaditi o legati non alla realtà ma a una soggettiva e parziale lettura di essa. Problema questo non solo tecnico o storico, ma anche morale. Il Lockdown ha imposto la chiusura degli archivi e delle librerie o un uso molto limitato degli stessi per cui va dato merito a Veziano che ha dovuto fare di necessità virtù confrontando i documenti di cui disponeva sull’argomento, secernendo ciò che era attendibile da ciò che era poco credibile o eccessivamente enfatizzato ed eliminando al tempo stesso quella sterile retorica che non giova a nessuno. Problema quest’ultimo ripreso, come vedremo, anche da Graziano Mamone nella sezione conclusiva del libro quella dedicata alla stele commemorativa della Repubblica di Pigna eretta nel 1985, su cui torneremo successivamente. Anche Veziano spesso si avvale di interventi extradiegetici in cui rivolgendosi ai lettori – che ci si augura più dei venticinque di memoria manzoniana – anticipa fatti che verranno descritti successivamente per mantenere inalterato l’equilibrio del libro e ciò conferma ancora una volta qualora ce ne fosse bisogno la confidenza e familiarità di Veziano con pratiche e tecniche narratologiche.

Va rilevato, inoltre, il dovizioso apparato iconografico, proveniente dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (ISERCIM che ha commissionato l’opera con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Pigna) e da collezioni private – cospicua a tal proposito quella di Giorgio Caudano. Apparato iconografico composto da documenti, mappe, cartine topografiche e fotografie, che non hanno un valore esornativo ma vanno a rimpolpare, arricchire ed esemplificare il testo e diventano, quindi, parte integrante dell’opera.

Giorgio Caudano non si è limitato a fornire fotografie ma ha contribuito attivamente alla realizzazione dell’opera con mirati cenni storici sul comune di Pigna, dalla sua nascita fino alla II guerra mondiale, e con la descrizione dettagliata delle forze tedesche e repubblichine operanti nella Val Nervia tra giugno e ottobre del 1944; e non si può non rilevare la sua ampia conoscenza storica e tecnica.

Graziano Mamone, invece, nella parte conclusiva del libro si sofferma sul monumento commemorativo eretto nel 1985 alle porte di Pigna; ne traccia tutte le fasi dal progetto iniziale alle successive modifiche fino alla realizzazione definitiva, mettendolo a confronto non solo con il monumento eretto a Castelvittorio, messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste, ma anche con tutti i monumenti eretti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e rimarcando il differente intento con cui erano stati progettati: questi ultimi miravano a celebrare i ricordi e le imprese di guerra, perpetuando quella retorica che ancora avvolge la Grande Guerra (la guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso, non è grande né piccola, ma sempre e soltanto atroce e oscena) e infatti i monumenti eretti dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno carattere di celebrazione ma di denuncia o quanto meno di riflessione sulle atrocità e le aberrazioni della guerra.

Sulla quarta di copertina si legge testualmente:

Il mondo ignora ancora come in Val Nervia sia stato creato un solido fronte, la Linea Vittò, tenuta da un gruppo di eroi; un fronte che il soldato tedesco non riesce a infrangere nemmeno con l’artiglieria e che la fede, il coraggio, la perizia pongono il partigiano italiano fra i più valorosi combattenti della guerra.

Paul Norton

Testimonianza di un corrispondente di guerra canadese che, trovatosi in quel periodo nell’Alta Val Nervia, conobbe e strinse amicizia con alcuni partigiani della V Brigata e raccolse le sue memorie in diversi articoli di cui otto furono cestinati perché ritenuti incompleti e mutilati dalla censura. Egli stesso fu definito un bugiardo, nonostante molti anni dopo il Commodoro Holsworth abbia confermato l’autenticità della storia, cadde, pertanto, in una profonda crisi depressiva da cui non si sollevò più. Una storia nella Storia che conferisce un tocco di umanità e di vita vissuta a quegli anni così difficili e tormentati:

Un omaggio dovuto a un uomo coraggioso che, Sten in spalla, raggiunse i garibaldini durante l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi e disse loro in una singolare miscela linguistica: “Vous avez eté magnifique, une very well bataille, viva garibaldini”. Pochi giorni dopo depose il mitra che lo accompagnò nella breve ma avventurosa parentesi italiana: non abbandonò mai, la sua seconda arma, la penna dalla quale non nacque – come a lungo sostennero i suoi detrattori – un romanzo ma scomode verità.

