Angelo Cannavacciuolo: “SacrAmerica” (Ad Est dell’Equatore Ed., 2018)

di Vincenzo Postiglione (2020)

Prima di iniziare ritengo opportuno chiarire alcune cose:

La mia non vuole essere una recensione in senso classico ma esclusivamente il tentativo di mettere su carta tutto quello che mi ha comunicato la lettura del romanzo. Inoltre, essendo stato alla presentazione dello stesso presso la libreria “Feltrinelli” in Napoli ed avendo ascoltato lo stesso autore e le persone intervenute ( ivi compresa la Prof. Emma Giammattei, mia prima esaminatrice all’università Federico 2°), ed avendo letto la recensione di Francesco Improta, mio maestro (di scuola e di vita), ho ritenuto che non ci fossero i presupposti di “purezza e verginità” nel giudizio, che devono necessariamente accompagnare una recensione. “In primis” le opere, soleva dire il mio compianto prof. A.Palermo, e poi tutto il resto.

Non starò quindi a descrivere, come meriterebbe, la trama del romanzo (pur nella sua complessità ed abbondanza), ma solo a raccontare le emozioni che esso mi ha generato, cercherò di incanalare il flusso di sensazioni senza che elementi “patogeni” esterni lo possano contaminare.

     Pensieri su “SacrAmerica” di Angelo Cannavacciuolo

“SacrAmerica” di Angelo Cannavacciuolo è una storia di “storie”, storie che si rincorrono, che si avviluppano e che si allontanano, ma che poi ritornano ad avvinghiarsi.

Lo spunto narrativo è l’eterno conflitto fra l’uomo e lo scrittore che attanaglia uno dei protagonisti Nanni Giuffrida quando decide di “sopprimere” lo scrittore per far posto finalmente all’uomo, quando decide cioè di riprendere in mano le redini della sua vita, a suo dire annientata da anni di dedizione assoluta alla scrittura. A questa decisione concorrono una serie di fattori, la morte del padre, una certa avversità verso un mondo(quello culturale e letterario non sembra sfuggire a questa regola) che inizia a disgustarlo per la totale mancanza di valori e per l’attaccamento esclusivo ad un edonismo sfrenato verso cui mostra un’insofferenza “malcelata”. Queste tematiche appartengono da sempre alla fragile e complessa eterogeneità dell’animo umano e suscitano in me, oltre che simpatia ed affetto, una “malcelata” aria di Romanticismo.La vicenda si svolge a cavallo  fra Italia, Messico e Stati Uniti , ma in effetti tutto il romanzo è permeato( sicuramente in maniera autobiografica) di una “globalità” intesa in senso buono, di come dovrebbe essere cioè, di come tutti noi dovremmo sentirci (pur mostrando, e ci mancherebbe, il giusto legame con le proprie radici) “cittadini” del Mondo, capaci di passare con indifferenza da una cultura all’altra, in un unico abbraccio di fraternità e gioia(sto fantasticando lo so, ma io ci credo).

