Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)

Rita Pacilio: “La Venatura della Viola” (Ladolfi Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

Rita Pacilio, scrittrice, sociologa, collaboratrice editoriale, si presenta all’attenzione di pubblico e critica con un libriccino di poesie che è una vera e propria dichiarazione di poetica, un tentativo, perfettamente riuscito, di restituire alla parola la sua purezza primi­genia e al proprio cuore un po’ di dolcezza e di serenità. E tale intento è esplicitato in maniera chiara e inequivocabile dallo stesso titolo, La venatura della viola, dove non a caso viene scelto tra i fiori il più umile, il più delicato ma anche il più resistente la viola che ha una sua precipua simbologia e anche una sua storia letteraria: viene citato da Shakespeare nell’Amleto tra i fiori che Ofelia offre al fratello. È il fiore degli innamorati e di chi si vuole bene e trasmette sempre un messaggio positivo: “pensami perché io ti penso” e infatti, secondo una vecchia leggenda di origine francese, nei suoi petali si può riconoscere addirittura il volto della persona amata.

Anche nella lettera ai lettori, in cui la Pacilio riprende quell’abitudine di rivolgersi direttamente al suo pubblico e che giustamente Filippo D’Eliso in una sua nota a questa raccolta di poesie, parafrasando George Perec, definisce La Poesia: istruzioni per l’uso, si accenna a questa ricerca di semplicità e di essenzialità in un mondo sempre più caotico e assordante che c’impedisce di ascoltare le voci più autentiche della natura e del nostro io più profondo.

Leggendo le sue poesie ci si accorge che la Pacilio si muove tra Giovanni Pascoli per l’elogio delle “piccole cose” (per dirla con Benedetto Croce) e per il simbolismo che in esse si annida e Francesco Biamonti per l’esigenza irrinunciabile di contrapporre al fastidioso, volgare e banale chiacchiericcio dei giorni nostri la purezza aurorale del linguaggio, quando le parole erano musica, senso e scoperta stupefatta del mondo. Non a caso Biamonti in un’intervista rilasciata alla fine del secolo scorso disse testualmente: “Il nuovo millennio o sarà fondamentale o non sarà”. Tra i modelli e le fonti letterarie della Pacilio mi è sembrato di scorgere anche Jacques Prevert e la poesia Ho tre alberi in cima agli occhi mi ha riportato alla mente Tre fiammiferi ho acceso nel cuore della notte … Della poesia Tre alberi … mi piace riportare gli ultimi versi, anche se mi rendo conto che non è corretto antologizzare e a maggior ragione estrapolare qualche immagine isolata dal componimento nella sua interezza, per cui mi si perdoni questa trasgres­sione di una regola fondamentale dell’esegesi e della critica letteraria.

[…] Lì ho imparato l’amore. Al suo tronco

appoggio petto e schiena e mi impiglio

come un racconto, una leggenda.

Segreto dei segreti mi stringe

con il cuore intero. E io tremo malgrado tutto.

Hanno avuto un ruolo fondamentale sulla composizione di questi versi la frequentazione e pratica del vocal jazz da parte dell’autrice da cui scaturiscono musicalità e ritmo che non sono affidati alla metrica ma alla giustapposizione delle parole e la conoscenza, almeno credo, della filosofia zen da cui discende la silvoterapia, la pratica cioè di abbracciare gli alberi, di coglierne le vibrazioni in cerca di una simbiosi con la natura.

L’intento della Pacilio, attraverso l’utilizzo di un linguaggio spogliato di tutte le impurità e sovrastrutture ideologiche, è quello di ritrovare le nostre radici e con esse il contatto con il mondo (… imparando a trattenere il mondo // sotto le scarpe). C’è in questo atteggiamento una sorta di atavismo uma­nistico che la porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina.

