Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.

Anna Folli: “La casa dalle finestre sempre accese” (Neri Pozza Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

La casa dalle finestre sempre accese di Anna Folli (Neri Pozza, 18€) è un libro di cui si sentiva la necessità perché, come si legge nella quarta di copertina, “di quella generazione di scrittori, poeti, artisti e intellettuali investiti da una vocazione che coincideva con la loro esistenza, si stava perdendo persino il ricordo”. Mi riferisco a quel gruppo di intellettuali, amici e sodali, che ha animato la Torino degli anni Venti, all’indomani di quella che non senza retorica viene indicata come la Grande Guerra (u­na guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso non è grande né piccola è soltanto atroce e oscena). Di questo gruppo di intellettuali facevano parte Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno, che proprio in quegli anni si affacciavano al mondo della cultura e dell’arte, rivelando un precoce talento, e Giacomo De Benedetti che, insieme alla moglie Renata Orengo, diventerà il protagonista e il punto di riferimento di questa avventura intellettuale e culturale, durata quasi mezzo secolo. Ripercorrerne tutte le tappe è impresa ardua se non impossibile e per questo dobbiamo rivolgere un plauso alla Folli che, muovendosi tra pubblico e privato, ha raccolto una mole enorme di testimonianze e di documenti e ci ha lasciato un quadro completo ed eloquente di quel periodo.

Noi ci limiteremo ad evidenziare alcuni punti salienti di questa biografia.

Innanzitutto, l’incontro, avvenuto al teatro Regio di Torino, fra Giacomo De Benedetti e Renata Orengo che gli fu accanto come moglie devota e premurosa a dispetto delle debolezze, dei tradimenti e delle crisi del marito. Renata, discendente da una nobile famiglia di origini russe, era una donna sensibile, intelligente e aperta a tutte le novità culturali e sarà lei non solo a risollevare il marito dallo stato di prostrazione in cui era caduto, negli anni terribili delle leggi razziali prima e delle delusioni profes­sionali poi, ma anche ad assumersi la curatela, alla morte del marito, degli inediti di Giacomo, quelli che gli diedero la fama consacrandolo come il più grande critico del Novecento (Il personaggio uomo; Il romanzo del Novecento; La poesia italiana del Novecento e Verga e il naturalismo).

Tornando al periodo giovanile trascorso a Torino, va sottolineata la ferma convinzione con cui Giacomo riuscì a sottrarsi al dogmatismo e alla dittatura culturale esercitata da Benedetto Croce, appoggiato in questa sua azione di affrancamento da Mario Soldati e da Gianfranco Contini il quale in seguito affermerà, evidenziandone una specifica peculiarità, che nessuno come Giacomo “aveva piegato nell’esercizio della critica le qualità di un autentico scrittore”. Sempre in questo periodo strinse amicizia con Umberto Saba, al quale rimase legato tutta la vita anche per le comuni origini ebraiche, e partecipò attivamente alla nascita e alla diffusione di alcune riviste culturali aperte ai venti di novità che venivano dall’Europa, non ci dimentichiamo del suo amore per Proust e dell’interesse per la psicanalisi prima freudiana e poi junghiana.

Fondò Primo Tempo, insieme a Sergio Solmi e Mario Gromo, collaborò al Baretti di Pietro Gobetti e a Solaria di Alberto Carocci, che ebbe il merito di portare in Italia, in un periodo di autarchia anche culturale, le prime notizie della grande letteratura americana del primo Novecento. La passione assoluta per Proust, nelle cui opere Giacomo si rifletteva come in uno specchio, lo indusse ad assumere atteggiamenti che agli occhi dei più sembrarono snobistici ma che in realtà rispecchiavano alcune sue esigenze interiori: ricerca ossessiva del bello, rifiuto della volgarità, indifferenza per il danaro e amore assoluto, totalizzante, per l’autore della Recherche, che egli considerava suo fratello spirituale. Non a caso per i suoi primi articoli Giacomo scelse come nome de plume Swann.

