Cara Daniela …

di Nando Vitali

(rivolgendosi a Daniela Matronola, autrice del testo recensito, “Melamangiai“)

 

Cara Daniela,

volevo ancora ringraziarti per il libro che sto leggendo

come si leggono i libri di poesia. Secondo una sorta di via casuale dello sguardo.

 

Molto bella la gatta di pece spalanca occhi d’oro… e i versi in cui si allude

all’ingombro del corpo e al tema dell’inesistenza, che poi è il limite oltre

il quale si ritrovano parti di sé sconosciute.

Ti auguro una felice estate e che il tuo libro abbia l’attenzione che merita.

Ti abbraccio.

Educhiamo all’espressività!

di Carlo Di Legge 

(rivolgendosi a Rita Pacilio, autrice del testo recensito, “La Favola dell’Abete“)

… Trovo che sia occupazione degna occuparsi dell’infanzia, o della fanciullezza . Ho letto e riletto la tua favola di Natale. Parte da una situazione un po’ triste e giunge alla pienezza della gioia, dunque è un messaggio ottimista quello che vuoi mandare: bene così, siamo anche troppo oppressi dalla tristezza dei giovani e giovanissimi poeti contemporanei! E così, almeno ai bambini, vogliamo far passare un bel messaggio!

Le cose finiscono bene. Illustri precedenti come quello di Dickens o come le favole e le fiabe buone lasciano il varco alla speranza.

Dunque sono contento che tu abbia tentato un’operazione del genere, che d’altro canto non è la tua prima: ci voleva, non saranno mai abbastanza!

Ho apprezzato che tu non abbia ingolfato le pagine di scrittura. Si tratterà di una lettura di un adulto a un bambino, che non lo annoierà se eseguita a dovere, cioè espressivamente; oppure della lettura di un bambino principiante della lettura, che non verrà scoraggiato alla vista delle minacciose nubi di parola. Ho apprezzato gli spazi non meno delle righe di scrittura.

Le illustrazioni paiono assai essenziali, scevre da seduttività o sentimentalismi fuori luogo, bianco e nero, a colori solo la copertina. Ma, certo, il bambino stesso può colorarle! Comunque le figure, proprio perché sono poco appariscenti e scarne ma impegnano larghi spazi, a mio parere lasciano lavorare l’immaginazione, e anche, perché no, la mano e l’occhio, e anche questo va come deve, o si spera.

Inoltre, ed è molto importante, si tratta di un lavoro propedeutico alla poesia, con quelle rime che compaiono d’improvviso, ammiccanti:  feste-resta, stelline-lucine-palline, allegria-fantasia, festa-lesta (o anche, perché no, Natale-cantare…), Natale-fatale, sorriso-Paradiso e così via; musicalità e ritmi interni che preparano l’orecchio – faccio io le scansioni di linea: (“Care stelline/dai raggi luminosi/fate che io possa,/anche quest’anno, /donare ai bambini/del mio paese/tanta allegria, /sorrisi e fantasia”; oppure: nella stessa pagina, “Iniziò una gran festa/in maniera lesta lesta!”, ecc.): questo è un protrettico alla poesia, direbbe il filosofo, e non solo una lettura leggera e godibile.

Educhiamo l’espressività!

Mi piace, cara Rita, tante belle scritture, anche così!

Un abbraccio.

 

 

Carla De Angelis: “Mi fido del mare”, (Fara ed. 2017) – 13/10/2018

recensione di Stefania Di Lino (2018)

La bellezza è come una gemma preziosa, per la quale la migliore montatura è la più semplice.
(Francesco Bacone)

 

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie.

(Giovanni Pascoli)

 

Ogni poesia ci pone di fronte l’alfabeto di un dolore, che, come un aculeo, giace conficcato in qualche organo del corpo.  Si tratta di una crocefissione interiore, che non è dato vedere  a sguardi superficiali. E nessuna lingua, parola,  o diagnosi, possono  eviscerare descrivere, riferire, l’assurdità del male, l’incongruità straniante di quell’incidente di percorso legato al caso, che determina uno o più destini e fa di noi, come disse Ungaretti in un suo famoso distico, foglie sugli alberi, in autunno.

