Giovanni Agnoloni: “Internet. Cronache della Fine” (Galaad Edizioni, 2021)

di Francesco Improta (2021)

Prima di analizzare la monumentale opera di Giovanni Agnoloni, Internet, cronache della fine, pubblicata in un unico volume da Galaad editore (30€), mi sembra doverosa una premessa. Ho sempre guardato con diffidenza sia le fughe in avanti sia, a maggior ragione, i ritorni nostalgici al passato, con­vinto che un autore debba muoversi all’interno del suo tempo per coglierne problemi, fratture, contraddizioni da mettere in luce e con cui misurarsi ideologicamente ed emotivamente, per vivere, come dice P.P. Pasolini, calato nell’inferno con la marmorea volontà di capirlo. Da tempo ormai gli scrittori, e non solo, per evitare il confronto con la realtà drammatica del nostro tempo si rifugiano nel genere (penso al pullulare dei gialli e dei noir a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, sulla scia di Camilleri e dei suoi epigoni) o in esercizi di stile per la maggior parte fine a sé stessi. Ebbene ho dovuto ricredermi leggendo la tetralogia di Giovanni Agnoloni; pur essendo ambientata in un futuro prossimo venturo, rappresenta un’analisi lucida e impietosa, su basi filosofiche, del nostro tempo e del mondo occidentale. Quando ho definito monumentale il libro di Agnoloni non mi riferivo solo alla cospicua mole (più di 580 pagine) ma anche e soprattutto alla quantità di temi affrontati: solitudine, alienazione, mancanza di libertà, scissione dell’Io, controllo costante sulla nostra vita e persino sui nostri sogni da parte del potere.

Il libro che si avvale di una puntuale e articolata prefazione di Sonia Caporossi e di un’introduzione lucida ed esplicativa dello stesso autore raccoglie i quattro romanzi pubblicati precedentemente da Giovanni Agnoloni: Sentieri di notte (2012), Partita di anime spin off del romanzo di esordio (2014), La casa degli anonimi (2014) e L’ultimo angolo di mondo finito (2017) e testimoniano la necessità di una palingenesi, di una rinascita   interiore che ci consenta non solo di affrancarci dagli indottrinamenti del sistema ma anche di ritrovare la perduta umanità in armonia con la natura e con l’anima del mondo. Progetto ambizioso e umanistico nel senso più profondo del termine, che Agnoloni coltiva fin dalla sua adesione al Connettivismo, movimento letterario di avanguardia, che, nato sulla scia del Cyberpunk americano, è diventato col tempo una vera e propria weltanschauung, caratterizzata dalla volontà di gettare un ponte sulle macerie del presente per congiungere passato e futuro e restituire all’uomo la sua più autentica dimensione.

Siamo nel settembre del 2025 e un’oscura minaccia incombe sull’Europa tutta, la Macros, multinazionale informatica con sede a Berlino, ha preso il potere privando il continente dell’energia e provocando di conseguenza un lunghissimo blackout e il collasso di Internet. Nel frattempo, una misteriosa nube bianca avvolge la città di Cracovia; queste sono le location in cui si svolge l’azione di Sentieri di notte, alle quali vanno aggiunte Stoccolma in cui vive Christine in attesa del suo compagno Piotr, funzionario ribelle della Macros, e Lucerna, dove sulle sponde dell’omonimo lago si sveglia l’androide Luther accanto al cadavere del suo creatore. Le località vengono descritte in maniera realistica con la precisione e l’attenzione ai particolari che sono prerogativa di Agnoloni, da sempre instancabile viaggiatore ed esperto di narrativa odeporica, mentre il buio e la nebbia che scendono sull’Europa sono correlativi oggettivi della cecità degli uomini, delle incertezze e delle paure che li assalgono. Vale la pena ricordare che la nebbia ci riporta alla mente, fatte le debite differenze, due cult-movie: The mist di Frank Darabont e Fog di John Carpenter anche se questi film sono da catalogare nel genere horror.

Lo spin off che segue racchiude due brevi racconti ambientati rispet­tivamente ad Amsterdam e a Firenze, lo scenario, quindi, si allarga ulteriormente. Nel primo un giornalista è sulle tracce di un assassino reo di aver ucciso un assicuratore italiano e finisce col rimanere coinvolto in una partita d’anime (da cui il titolo) che cercano di ricucire il tessuto lacero delle proprie esistenze. Nel secondo uno scrittore si aggira per le strade meno conosciute di Firenze, lontane dagli itinerari turistici tradizionali, in cerca del suo perduto amore. Ha pienamente ragione Giorgio Galli quando afferma che in questa tetralogia ogni personaggio ha perso qualcosa: chi la memoria, chi la famiglia, chi un amore sparito nel nulla e spesso i personaggi sono soltanto nomi o semplici ossessioni, ne consegue che tutti hanno perso il contatto con sé stessi parzialmente o totalmente, da qui la necessità di risalire alla Fonte per ritrovarsi anche se risulta estremamente difficile in un mondo così scisso e frammentario.

Con il terzo libro, il più spiazzante e inquietante, siamo nel 2027, due anni dopo il crollo di Internet. Gli Anonimi, oppositori del sistema, hanno causato il collasso della Rete nel Nord dell’America e dell’Africa; in questo scenario globale si stagliano le vicende di alcuni personaggi, estranei gli uni agli altri. Un olandese cerca invano di raggiungere l’Italia; Tarek percorre le strade degli States per recuperare i ricordi di un passato sommerso (siamo à-côté del road novel); in Marocco Ahmed combatte con i propri fantasmi che gli impediscono di raggiungere la verità, a Firenze, una Firenze non molto diversa dalla Trieste di Senilità, Emanuela e Aurelio incrociano i loro destini.