Diventa difficile, a questo punto, comprendere la sua iscrizione nel 1946 al Partito Comunista Italiano, a cui rimase fedele anche dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, quando altri intellettuali, Calvino e Vittorini in primis, delusi uscirono dal partito. Si pensi alla famosa polemica dello scrittore di Siracusa con Mario Alicata, responsabile delle politiche culturali del PCI che si concluse con la famosa affermazione di Vittorini:

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

Anche per Giacomo De Benedetti la cultura non poteva e non doveva essere strumentalizzata dalla politica e questa sua convinzione finisce col giustificare anche qualche lieve cedimento al fascismo, mi riferisco alla sua collaborazione, al fianco del direttore Pier Maria Bardi, al Meridiano di Roma, un’impresa editoriale esplici­tamente legata alla politica culturale del fascismo. A Roma collaborò a Cinema, la rivista, fondata da De Feo, nel 1936, e diretta a partire dal 1938 da Vittorio Mussolini, lavorando a questa rivista conobbe Mario Alicata, Pietro Ingrao e Luchino Visconti il regista e l’intellettuale più vicino a Giacomo, segnato pure lui da antinomie e lacerazioni profonde, anche in lui convivevano l’amore per Proust, che inutilmente cercò di portare sullo schermo, e l’ideologia comunista, quarti di nobiltà e attenzione per la più cruda realtà. È noto l’interesse di entrambi per Verga, mi riferisco a La terra trema di L. Visconti e Verga e il Verismo di G. De Benedetti. Tornando all’adesione di Giacomo al comunismo va detto che essa fu dettata dal desiderio di superare il trauma del fascismo e della persecuzione razziale, di liberarsi del peso di un passato ingombrante e doloroso e di sentirsi parte di un gruppo che gli consentisse di vincere un’innata fragilità e insicurezza. Certo è che dagli intellettuali legati al partito fu sempre considerato non allineato e guardato con diffidenza se non con sospetto e dai borghesi che frequentavano la sua casa come un intellettuale “atipico, strano e indecifrabile” così finì col trovarsi in una situazione di completo isolamento in quanto si sentiva rifiutato dagli uni e dagli altri, non diversamente dal protagonista di Una vita di Italo Svevo (altro scrittore amato da Giacomo), Alfonso Nitti, di origini contadine che, andato in città per inseguire i suoi sogni di gloria, non viene accettato dalla ricca borghesia imprenditoriale che a Trieste gestiva ormai anche la cultura ma, ritornato in campagna per la morte della madre, non riconosce più luoghi e figure della sua adolescenza, per cui si sente solo e disperato a tal punto da togliersi la vita.

Non è certo il caso di Giacomo anche se il suo isolamento si accentua e la sua delusione aumenta a dismisura quando per ben tre volte gli viene negata una cattedra universitaria, sebbene nel breve periodo di professore incaricato, prima a Messina e poi a Roma, avesse rivelato straordinarie doti didattiche, come dice chiaramente Alfonso Berardinelli che insieme a Enzo Siciliano, Mario Lavagetto, Franco Cordelli, Paolo Mauri è stato suo allievo:

“Non era solo il docente affascinante, il grande critico da cui eravamo un po’ ipnotizzati. Ai nostri occhi lui non era solo la critica, era la letteratura. Si capiva subito che avevamo davanti uno scrittore che aiuta anche gli altri scrittori a capire meglio sé stessi”.

A negargli quella cattedra che Giacomo tanto ambiva furono, tra gli altri, alcuni dei professori iscritti al PCI che lo hanno sempre boicottato, salvo poi a far sventolare le bandiere rosse, durante i suoi funerali in Campo dei Fiori a Roma il 22 gennaio del 1967.

Nel libro della Folli, corredato da una ricca sezione iconografica, c’è molto altro: la clandestinità a Cegliolo, di cui parla dettagliatamente Renata Orengo nel suo diario; i premi letterari, in particolare il Viareggio e lo Strega; i salotti letterari di Alba De Céspedes e di Maria Bellonci; l’incontro con lo psicanalista Bernhard; l’ebraismo al quale, pur non essendo osservante, rimase fedele per tutta la vita; lo studio “matto e disperatissimo” come viene definito dall’autrice nel ricordo di un grandissimo poeta che condivide con De Benedetti il nome, Giacomo Leopardi.

Ho detto all’inizio di queste mie brevi osservazioni che La casa delle finestre sempre accese è un libro necessario, ora mi sembra giusto sottolineare che è anche un libro imprescindibile, almeno per tutti coloro che sono interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo che hanno avuto in Giacomo De Benedetti e in Renata Orengo due grandi protagonisti. E ciò grazie alla ricerca accurata, allo scrupolo storico e alla scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace, di Anna Folli, che ha già pubblicato nel 2018 per i tipi di Neri Pozza Morante Moravia. Storia di un amore.