E di fronte al male siamo presi da un peso insostenibile e da un senso intollerabile  di ingiustizia,  in cui la domanda più ricorrente è: perché?

 

Allora, laddove il pensiero logico-razionale è costretto ad arrendersi,  per mancanza di risposte – non esiste un perché – ecco che avanza il poeta come l’utopia all’orizzonte.

Infatti solo alla parola poetica, per misteriosi percorsi, è dato,  il compito di scandagliare il fondo scabroso del dolore, di grattarlo, scavarlo, di mettere sotto lente cocci e reperti, l’organico e l’inorganico, che l’essere in vita comporta.

 

Ai poeti veri, assidui frequentatori  degli abissi umani,  palombari delle voragini come delle vene aperte, a loro competono  i ripetuti tentativi di scrivere per de-finire il dolore  – pre- definirlo anche nel senso etimologico del termine, cioè stabilire un limite, un confine, un contenimento – attenzione: non un conforto! –, e anche,  in questo caso, di soppesare in punta di penna  l’entità di un dolore, misurare meticolosamente per prevenire quasi sillabicamente il punto di crisi e baricentrare l’equilibrio dei versi.

 

E, a proposito di misure ed equilibri , viene in mente per analogia, un corrispettivo spaziale della poesia di Carla: le sculture volanti di Alexander Calder, i ‘mobiles’ che si librano leggeri nell’aria, ma solo dopo che l’artista, valutando attentamente le forze contrastanti,  pressioni che se opposte e diseguali andrebbero a confliggere, riesce a trovarne l’esatto punto di equilibrio con cui dar vita autonoma alle sue opere aeriformi.

Analogo bilanciamento,  e studiata leggerezza, si notano evidenti, anche per la brevità dei versi, nella poesia della De Angelis, come a paventare, – a torto o a ragione, in questa sede non è importante -, in una severa autodisciplina, il rischio dell’invadenza causata da una logorrea, da un flusso eccessivo di parole. Infatti così chiude una poesia: ‘… educare la volontà a/ contare la distanza tra il pensiero e la parola’ (pag.66).

 

Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.

(Silvya Plath)

 

E allora, sin dalle prime pagine di questa raccolta di Carla De Angelis,   anzi direi già dal primo testo introduttivo –  si viene catturati dalla bellezza, liberati da ogni corazza sovrastrutturale, disarmati dalla semplicità e  pervasi dalla convinzione di essere immersi nella trama di un tessuto testuale di ottima matrice.

C’è un filo d’argento che conduce il lettore tra i versi, un filo sottile ma resistente, capace di suturare crepe e rammendare lacerazioni, tanto è vero che il termine “filo” ricorre spesso, anche con dei richiami mentali: ‘Intreccio reti’ infatti, è la bella chiusa che troviamo nella breve poesia che segue (pag. 44):

 

Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.
(Charles Bukowski)

 

Si tratta di una poesia raffinata, elegante, che si porge nuda e aggraziata nell’apparente semplicità della costruzione del verso, ma di quella semplicità, –  come diceva Picasso a proposito della sua arte -,  intesa come frutto di una macerazione interiore e di una lunga profonda elaborazione intellettuale ed emotiva. Insomma una complessa semplicità – e non è un ossimoro – che racchiude in sé un coagulo di sangue, una stilla di cui da sempre,  il poeta è donatore (pag. 54):

 

‘Ruberò ancora un poco

d’aria al vento poi

cederò i miei colori a

chi è meno fortunato’

 

Nel suo candore espressivo, la poesia di Carla De Angelis,  si annuncia di alto lignaggio; solo in apparenza è mite e rassegnata al fato che ‘pone e dispone’ delle nostre vite. In realtà si tratta di una poesia forte e determinata, rodiata com’è dalla sofferenza vera, e per questo è una poesia autentica. La climax  pur fluida,  alterna momenti di fanciullesca meraviglia, a picchi e invocazioni verso l’’Alto, ‘Al Dio che ogni giorno chiamo in giudizio […]’ (pag.97), ‘[…]Padre nostro/Padre nostro/ Padre nostro […]’(pag.102).