Nell’ultimo libro della tetralogia, Internet è crollato da quasi quattro anni in Europa (siamo infatti nel 2029), e la crisi della comunicazione si è ormai estesa anche alla telefonia, mentre le principali città sono state gra­dualmente invase da ologrammi intelligenti, capaci se non di dettare di orientare il comportamento delle persone. Negli Stati Uniti il sabotaggio della Rete ordito dal movimento degli Anonimi è fallito, e Internet è rinato grazie a un progetto di copertura wireless mediante l’uso di droni. All’interno di questo contesto si svolgono le vicende di Kasper Van der Maart, che avevamo già incontrato nel libro precedente, e che si è spinto fino a New York sulle tracce della scrittrice Kristine Klemens, e di quattro affiliati degli Anonimi impegnati nella ricerca delle fonti di misteriosi segnali elet­tromagnetici, possibili sorgenti di una nuova Rete europea: Emanuela esplora la Bosnia, Aurelio attraversa il Portogallo, e i fratelli Ahmed e Amina, finiscono nel Sud Italia. Queste indagini incrociate porteranno alla luce sorprendenti verità, legate al contesto politico e tecnologico generale ma anche al passato dei protagonisti. E qui ci fermiamo.

Da rilevare come lo stile di Agnoloni chiaro, efficace e realistico qual è nei primi due libri divenga, in sintonia con le mutate atmosfere della parte conclusiva, sempre più astratto e rarefatto, diafano e raffinato. Mi sembra doveroso riportare due brevi stralci a conferma di quanto appena affermato:

Era stato un enorme bluff. Avevano regalato a un’Europa sfinita l’illusione che tutto fosse possibile, che un nuovo benessere fosse a portata di mano per i cittadini sfiancati dalla disoccupazione, dall’inflazione e dalla povertà crescente. Ma quell’inganno era servito solo ad asservire le menti. Poi avevano staccato la spina al loro giocattolo.

E in conclusione:

Lungo tutta la sua struttura vibra una sonorità invisibile, un’onda intima, che sembra ispirare il moto lento e regolare delle acque.

 La sua impalpabile melodia è un coro di innumerevoli voci, di vivi e di morti. Impegnate in un’unica, incessante comunicazione.

Giovanni Agnoloni è un cittadino del mondo come si evince dall’amore e dall’attenzione con cui guarda e descrive nazioni e città, scenari non solo di questa tetralogia distopica ma di tutta la sua produzione, eppure nel suo cuore continua a occupare un posto di rilievo Firenze, la sua città di origine, verso la quale, come tutti i fiorentini, a partire da Dante, nutre un sen­timento ossimorico di odio e amore. Da sottolineare l’abilità e la pa­dronanza con cui l’autore riesce a maneggiare un materiale narrativo complesso, labirintico, talvolta difficile ma mai ostico, ricorrendo alle tecniche più disparate dalla diegesi alla mimesi, dal metaromanzo al cinema, dallo stile epistolare a quello onirico; cambia di conseguenza anche il punto di vista passando dall’eterodiegetico all’omodiegetico e viceversa. E tutto concorre alla costruzione di un edificio narrativo che rimarrà a lungo nella mente e nel cuore di chi legge.

Le mie più vive congratulazioni a Giovanni Agnoloni e alla casa editrice Galaad che ha realizzato questo ardito progetto, in un momento oltretutto di crisi del mercato librario.

Rita Pacilio: “Pretesti danteschi per riflettere di sociologia” (Guida Editori, 2021)

di Filippo D’Eliso (2021)

Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (Guida editori, 2021, €14) è un libro trasversale.

Rita Pacilio traccia, dal proprio centro di osservazione, 20 raggi omnidirezionali e dimostra una serie di teoremi concernenti argomentazioni che fanno parte non solo del proprio bagaglio di esperienze, ma dispiegano tesi che riguardano la società, ossia un insieme di individui, artisti e non artisti inclusi, in relazione tra loro.

Senza racchiudersi e né chiudersi in mera sociologia, terreno per addetti ai lavori e di cui l’autrice ha specifica competenza per le innumerevoli attività che svolge, qui a mio avviso, con occhio attento e sensibile è in primis la poetessa a parlare e ogni suo sguardo, avendo per ipotesi un verso o pensiero di Dante ossia un pretesto, indica ai lettori una via possibile di redenzione alla stessa stregua dello stesso Dante con la Divina Commedia.

Il primo pretesto è pubblicare nel 2021. Autori ed Editori sono molto motivati a pubblicare sotto l’azione di una ricorrenza in quanto è un momento di forte condivisione e compartecipazione e tutti ne traggono un reale beneficio. La ricorrenza, come ogni rituale, assurge soprattutto ad azione di concepimento metabolizzando la vita stessa a far da pretesto: non si può non citare cosa abbia passato, ad esempio, Jean-Luc Godard con Je vous salue, Marie, film del 1985 prosciolto integralmente con la motivazione di aver attualizzato il mistero e il dogma dell’Immacolata Concezione partendo dallo spunto offerto dalla lettura de I vangeli alla luce della psicoanalisi di Françoise Dolto, nota pediatra e psicanalista francese. In sostanza, è il voler mettere a nudo il mondo a scandalizzare e ogni pretesto spesso diviene oggetto inquisitorio.

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna, ultima tappa del suo lungo esilio, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 ed è impossibile esaurire le tematiche che il sommo poeta offre al mondo per genialità e completezza di vedute. Basti pensare ai profetici versi 22/23/24 del XVII Canto del Paradiso: dette mi fuor di mia vita futura / parole gravi, avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura…

In sintesi, non è possibile eludere Dante in Letteratura come non è possibile eludere Bach in Musica.

Ma cosa c’entra Bach? Semplice: è un pretesto! E a maggior ragione bisogna esser tetragoni assolutamente! Confrontarsi con Dante oggi è come voler toccare i fili dell’alta tensione illudendosi di voler rimanere indenni da una immediata folgorazione.