C’è nell’autrice un velo di malinconia che si solleva, come nebbia mat­tutina, quando il suo occhio si posa sulle care e dolci cose della casa (penso alle mele nel forno e alle viole sul davanzale) o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash, allora l’elegia si scioglie nell’idillio ma è possibile ravvisare anche il pathos, allorché la realtà irrompe con le sue tragedie e i suoi orrori distogliendola dai suoi ricordi o dai suoi agognati “paradisi” interiori, mi riferisco alla poesia dedicata alle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova e al componimento che chiude questa breve raccolta, in cui si accenna a un dramma epocale qual è quello delle mi­grazioni:

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e la conchiglia

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

Un libro prezioso perché alla qualità indiscutibile dei versi si aggiunge un chiaro invito a riconsiderare l’essenza più autentica della nostra vita al di là di ubriacature ideologiche o di facili e illusorie consolazioni, materiali o escatologiche che siano.

 

Biografia dell’Autrice:

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Filippo D’Eliso (2019)

Quel miracolo di nome Nico Orengo

Nico Orengo, poeta della pagina e della vita, inserito nella collana Le Memorie di Fusta edizioni (€ 16,90), è un autorevole tributo al grande scrittore, poeta e romanziere, autore di filastrocche e libri per ragazzi, e curatore per circa un ventennio dell’inserto culturale Tuttolibri, dopo aver lavorato alla casa editrice Einaudi.

I due curatori, Alberto Cane e Francesco Improta, hanno raccolto aneddoti, ricordi e testimonianze, contributi critici, ricette e musica tracciando un esauriente panorama dell’attività creativa dell’Enfant terrible che con la sua “mitica infanzia”, come osserva Federica Lorenzi, invita gli adulti a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà ovvero a essere disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo. In ogni sua pagina, il libro trasuda vita e amore per essa. “La vita è storta”, folgorante citazione da L’intagliatore di noccioli di pesca, apre gli obiettivi allo sguardo profondo e accorato degli amici che in Liguria e Piemonte lo hanno amato e seguito,richiamando alla mente il grande Pierre Louÿs che nel suo celebre romanzo Aphrodite, pubblicato nel 1896, dice:“Amore è vedere una linea storta dove c’è semplicemente una linea retta”.

Il suo slancio alla vita, sregolata ed intensa, fu tale da far percepire prematura la sua dipartita, avvenuta il 30 maggio 2009. Potremmo dire, citando G. G. Márquez, che la sua fu una morte annunciata, per le sue precarie condizioni di salute e per l’intolleranza a qualsiasi restrizione o prescrizione medica.

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Tra le testimonianze più toccanti e poetiche del libro, di indubbia stima e amicizia, c’è quella di Bruno Quaranta, premesso che – e vale la pena ripeterlo – ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto: Nico, o dell’ossimoro e del suo coraggioso paradosso che malgrado colpisca allo stomaco senza lasciar alcuna traccia esterna ci segna profondamente dentro, è la testimonianza dell’eterna guerra di detrazione all’inferno di pasoliniana memoria della bellezza della vita. Con illuminata scrittura Nico è ritratto marchese rampante nella giungla, estroso Robinson Crusoe, fanciullo destinato alla fiaba, che con l’arte di spugneggiare reinventa, riecheggia, restaura sot­traendo agli sterpi e ai rovi una cartolina, una filastrocca: una caccia a chi gli aveva rubato il verde, la verginità di un’infanzia spensierata, le zolle che nutrono l’ulivo, ed ora, oltre il tenue muro, bisticcia con Pavese lì dove l’Amore è A-mors e l’infinita sigaretta divora anche quell’ultima sigaretta di Zeno/Svevo che, a dispetto delle rassicurazioni ad Alberto Sinigaglia, gli fu compagna per tutta la vita. Per quel corsaro felpato dal bagliore che perdura tra parole ed alfabeti, scartate e scartati come caramelle e golosamente aspirate e aspirati come Conrad che si fabbricava le sigarette arrotolando le pagine della Bibbia, la maturità non è tutto, ribaltando scandalosamente il motto Shakespeariano. La sua arte ha lo slancio cinematografico: il gusto per la regia e il montaggio sono il frutto dei rapporti intensi e fecondi tra cinema e letteratura, a conferma del suo viscerale e profondo amore per la decima musa trasmessogli dal padre Vladi, come ci sottolinea con stupefacenti connessioni Francesco Improta. Il Ponente ligure vanta scrittori di eccellenza. Vittorio Coletti cita Calvino, Biamonti, Conte, Magliani. Nico si distingueva da loro per il suo modo di guardare la Riviera: appunto con amore e poesia. Solo Conte in versi ha fatto qualcosa di simile, ma ha visto in essa, come tutti gli altri,la speculazione, la corruzione, l’abbandono, il dolore. Per Nico la Liguria è cosmopolitismo dove per gli altri è perdita di identità. La Liguria è rimasta per Orengo la terra dell’infanzia, delle estati, dei giochi, spazio libero tra mondi, epoche, vite, luogo di conforto e di meditazione non oscurato dal male di vivere di Montale.Nico, ci racconta Giuseppe Conte, aveva per questa terra, questo mare, questa vegetazione un amore multisensoriale, totale, illimitato. Fu il primo a leggere, ancora in manoscritto, Francesco Biamonti e ad innamorarsene. Una sensibilità tale, e Ugo Giletta lo afferma con illuminata sintesi ungarettiana, da ascoltare il lamento del mare, la sua voce, la memoria, l’immenso spazio unico ed irripetibile in quella striscia di terra apolide dove Marco De Carolis lo ricorda per l’umanità profondissima e quel suo modo affettuoso di donargli il libro su cui aveva posato gli occhi il giorno prima.