Un’ultima doverosa osservazione: tutte le case che Giacomo De Benedetti e Renata Orengo hanno abitato, prima a Torino e poi a Roma, sono ben presto diventate luoghi di incontro, di confronto e talvolta di scontro tra alcuni degli artisti geniali e delle più vivide intelligenze del tempo, ma sempre in un’atmosfera di serena, sincera e disinteressata amicizia. Il titolo del libro, però, si riferisce alla casa di Torino, situata tra Corso San Maurizio e Lungo Po Cadorna, che fino a tarda notte con le sue luci accese richiamava l’attenzione dei rari passanti.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

Luca Perrone: “Galleggiamento” (Rivista Quarta Corda)

di Filippo D’Eliso (2020)

Galleggiamento.

Un’opera folgorante partorita dalla mente geniale di Luca Perrone.

Sì, Luca Perrone è una mente geniale. Questo è il mio punto di vista.

Già Elle, pubblicato dalla RPlibri nel 2018, e Vivi e lascia morire, nel 2019 da Infinito edizioni, rivelano una rara capacità di scrittura, niente affatto comune e poco incline a compromessi.

La sensibilità dotata non solo di “capacità sensoriale” ma anche di osservazione e spirito critico, immediatamente individua una risonanza, appunto “essere nelle corde”. 

Non poteva quindi la Rivista Sulla Quarta Corda non prendere in considerazione un’opera letteraria così audace ed originale come Galleggiamento di Luca Perrone. 

Il genio ha varie morfologie per presentarsi agli occhi di chi lo possa considerare. 

Si può essere geniali per delle attitudini, ma anche per quella sorprendente manifestazione di sviluppo del talento. Il grande musicista Arnold Schönberg affermò, con straordinaria intelligenza, che il talento è capacità di apprendere e il genio è capacità di svilupparsi”.

Ricordiamo che “il simile sceglie il simile” ossia il simile entra in risonanza con tutto ciò che gli fa da “specchio”. 

È chiaro che una simile ‘scintillazione espressiva’ produce miracoli culturali e meravigliose con­nes­sioni di crescita collettiva. La Cultura autentica è tutto ciò. 

Luca Perrone manda in risonanza le intelligenze e le sensibilità culturali che lo circondano e che lo seguono attraverso le sue pubblicazioni. 

Ilaria Palomba e Francesco Improta rispondono all’appello interagendo in prima persona all’interno di questa interessantissima operazione culturale che vede la luce grazie alla lungimiranza di una rivista audace e coraggiosa proprio per i suoi scopi di fondazione. 

Tre intelligenze in perfetta sinergia sottolineano l’originalità degli intenti. 

Sfondare il muro di una cultura ormai morta e seppellita, un tempo già agonizzante e quindi indifferente, inutile a garantire consapevolezza e crescita. Una umanità che necessita di una profonda e dirompente scossa atta a tagliar via la stantia e deleteria forma di manipolazione e narcosi indotta a livello globale dal potere, feroce e spietato, che tutto fagocita schiavizzando e falcidiando qualsiasi azione di opposizione, senza alcuna remora.

Prefazione e postfazione trovano nelle attente considerazioni della Palomba e di Improta eccellenti riferimenti e accostamenti letterari e culturali:


Luca Perrone assurge a reincarnazione di Antonin Artaud, con pari capacità di scuotere e sconvolgere lo spettatore/lettore, riesumando nello stesso tempo la bellezza della beat generation e il fallimento dell’ottimismo americano rappresentato magistralmente da Allen Ginsberg e la spregiudicata necessità dell’agire artistico in relazione all’essere l’artefice che dà vita al testo drammatico o poetico che sia, come lo fu per Carmelo Bene. In un intreccio di tesi ed antitesi, si avviluppano esalazioni di Joy Division, Doors, James Douglas Morrison oltre a W. Benjamin, Camus, Nietzsche e Pasolini con la sua Salò oltre a Teorema. Campana, Rosselli, Deleuze e Joyce con la purezza del ritmo che, nella sua catarsi, coniuga la parola in perfetta simbiosi con il titolo dell’“ipnotica, visionaria e allucinatoria” creazione di Luca Perrone. Così anche il non citato Foscolo, in un ciclo perenne di distruzione e di rinascita, di amore e morte in questo scenario sepolcrale entra in una risonanza magmatica con Galleggiamento che, sullo sfondo di un memorabile riferimento all’esperienza di floating per raggiungere l’isolamento e liberarsi da ogni sensazione non più consona al proprio sentire, immergendosi appunto nella vasca di deprivazione sensoriale inventata alla fine degli anni Cinquanta dal dott. John Lilly, si esplica, con 52 strofe di 7 versi ciascuna per un totale di 364 versi, come mantra da recitarsi uno al giorno per un intero anno, condannati come siamo alla totale schiavitù, affermandosi decisamente opera di assoluta novità culturale del nostro tempo.