Il termine  pretesto è di una forza quasi inestimabile e il quasi è solo nell’assurdo, tenendo presente che i termini absurdus, stonato, surdus, sordo o absŭrdu(m), dissonante, indicano una contrologica, che, per azione contraddittoria, genera da un lato un senso di ridicolo e quindi di annientamento – vedi chi trova nell’operazione stessa una difficoltà di accettazione o predisposizione all’ascolto – e dall’altro, un senso di creativa illuminazione in un atteggiamento altamente risonante alle possibili connessioni e agli agganci alla cultura del momento, ossia del calarsi nella realtà del proprio tempo. Mi sovviene Stéphane Mallarmé con Un colpo di dadi mai abolirà il caso, il suo voler carpire i legami segreti che tengono unite le cose, una realtà pregnante che gradualmente lascia il posto all’assoluto. Ma anche Carlo Gesualdo da Venosa che con i suoi madrigali esprime uno stato d’animo che richiama alla mente un Caravaggio ante litteram in quanto gli stessi testi del Tasso, unici ad avere valore letterario, furono sostituiti da brevi testi personali che assurgono a pretesto per fare musica caratterizzata da una intensa espressività e ricerca.  

Così con questa pubblicazione, unica nella collana Guida Editore a esser presente in relazione a Dante, Rita Pacilio offre al lettore una possibile apertura al valore in sé della connessione esperienziale, personale oltre che collettiva, con la vita stessa. L’originalità dell’operazione è proprio nella mancanza di pretenziosità e sia l’Editore che l’Autrice agiscono utilizzando l’azione della pretestuosità come elemento neutro, posto tra azione e reazione, fulcro privo di forza storiografica, perché di Dante e della sua epoca in 700 anni si conoscono vita, morte e miracoli e qualsiasi riferimento, come fonti e note, non fanno testo, anzi risultano roba di scarto.

Le argomentazioni scorrono discorsive toccando uno dopo l’altro punti di riflessione in cui il lettore è invitato a compiere l’operazione di mettersi all’ascolto dell’altro e di sé stesso, stabilendo con i versi un codice comunicativo quasi parossistico ed estremo che va oltre il significato letterale/letterario/retorico.

Operazione niente affatto semplice in quanto si invita il lettore a un giudizio motivato che, per essere espresso, necessita del prerequisito della lingua, appunto il codice. D’altra parte, essendo il testo poetico polisemico, vige il principio di indeterminazione dove sebbene il significato di base possa essere generalmente concorde, ogni lettore, proprio in relazione alla cultura e sensibilità che lo denotano e connotano, ci ritrova qualcosa sempre di nuovo o divergente.

È chiaro che il pretesto ha la stessa forza di un frattale: si ripete nella sua stessa forma su scale diverse e allo stesso tempo con proprietà di correlazione e autocorrelazione.

In parole povere, un pretesto genera pretesti in una libertà d’azione tipica della capacità artistica dell’arte di fagocitare arte: punto di fuoco dell’intero lavoro della Pacilio.

Gli argomenti trattati sono correlati come in una matrioska senza la pretesa di esaurire le potenziali e infinite connessioni espresse dall’uomo nelle sue molteplici azioni sociali.

Si potrebbe pensare che il poeta sia il cuore dell’intero discorso con la sua voce di pascoliana memoria che denota e connota e, calato nell’interazione del vivere, può aprire varchi ai sensi di colpa, alla vergogna, all’idea di morte, alla psicosi o aprirsi all’altruismo e alla percezione profonda fino a calarsi nell’arte con la capacità di risucchiare in sé il passato e rendere visibile il futuro o fondersi col proprio simile toccando persino la crisi come indice supremo di scelta dove, coppia o rapporto genitoriale che sia, la donna in quanto femmina è attrazione di opposti e centro motore dell’intero sistema propulsivo della vita.

Pitagora, padre dell’acusmatica, e Kandinskij padre dell’astrattismo, aprono il varco alla spiritualità. Illusione e sostanza si compenetrano in una relazione solvente-soluto come chiarezza e oscurità si relazionano in assenza e mancanza. In questo gioco di ombre il poeta si erge e rivela il logos dell’anima, ne assorbe la malattia lì dove P.P. Pasolini canterebbe le lodi dell’amare, perché solo l’amare conta. L’amore è doping: estasi o possessione che sia è in grado di scardinare ogni tentativo di resistenza alterando qualsiasi stato della coscienza e mettendo in atto l’arte del ricevere come condizione fondamentale della saggezza che ritorna alle proprie origini.

Avremmo bisogno di vecchiaia autentica e vera, quella che non cade sotto i colpi dell’oblio e con sapienza veda oltre la schizofrenia e il suo linguaggio creativo, oltre il vuoto e le sue possibili vie senza uscita e senza ritorno. Così come la voce non mente, le emozioni possono essere ascoltate, se solo si scorga con intelligenza e consapevolezza, l’infinita bellezza della luce, quella cercata da Goethe, quella trovata da Dante.

Nota critica di Annamaria Ferramosca per “Proprietà dell’attesa”

di Annamaria Ferramosca

Una poesia, questa di Giuseppe Vetromile nel suo ultimo libro Proprietà dell’attesa, profonda e lacerata dall’eterna domanda metafisica sul senso dell’esistere. Con una postura poetica che deborda di autenticità e pure fin troppo umile, tesa a sminuire perfino la propria capacità speculativa, intesa nel senso filosofico e contemplativo     

                                                  … dietro l’uscio la mia pochezza     p.16

                                                 … e questo sentimento di nullità che mi pervade     p.83 

Dubbi e convinzioni che nascono forse da una mancanza originaria, molto diffusa tra i poeti, reiterata e mai interamente soddisfatta, di autentico amore. Il poeta appare come investito da una delusione di sogni inseguiti – di stampo leopardiano- una traccia d’ombra e di amarezza invincibili, che si ripetono e si cronicizzano, senza mai attenuare nella scrittura la resa poetica, anzi dilatandone l’intensità lirica.