“L’arte è un miracolo. Voglio scegliere, avere il diritto di vita e di morte”. Così Giovanni Tamburelli ritrae Nico in attesa che le muse e il mistero lo visitino: solo allora la penna si rianima. Sandra Reberschacklo definisce cavaliere armato di lessico in difesa del territorio sottolineando il suo l’amore per la bellezza, continuamente cercata nella vita come nell’arte, patendone ogni sottrazione come un affronto irreparabile. Monica lo interessava più dei tostini e Antonio Ricci lo sapeva bene anche quando “una fica secca” di finlandese lo silurò in occasione del premio “Un autore per l’Europa” nel settembre del ’92.La Via del sale, il premio Hanbury, il premio per la difesa del territorio, furono la testimonianza dell’affetto profondo di Nico, guerriero e filosofo, sognatore e prosatore elegante, per questi territori dove l’immaginazione prende il volo, come confermano Silvana Peira, Paolo Pejrone e Bruno Murialdo ora che, nel ricordo di Laura Guglielmi, non c’è più nel Ponente a far la guardia. Il paesaggio fu la sua seconda casa, come ci ricorda Aldo Molinengo, a tal punto da rassicurare l’amico Mario Rigon Stern. I luoghi sono destino, evidenzia Albina Malerba, lì dove, come Nico ha scritto, l’avventura è essenzialmente frontiera.Mirella Appiotti, Mauro Bersani, Luciano Bertello, che lo conobbe grazie a Giovanni Tesio,ne tracciano l‘onestà intellettuale, la capacità di creare architetture e ponti tra mondi diversi. Pippo Bessone legge in lui una tristezza, ma non ebbe mai il coraggio di domandare perché Nico in fondo fosse un invincibile che non combatteva più,ed ora Yves Bosio ne sente il canto tra gli angeli che ha amato. Claudia Claudiano ne sottolinea la leggerezza: quell’essere leggeri come un uccello e non come una piuma come Paul Valery affermava. Nico rapiva ciò che luccicava per covarlo in attesa di racconto. Per Nico la vita era leggera e tale si doveva cercare di renderla. Una leggerezza che, come Calvino descrive, deve rendere il linguaggio “un tessuto verbale senza peso”. Leggerezza espressa con sorridente consiglio anche da Paolo Mauri quando chiese a Nico cosa stesse scrivendo e Calvino, divertito, rispose: “Un libro pieno di puttanate” e Mauri replica: “Lascia le puttanate e butta via il libro”.Marco Cassini declama: “Spesso abbiamo cercato di vivere come personaggi di un tuo romanzo”. Il picNico e le performance ne furono espressione accorata sotto la fedele e sentita organizzazione di Alberto Cane. Giuseppe Giacomelli in nome de Il Salto dell’acciuga mangiò per sei mesi acciughe dopo ogni presentazione e Paolo Veziano ebbe il “culo” dei principianti nel catturare un’anguilla ottuagenaria finita nel taccuino di Nico a nutrimento del suo romanzo Islabonita. Eynard e Palluda, con ricette dedicate, ne confermano il fine palato e la musica di Allavena brinda con un allegro salto di sesta in Ciapa l’anghila. Roberta Cento Croce ricorda che non si usa violenza agli indifesi e Luisella Berrino vede Nico cancellare con una gomma, alla stessa stregua di un Man Ray o Emilio Isgrò,la tigre che ora corre dove il tempo è bello. Tutto sembrava impossibile da realizzare, ma alla fine erano sempre loro, gli amici per la promozione dei suoi libri, a doversi ricredere.