Un’opera, nel complesso, di pregevole fattura nel contenuto e nello stile, di cui si sentiva la necessità. Un libro che non può mancare nelle librerie di chi vuole mantenere viva la memoria storica.

L’Ipnosimetro di Antonio Bux

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di Antonio Bux

Notizie bibliografiche:

Nella già vasta produzione del poeta foggiano Antonio Bux, L’ipnosimetro originariamente si poneva come un corpus unico che formasse un’opera dalla mole gigantesca di oltre quattrocento pagine. Data l’impossibilità di pubblicazione di un testo così imponente, l’autore ha preferito scorporare le cinque parti del libro in altrettante pubblicazioni a sé stanti. Questa qui proposta è la quarta e penultima parte, e s’intitola così com’era in origine il progetto nella mente dell’autore. La peculiarità principale della poesia di Bux è l’ossessione verso forme e stilemi ricorrenti, quasi a creare una situazione poematica dove il poeta si trova a lottare soprattutto contro se stesso, e lo fa utilizzando un grumo di parole specifiche e “neutrali” (solo per citarne alcune: cielo, Dio, mare, vento, alberi, tempo), che si rincorrono ossessivamente fino a dissolvere il proprio significato originario, nella speranza di rinnovare la parola basando sul ritmo e sui rimandi interiori questa estenuante cantilena di sguardi e di suoni. […]

dalla nota redazionale

Il saldo è l’ultima luna o pagare le viscere
ai vermi sopra la terra

oppure invecchiare
il sogno contro natura felici senza un vascello

che sappia dove la morte
fa acqua, dove fa fuoco quando ritorna nel grembo

sottile di chi non è stato
o di chi solo ha vissuto felice e non vuole più avere risposte

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato, tra l’altro, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012; rosa premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (Società Editrice Fiorentina 2015; premio Alinari), Naturario (Di Felice 2016; rosa premio Viareggio), Sativi (Marco Saya 2017; selezione premio Città di Como) Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018; premio Alfonso Malinconico) e il recente La diga ombra (Nottetempo 2020). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Buenos Aires 2014), El hombre comido (Buenos Aires 2015), Saga familiar de un lobo estepario (Toledo 2018) e in vernacolo foggiano la silloge Lattèssanghe (Le Mezzelane 2018; selezione premio Città di Ischitella – Pietro Giannone). Nel 2014 gli è stato conferito a Firenze il premio Iris. Come traduttore ha curato i volumi Finestre su nessuna parte (Gattomerlino Superstripes 2015) di Javier Vicedo Alós, Bernat Metge (Joker 2020) di Lucas Margarit e Contro la Spagna e altri poemi non d’amore (Nessuno editore 2020) di Leopoldo María Panero. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie e alcune collane per le Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 80

Codice ISBN: 9788885781450


Una lettera per Antonio Bux dedicata a L’Ipnosimetro:

Ciao Antonio, il tuo libro mi è arrivato molto prima del previsto e l’ho già letto. Sono contento perché mi è piaciuto molto. La tua è una lingua che fa sentire la propria voce, che si fa forte presenza per poi poter meglio sparire e risolversi/dissolversi in se stessa. Leggendoti ho ripensato molto alla dépense di Bataille (dispendio e depensamento di beniana immemoria). Le parole si consumano nelle immagini e le immagini nelle parole. Il tuo linguaggio è una forgia in cui i concetti vengono continuamente riplasmati, un flusso ipnagogico-mentale, come anche una lotta della poesia con se stessa come Giacobbe con l’angelo. È altresì una ricerca sul sonno / sogno delle parole, ma non in senso onirico o surrealistico, più una specie di dormiveglia delle parole laddove il significante è ancora aperto alla ferita del significato, del ‘semanein’, del significare.In definitiva il testo è quasi un pre-testo per aprire le parole all’alterità di cui sono fatte. Davvero tanti, tanti complimenti.