Così all’autore non resta che indicare nella scelta dell’attesa la dimensione di soglia privilegiata, su cui soffermarsi acuendo sguardo e ascolto, con la segreta speranza di scorgere quel minimo lume che forse potrebbe indicare un qualche senso dal sapore definitivo.

Ne consegue che la vita e le sue espressioni mondane di gioia e di varia emotività restano ai margini

                                                                …la felicità è di traverso… negli spazi di un’unghia    p.15

per far posto ad una tristezza costitutiva, come di chi ha colto una particella di verità e decide di restare vigile, in attesa di altri lampi che intensifichino la scia di chiarezza.

Nascono così poesie dense di visioni e riflessioni sul vuoto che sommerge il nostro quotidiano, che sembrano mostrare ogni moto, ogni gesto, come qualcosa di già destinato, ma chiuso in un inaccessibile opaco mistero        

                                                    Deduco che la porta sia rimasta chiusa

                                                    da quest’assenza di colori gai…                          p.16

Anche la presenza umana è relegata nell’ombra di profili vacui di un condominio – termine più volte ripetuto – che si fa simbolo di incontro superficiale, svuotato di ogni traccia di calore-colore.

E poi il senso della fine, quel nulla che aleggia e s’intensifica lungo le pagine, con la precognizione dell’ultimo passaggio

                                                  … saputa già in agguato

                                                      sulle ali del primo mattino    p.23

Ma la scrittura- sì, proprio la scrittura visionaria di poesia, poi trascina, si espande, vola su questa terra oscura e babelica, fino a raggiungere alte vette emozionali ed estetiche, come nei testi della sezione Aspettative, dove un dialogo surreale con la donna amata si rivela denso di verità umanissime, espresse in versi di straordinario impatto

                                         Sono di nuovo qui

                                         fra il punto e la curva che porta all’abbandono

                                         io mi rivesto di follia e dolore

                                         e mi riscrivo addosso tutte le parole del sogno

                                         per ripensare falsa la morte

                                         quanto mai vera l’utopia della vita                        p.36

pur nella – solo apparente – opposizione concettuale sulla vita, che sembra oscillare tra visione utopica e consistenza reale.

                                           Mi unisce a te la tua poesia

                                           forte e precisa come una fede

                                           sicura come la vita                            p.39

Perchè sappiamo come l’esistenza attraversi sempre un doppio territorio di tensioni, mescolandosi continuamente in un intreccio di utopia e realtà.          

E l’attesa, che mai s’interrompe, viene espressa nella sua essenza umana e pure universale, nella intensa epigrafe autografa della sezione Indeterminazioni. Quil’uomo è presentato come un corpo che vaga sulla terra del mito, dove pure è annullata la dimensione temporale, smascherata come falsa invenzione; eppure è questa la scena immortale dove continua a germogliare la parola, la sola che può dare al tempo e allo spazio ordini definitivi, il logos capace di rivoluzionare ogni pensiero, ogni assetto cosmico, rinnovare la speranza 

                                                   di un’altra probabilità di stelle

                                                   e di sole

                                                   e di mare                                          p.65

Numerosi sono i testi che dispiegano la ribellione del poeta al nulla che siamo, così umana e comprensibile, ma questo desiderio lancinante di sopravvivenza finisce poi con lo stemperarsi in speranza, quella di essere ricordato almeno in canto in un giorno di sole.

Chi potrà mai contrastare questo umanississimo poetico desiderio?

Rubrica Hestia*: le segnalazioni di Rita Pacilio

a cura di Rita Pacilio

  • Il romanzo familiare di Pierfrancesco Leopardi di Raffaele Urraro (Olschki, 2020)
  • Poesie (2020 – 1997) di Vittorino Curci (La Vita Felice, 2021)
  • Camera oscura di Paolo Ruffilli (Garzanti, 1992)
  • Non ho mai finto di Monia Gaita (La Vita Felice, 2021)
  • Maiser di Fabiano Alborghetti (Marcos y Marcos, 2017)
  • Platero y Yo di Juan Ramon Jiménez (a cura di Lamberto Fabbri – Versione Davide Rondoni – Tavole Roberto Pavoni per “I quaderni del Circolo degli Artisti)
  • Quello che non so di me di Antonietta Gnerre (InternoPoesia, 2021)
  • Conversari di Alfonso Guida (‘round midnight edizioni, 2021)
  • Dove inizia l’amoreUn viaggio nella Vita Nova di Dante di Melania Panico (CartaCanta, 2021)
  • Città in miniatura di Alessio Brandolini (Fili d’Aquiloni, 2021)
  • Inchiesta sulla poesia di Lorenzo Spurio (PlaceBook Publishing, 2021)

Dai saggi ai versi e ai libri d’arte fino ad arrivare alle inchieste sulla poesia: ecco che ci troviamo di fronte a una equazione possibile in cui le ipotesi del processo poetico coincidono con quello conoscitivo. I libri che segnalo in questo spazio dedicato alla lettura per la primavera/estate 2021 aprono a considerazioni teoriche in cui i diversi campi lessicali ci coinvolgono anche sul livello metaforico. La parola diventa designazione vera e propria di gioco intertestuale consapevole e profonda manipolazione dei fenomeni i cui dettagli sono espressi per analogia tra realtà relativa, fisica/materica, e descrizione visionaria. Buona lettura. rp


* Hestia è la dea greca a cui era dedicato il centro dell’abitazione – il luogo dove veniva condotto l’ospite – e dove ardeva il fuoco che con le volute del suo fumo congiungeva terra e cielo.