Ciao Nico.

 

Cara Daniela …

di Nando Vitali

(rivolgendosi a Daniela Matronola, autrice del testo recensito, “Melamangiai“)

 

Cara Daniela,

volevo ancora ringraziarti per il libro che sto leggendo

come si leggono i libri di poesia. Secondo una sorta di via casuale dello sguardo.

 

Molto bella la gatta di pece spalanca occhi d’oro… e i versi in cui si allude

all’ingombro del corpo e al tema dell’inesistenza, che poi è il limite oltre

il quale si ritrovano parti di sé sconosciute.

Ti auguro una felice estate e che il tuo libro abbia l’attenzione che merita.

Ti abbraccio.

Educhiamo all’espressività!

di Carlo Di Legge 

(rivolgendosi a Rita Pacilio, autrice del testo recensito, “La Favola dell’Abete“)

… Trovo che sia occupazione degna occuparsi dell’infanzia, o della fanciullezza . Ho letto e riletto la tua favola di Natale. Parte da una situazione un po’ triste e giunge alla pienezza della gioia, dunque è un messaggio ottimista quello che vuoi mandare: bene così, siamo anche troppo oppressi dalla tristezza dei giovani e giovanissimi poeti contemporanei! E così, almeno ai bambini, vogliamo far passare un bel messaggio!

Le cose finiscono bene. Illustri precedenti come quello di Dickens o come le favole e le fiabe buone lasciano il varco alla speranza.

Dunque sono contento che tu abbia tentato un’operazione del genere, che d’altro canto non è la tua prima: ci voleva, non saranno mai abbastanza!

Ho apprezzato che tu non abbia ingolfato le pagine di scrittura. Si tratterà di una lettura di un adulto a un bambino, che non lo annoierà se eseguita a dovere, cioè espressivamente; oppure della lettura di un bambino principiante della lettura, che non verrà scoraggiato alla vista delle minacciose nubi di parola. Ho apprezzato gli spazi non meno delle righe di scrittura.

Le illustrazioni paiono assai essenziali, scevre da seduttività o sentimentalismi fuori luogo, bianco e nero, a colori solo la copertina. Ma, certo, il bambino stesso può colorarle! Comunque le figure, proprio perché sono poco appariscenti e scarne ma impegnano larghi spazi, a mio parere lasciano lavorare l’immaginazione, e anche, perché no, la mano e l’occhio, e anche questo va come deve, o si spera.

Inoltre, ed è molto importante, si tratta di un lavoro propedeutico alla poesia, con quelle rime che compaiono d’improvviso, ammiccanti:  feste-resta, stelline-lucine-palline, allegria-fantasia, festa-lesta (o anche, perché no, Natale-cantare…), Natale-fatale, sorriso-Paradiso e così via; musicalità e ritmi interni che preparano l’orecchio – faccio io le scansioni di linea: (“Care stelline/dai raggi luminosi/fate che io possa,/anche quest’anno, /donare ai bambini/del mio paese/tanta allegria, /sorrisi e fantasia”; oppure: nella stessa pagina, “Iniziò una gran festa/in maniera lesta lesta!”, ecc.): questo è un protrettico alla poesia, direbbe il filosofo, e non solo una lettura leggera e godibile.

Educhiamo l’espressività!

Mi piace, cara Rita, tante belle scritture, anche così!

Un abbraccio.

 

 

Carla De Angelis: “Mi fido del mare”, (Fara ed. 2017) – 13/10/2018

recensione di Stefania Di Lino (2018)

La bellezza è come una gemma preziosa, per la quale la migliore montatura è la più semplice.
(Francesco Bacone)

 

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie.