Strade senza ritorno

di Rita Pacilio

Reinventare l’esistenza dopo una disgrazia, una malattia, una pandemia. Tornare alla normalità aggrappandosi alla vita: sembrerebbe la soluzione più ovvia, scontata. Invece, non è così per tutti.  Per alcuni, la capacità stupenda di ri-cominciare diventa un obiettivo irraggiungibile e così ci si nasconde dietro una nullafacenza di comodo, sia mentale che psicologica. Mi va bene così può celare un pensiero accidioso tale da far immaginare una rassegnazione, un’accettazione. No, peggio. Potrebbe trattarsi di una scelta durissima, distruttiva, rovinosa.

Va bene così, cioè aggirarsi tra le rovine emotive e sociali come un morto tra i morti, potrebbe voler dire che la contentezza intima sia inaridita, sfigurata. Significa che l’entusiasmo per i progetti si affievolisce; che non si avverte più il bisogno di cercare e/o ri-trovare il piacere di esserci in maniera lucida e consapevole. Senza motivazione, è vero, si rischia di camminare all’indietro e di arrotolarsi su se stessi fino ad arrivare all’ultimo passo che fa precipitare ogni pensiero razionale nella devastante vicenda del vuoto. Vuoto inteso come scollamento dal reale, dal desiderio e, quindi, dalla realtà. Vuoto che vuol dire anche passività, perdita della sensibilità: sensibilità che sembra non appartenerci più, che non serve più, in cui non ci si riconosce abbastanza. Le energie positive e costruttive potrebbero cedere il posto all’indifferenza.

La scelta di smettere di sognare diventerebbe privazione del quotidiano riconoscimento dell’identità: lasciarsi andare poco per volta e i segnali – ci sono sempre segnali che preparano la fine – potrebbero non essere giudicati o presi in considerazione perché, a volte, troppo ostentati. A questo punto cosa accade dentro di noi? Dopo aver preso la decisione di spegnere definitivamente la lanterna valoriale della coscienza, il danno non potrebbe essere più riparato e potrebbe alimentarsi una nuova tipologia di aspirazione, quella autodistruttiva. Infatti, le droghe, l’alcool, i farmaci diventano sempre più frequentemente, i riferimenti mitizzati con cui è possibile raggiungere velocemente il buio più profondo, quello in cui si riesce a domare anche la genialità dell’estro, la fantasia, l’idea della felicità.

Chiudere gli occhi alla comunicabilità con la gioia e con la speranza porterebbe a esaltare l’altra faccia della medaglia, cioè il male estremo fino al dolore macabro: ambire a un profilo deforme non solo per cercare di sparire per sempre, ma, addirittura, per suscitare curiosità, sentirsi finalmente interessanti, soggetti da studiare e ricordare? Imitare i dannati e la loro dannazione potrebbe essere un obiettivo preciso e premeditato? Certamente una discesa agli inferi, una strada senza ritorno: la sfida con il risparmio esistenziale con lo scommettere la propria presenza nella vita. Si potrebbe approfondire e trovare una giustificazione con Dante, Nietzsche, Kafka, Jung, Barthes, ma non ci sono vie di uscita o di scampo quando si chiude il discorso con il mondo e l’esistenza.

La fatica del ricordo di Filippo D’Eliso

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di Filippo D’Eliso

Estratto del racconto:

[…] Le guardava gli occhi. Taceva. Sembrava respirasse il momento. Lo assaporava come un’ostia consacrata. Era felice. E lei si sentiva a suo agio senza preoccuparsi di essere giudicata. Disse: «Non ti dimenticherò mai!» e gli modellò con una graffetta un cuore di metallo. Glielo appuntò sul taschino. Lo abbracciò a sé. Lo baciò. Fecero l’amore. A lungo, con dolcezza. Poi rientrarono. […]

Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 20

Codice ISBN: 9788885781405


Il Fallout degli Dèi di Mark Bedin

Acquista Il fallout degli dèi

di Mark Bedin

In un tempo dove la poesia è sempre più̀ oggetto di una rappresentazione diretta e piana, figlia di un linguaggio sempre più simile a quello parlato, c’è chi osa, come Mark Bedin, arcaicizzare il detto poetico per renderlo puro ritmo, viscerale esecuzione sonora; ciò̀ accade ne Il fallout degli dèi, seconda opera del giovanissimo autore veneto. Autodidatta e operaio in fabbrica, al contrario di molti suoi autori coetanei, Bedin si sottrae al contemporaneo, ergendo una sua personalissima Torre di Babele, tutta incentrata sulla reverenza dell’autore nei confronti della letteratura, e nello specifico della poesia.  […]

dalla introduzione di Antonio Bux

XI.