Alfonso Graziano: “Paglia di Grano” (RPlibri, 2020)

di Lucianna Argentino

“Soffia il vento dentro queste poesie di Alfonso Graziano”, così Antonella Lucchini nell’incipit della prefazione a “Paglia di grano” (RPlibri, 2020) ed in effetti di vento ce n’è. Ce n’è anche nell’epigrafe al libro ossia nei versi di Pablo Neruda: Ti manderò un bacio con il vento/ e so che lo sentirai,/ ti volterai senza vedermi ma io sarò li. Versi che mi hanno fatto pensare alla poesia come a un bacio che il poeta manda e in cui si ritrae perché rimanga solo la poesia che nello stesso tempo lo mostra e lo nasconde. Epigrafe che rimanda alla poesia di pag. 16 in cui il poeta scrive: La prima volta che ho baciato è stato il vento/e quel sapore di sabbia e sale mi è rimasto dentro, immagine della precarietà della vita e del dolore che una volta che ci ha toccati ci rimane dentro, un luogo vivo in cui il poeta cerca le parole per raccontare la sua immagine del mondo. Si scrive anche per allontanare l’idea della morte perché se, come afferma Jabès, dare un nome alle cose, come fanno i poeti, è concedere alla morte un nome in più è, nello stesso tempo, a mio avviso, un sottrarre alla morte il suo potere distruttivo. I poeti infatti continuano a nominare e a nominare anche la morte, quasi un invito alla sua autodistruzione, considerata anche la capacità di creare nuovi mondi e nuovi modi di abitare il mondo che i poeti hanno. La paglia di grano come è noto è quel che rimane dopo la trebbiatura ed è quindi una metafora molto bella e precisa del fare poesia. Si scrive, infatti, per un sovrappiù di vita che preme e urge in noi, che ci chiede di essere trasformata in poesia per trovare l’ esatta dicitura che ne metta a nudo la sostanza e ce ne appaia più chiaro il senso. Il poeta stesso si fa setaccio di quel sovrappiù di vita e della realtà per mostrarcene aspetti che al nostro sguardo sfuggono, perché lo sguardo del poeta penetra negli anfratti più segreti delle cose, cerca e crea relazioni. Cercano, i poeti, di rendere il mondo un posto migliore, di farci sentire l’eco di quel “ e Dio vide che era cosa buona” detto alla fine di ogni giorno della creazione, così che anche ciascuno di noi possa sentirsi “cosa buona”, possa sentire in sé la bellezza.

Non si muore mai una volta sola/quando si muore lo devi capire/per farti largo tra le nuvole e le bugie/nel pianto tra i pianti di sempre./ Ma sappi che puoi rinascere altrove/semmai piangendo di gioia e tristezza./Quando il vento bussa ribelle/e le finestre rispondono distratte/…quel morire è la vita che rinasce/oltre un gelido muro muto. Sentire la vita che rinasce oltre la morte è un sentimento che credo unisca tutti gli esseri umani, un sentimento terreno che non è solo una proiezione nell’aldilà e dell’aldilà, come potrebbe essere per i credenti, ma è il senso profondo della forza della vita che è quello che si cerca di esprimere attraverso le varie forme di arte. Tra queste la poesia, con il suo andare all’essenza delle cose attraverso il linguaggio e attraversando le zone di ombra e di luce comuni ad ogni essere umano, è in grado di restituircene la molteplicità di voci.

Cantano le stagioni chiuse nelle stanze/danzano con le ombre nelle notti chiare/inginocchiate ai cuori che dormono./Poi scrivono poesie in bianco e nero/sdraiate ad attendere l’alba/ come me, pioggia al sole. Forte, nella scrittura poetica di Alfonso Graziano, la coincidenza dell’umano con l’intero creato, la concezione della natura come paesaggio interiore, tuttavia non come semplice specchio dell’interiorità del poeta ma quasi una sua estensione. Luogo in cui egli cerca le tracce della propria vita il cui senso si arricchisce nel reciproco compenetrarsi di domande e di risposte che dal mondo giungono e che il poeta cerca di cogliere e tradurre sulla pagina creando un personale mosaico che mai ha termine. Nemmeno la morte, presente nelle pagine di questo libro in modo concreto e doloroso e che fa un po’ da contrappunto al rigoglio della natura che Alfonso Graziano sente e ci mostra, mette il punto finale, perché c’è sempre uno spiraglio in cui la parola poetica si incunea e salva. E se è vero che la parola poetica è parola che non si impone, anche quando il suo dire è forte, ma lascia a chiunque la ascolti il modo per interiorizzarla, in fondo la sua è sempre e comunque una voce intima che all’intimo parla. Per questo mi piace concludere la mia lettura di questo libro esile, sono solo 28 poesie, ma profondo con questa bella poesia: Per questo/e per la pace/ lasciate che i passi seguano il corso/nei vicoli ombrosi che sugella la vita./ Chiamarsi sottovoce è lieto anche al cielo.

La ricerca di un senso

di Fabio Dainotti (recensione de Il lato oscuro delle cose di Raffaele Urraro, RP edizioni, 2019)

“Non si volge chi a stella è fisso”, diceva Leonardo. E Sereni intitolava Stella variabile una sua raccolta, e a quella stella chiedeva aiuto nel cammino sulle strade della poesia. C’è una stella anche nel destino e nella poesia di Raffaele Urraro; molte le occorrenze del termine, ad esempio a pag. 18, dove la stellina lo aiuta a fuggire dalla notte, ad evitare che le ombre esterne, nelle “strade oscure”, si saldino a quelle interne.