(Giovanni Pascoli)

 

Ogni poesia ci pone di fronte l’alfabeto di un dolore, che, come un aculeo, giace conficcato in qualche organo del corpo.  Si tratta di una crocefissione interiore, che non è dato vedere  a sguardi superficiali. E nessuna lingua, parola,  o diagnosi, possono  eviscerare descrivere, riferire, l’assurdità del male, l’incongruità straniante di quell’incidente di percorso legato al caso, che determina uno o più destini e fa di noi, come disse Ungaretti in un suo famoso distico, foglie sugli alberi, in autunno.

E di fronte al male siamo presi da un peso insostenibile e da un senso intollerabile  di ingiustizia,  in cui la domanda più ricorrente è: perché?

 

Allora, laddove il pensiero logico-razionale è costretto ad arrendersi,  per mancanza di risposte – non esiste un perché – ecco che avanza il poeta come l’utopia all’orizzonte.

Infatti solo alla parola poetica, per misteriosi percorsi, è dato,  il compito di scandagliare il fondo scabroso del dolore, di grattarlo, scavarlo, di mettere sotto lente cocci e reperti, l’organico e l’inorganico, che l’essere in vita comporta.

 

Ai poeti veri, assidui frequentatori  degli abissi umani,  palombari delle voragini come delle vene aperte, a loro competono  i ripetuti tentativi di scrivere per de-finire il dolore  – pre- definirlo anche nel senso etimologico del termine, cioè stabilire un limite, un confine, un contenimento – attenzione: non un conforto! –, e anche,  in questo caso, di soppesare in punta di penna  l’entità di un dolore, misurare meticolosamente per prevenire quasi sillabicamente il punto di crisi e baricentrare l’equilibrio dei versi.

 

E, a proposito di misure ed equilibri , viene in mente per analogia, un corrispettivo spaziale della poesia di Carla: le sculture volanti di Alexander Calder, i ‘mobiles’ che si librano leggeri nell’aria, ma solo dopo che l’artista, valutando attentamente le forze contrastanti,  pressioni che se opposte e diseguali andrebbero a confliggere, riesce a trovarne l’esatto punto di equilibrio con cui dar vita autonoma alle sue opere aeriformi.

Analogo bilanciamento,  e studiata leggerezza, si notano evidenti, anche per la brevità dei versi, nella poesia della De Angelis, come a paventare, – a torto o a ragione, in questa sede non è importante -, in una severa autodisciplina, il rischio dell’invadenza causata da una logorrea, da un flusso eccessivo di parole. Infatti così chiude una poesia: ‘… educare la volontà a/ contare la distanza tra il pensiero e la parola’ (pag.66).

 

Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.

(Silvya Plath)

 

E allora, sin dalle prime pagine di questa raccolta di Carla De Angelis,   anzi direi già dal primo testo introduttivo –  si viene catturati dalla bellezza, liberati da ogni corazza sovrastrutturale, disarmati dalla semplicità e  pervasi dalla convinzione di essere immersi nella trama di un tessuto testuale di ottima matrice.

C’è un filo d’argento che conduce il lettore tra i versi, un filo sottile ma resistente, capace di suturare crepe e rammendare lacerazioni, tanto è vero che il termine “filo” ricorre spesso, anche con dei richiami mentali: ‘Intreccio reti’ infatti, è la bella chiusa che troviamo nella breve poesia che segue (pag. 44):

 

Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.
(Charles Bukowski)

 

Si tratta di una poesia raffinata, elegante, che si porge nuda e aggraziata nell’apparente semplicità della costruzione del verso, ma di quella semplicità, –  come diceva Picasso a proposito della sua arte -,  intesa come frutto di una macerazione interiore e di una lunga profonda elaborazione intellettuale ed emotiva. Insomma una complessa semplicità – e non è un ossimoro – che racchiude in sé un coagulo di sangue, una stilla di cui da sempre,  il poeta è donatore (pag. 54):

 

‘Ruberò ancora un poco

d’aria al vento poi

cederò i miei colori a

chi è meno fortunato’

 

Nel suo candore espressivo, la poesia di Carla De Angelis,  si annuncia di alto lignaggio; solo in apparenza è mite e rassegnata al fato che ‘pone e dispone’ delle nostre vite. In realtà si tratta di una poesia forte e determinata, rodiata com’è dalla sofferenza vera, e per questo è una poesia autentica. La climax  pur fluida,  alterna momenti di fanciullesca meraviglia, a picchi e invocazioni verso l’’Alto, ‘Al Dio che ogni giorno chiamo in giudizio […]’ (pag.97), ‘[…]Padre nostro/Padre nostro/ Padre nostro […]’(pag.102).