Quanto non avrei creduto affiora: Cleopatra,

e l’ascosa sua mano che altera,

per decesso affliggersi, del serpente il muso.

Ma io so, Cleopatra: fin troppo t’amasti

per non lasciarti soffrire.

S’è aggredita, rauca, ora, la luna in cielo

-Cleopatra; maledetta puttana, è tuo il seno

di nerastra chiazza, rattrappito tra le piaghe

che benigno gettato riarde nelle vaghe

folate!

Eppure mi accettasti;

non saprei dire in che misura di chi Cleopatra

in me rimanda la figura, facesti scordare.

Mark Bedin è nato a Vicenza nel 1997 e vive ad Altavilla Vicentina dove svolge l’attività di operaio in una acciaieria. Ha sempre contrapposto il suo percorso di studi tecnici al percorso letterario intrapreso in solitudine. Ha pubblicato la silloge Variazioni in versi (Controluna, 2018), poi ripudiata, scartata e rivista e mai ripubblicata. Un testo unico è stato pubblicato nell’antologia L’ovulo cercato (Occhionudo, 2019).


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 100

Codice ISBN: 9788885781399


Nr.8 – Vincenzo D’Alessio

a cura di Giuseppe Vetromile

Credo che la Poesia aiuti a transitare nell’esistenza, renda meno difficile il contatto tra esseri umani, permetta di avvicinarsi con minore sofferenza alla realtà della morte, lascia ardere perenne in noi la fiamma musicale della Natura. Credo fermamente nella poesia civile, praticata dal poeta e dagli amanti della poesia. Credo che la poesia costituisca la stanza illuminata dagli affetti e dai ricordi nell’anima di ogni essere umano, per l’eternità.

Così scriveva Vincenzo D’Alessio presentando, nella sua introduzione – quasi una dichiarazione di poetica – al libro “La valigia del meridionale ed altri viaggi” (Fara Editore, 2012). Il poeta irpino, di origini solofrane, è mancato all’affetto dei suoi cari e nostro nello scorso mese di aprile, lasciandoci tutti costernati e addolorati.

Lo vogliamo ricordare qui, in questa rubrica, proponendo alcuni versi tratti dal libro già citato. Vincenzo è stato un poeta molto impegnato, non limitandosi a scrivere per sé ma prodigandosi per la diffusione della poesia e della cultura in genere, negli ambiti scolastici come in quelli sociali, specialmente tra i giovani, e fondando circoli ed associazioni culturali, come il Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Laureato in materie letterarie all’Università di Salerno, è stato un fine critico, giornalista e organizzatore di Premi Letterari importanti, come il “Città di Solofra” e il “Cluvium” di Calvanico (Sa).

La sua poesia è dolce e incisiva nello stesso tempo, e tocca temi sociali ma anche quelli della memoria e della propria terra d’origine, dura e solare.

Lo scoglio

Mi ritrovo più solo di uno scoglio

in piedi, in mezzo alle correnti

un’inutile lotta per emergere

ad ogni notte ritorna la marea,

felice chi è se non il mare

padrone di mille e più confini

ad altri Dio cela il suo destino

e fissi guardiamo senza fede.

Oggi l’inganno è lievito della terra

il marchio primitivo sottopelle.

Fuggire, capire, forse anche morire

vicino ad una mano che ti sfiora.

***

Il Sud ha sapori

di ruggine e tradimenti

del poco lavoro della sofferenza

Figli lontani dal sole

nelle nebbie tristi di torpore

La terra è l’usignolo

che scompare d’inverno e torna

nelle notti dell’amore a cantare

dietro l’uscio degli uomini

Quando potremo riposare?

Terra rimasta vera

solo nei pensieri miei.

***

A mio figlio Antonio

Ti sono mancato come padre

me ne vergogno ancora

avrei potuto fingere negli anni

resistere al male degli uomini

Non me ne volere figlio

non potevo restare al suolo

nell’egemonia blanda dell’ipocrisia

Sono come te un bambino nuovo

che vuole vivere verità e poesia

Siamo fili di speranza lieve

che si apre al mondo clandestina

Sotto il cielo spero che da padre

mi ridonerai la vita.