E una confessione umana, importante e sincera: ‘Padre non so perdonare[…]’(pag.100).

Una preghiera a volte pudicamente sussurrata, il cui grido, spesso trattenuto e sotteso, si manifesta palese, in alcuni passaggi (pagg.65):

 

‘Ad ogni giorno che muore

affido una parola che squilla

che strilla: perché qui adesso?’

 

Parliamo di una scrittura di esperienza, quindi e in quanto tale, attraversata  inevitabilmente da dubbi e incertezze. Ricorrente è infatti il punto interrogativo che troviamo in diversi testi presenti nel libro; interrogazioni usate anche come figure retoriche, che aprono ulteriori vastità interiori senza attendere risposte- non umane almeno.  Domande profonde, che a volte sottendono metafore, ma che conducono sempre alla ricerca di un senso. Una poesia che dopo le brevi calibrate righe di introduzione – (tutto il volume, come dicevo, si presenta con una sua attenta calibrata organicità espressiva) – si apre con il primo testo che interroga e denuncia, da subito, l’elaborazione di un lutto forse mai finito, di una perdita talmente grave di cui si incolpa addirittura una luna malvagia e  tanto invidiosa della bellezza trovata in una sola creatura, al punto di farle del male.

 

Gli accidenti, cercare di cambiarli è impossibile. L’accidentale rivela l’uomo.

(Pablo Picasso)

 

La  luna nera, nella lettura dei  tarocchi simboleggia una mancanza, una perdita sofferta. Si denuncia un ratto, – nel senso di rapimento -, la sottrazione di un bene prezioso e insostituibile al punto che la nostra poetessa si chiede, nell’ultimo verso di questa toccante poesia   se il bene prezioso che qualcuno, o qualcosa, ha portato via “basterà la vita per ritrovarlo?” (pag.13).

 

E inoltre (pag. 98):

 

‘Questo dolore così intimo

così grande che non lo sento

 

Ci vorrebbe il sorriso di una zingara

che mentre legge la mano promette

 

Ci sarà un’alba dove i mali fuggiranno

come farfalle a un sole troppo caldo

 

Ci sarà ci sarà’

 

Nel panorama internazionale, per comparazione,  sovviene la poesia interrogante di Juan Gelman (1930-2014), grande poeta argentino, la cui biografia personale è pervasa da lutti e tragiche sparizioni filiali subite sotto il regime dittatoriale del generale Videla, il quale affermava: “ Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà, senza timori”.

 

E di versi interroganti nella raccolta della De Angelis se ne incontrano. sono versi contadini, che sanno di terra e di erba, aerei eppure terrestri,  che si rivolgono al cielo quanto alla terra e alla sua cura. Ne cito solo alcuni:

 

‘non mi sottraggo al dubbio/ la differenza è nel seme o nella terra?’ (pag. 16)

 

‘Uccelli che fate? Mangiate il seme?’ (pag.17)

 

‘Come può riposare il corpo/devastato dalle cose del mondo?’ (pag.21)

 

‘Posso evitare le faville?/Ognuna mi rivolge uno sguardo diverso/ ognuna pretende di essere tutta.’ (pag,40)

 

‘Tutto cambia lo sguardo si ferma su una frase:/Perché ha detto che i ciechi vedranno?’(pag.57)

 

La poetessa Carla interroga con i suoi versi, senza avere la pretesa di dare risposte esaurienti. Tutt’al più troviamo un tentativo di ridimensionamento, una sdrammatizzazione  della propria sofferenza – e mai, si badi bene, di quella altrui (pag.58):

 

Come ho fatto a far cadere gocce
senza soffrire?

Erano solo acqua

le lacrime son altro

 

e interrogandosi, la poetessa si sottrae a una fin troppo facile retorica del caso; sfugge alla banalizzazione del dolore, sempre e comunque con la forza asciutta della sua parola, driblando agilmente la banalizzazione di ogni stereotipo, indagando in quelle schegge impazzite, sofferte e sofferenti, intrise di umanità che, vivendo, ci si ritrova tra le mani.  Scintille d’amore che riescono a conferire al dolore la sua dimensione universale e sacrale. Perché il dolore di un poeta è sacro, in quanto è dolore del mondo.