La motivazione che spinge Nanni ad attraversare l’oceano è l’incontro, fatto di sguardi di “stilnovesca” memoria con una americana, tale “Barbie Burns”, incontrata a Roma e poi inseguita e raggiunta in California. Non a caso ho menzionato la “stilnovesca” memoria, l’incrocio degli sguardi era la scintilla che faceva scoccare l’Amore, e così è stato anche in questo caso, solo che questo amore si è rivelato abbastanza “problematico” se mi è concesso il termine. Barbie è una donna che ha attraversato quasi tutte le nefandezze che la vita può riservare, una donna depressa (e vorrei vedere), una donna che si rimpinza di farmaci,una donna che non si ama abbastanza, e mentre pare risorgere dalle proprie ceneri, ripiomba negli abissi della propria disperazione; per di più vive in una società che insegue i falsi miti del denaro, della contrapposizione fra la sfolgorante ricchezza dell’America californiana e la miseria del popolo messicano, da tempo rassegnato ad un ruolo di succubo, dell’eterna giovinezza, dell’apparire piuttosto che dell’essere, del pettegolezzo maligno(come imparerà a sue spese), una donna che “ha cambiato pelle” più volte e a cui il destino sta per riservare un amaro finale. Per un certo periodo la scintilla d’amore che è scoccata fra lei e Nanni pare avere un’azione salvifica per entrambi, ma non è facile(anche se non impossibile) liberarsi del proprio passato e del proprio vissuto, matrimoni falliti, una ricerca ossessiva di uomini a cui accompagnarsi, in una sorta di tentativo catartico o, più probabilmente, in un tentativo di annullarsi completamente. Bisognerebbe soffermarsi un po’ anche sui nomi dei protagonisti del romanzo, sicuramente densi di significati più o meno chiari, come ad esempio quello di Giovanni Malcelati, critico letterario, primo recensore del Nostro, a cui lui si rivolge per affidargli una sorta di testamento letterario, ma che, alla fine, si rivelerà come l’incontro di due anime incomplete, con la prima che trova nell’amore per Barbie e di Barbie una inaspettata felicità e quell’oblio come scrittore da tanto tempo agognato. Il prof. Malcelati invece, rimane sempre di più affascinato da quella strana figura di scrittore, fino ad esaltarne più volte anche l’avvenenza fisica, e da quel suo modo di essere totalmente diverso dagli altri autori che lo accompagnano, una figura quella di Nanni che ha in se’ le caratteristiche dell’uomo “globale”, mezzo siciliano, mezzo inglese, mezzo napoletano, insomma cittadino del mondo.

La narrazione è estremamente ricercata e godibile; il lettore viene letteralmente “bombardato” da migliaia di particolari(con precisione assoluta, frutto di ricerche sicuramente faticose) che riguardano la natura,i nomi delle piante, le architetture, i nomi delle strade, i cibi, le bevande,la descrizione dei palazzi, degli interni, delle luci, non oso immaginare quanta lavoro ci sia dietro a tutto ciò. Questa abbondanza “abbondante” di particolari potrebbe far sorgere in taluno il sospetto di un espediente letterario(ma non solo, lo si fa anche in musica, ad esempio) volto non solo ad abbellire e ad infiorare il racconto, ma magari anche a colmarne le lacune. Signori, questo non è il nostro caso, qui di “sostanza” ce n’è tanta , oltre alla “bardatura”, e tutto questo non fa altro che accrescere il valore dell’opera e dell’autore (fra l’altro molto ben descritte le scene di sesso, mai volgari). Personalmente avrei preferito una narrazione leggermente più “snella”, anche per una questione di “ritmo” narrativo, che a me piace un po’ più spedito, così come avrei diversificato un tantino di più il linguaggio letterario di Barbie, troppo simile a quello dell’autore, ma qua rientriamo nei gusti personali e quindi “De gustibus non est disputandum”.

La capacità evocativa dell’autore ha, per certi versi, sicuramente un piglio poetico, ma ancor di più , vista l’opulenza delle immagini, un piglio cinematografico e non mi stupirei se ne uscisse fuori un “film”, le immagini ci sono già,ci sono già tutte ed anche le inquadrature, e questo sicuramente non è un caso.

La figura retorica dominante della dicotomia permea e cementa tutta la struttura tissutale del racconto, ma cos’è in fondo se non la rappresentazione delle quotidiane dicotomie in cui ci dibattiamo? Oggi tutti vanno contro tutti, in una esasperante ricerca di una improbabile felicità, ma forse dovrei dire in una esasperante lotta per la sopravvivenza.

Riguardo al finale, tragico, visto che si conclude con la morte (fisica) della protagonista femminile e con quella probabile dell’anima del protagonista maschile, direi che era stato abbondantemente preannunciato più volte nel corso della narrazione, non so perché, lo dovremmo chiedere all’autore, e questo gli ha tolto un po’ di sana ansiosa attesa e trepidazione…

La cosa che più mi sento di dire infine ad Angelo Cannavacciuolo è che “SacrAmerica” mi ha proiettato con un vortice dentro di se’, come quei moti ondosi che iniziano piano piano e poi ti trascinano in un gorgo da cui non puoi più uscire,mi ha fatto sentire di essere lì ma, soprattutto, mi ha fatto venire la voglia di essere lì.

p.s.: anche questo vorrei chiedere all’autore:

la figura di  Francesco Improta, a cui si è data una “malcelata” importanza nel racconto, è sparita poi un po’ troppo in fretta…… ce lo ritroveremo magari in un altro racconto?