Roberto Nespola

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Vincenzo Postiglione

Amor animi arbitrio sumitur, non ponitur      

Publio Sirio

La fatica del ricordo” ultimo prodotto letterario del maestro Filippo D’ Eliso è il racconto di un amore perduto e di una vita volutamente votata alla solitudine. Il protagonista, indicato semplicemente con una sola lettera, E., vive una vita spartana in una stanza altrettanto spartanamente arredata, in un luogo presumibilmente di bassa montagna, probabilmente in un piccolo centro o paese. La sua è una  vita fatta di rinunce e di auto isolamento che trascorre inesorabile verso la fine, fino a quando un incontro fortuito con un bambino, anch’esso denominato con una sola lettera, F., risveglia in lui una scintilla di gioia, nonché ricordi di un passato felice. L’occasione creatasi con l’aiuto prestato a F. nel risistemare una catenina (dono della mamma) che si era rotta, squarcia l’oscurità autoimposta ed alza il velo sulle nebbie del passato, riportando alla luce il ricordo di un amore giovanile, di quelli fugaci che solitamente compaiono in luoghi di vacanza e dalla durata troppo breve, durata che però non impedisce che essi si fissino in qualche oscuro meandro della nostra memoria. La vicenda si conclude felicemente per F. , che, invitato dal protagonista a casa per risolvere il problema della catenina, può tornare felice dalla mamma. Dopo questo breve incontro la vita di E. torna a scorrere sui binari che egli stesso ha tracciato, presumibilmente verso la fine, ma, anche in questo caso, l’autore ha lasciato spazio alla fantasia del lettore, volutamente,  con  un finale indefinito ed aperto.

Tutta l’opera è permeata da questo velo che lascia intuire ma non dice, lo si può notare già nella descrizione del luogo, o meglio, dei luoghi, la stanza è spoglia ed anonima, l’autore gioca con maestria con la luce e le ombre, un breve accenno temporale, ma anch’esso indefinito…” Un atteggiamento, in pratica, molto comune a quei tempi”…quali tempi non è dato di sapere. Non possiamo fare a meno di sottolineare però la perizia con cui egli gioca, le immagini di questo luogo fatto di sfumature di luce hanno sicuramente del poetico; le descrizioni sono meticolose ed il linguaggio ricco di particolari…”Il nasino ben dritto e la bocca che rifletteva un colore simile a quello di un cielo baciato da un bellissimo tramonto”…

Non mancano garbati ed eleganti accenni di sensualità…” Mangiò l‘uva cercando di imitare ciò che aveva visto fare da lei. Per ritrovare la sensualità e il piacere delle sue labbra carnose. Pensava. Sognava. Immaginava. Cadde la notte.”…

Particolare attenzione posta sul linguaggio ed uso consapevole di figure retoriche che non sfuggono ad occhi attenti: Adynaton, Climax, Asindeto, Iperbole… e si potrebbe continuare.

L’ attenzione ai particolari, le descrizioni minuziose, momenti di pura poesia…”Sembrava respirasse il momento…Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.… rappresentano il momento più alto della narrazione.

A livello personale, ma si tratta di sfumature dovute ai gusti, avrei preferito un linguaggio più fanciullesco di F., avrei insistito meno sulle abbondanti descrizioni dei particolari, avrei riportato indietro nel tempo la sua espressività.

Nelle opere del Nostro ci sono elementi che si ripetono e su cui varrebbe probabilmente la pena di fare un discorso a parte; mi riferisco, in particolare, al rimpianto, alla solitudine, ad una certa malinconia, ad una “stanchezza di vivere”, ad un amore perduto, e, in quest’ultimo caso, anche ad una paternità mai vissuta che l’incontro con F. ha risvegliato dall’oblio dei sensi. L’abbraccio surreale , “motu proprio” spontaneo di F. dovuto alla gioia, scatena una tempesta di emozioni da troppo tempo sopite. L’espediente narrativo è chiaro ed esatto, d’altra parte anche i dialoghi rendono molto bene l’intensità delle emozioni che roteano vorticosamente circondando i nostri protagonisti.