***

Noi siamo la terra

che grida dalle sue radici

tormento infaticabile

cemento calato nelle viti.

Siamo soli a sollevare nel vento

il richiamo al falco pellegrino.

Siamo soli a chiedere perdono

alla memoria ferita.

***

Quando non sarò con voi

recitate i versi al vento

            li trasporti ai sordi

            alle cime innevate di settembre

affidateli agli uccelli

            che vincono malinconie

scioglieteli sui muri nell’inverno

al filo rosso delle periferie.

Vincenzo D’Alessio, nato a Solofra 1950, viveva a Montoro (AV). Laureato in Lettere all’Università di Salerno, è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra e fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Ricordiamo alcune opere  poetiche pubblicate con Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 2016); Il passo verde (in Opere scelte, 2014), La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017); Dopo l’inverno (2017, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso “Terra d’Agavi 2018”, segnalata al Premio “Civetta di Minerva”, finalista al Premio “Tra Secchia e Panaro” 2018); Nuove anime (2019). Nel 2018 ha pubblicato i Racconti di Provincia.

Bruno Vallepiano: “Trappola per lupi” (Golem Edizioni, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Sta per arrivare in libreria Trappola per i lupi (Golem edizioni, euro 13,90) l’ultimo romanzo di Bruno Vallepiano, giornalista, scrittore e sce­neggiatore. La veste tipografica, propria della collana Le vespe, ricorda i famosi gialli Mondadori, ma, a ben guardare, si tratta più di un noir che di un giallo classico e più precisamente di un noir mediterraneo, in cui la bellezza del paesaggio contrasta con i crimini e i misfatti raccontati. Vallepiano, non diversamente da J. C. Izzo, B. Morchio, A. Camilleri e altri ancora, è profondamente legato alla propria terra, di cui racconta senza infingimenti, con un linguaggio crudo e diretto, splendori e miserie. Poco importa che le storie di questi ultimi siano intrise di salsedine per la presenza costante del mare e impreziosite da cieli tersi e luminosi, mentre quelle di Vallepiano si inerpicano lungo pareti rocciose, boschi di conifere e rovesci di pioggia, essendo ambientate sulle alture della provincia di Cuneo. Per alcuni aspetti (ambiente e personaggi) Bruno Vallepiano mi ha ricordato Pierre Magnan, lo scrittore di Manosque. In tutti gli scrittori di noir, inoltre, ci sono implicazioni di carattere sociologico, in quanto quel che interessa allo scrittore, al di là del crimine commesso, è il contesto in cui esso è maturato.  

In Trappola per lupi ci sono esplicite implicazioni o velate allusioni alla società in cui viviamo o in cui hanno vissuto i nostri antenati. A pagina 155 si legge testualmente:

Viviamo nell’epoca dei paradossi, Mauro… oggi abbiamo più comodità, ma sempre meno tempo per noi stessi; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non siamo in grado di aggiungere vita ai nostri anni.

A parlare è Guido ultra-nonagenario, saggio e scapestrato, che ama condire i suoi discorsi con riflessioni antropologiche e morali. E sarà proprio Guido, che si definisce un treno a fine corsa, a chiudere il sipario su questa storia con alcune considerazioni tanto lucide quanto amare sul tempo che passa, sull’abbandono dei paesi di montagna o di campagna, sulla bellezza che sfiorisce e sul crollo degli ideali, palazzi d’oro costruiti sulla sabbia. Mauro, il suo interlocutore, è il protagonista del romanzo, nonché io narrante, personaggio noto ai lettori di Vallepiano, in quanto è alla sua quinta indagine investigativa. Ma procediamo con ordine.

Mauro Bignami, professore di Storia e Filosofia, in un liceo di Mondovì, torna a Gariola, paese della Provincia Granda, dalle vacanze in Croazia in compagnia della moglie Cecilia e del figlioletto Idris e non essendo ancora disponibile, per lavori in corso, la propria abitazione si sistema nel B&B di Paolo e Clotilde. Qui conosce tre americani i cui antenati, contadini originari di Gariola, erano emigrati in America del Sud e tre giovani tedeschi. Contemporaneamente a Washington su un campo da golf viene ucciso con un fucile di precisione un caddy e le indagini vengono affidate a un detective di nome Arvin, dall’aspetto ruvido e scostante, trasandato nell’abbigliamento, sempre stazzonato, non diversamente dal tenente Colombo. Apparentemente le due storie, narrate con montaggio parallelo e con una diversa angolazione, omodiegetica la prima ed eterodiegetica la seconda, sembrano non aver nulla in comune finché il ritrovamento casuale di una ragazza rimasta intrappolata con una gamba in un’enorme tagliola per lupi, lascia intravedere nuove piste su cui per la sua innata curiosità e per un non comune senso di giustizia si inoltrerà Mauro Bignami. Sono sicuro che il cognome del detective dilettante faccia sorridere tutti quegli studenti che in prossimità di un esame, non avendo alle spalle un’adeguata preparazione, si siano tuffati su compendi di Letteratura, di Storia o di Filosofia.