È destinato a diventare un protagonista o ad assumere chissà quale ruolo?

“populi meditati sunt”…

Bruno Vallepiano: “Trappola per lupi” (Golem Edizioni, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Sta per arrivare in libreria Trappola per i lupi (Golem edizioni, euro 13,90) l’ultimo romanzo di Bruno Vallepiano, giornalista, scrittore e sce­neggiatore. La veste tipografica, propria della collana Le vespe, ricorda i famosi gialli Mondadori, ma, a ben guardare, si tratta più di un noir che di un giallo classico e più precisamente di un noir mediterraneo, in cui la bellezza del paesaggio contrasta con i crimini e i misfatti raccontati. Vallepiano, non diversamente da J. C. Izzo, B. Morchio, A. Camilleri e altri ancora, è profondamente legato alla propria terra, di cui racconta senza infingimenti, con un linguaggio crudo e diretto, splendori e miserie. Poco importa che le storie di questi ultimi siano intrise di salsedine per la presenza costante del mare e impreziosite da cieli tersi e luminosi, mentre quelle di Vallepiano si inerpicano lungo pareti rocciose, boschi di conifere e rovesci di pioggia, essendo ambientate sulle alture della provincia di Cuneo. Per alcuni aspetti (ambiente e personaggi) Bruno Vallepiano mi ha ricordato Pierre Magnan, lo scrittore di Manosque. In tutti gli scrittori di noir, inoltre, ci sono implicazioni di carattere sociologico, in quanto quel che interessa allo scrittore, al di là del crimine commesso, è il contesto in cui esso è maturato.  

In Trappola per lupi ci sono esplicite implicazioni o velate allusioni alla società in cui viviamo o in cui hanno vissuto i nostri antenati. A pagina 155 si legge testualmente:

Viviamo nell’epoca dei paradossi, Mauro… oggi abbiamo più comodità, ma sempre meno tempo per noi stessi; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non siamo in grado di aggiungere vita ai nostri anni.

A parlare è Guido ultra-nonagenario, saggio e scapestrato, che ama condire i suoi discorsi con riflessioni antropologiche e morali. E sarà proprio Guido, che si definisce un treno a fine corsa, a chiudere il sipario su questa storia con alcune considerazioni tanto lucide quanto amare sul tempo che passa, sull’abbandono dei paesi di montagna o di campagna, sulla bellezza che sfiorisce e sul crollo degli ideali, palazzi d’oro costruiti sulla sabbia. Mauro, il suo interlocutore, è il protagonista del romanzo, nonché io narrante, personaggio noto ai lettori di Vallepiano, in quanto è alla sua quinta indagine investigativa. Ma procediamo con ordine.

Mauro Bignami, professore di Storia e Filosofia, in un liceo di Mondovì, torna a Gariola, paese della Provincia Granda, dalle vacanze in Croazia in compagnia della moglie Cecilia e del figlioletto Idris e non essendo ancora disponibile, per lavori in corso, la propria abitazione si sistema nel B&B di Paolo e Clotilde. Qui conosce tre americani i cui antenati, contadini originari di Gariola, erano emigrati in America del Sud e tre giovani tedeschi. Contemporaneamente a Washington su un campo da golf viene ucciso con un fucile di precisione un caddy e le indagini vengono affidate a un detective di nome Arvin, dall’aspetto ruvido e scostante, trasandato nell’abbigliamento, sempre stazzonato, non diversamente dal tenente Colombo. Apparentemente le due storie, narrate con montaggio parallelo e con una diversa angolazione, omodiegetica la prima ed eterodiegetica la seconda, sembrano non aver nulla in comune finché il ritrovamento casuale di una ragazza rimasta intrappolata con una gamba in un’enorme tagliola per lupi, lascia intravedere nuove piste su cui per la sua innata curiosità e per un non comune senso di giustizia si inoltrerà Mauro Bignami. Sono sicuro che il cognome del detective dilettante faccia sorridere tutti quegli studenti che in prossimità di un esame, non avendo alle spalle un’adeguata preparazione, si siano tuffati su compendi di Letteratura, di Storia o di Filosofia.