In definitiva, “La fatica del ricordo” rappresenta l’ennesima, riuscita opera di Filippo D’Eliso, che , anche quando si cimenta in territori non propriamente suoi ( ma chi stabilisce quali territori sono propri e quali no? ) riesce a rendere godibile il frutto del suo ingegno ai più, maggiormente in questo caso perché :

… era importante custodire le sensazioni legate ai ricordi”.

“La fatica del ricordo” è una bellissima storia d’Amore, perché di questo si tratta, e, come dice il Poeta :

Nisi qui ipse amavit, aegre amantis ingenium inspicit

Alta Stagione di Fabrizio Cavallaro

Acquista Alta stagione

di Fabrizio Cavallaro

Notizie bibliografiche:

[…] Queste poesie di Cavallaro, in effetti, portano l’angoscia che la nostra epoca non riesce a sopportare, nonostante lo strillo ipnotico delle magnifiche sorti e progressive con cui alcuni continuano a molestare chi vorrebbe solamente riposare. […] Che strano però: per quanto, con fierezza e insania, l’umanità̀ si sia impegnata a riporre le proprie e benevoli divinità̀, eccole che esse fanno di nuovo capolino: tuttora imprevedibili e capricciose, sempre mute e schermate da fosche nebbie. Sono sconfortate come Ovidio a Tomi, ma gentili e pacate, venute ad ammirare quel pianeta che una volta era stato il loro allegro playground. Esigono ancora qualche pegno, ci mancherebbe, ma non più sacrifici di bestie o imprese spaventevoli; per placar- si gradiscono l’«affitto o un sandalo». E, si sa, per chi paga poco la messa è breve: e così il devoto dovrà̀ pure lui accontentarsi d’un «amore tutto di gesti, / unico premio d’alta stagione». […]

dalla prefazione di Gandolfo Cascio

C’è un tempo da vivere
e un tempo per guardare,
col volto ritorto all’indietro
come marionette
ciò che nel viverlo si sciorina
come polline nel vento del deserto.
È un tempo aperto e lieve, gioco
che dispensa manovre e cantilene
ce ne avvediamo dopo giorni o anni,
e ore consumate osservandoci mute.

Avremmo potuto impiegarlo al meglio,

ma è solo il timore che poco altro
sia da interpretare, rivivendolo
in verità̀, è più̀ tenero e insano
cauto e periglioso, attento e svogliato

studiarne le mosse, dopo un secolo
o un attimo, quando il respiro s’allenta
e il tutto appare un nodo luminoso e vivo.

Fabrizio Cavallaro, nato a Catania nel 1967. Dove vive. Laureato in Scienze Politiche, ha fatto studi di musica e teatro. Lavora come impiegato. Si occupa principalmente di scrittura poetica e teatrale e di fotografia. Ha fatto diverse esposizioni fotografiche in varie parti d’Italia.

Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui Latin lover (Prova d’autore, 2002 – prefazione di Attilio Lolini); Poesie d’amore per Clark Kent (LietoColle, 2004). Dopo 12 anni circa di silenzio editoria- le, ha pubblicato L’assedio (Edizioni Novecento, 2016); Sala d’aspetto (Eretica, 2017); Di seconda virtù (Interno Poesia, 2017 – prefazione di Gandolfo Cascio); In- discrezioni (plaquette d’arte – Gaele Edi- zioni, 2018); Estività (Ensemble edizioni, 2018); In febbre e sudori (A&B editore, 2019), 𝐹𝑖𝑔𝑢𝑟𝑒 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑛𝑒 (LietoColle, 2020)

 È autore anche di testi teatrali, tra cui Salomè (A&B Editore – con note di Renzo Paris e Francesco Scarabicchi). È curato- re, dei volumi antologici: L’arcano fascino dell’amore tradito – tributo a Dario Bellezza (Giulio Perrone Editore, 2006) e Umana, troppo umana – poesie per Marilyn Monroe (Aragno, 2017) insieme ad Alessandro Fo – Nel 2018 ha curato, insieme a Gandolfo Ca- scio, l’omaggio a Sandro Penna Dieci cento mille Sandro Penna – Florilegio per un poeta (Edizioni Forme libere).