Non racconteremo certo gli sviluppi né tantomeno la conclusione della vicenda – sarebbe per l’autore e soprattutto per i lettori un crimine imperdonabile – ci limiteremo, quindi, ad alcune considerazioni a mio avviso molto significative.

Innanzitutto nel romanzo accanto a considerazioni di carattere socioeconomico – penso alla povertà dei contadini, al notevole ritardo con cui è stato riconosciuto loro il diritto alla pensione, al fenomeno delle migrazioni nella speranza di trovare un futuro migliore o quanto meno un’occasione di lavoro – ci sono anche precisi riferimenti storici e politici. Si parla, infatti, del colpo di Stato del generale Pinochet in Cile nel 1973 e delle tante efferatezze perpetrate da funzionari e militari ai suoi ordini, mi riferisco in particolare a Sergio Arellano Stark, uno dei più crudeli e sanguinari aguzzini del regime di Pinochet. Alla stessa stregua vengono stigmatizzate le “sporche” manovre dell’Intelligence (CIA) per screditare il nemico sia nella guerra del Golfo che in Afganistan e per legittimare la strombazzata propaganda degli USA di esportare la democrazia nel mondo. Si rilevano anche legittime rivendicazioni animaliste nei confronti di bracconieri, privi di scrupoli, che disseminano il terreno di trappole e tagliole, contribuendo alla decimazione di animali in via di estinzione.

Né si possono dimenticare le tante figure femminili, tutte belle e affascinanti, talune segnate dalla malattia, come Clo, la moglie di Paolo che combatte contro il cancro, una bestia più pericolosa di un lupo famelico, altre che non perdono occasione per esercitare il loro potere seduttivo senza ottenere comunque risultati concreti, è il caso di Netty che fino all’ultimo cerca di sedurre Mauro. A ben guardare queste hanno nell’economia del romanzo una funzione prevalentemente esornativa, mentre l’escort russa, l’avvocato, moglie del caddy ucciso sul green di Washington e la ragazza vittima della tagliola hanno un ruolo più importante e decisivo nella vicenda, come si scoprirà successivamente.

Tutte le implicazioni di carattere sociale, politico ed economico cui abbiamo accennato non inficiano, però, il plot narrativo, ricco di colpi di scena e di depistaggi, che ha un ritmo agile e incalzante, ed è sorretto da dialoghi frizzanti e allusivi e da alcune belle, intense ed efficaci descrizioni come quella dell’acquazzone e l’ultima che ripropongo nella sua interezza:

Gli alberi che rivestivano il versante della montagna di fronte avevano assunto le colorazioni autunnali; i ciliegi selvatici erano esplosi con le loro chiome rosse ed erano un urlo in mezzo a una tavolozza che variava dal giallo acceso al verde cupo, fino all’ocra. Il bosco era in un momento di sontuoso splendore. Uno spettacolo fugace da cogliere al volo; sarebbe bastata una giornata di pioggia per trasformare ogni cosa e sospingere il marrone e il verde opaco verso la conquista dell’intero scenario, il rosso sarebbe svanito spegnendosi anch’esso verso la fase ultima, prima del risolutivo denudarsi degli alberi.

Un’orgia di colori degna di un pittore impressionista.

La Sagoma di Daniela Carmosino

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di Daniela Carmosino (illustrazioni a cura dell’Autrice)

La favola, quella che si distingue per le carinerie stereotipate e l’happy end del genere, stavolta non può che essere a contraggenio e quindi materiarsi e tingersi di crudeltà; e infatti Celeste, seguita in alcuni momenti apicali dei primi suoi anni di vita, si muove in una famiglia di mostri – beninteso i mostri piccoli piccoli e inconsapevoli di una quotidianità comune e diffusa: sagome di mostri. […] Nondimeno Daniela Carmosino conosce bene e spende al meglio il talento della leggerezza; e se la sua scrittura, come struccata, reca le evidenze cosali e ponderali di fatti, pure si praticano abili manovre di alleggerimento che conferiscono lucentezza e fascino alla struttura del linguaggio. 