Non racconteremo certo gli sviluppi né tantomeno la conclusione della vicenda – sarebbe per l’autore e soprattutto per i lettori un crimine imperdonabile – ci limiteremo, quindi, ad alcune considerazioni a mio avviso molto significative.

Innanzitutto nel romanzo accanto a considerazioni di carattere socioeconomico – penso alla povertà dei contadini, al notevole ritardo con cui è stato riconosciuto loro il diritto alla pensione, al fenomeno delle migrazioni nella speranza di trovare un futuro migliore o quanto meno un’occasione di lavoro – ci sono anche precisi riferimenti storici e politici. Si parla, infatti, del colpo di Stato del generale Pinochet in Cile nel 1973 e delle tante efferatezze perpetrate da funzionari e militari ai suoi ordini, mi riferisco in particolare a Sergio Arellano Stark, uno dei più crudeli e sanguinari aguzzini del regime di Pinochet. Alla stessa stregua vengono stigmatizzate le “sporche” manovre dell’Intelligence (CIA) per screditare il nemico sia nella guerra del Golfo che in Afganistan e per legittimare la strombazzata propaganda degli USA di esportare la democrazia nel mondo. Si rilevano anche legittime rivendicazioni animaliste nei confronti di bracconieri, privi di scrupoli, che disseminano il terreno di trappole e tagliole, contribuendo alla decimazione di animali in via di estinzione.

Né si possono dimenticare le tante figure femminili, tutte belle e affascinanti, talune segnate dalla malattia, come Clo, la moglie di Paolo che combatte contro il cancro, una bestia più pericolosa di un lupo famelico, altre che non perdono occasione per esercitare il loro potere seduttivo senza ottenere comunque risultati concreti, è il caso di Netty che fino all’ultimo cerca di sedurre Mauro. A ben guardare queste hanno nell’economia del romanzo una funzione prevalentemente esornativa, mentre l’escort russa, l’avvocato, moglie del caddy ucciso sul green di Washington e la ragazza vittima della tagliola hanno un ruolo più importante e decisivo nella vicenda, come si scoprirà successivamente.

Tutte le implicazioni di carattere sociale, politico ed economico cui abbiamo accennato non inficiano, però, il plot narrativo, ricco di colpi di scena e di depistaggi, che ha un ritmo agile e incalzante, ed è sorretto da dialoghi frizzanti e allusivi e da alcune belle, intense ed efficaci descrizioni come quella dell’acquazzone e l’ultima che ripropongo nella sua interezza:

Gli alberi che rivestivano il versante della montagna di fronte avevano assunto le colorazioni autunnali; i ciliegi selvatici erano esplosi con le loro chiome rosse ed erano un urlo in mezzo a una tavolozza che variava dal giallo acceso al verde cupo, fino all’ocra. Il bosco era in un momento di sontuoso splendore. Uno spettacolo fugace da cogliere al volo; sarebbe bastata una giornata di pioggia per trasformare ogni cosa e sospingere il marrone e il verde opaco verso la conquista dell’intero scenario, il rosso sarebbe svanito spegnendosi anch’esso verso la fase ultima, prima del risolutivo denudarsi degli alberi.

Un’orgia di colori degna di un pittore impressionista.

Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.

Raffaele Urraro: “Il Lato Oscuro delle Cose” (RPlibri Ed., 2019)

di Elio Andriuoli (2020) 

Da sempre i poeti hanno cercato di guardare al di là delle apparenze, per cogliere il senso profondo della realtà, che ai più non è dato vedere. Non è da meravigliarsi dunque che Raffaele Urraro abbia intitolato la sua nuova raccolta di versi Il lato oscuro delle cose, a significare quale è stato il percorso della sua ricerca poetica degli ultimi anni.

È infatti la sua una poesia assorta e meditativa, volta ad indagare il significato del mondo, che si accende di stupore per ciò che scopre dischiudersi al suo sguardo, come una stella che appare nella vastità del cielo; il che avviene in L’immaginazione che conforta: “A mezzanotte in punto / una stella si accosta lentamente / alla luna…” o in Il cane fermo nel cortile, dove un cane che “si alza e se ne va / chiuso nel suo silenzio / portandosi con sé / il segreto dei suoi pensieri”, fa nascere nel poeta nuove meditazioni.