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 84

Codice ISBN: 9788885781443


Recensione di Alta stagione per il blog “Queerographies”, a cura di Gian Pietro Leonardi

Paglia di Grano di Alfonso Graziano

Acquista Paglia di grano

di Alfonso Graziano

Notizie bibliografiche:

[…] Soffia il vento dentro queste poesie di Alfonso Graziano. Soffia il vento, vola la sabbia, nell’oscurità e alla luce del giorno, vola la polvere, le stelle osservano la vita che si muove di sotto, nel silenzio, di fronte all’acqua di mare o sotto una pioggia di la- crime, mentre il tempo fa i suoi giochi: pas- sa, torna indietro in movimento apparente, si sofferma. C’è la natura a fare da corol- lario imprescindibile alla manifestazione poetica sia come figure retoriche ricor- renti (“…I tuoi lineamenti di foglia acerba mentre rinverdisce la sua radice stanca”), (“fredde le mani di nervature come rami”), sia come basso continuo su cui si appoggia- no le azioni (“La prima volta che ho baciato è stato il vento e quel sapore di sabbia e sale mi è rimasto dentro”, “Qui erano i fuochi dei campi a illuminare e i grilli a festeggia- re./A tarda notte i passaggi furtivi di faine e volpi rendevano il silenzio colorato”) […]

dalla prefazione di Antonella Lucchini

***

Era la sera a rendere giustizia
ogni cosa al suo posto
ogni luce a fare il proprio compito

mentre gli occhi persi in lontananze.

Qui erano i fuochi dei campi a illuminare

e i grilli a festeggiare.
A tarda notte i passaggi furtivi di faine
e volpi rendevano il silenzio colorato.

… Lo so, al buio nessuno se ne potrà accorgere.

A volte i sorrisi ingenui dei ragazzi
innamorati lasciavano intravedere

l’innominabile.

Ricordo le sere a rendere giustizia
ma nessuno lo capiva.
Neanche un cielo traforato riusciva a dare

senso alle spiegazioni, a domande complicate:

Le nostre vite sono appese ai fili?

Alfonso Graziano è nato a Foggia dove tuttora risiede. Laureato in scienze politiche-economiche presso l’Università di Salerno scrive fin dai tempi del liceo ma in maniera costante da una decina d’anni. La sua poetica è stata accostata a Giorgio Caproni. Ritmo e sospensione, silenzio e ricerca, Eros e thanatos gli ingredienti essenziali del suo scavo poetico.

Ha pubblicato per la Poesia: nel 2012 Nelle meditate attese – Rupe mutevole Edizioni e nel 2015 Il carnevale degli uo- mini Edizioni Divina follia premiato alla Città Murex Firenze nell’anno 2015 e al Premio La Sirena a Tortoreto. Nel 2017 è venuta alle stampe la raccolta poetica: Ti dico ora come ho smesso di morire Di Felice Edizioni.

Per il Teatro: Concerti per violino e a marzo 2017 il debutto in scena risultando secondo al Concorso Rive Gauche di Firenze, Anno 2017.

Altri riconoscimenti sono stati conseguiti nel 2012 a Trino Vercellese e nel 2014 al Con- corso di Altamura. Nel 2018 Premio speciale della giuria per la migliore silloge d’amore Di te cosa rimane se non il rumore del mare in tempesta – Firenze concorso Rive gauche.