Anche Raffaele Urraro ha una sua stella cometa che lo guida a porto sicuro. Ma qual è la stella cui si rivolge appassionatamente il poeta? Quella forse che gli indica il senso delle cose; nella Nota il poeta confessa: “Il sorriso lo cerco fondamentalmente nelle stelle”. Nel risvolto di copertina leggiamo: “Il senso più profondo che io attribuisco al fare poetico: scoprire il vero significato delle cose, che spesso però un senso non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe diritti alla depressione”. Cerca dunque “il senso della vita”, come leggiamo in una sua poesia. E lo fa rivolgendosi, come Baudelaire (che è anche il dedicatario di una poesia), al lettore e chiamandolo “mio simile, mio fratello”, in un atteggiamento dialogante che esige spesso il “tu”. La conclusione però affidata all’ultima poesia della raccolta è pessimistica: “nessuno può dire/ di essere penetrato/nelle oscure profondità/delle cose della vita”.

E bisogna avere “l’orgoglio di essere vissuti”, dice il poeta con un suo fare gnomico e sentenzioso.

Nella poesia eponima, il poeta ceca di scoprire la lingua “arcana della natura” e si chiede nell’explicit: “Ma conosceremo un giorno/ il lato oscuro delle cose?”. In La fine della stella, assistiamo a una stella ingoiata da un buco nero, come il chicco di caffè nel macinino di un poeta dialettale romanesco. “E noi siamo fatti della stessa sostanza delle stelle”. Nel corpo della lirica appare una stellina “dallo sguardo innocente”, che ha un aspetto umano. Aspetto e atteggiamento antropomorfo, in una natura umanizzata, anche nella luna che sembra aspettare una stella, nella stella cometa che indica il cammino, al mondo che lo ha smarrito, agitando caninamente la coda.

Importante il tema della caduta: il destino di morte che tutti ci accomuna. Lo stesso tema riappare nell’abisso della notte, di cui non si riesce a scorgere il fondo, nell’horror vacui in Affacciato sull’abisso della notte, in cui ritornano ad affermare la loro presenza l’ombra inquietante e il niente; ma anche in Il dramma della clessidra, che è un imbuto raddoppiato, dove “scendono i granelli del tempo”, che altrove  “pigiando si affollano all’uscita” (l’exitus); e cadono le stelle. Anche la farfalla avvicinandosi alla fiamma cade nel “vuoto”( la farfalla, che appare anche nella variante della falena ha evidentemente un valore simbolico. In Montale è indizio rivelatore di un più profondo livello di significato). Cade la penna dentro il guado ( forse il verso ricalca un’annotazione virgiliana: cecidere manus, o il verso di Manzoni). È un po’ la paura dello iato, della terra che si apre sotto i piedi, del crollo del mondo, che ossessionava Lucrezio, e che il latinista Urraro non può non tener presente.

Nella lirica successiva compaiono tre negazioni, si può parlare di fenomenologia del negativo perché “alla fine della strada” (come recita il tiolo), “non c’è nessuno, nemmeno un gatto”; e si parla di “casa del nulla”,  in cui l’io lirico è calato dal suo “angelo dai piedi screpolati”, che non sa neppure indicare “la strada dove abitano i sogni” .

Una dichiarazione di poetica è contenuta nel ladro di stelle che ruba le stelle, per lasciarle ai lettori, a tutti, e dar  loro un po’ d luce , nel “mare della notte”, perché la poesia è per tutti e la parola ha un “magico potere”, crea mondi alternativi mediante un “pensiero virtuale più vero/di un pensiero reale” e con l’ausilio di un terzo occhio…. Molti sono i lemmi che partengono a un linguaggio filosofico: ad esempio“nientifica”: e alcune brughiere metropolitane richiamano alla mente il concetto di deiezione. La sua poetica è affidata eminentemente alla lirica Da dove arriva la poesia, che arriva dai drammi della storia e dalle spinte del cuore ed è conforto ai mali; quindi dalla natura ma anche dalla storia. Ma elementi della sua poetica è possibile desumerli qua e là all’interno di varie composizioni. Una poesia la sua che non si chiude nella turris eburnea, e nella prigionia del bello stile, ma si apre all’esterno. Del resto il poeta è quello che viaggia, promeneur solitaire, in “solitudine” (ça va sans dire) nelle notti, tra gli “spasmi dell’anima”, quindi tra il rovelli esistenziali, ma il suo cammino è “vertiginoso” (l’aggettivo si conquista la gloria di occupare da solo un intero verso). Con l’ambizione ungarettiana di scavare nelle profondità delle parole, che sono “enigmi” (ma meglio se non troppo “contorti”) da svelare; che devono avere una “stupenda melodia”; e devono avere una loro necessità , e quasi sacralità (non bisogna “mai nominare una parola invano”); nello stesso tempo è necessario legare il significato al significante evitando accostamenti arbitrari, per non scadere nel puro gioco dei significanti e delle analogie.

L’autore rivela nella Nota anche un altro aspetto: “Di notte mi abbandono alle elucubrazioni del pensiero[…]spesso vengo aggredito dal buio che mi spinge in vertiginose immaginazioni”; “il pensiero mi profonda nelle nere vertigini della notte”, dirà  in una poesia.. Di notte dunque emerge il lato oscuro.

Ma la notte è anche la parte del giorno preferita da chi dice io, che addirittura sogna di sfiorarla con le dita. La notte che le cose ci nasconde è il “grembo” protettivo e  materno per chi è incapace a vivere (pure “c’è la vita da vivere”) e ama le atmosfere crepuscolari rivelando una personalità poetica umbratile. E prova uno sgomento che “agghiaccia e fa paura”; perché il mondo fa paura.  Anche la luna trova requie “tra il silenzio delle ombre della notte”.

Appassionato cultore di filosofia il Nostro si rivela in molti componimenti: esistenzialistica è la concezione, che traspare in alcuni versi, per cui la vita è un segmento di luce tra le tenebre; per cui il poeta è parlato dal linguaggio, la frase “abitare il silenzio”, che costituisce il titolo  di una lirica, e l’espressione  “la casa dell’essere”, che  si trova nell’ultima lirica, quella che sta sulla soglia, iscrivono d’autorità l’autore tra i lettori di  Heidegger.