Stupisce Urraro anche il silenzio che talora lo avvolge, dato che egli scrive in una di queste poesie, intitolata Abitare il silenzio: “Abitare il silenzio / e ascoltare soltanto i rumori delle stelle / e la cosmica armonia / che c’intride di sé”; così come lo stupisce “un punto nero sulla pagina bianca” che emerge dalla poesia Un punto nero o “l’onda che si alza e se ne va / per le immense praterie del mare / senza neanche sapere / se ti ha lambito la mano” (L’onda del mare).

Emblematica di questo libro è una poesia come La sfida del tempo, nella quale “I granelli della clessidra” che “pigiando si affollano all’uscita” suscitano nell’autore profondi pensieri sul significato del nostro vivere, sospeso tra il prima ed il poi, e sullo scorrere del tempo, l’“irreparabile tempus” oraziano, che tutto travolge.

Certo, l’affacciarsi al nostro sguardo delle apparenze costituisce un mistero, così come costituisce un mistero il loro sparire dal nostro orizzonte, come quello della “falena che sembra morta / mentre culla nel cuore / il seme delle sue speranze” (Dorme la falena e sembra morta).

Noi non sappiamo perché sul nostro capo ruotino gli astri, inseguendo una meta che si perde nell’infinito; né sappiamo perché nascano in noi “i mostri dell’anima” (I mostri dell’anima) né perché sorga in noi la poesia (Da dove arriva la poesia?). E invero il sorgere della parola poetica, che trema tra il Tutto e il Nulla, costituisce un grande miracolo, riuscendo ad esprimere i più segreti sentimenti che s’affacciano al nostro animo.

Tutto ciò Urraro lo dice in versi limpidi e intensi, che gli sono suggeriti dalle apparenze, come una nuvola che naviga silenziosa nel cielo, un’ombra che passa o i rintocchi di una campana, che suscita in lui il pensiero della morte: “Quando per me i rintocchi / scandiranno il sopraggiungere dell’ora / mi troverò confuso e smarrito” (Un tom-tom metafisico).

Sono in fondo gli eterni pensieri dell’uomo, il quale ignora il senso della sua avventura sul mondo, così come ignora “il lato oscuro delle cose”, che soltanto al poeta è dato indagare e magari in parte cogliere perché, come dice il filosofo, ciò che scopre lo scopre non con la ragione, ma con l’intuizione e con il sentimento.

Noi “abitiamo per anni / nella casa della nostra esistenza” senza penetrare “delle cose / il seme più interno / e inesplorabile” scrive Urraro nella poesia Chi lo sa? che chiude il suo libro. È questo il limite dell’uomo: quello di non sapere ed è pure il suo destino.

Raffaele Urraro ha meditato a lungo su tutto ciò e ne ha tratto la materia per questo suo nuovo libro, che ora ci presenta, quale frutto delle sue fatiche e dei suoi pensieri. E si tratta di pensieri da lui tradotti in pagine di schietta poesia.

Vanina Zaccaria: “Non si Muore di Notte” (RPlibri Ed., 2020)

di Francesco Improta (2020)

Mi sono avvicinato a questa silloge poetica in punta di piedi e in religioso silenzio, ammaliato da un lato dal nome dell’autrice che mi ha riportato alla mente il racconto di Stendhal, Vanina Vanini, nonché l’irrisolta trasposizione cinematografica di R. Rossellini, e dall’altro dal titolo della raccolta, Non si muore di notte, che restituisce alla notte tutto intero il suo fascino e ci trasporta dalla dimensione materiale a quella onirica, dalla luce del sole alle tenebre notturne. Ed è allora che la vita ci mostra il nostro vero volto, liberandoci dalle convenzioni, dagli obblighi che regolano la nostra quotidianità e sprigionando, desideri, pulsioni e avventure del corpo e dello spirito che abbiamo cercato di seppellire o di accantonare. Ed è in questa zona umbratile che si muove Vanina Zaccaria approdando a risultati di grande impatto emozionale e soprattutto visivo, in quanto il taglio dei suoi componimenti è decisamente cinema­tografico: scene, sequenze, inserti non diegetici o spostati, dissolvenze, tutto l’ar­mamentario per costruire e montare un convincente e struggente film della memoria.