È presente in varie antologie e alcune sue poesie sono state tradotte in albanese, greco e americano.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 42

Codice Isbn: 9788885781436


Recensione di Paglia di Grano a cura di Daniela Corfiati per “l’Attacco”

Testi tratti da Paglia di Grano sul blog letterario “La Rosa in Più”

Rosa D’Onorio legge Alfonso Graziano (testi tratti da Paglia di Grano)

Presentazione di Paglia di Grano (13/02/2021): guarda qui il video

Carissimo Alfonso, buongiorno. […] ci tenevo a dirti che personalmente ho apprezzato la malinconia tersa del tuo libro e l’originalità di certe tue immagini. Mi sono rimaste impresse le tue “vigne pronte”, i “porti asciutti”, quella “vita” “dietro la luna a mezzogiorno”, quel sentirsi fuori posto, nella vita che scorre terribilmente veloce. Dolorosa e umana, la tua poesia. Profonda, piena di pietas e senso. Grazie. […]

Anna Vallerugo

Giovanni Agnoloni: “Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Con Berretti Erasmus (Fusta editore, €15,90) siamo nell’alveo di quella narrativa difficile da catalogare, in quanto Giovanni Agnoloni si sbarazza facilmente di tutti i generi consolidati e convenzionali e ci offre un’opera decisamente nuova, muovendosi con estrema libertà e padronanza tra letteratura memorialistica, odeporica, autoanalitica e romanzo di formazione. L’autore ci si presenta sotto una duplice veste: io narrante e io agente e l’incipit, nella sua nuda semplicità, a mio avviso, è folgorante:

   C’era nebbia, quella domenica pomeriggio. Passeggiavo lungo l’argine della Greve

Mi è venuto in mente immediatamente il capitolo XIX della Vita Nova di Dante: “Avvegna che passando per un cammino lungo lo quale sen giva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire.” L’accostamento non sembri azzardato né irriverente, dal momento che ci sono alcuni indiscutibili punti di contatto: innanzitutto sono entrambi fiorentini di origine ma non di costumi, come ha detto il Divin Poeta nella lettera a Cangrande della Scala e come più volte ha ribadito Giovanni Agnoloni, in secondo luogo in entrambe le opere, esclusivamente nella Vita Nova, prevalentemente in Berretti Erasmus si discute di amore e, infine, entrambi dimostrano in maniera inequivocabile che quella che impropriamente viene chiamata ispirazione non è altro  che un’occasione, in cui un colore, un suono, un’immagine o una parola provocano l’urgenza di dire, di scrivere, di dare forma a emozioni, ricordi, sentimenti. È quello che succede al nostro autore/personaggio; la tranquillità del posto, la coltre protettiva della nebbia e il mormorio dell’acqua scatenano la memoria involontaria. Senza scomodare Proust, credo che si possa convenire con Erri De Luca quando afferma che la memoria è come un ghiacciaio in cui talvolta si apre un crepaccio che ci consente di cogliere nel fondo un barlume o un brandello su cui ricostruire una storia. Dal passato di Agnoloni emergono luoghi, volti e impressioni; decide allora di ricomporre questi frammenti e di raccontare le sue esperienze di soggiorno all’estero per motivi di studio o di lavoro, fin dal Duemila, quando da studente di legge, fruendo del programma Erasmus, si reca in Inghilterra e precisamente a Leicester per un soggiorno di studio (si giustifica così il sottotitolo Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa).

A spingere l’autore verso l’Europa iperborea non è solo il desiderio di viaggiare, di conoscere nuove culture, di stabilire una comunione di intenti e di affetti con studenti di provenienza diversa ma anche la volontà sempre più impellente di allontanarsi dalla sua città, l’odiosa/amata Firenze (altro punto di contatto con l’Alighieri), che gli appare stretta, provinciale e superba, nonché la speranza di incontrare la donna-anima, la possibilità, cioè, di incontrare l’altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti secondo le teorie di Jung con cui Agnoloni si sente in sintonia. Da qui la lunga teoria di donne incontrate in questi soggiorni: Yamira, Rosa, Marta accostate, corteggiate e poi irrimedia­bilmente svanite, perché fatte dell’impalpabile materia di cui sono fatti i nostri sogni. Storie, quindi, materiate di sguardi, di saluti, di sfioramenti, e nient’altro solo quella con Marta, conosciuta in Lituania e rivista dopo alcuni mesi a Jesolo, si conclude in un letto di albergo. Una notte ardente ma troppo breve per poter costituire quella svolta vagheggiata dal protagonista. A Firenze però, nel 2007, avviene l’incontro decisivo con Agnieszka, venuta in Italia con il programma Erasmus. Tutto sembra andare per il verso giusto tanto da pensare alle nozze, dopo aver convissuto quasi tre anni prima in Irlanda, patria di elezione di Agnoloni, e poi in Polonia a Cracovia ma… non sarò certo io a svelare come si conclude questa scorribanda della memoria e della fantasia sentimentale.