 

In tal senso i versi poetici di Carla De Angelis, prescindono, e vanificano di gran lunga, qualsiasi etichettatura  di religiosità comunemente intesa, per attestarsi nella sfera del Sacro, – a tutto quello, cioè, che attiene al trascendente nell’immanente.  Anzi quest’ultima dimensione, l’immanenza appunto,  sembra essere conditio sine qua non, per quella propulsione verso l’Alto, ovvero verso il Padre, tanto spesso invocato  e interrogato mediante la manifestazione dell’immanente.  Paradossalmente, per  Carla,  potremmo  parlare di una dimensione pre-religiosa, prima cioè dell’invenzione delle religioni,  poiché l’origine da cui i suoi versi traggono forza espressiva, fondendo il Sacro e il Profano, si trovano nella medesima terra, in cui Spirito e Materia sono fuse nel medesimo Corpo e qui si fanno Logos.

 

Una poesia dunque, che a furberie lessicali e a ornati bizantineggianti, specchietti per

sprovvedute allodole, oppone la potenza della parola ‘sola’ poetica. Semplicemente.

 

Stefania Di Lino, 11 ottobre 2018

 

Carla De Angelis è nata e vive a Roma. Sue poesie e racconti sono presenti in riviste e antologie edite da Perrone, Estroverso, David&Matthaus,  Delta3, Pagine, Aletti.  Ha ricevuto premi e riconoscimenti. Con Fara ha pubblicato: Salutami il mare (2006), A dieci minuti da Urano (2010), I giorni e le strade (2014). Con Stefano Martello ha realizzato i saggi: Diversità apparenti (2007), Il resto (parziale) della storia (2008), Il valore dello scarto (2016). I suoi versi nelle antologie Il silenzio della poesia (2007), Poeti profeti? (2008), Chi scrive ha fede? (2013) e nelle antologie del Concorso “Come farfalle diventeremo immensità” (ultima Il coraggio del bene, 2017). Nel 2011  esce Mi vestirei di mare (Progetto Cultura). Ha ideato e curato le antologie Corviale cerca poeti per la Biblioteca di Roma “Renato Nicolini”, con la quale collabora tutt’ora.

 

 

Stefania Di Lino vive a Roma, è poetessa e artista visiva.

Allieva di Pericle Fazzini e del poeta critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’ Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in tecniche incisorie alla Calcografia Nazionale, per il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali. Inoltre si abilita all’insegnamento di materie artistiche negli Istituti Superiori. Occupandosi anche di formazione, é autrice di percorsi e progetti formativi per la scuola pubblica, denominati Educare con l’arte.

Espone i suoi lavori dal 1989, in gallerie private e luoghi istituzionali, con mostre personali e collettive.  E’ presente in numerose antologie, in importanti riviste specializzate, tra cui I fiori del del male, periodico diretto dal poeta scrittore Antonio Coppola, nell’ultimo numero, 2016/2017; Bibbia d’Asfalto, rivista d’arte contemporanea;  Valentina Meloni (Nanita) blog Poesie sugli alberi, e  altri  blog letterari. Ha partecipato a numerosi reading di poesia, coniugando spesso la parola all’immagine.

Dal 2012, e per diverse edizioni consecutive, aderisce al progetto World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo, partecipando come artista e poeta, e organizzando diversi eventi multidisciplinari nel suo Studio d’Arte di via Monte Giordano, a Roma.

E’ promotrice culturale, ideatrice e curatrice di esposizioni e incontri poetico – letterari .

Nel 2013 pubblica la sua prima silloge poetica dal titolo Percorsi di vetro, con De-Comporre Edizioni, casa editrice di Gaeta, prefazione dlla scrittrice Agnese Moro, post fazione della poetessa scritrice, Sandra Cervone;  nel 2017 la sua seconda raccolta, La parola detta, prefata dalla poetessa scrittrice Cinzia Marulli, edita da La Vita Felice, di Milano.