Il lessico comprende dialettalismi ma ci sono anche arcaismi, parole ricercate o desuete, latinismi accanto a parole della lingua di ogni giorno, che  creano un singolare impasto linguistico.

Si incontrano metafore cui vengono attribuiti significati letterali, spostandole sul piano della realtà, procedimento di tipo surrealista.

Un bell’esempio di Ring- komposition in Oscuramente come ombra leggera.

Non manca il gusto per l’antitesi: “un punto nero sulla pagina bianca”.

Echi montaliani si riscontrano nelle “sillabe contorte” e nel filo che si sgomitola”;

tessere dannunziane: infrange le mie parole nella sera, impaura (termine dannunziano); echi tassiani in un verso “Dorme la falena e sembra morta”, che sembra ribaltare il celebre “Passa la bella donna e par che dorma”. Ma si veda la composizione dedicata a G. Leopardi (l’autore è un leopardista; e nelle liriche appare l’infinito, il lontano e indefinito, “l’orizzonte lontano che confonde”, il desiderio che il piacere sia infinito; e da qualche parte nel libro fa il verso al grande Recanatese, quando alla luna non chiede neppure: “Che fai?”; e altrove discetta sulla “noia”.

Un libro importante, dunque, che consente una lettura a più livelli, perché il poeta è per tutti e perché “la poesia, come dice Urraro citando Leopardi nel risvolto, può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita”.

Moder & Pierri: “Pietre d’inciampo” (Battello Stampatore Ed., 2020)

di Francesco Improta (2021)

Straordinario poemetto incentrato sulla figura immortale di Don Chisciotte della Mancia, che in groppa al suo cavallo Ronzinante e affiancato dal fedele Sancho Panza decide di partire in cerca di avventure, per riparare ai mali del mondo e conquistare il cuore di Dulcinea.

Il libro, in versi, comprende 9 sonetti di struttura regolare (quartine a rima incrociata e terzine a rima ripetuta – e 15 canti. L’incipit, nel rispetto della tradizione cavalleresca (cfr. Matteo Maria Boiardo e l’Orlando inna­morato), è un invito all’uditorio ad avvi­cinarsi e a prestare attenzione:

    Gente fatevi intorno prestate orecchio // alle Avventure in forma di canzone // di don Chisciotte dritto sull’arcione // di Ronzinante che regge ancora il vecchio…

Vi porterò in note a storie strane // assurde per ogni sentir comune // lasciatevi andar alla musica del cuore.

A ciò si aggiungano le illustrazioni, tutte ad acquerelli, di Ugo Pierri che con i loro colori slavati e le loro linee stilizzate accrescono l’impalpabile sostanza di questo impenitente sognatore che risponde al nome di Don Chisciotte che ha una sua nobile dignità e una struggente tristezza, forse perché destinato irri­mediabilmente alla sconfitta nello scontro con la cruda realtà. Naufragano, infatti, tutti i suoi sogni di gloria e di amore. Dulcinea, la donna di cui Don Chisciotte è invaghito, appare irraggiungibile e l’inguaribile hidalgo, memore dei versi dolcissimi e strazianti di Jaufrè Rudel, finisce col rinnovare, non potendo conquistare l’oggetto del suo desiderio, il mito dell’amor de lonh. Il Don Chisciotte di Moder vaga nello spazio e nel tempo, attraversa oceani ed epoche differenti, incontra una folla di perdenti, di oppressi, di vinti dalla vita e dalla storia. Personaggi famosi e illustri sconosciuti, perlopiù di sesso femminile perché Dulcinea rimane l’oggetto, la meta e l’essenza della sua quête. Sono tutti vittime del nazismo, del razzismo, di una cieca e brutale violenza, esercitata con sadismo e arroganza dal potere, ma anche personaggi famosi come Salvator Allende, Giordano Bruno ed Emily Dickinson non si sottraggono alla loro sorte ingrata.

Il titolo del libro rimanda ad un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig che nel 1992 volle ricordare con queste targhette d’ottone dalle dimensioni di un sanpietrino, poste dinanzi alle loro abitazioni, i deportati nei campi di concentramento. A ben guardare sono tessere di un mo­numento della memoria in continua espansione. Nel libro in esame queste pietre d’inciampo (Stolpersteine) commemorano questo esercito di dan­nati, famosi o del tutto misconosciuti, vittime di ingiustizie, sopraffazioni e violenze:

  Pietre dorate d’inciampo per via // ci sbatte il piede ma le avverte il cuore // qui Don Chisciotte lottò per amore // errante cavaliere di fantasia. // Qui a Dulcinea offrì la sua storia // con Ronzinante la polvere a sollevare // su chi a tutto vien tolto anche il sperare // qui vinse qui perse ne resti memoria.

Sono soprattutto le donne colte nel quotidiano, costrette a trascinare con i denti le loro povere e lise esistenze, a combattere per i figli a cui manca il necessario per sopravvivere, indotte dalla povertà più nera, dalla disperazione, dalla cieca violenza dei padri o mariti-padroni a togliersi la vita, sono queste che muovono a compassione Don Chisciotte desideroso di regalare loro un sogno, un’illusione ma inutilmente, perché dinanzi a loro “si arena ogni nobile gesto”. Per non parlare dei negri che negli Usa sono linciati o massacrati senza ragione per il solo colore della pelle; violenze restate impunite perché la Giustizia è bianca e giudica in una sola direzione.

Le coordinate spazio-temporali sono, come abbiamo già detto, le più disparate: si passa dalla Sierra Morena dove l’hidalgo incontra la filosofa Maria Zambrano e rimane affascinato dalla sua idea eversiva della conoscenza poetica a Sarajevo dove anche Ronzinante nitrisce di pietà per le migliaia di morti, perlopiù donne e bambini, in quei 1200 giorni di idiozia che è stata la guerra serbo-bosniaca con il tacito consenso dell’Europa intera. Il viaggio continua dalla mitica isola di Thule all’Honduras, una terra saccheggiata per molti anni, dalle multinazionali e dal loro braccio armato: gli squadroni della morte. Affiora il ricordo di Berta Càceres, una militante ecologista, morta ammazzata a colpi di machete nel 2016, un anno dopo gli attentati di Parigi e la strage del Bataclan.