E una confessione umana, importante e sincera: ‘Padre non so perdonare[…]’(pag.100).

Una preghiera a volte pudicamente sussurrata, il cui grido, spesso trattenuto e sotteso, si manifesta palese, in alcuni passaggi (pagg.65):

 

‘Ad ogni giorno che muore

affido una parola che squilla

che strilla: perché qui adesso?’

 

Parliamo di una scrittura di esperienza, quindi e in quanto tale, attraversata  inevitabilmente da dubbi e incertezze. Ricorrente è infatti il punto interrogativo che troviamo in diversi testi presenti nel libro; interrogazioni usate anche come figure retoriche, che aprono ulteriori vastità interiori senza attendere risposte- non umane almeno.  Domande profonde, che a volte sottendono metafore, ma che conducono sempre alla ricerca di un senso. Una poesia che dopo le brevi calibrate righe di introduzione – (tutto il volume, come dicevo, si presenta con una sua attenta calibrata organicità espressiva) – si apre con il primo testo che interroga e denuncia, da subito, l’elaborazione di un lutto forse mai finito, di una perdita talmente grave di cui si incolpa addirittura una luna malvagia e  tanto invidiosa della bellezza trovata in una sola creatura, al punto di farle del male.

 

Gli accidenti, cercare di cambiarli è impossibile. L’accidentale rivela l’uomo.

(Pablo Picasso)

 

La  luna nera, nella lettura dei  tarocchi simboleggia una mancanza, una perdita sofferta. Si denuncia un ratto, – nel senso di rapimento -, la sottrazione di un bene prezioso e insostituibile al punto che la nostra poetessa si chiede, nell’ultimo verso di questa toccante poesia   se il bene prezioso che qualcuno, o qualcosa, ha portato via “basterà la vita per ritrovarlo?” (pag.13).

 

E inoltre (pag. 98):

 

‘Questo dolore così intimo

così grande che non lo sento

 

Ci vorrebbe il sorriso di una zingara

che mentre legge la mano promette

 

Ci sarà un’alba dove i mali fuggiranno

come farfalle a un sole troppo caldo

 

Ci sarà ci sarà’

 

Nel panorama internazionale, per comparazione,  sovviene la poesia interrogante di Juan Gelman (1930-2014), grande poeta argentino, la cui biografia personale è pervasa da lutti e tragiche sparizioni filiali subite sotto il regime dittatoriale del generale Videla, il quale affermava: “ Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà, senza timori”.

 

E di versi interroganti nella raccolta della De Angelis se ne incontrano. sono versi contadini, che sanno di terra e di erba, aerei eppure terrestri,  che si rivolgono al cielo quanto alla terra e alla sua cura. Ne cito solo alcuni:

 

‘non mi sottraggo al dubbio/ la differenza è nel seme o nella terra?’ (pag. 16)

 

‘Uccelli che fate? Mangiate il seme?’ (pag.17)

 

‘Come può riposare il corpo/devastato dalle cose del mondo?’ (pag.21)

 

‘Posso evitare le faville?/Ognuna mi rivolge uno sguardo diverso/ ognuna pretende di essere tutta.’ (pag,40)

 

‘Tutto cambia lo sguardo si ferma su una frase:/Perché ha detto che i ciechi vedranno?’(pag.57)

 

La poetessa Carla interroga con i suoi versi, senza avere la pretesa di dare risposte esaurienti. Tutt’al più troviamo un tentativo di ridimensionamento, una sdrammatizzazione  della propria sofferenza – e mai, si badi bene, di quella altrui (pag.58):

 

Come ho fatto a far cadere gocce
senza soffrire?