Mi sembra, invece, doveroso rilevare lo sguardo attento e rispettoso con cui Giovanni Agnoloni perlustra le città in cui soggiorna evidenziando tradizioni, monumenti, costumi di vita quotidiana. Le passeggiate del protagonista in solitaria per cogliere lo spiritus loci, per entrare in sintonia con l’ambiente, realizzando in questo modo, in pieno, lo spirito dell’Erasmus sono, a mio avviso, le cose più belle del libro e se la descrizione che segue conferma l’amore profondo per l’isola di smeraldo:

… l’Irlanda, la terra degli elfi e dei druidi, dal fascino sottile e confortante delle croci di pietra nel verde e della luce solare in un cielo che pare un affresco vivo in eterno movimento […] È un’isola che procede per rapidi sbalzi di memoria, scatti d’immaginazione e premonizioni di futuro.

È nella descrizione della Cornovaglia che l’autore entra in simbiosi con sé stesso e la Natura, unica interlocutrice attendibile.

Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare, appena mosso davanti a me e il tramonto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

Ed è il presupposto ineludibile per un ulteriore passaggio che porterà l’autore, alquanto scettico in materia religiosa, ad avvicinarsi, attraverso la meditazione nel Cortile delle Beghine ad Amsterdam e l’accesso alla chiesa francescana a Visby, al sacro e al metafisico, a renderlo più possibilista e meno scettico in materia di fede.

Come a Dublino sono frequenti e irrinunciabili i riferimenti a James Joyce e ad Amsterdam, indirettamente, a Marino Magliani, autore di uno splendido libretto Amsterdam come una farfalla, in Cornovaglia Agnoloni accenna alla villa in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita Daphne Du Maurier, scrittrice inglese i cui romanzi sono stati spesso trasportati sul grande schermo (La taverna della Giamaica; Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, diretti tutti da Sir Alfred Hitchcock). Ed è appunto il cinema che si affaccia prepotente tra le citazioni e i riferimenti culturali nel libro di Agnoloni: da Ridley Scott (Il gladiatore), Roland Joffé (Mission), Stanley Kubrick (Shining), Michelangelo Antonioni (Al di là delle nuvole), Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide) Cedric Klapisch (L’appartamento spagnolo, modellino in scala ridotta del libro che stiamo analizzando) e Ingmar Bergman, la cui tomba nell’isoletta di Fårö in Svezia è meta di un religioso pellegrinaggio da parte di Giovanni Agnoloni, suggestionato dalla “lunarità” di quel paesaggio caratterizzato da un senso di vuoto e di assenza, come del resto si evince dagli stessi capolavori del Maestro svedese. Fa un po’ sorridere ma non dispiace che in tale nobile consesso figuri Carlo Verdone di cui viene citata una tra le sue commedie più riuscite, Maledetto il giorno che ti ho incontrato.

La scrittura è sempre chiara, fluida ed incisiva, come risulta dagli esempi succitati. I ricordi dapprima sbiaditi, indistinti come tessere di un puzzle, una volta collocati nel loro contesto, dalla mano esperta dell’autore che si serve per tenerli insieme di alcune cerniere (complessivamente cinque: casa, bagagli, contemplazione notturna, dal letto e risveglio) appaiono in tutto il loro scintillante nitore e danno vita a un organismo compatto e omogeneo, che rappresenta una indiscutibile conquista umana, culturale e artistica dell’autore.