Don Chisciotte è stanco troppo s’è speso // in duelli tenzoni salvataggi // per giuste cause o solo dei miraggi // ora si sente imbelle e incompreso // e se ne va in un eremo lontano // da ogni cavalleresca fola // Ronzinante un’anima sola // e a scrivere a sé stesso dà di mano.

Il linguaggio, sempre appropriato e arricchito da una ricca strumentazione retorica, è impreziosito da un velo di arcaica raffinatezza. È la patina che il tempo deposita sugli uomini e sulle cose e che la memoria nella sua vaghezza non riesce a sollevare del tutto. Parole come fola, donzella, scudiero, tenzone hanno la forza e la capacità di trasportarci in un mondo altro, lontano nel tempo e nello spazio ma vicino al nostro sentire o, come direbbe la Zambrano, “ragionar sentendo”. Da ricordare inoltre i bellissimi acquerelli che non hanno una funzione esornativa ma sono parte integrante del testo, meglio ancora hanno ispirato i versi con­tribuendo a vagheggiare quel mondo di sogni, di illusioni, di sana im­prescindibile locura che si contrappone al mondo reale e alla bestialità che lo governa nella ricerca esasperata della produttività e del profitto. Libro da non perdere al pari della superba performance attoriale di Adriana Giacchetti, Gianluca Paciucci e Leonardo Stevanin nella trasposizione in video di Pietre d’inciampo di Matteo Moder.

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Luigi Fontanella per “Il lato oscuro delle cose”

di Luigi Fontanella

Recensione all’ultima raccolta di poesie “Il lato oscuro delle cose” di RAFFAELE URRARO (RP Libri, ed., 2019) apparsa su «Gradiva –International Journal of Italian Poetry – Rivista internazionale di poesia», n. 58, a. 2020, pp. 207-208.

Leggo con interesse due libri che mi sono portato dall’Italia, ai quali avevo appena accennato in chiusura della mia precedente puntata (n. 57, Spring 2020, p. 181).

I libri in quetsione sono rispettivamente: l’ultima raccolta di versi di Raffaele Urraro, Il lato oscuro delle cose (RP Libri, 2019),, e Una visita a Hölderlin di Daria Gigli (Moretti & Vitali, 2019). Si tratta di due poeti accomunati dallo studio e l’insegnamento delle lingue e letterature classiche: il primo nei riguradi del latino, la seconda nei riguardi del greco.

 È al grande poeta materialista ed epicureo del De rerum natura nonché a quello altrettanto materialista de La ginestra che Urraro, poeta e critico letterario, attinge quanto a ispirazione e a suggestioni riflessive: rimando ai suoi fortunati studi leopardiani Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, e Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, ambedue pubblicati dall’editore Olschki, rispettivamente nel 2008 e nel 2015.

Una cupa malinconia domina la recente poiesis di Urraro, fecondo autore di varie raccolte. In questo libro egli si impegna irriducibilmente a interrogare il profondo significato di ciò che ci circonda, a cominciare dal firmamento stellare che sta, nel suo mistero infinito, sopra di noi. Cosa gli/ci dicono queste presenze a cui intere generazioni di poeti fin dall’antichità si sono ispirate?

Sono versi questi del Nostro, distillati, senza punteggiatura – a parte il punto fermo e quello interrogativo; ci sono, è vero, ogni tanto anche i due punti a inizio di verso: un “vezzo”, a mio avviso, superfluo, utilizzato da alcuni poeti neoavanguardisti come Edoardo Sanguineti e Franco Capasso; dicevo, sono versi di desolante cupezza, sui quali incombono categorie iconiche della Morte, dello Spleen, del Tempo e della Solitudine. Su di esse si distende la parola del Nostro, il quale attraverso di essa interroga e si interroga strenuamente sulla natura delle cose, sulla loro essenza, sul loro semen, sulla loro funazione; insomma sul loro esserci («ma io non riesco a pensare / a cose che non abbiano un’essenza»).

E sarà appunto proprio grazie al «magico potere della parola» che in Urraro può scattare un auspicabile superamento della propria malinconia planetaria, sempre accompagnata da un sentimento di inganno, illusione, solitaria contemplazione e auto-auscultazione; ben consapevole, in definitiva, l’autore, che perfino loro (le parole) a un certo punto non saranno più sufficienti a testimoniare la nostra, terrena transitorietà:

Il piacere infinito

“perché davvero è l’infinità

la culla del piacere

anche se non riesco mai

a configurarmi

il vero colore dell’infinito

che si contorce nelle sue aporie

ma un giorno questa storia finirà

e dei nostri desideri

non resteranno neanche le parole”

Versi amari dettati dalla consapevolezza di un Tempo circolare, inconsapevole, «che cova nell’innocenza / il suo fluire silenzioso e calmo». Eppure sarà proprio da/in questo Silenzio che il poeta potrà far sgorgare le parole dei suoi versi, scaturite, sì, dal suo cuore, ma filtrate «dal suono riflessivo della mente».

 È libro estremo e in estremo, questo di Urraro; denso di interrogativi, compreso quello che infine lo sigilla:

“[…] quando con la valigia pronta

piena di certezze

partiamo diretti al solo

vero infinito che conosco

allora cade il velo dalla nostra mente

e il tutto ci disvela

: non abbiamo penetrato delle cose

  il seme più interno

  e inesplorabile

chi sa dire perché e come

all’improvviso

parte il destino incomprensibile di un seme?”.

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.