Erano solo acqua

le lacrime son altro

 

e interrogandosi, la poetessa si sottrae a una fin troppo facile retorica del caso; sfugge alla banalizzazione del dolore, sempre e comunque con la forza asciutta della sua parola, driblando agilmente la banalizzazione di ogni stereotipo, indagando in quelle schegge impazzite, sofferte e sofferenti, intrise di umanità che, vivendo, ci si ritrova tra le mani.  Scintille d’amore che riescono a conferire al dolore la sua dimensione universale e sacrale. Perché il dolore di un poeta è sacro, in quanto è dolore del mondo.

 

In tal senso i versi poetici di Carla De Angelis, prescindono, e vanificano di gran lunga, qualsiasi etichettatura  di religiosità comunemente intesa, per attestarsi nella sfera del Sacro, – a tutto quello, cioè, che attiene al trascendente nell’immanente.  Anzi quest’ultima dimensione, l’immanenza appunto,  sembra essere conditio sine qua non, per quella propulsione verso l’Alto, ovvero verso il Padre, tanto spesso invocato  e interrogato mediante la manifestazione dell’immanente.  Paradossalmente, per  Carla,  potremmo  parlare di una dimensione pre-religiosa, prima cioè dell’invenzione delle religioni,  poiché l’origine da cui i suoi versi traggono forza espressiva, fondendo il Sacro e il Profano, si trovano nella medesima terra, in cui Spirito e Materia sono fuse nel medesimo Corpo e qui si fanno Logos.

 

Una poesia dunque, che a furberie lessicali e a ornati bizantineggianti, specchietti per

sprovvedute allodole, oppone la potenza della parola ‘sola’ poetica. Semplicemente.

 

Stefania Di Lino, 11 ottobre 2018

 

Carla De Angelis è nata e vive a Roma. Sue poesie e racconti sono presenti in riviste e antologie edite da Perrone, Estroverso, David&Matthaus,  Delta3, Pagine, Aletti.  Ha ricevuto premi e riconoscimenti. Con Fara ha pubblicato: Salutami il mare (2006), A dieci minuti da Urano (2010), I giorni e le strade (2014). Con Stefano Martello ha realizzato i saggi: Diversità apparenti (2007), Il resto (parziale) della storia (2008), Il valore dello scarto (2016). I suoi versi nelle antologie Il silenzio della poesia (2007), Poeti profeti? (2008), Chi scrive ha fede? (2013) e nelle antologie del Concorso “Come farfalle diventeremo immensità” (ultima Il coraggio del bene, 2017). Nel 2011  esce Mi vestirei di mare (Progetto Cultura). Ha ideato e curato le antologie Corviale cerca poeti per la Biblioteca di Roma “Renato Nicolini”, con la quale collabora tutt’ora.

 

 

Stefania Di Lino vive a Roma, è poetessa e artista visiva.

Allieva di Pericle Fazzini e del poeta critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’ Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in tecniche incisorie alla Calcografia Nazionale, per il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali. Inoltre si abilita all’insegnamento di materie artistiche negli Istituti Superiori. Occupandosi anche di formazione, é autrice di percorsi e progetti formativi per la scuola pubblica, denominati Educare con l’arte.

Espone i suoi lavori dal 1989, in gallerie private e luoghi istituzionali, con mostre personali e collettive.  E’ presente in numerose antologie, in importanti riviste specializzate, tra cui I fiori del del male, periodico diretto dal poeta scrittore Antonio Coppola, nell’ultimo numero, 2016/2017; Bibbia d’Asfalto, rivista d’arte contemporanea;  Valentina Meloni (Nanita) blog Poesie sugli alberi, e  altri  blog letterari. Ha partecipato a numerosi reading di poesia, coniugando spesso la parola all’immagine.

Dal 2012, e per diverse edizioni consecutive, aderisce al progetto World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo, partecipando come artista e poeta, e organizzando diversi eventi multidisciplinari nel suo Studio d’Arte di via Monte Giordano, a Roma.

E’ promotrice culturale, ideatrice e curatrice di esposizioni e incontri poetico – letterari .

Nel 2013 pubblica la sua prima silloge poetica dal titolo Percorsi di vetro, con De-Comporre Edizioni, casa editrice di Gaeta, prefazione dlla scrittrice Agnese Moro, post fazione della poetessa scritrice, Sandra Cervone;  nel 2017 la sua seconda raccolta, La parola detta, prefata dalla poetessa scrittrice Cinzia Marulli, edita da La Vita Felice, di Milano.