dall’Introduzione di Marcello Carlino

Va evidenziato come la sagoma di Celeste si stagli come un’ombra su tutta la sua vita, sagoma come sinonimo di ‘divertente e carina’ quando compiace, ma sagoma anche come tela bianca sulla quale proiettare desideri, frustrazioni, sottili vendette e incomprensioni da parte della famiglia, indifferenziata materia viva, pronta a essere plasmata, manipolata e definitivamente ingannata da chiunque.

dalla Postfazione di Enrico Iraso

Tu la parola sagoma non la conosci, / ma quel giorno la impari: / una sagoma tutti la guardano, / tutti l’ascoltano, anche la mamma, / sorride con gli occhi azzurrissimi / persino la nonna. / Una sagoma fa felici tutti.

Daniela Carmosino è nata e vive a Roma. Insegna Critica letteraria e Letterature comparate presso l’Università della Campania “L. Vanvitelli”. Autrice di saggi critici e di racconti, studia da anni gli effetti del linguaggio sullo sviluppo della personalità e sul comportamento.


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 96

Codice ISBN: 9788885781382


Recensione sul blog “Libri Social Pub” dedicata a La Sagoma

Recensione di Livio Romano per “La sagoma”

La Sagoma, di Daniela Carmosino, è una “favola crudele”, come recita il titolo, scritta in forma di poesia narrativa che confina con la filastrocca e con l’apologo breve. Se vi piacciono le atmosfere fredde à la Larkin (contrappuntate da disegni che sembrano usciti dalla matita di David Shrigley), o le narrazioni in versi di Rodari, colorate e intense e commoventi eppur prive d’ogni retorica, e senza dire della congerie di buone cose di pessimo gusto guidogozzaniane, be’: tuffatevi in questo racconto di formazione scritto per episodi dotati di cliffhanger come le puntate di una serie tv che instillano la brama di capire come s’evolve la storia.

Vorrei dire che Celeste, la protagonista bambina, è immersa in un mondo di donne che cerca di decifrare, ma quello in cui trovo sia intenta davvero è la decodifica del mondo tout court, dotata di uno sguardo incantato e accattivante, sorpreso e già sagace e provvisto di amara ironia. L’universo che via via scopre Celeste è popolato di gente che sbevazza e diventa grassa, di zie salvifiche e zie cui chieder scusa, ragazzine di città viziate e litigiose e l’odore dell’astuccio in ottobre, quando riprende la scuola -e sì che noialtri ritornavamo in classe l’1 ottobre. Per contorno, tazzine limoges, ragazzi con la barba di Gambadilegno, cucchiaiate del confortevole e blando ansiolitico Glicerovalerovit, cappottini rossi, “Laltracasa” -anch’essa popolata di donne e da cui la ragazzina va via in un viaggio d’addio manzoniano- sempre più lontana, negletta e dimenticata perfino da Babbo Natale. Una sagoma, la personalità della protagonista, nel cui perimetro vien facile reperire inquietudini e sorprese e strategie di difesa sempre più sofisticate che appartengono al trascorso di tutti noi lettori.

Recensione a cura di Francesco Riccio per “Siena News”, sezione Fiction & Libri

Commento a cura di Matilde Civitillo

All’una e sette minuti, quando ho finito di leggere, ero ricolma di emozioni molto forti.

Ero piena di immagini incredibilmente potenti, come quella della pagina-capolavoro in cui, al suono del jingle delle Fiabe sonore (quante volte l’ho sentito da piccola!) zia Elsa smantella l’armadio e la vita di Celeste, che immagino gridare ancora più disperata per far sentire la sua supplica al di sopra di quella musica, così tragicamente dissonante con quel momento violentissimo.

E poi le scarpette di Celeste, quelle coi buchi, quelle di vernice lucida e rigida, quelle sportive, che così è più libera; e il modo in cui le fa dondolare, quasi per entrare (e questa è la mia immaginazione che interviene) in una sorta di trance: è come se quel dondolio creasse un cerchio magico all’interno del quale sparire, sentendosi protetta dal fatto che nessuno la può vedere e quindi chiederle niente.

E poi quelle mani sulle orecchie, quella macchia di non detto e di non chiesto che diventa viscosa, sulla sagoma di Celeste, come sulla copertina del libro e ne fa un personaggio potente, indimenticabile, che suscita un’empatia immediata e irresistibile.

Che non potrò mai più dimenticare.