L’opera che comprende 26 componimenti si divide in due cicli e tale suddivisione rivela anche al più sprovveduto dei lettori che si tratta di un viaggio, che non ha, comunque, una destinazione precisa né un obiettivo finale ma che si nutre di sé stesso, delle galoppate della fantasia sentimentale e dei soprassalti della memoria involontaria, per intenderci meglio le epifanie joyciane o le intermittenze del cuore di cui parla Proust. L’incipit è grandioso, addirittura epico; Vanina Zaccaria, con la sua “voce oracolare”, come dice giustamente nella nota critica posta in calce al volumetto, Giovanni Ibello, o come sembra suggerire Odisseas Elitis, di cui vengono riportati in esergo alcuni versi, cerca di risvegliare dal loro sonno millenario gli antichi guerrieri greci, il cui profilo è possibile intravedere nei crinali dei monti e delle colline della Grecia, custodi di una grandissima e insuperata civiltà oppure richiama in vita, tra il sonno e la veglia, le navi dei trafficanti di schiavi e di armi che solcavano gli oceani nei secoli passati. La sua voce, però, non è sempre solenne e oracolare, conosce anche i toni bassi della quotidianità e allora si fa semplice e confidenziale, allorché un oggetto comune e ordinario accende sullo schermo della memoria ricordi ed emozioni.

Rammaricato alla finestra, tenuto alla fune

come impiccato

il tuo vestito di lino

Quello che indossasti per la festa, sbottonato alla gola

Per suonare il clarino e l’armonica.

Un vestito che svolazza al vento, richiama alla mente immagini di gioia e di spensieratezza, la festa paesana e la banda musicale, immagini in netto contrasto con la conclusione del componimento dove il lino scolora / nel paese estinto. Si affaccia allora quella malinconia, legata alla fugacità del tempo e alla labilità della nostra esistenza. Allora affiorano immagini della vita di campagna, le opere e i giorni di una civiltà contadina per dirla con Esiodo, il nonno durante la mietitura, il carnevale, i fuochi di artificio, il nido della poiana. Non sono però immagini idilliche perché i danni, i pericoli, le sventure sono sempre in agguato, come il terremoto:

Tutta piegata eri, come la casa di mattoni

Quando la terra si scuote

E il piccolo campanile si disorienta

Del bestiario della Zaccaria fanno parte il cinghiale, l’agnello, il bue, il cane ma soprattutto gli uccelli: la poiana, il gabbiano e in particolar modo la folaga che rivela l’ascendenza montaliana e ribadisce il tema della memoria; in Voce giunta con le folaghe Eugenio Montale dice testualmente: “Memoria / non è peccato finché giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione che / funghisce su sé”. Così il lichene ci rimanda a Camillo Sbarbaro e “il grido nero” a Quasimodo che, pur essendo siciliano di nascita, ha vissuto nell’estremo Ponente Ligure, dove ha scritto tra l’altro la bellissima poesia Alla foce del Roja e la Zaccaria sembra molto legata alla Liguria e alla linea ligustica; non a caso Genova è una delle tappe, insieme a Venezia e Firenze, del suo girovagare per l’Italia. Non rimane, però, entro i confini della penisola italica, la sua mente viaggia verso Oriente, oltre la Grecia, fino a includere una delle città più belle d’Europa San Pietroburgo di cui ricorda l’enigmatico sorriso dei leoni sulle rive della Neva e i ponti che si alzano e si abbassano come ali di fenicotteri per consentire il passaggio delle navi dirette verso il Baltico e la Finlandia e un pensiero va anche al vicino lago Ladoga. Queste preferenze accordate alla Russia non devono meravigliarci dal momento che Vanina Zaccaria è attenta ed esperta studiosa di cultura russa nonché presidente della Fondazione Lermontov.

Ci sarebbero da dire tante altre cose sulla poesia della Zaccaria, sonorità diffuse o rumori di fondo come il ronzio simile a un nido di api della pellicola che si srotola, suggestioni, sentimenti ed emozioni che si annidano tra i suoi versi in un groviglio apparentemente difficile da districare ma lascio ai suoi lettori, che mi auguro numerosissimi, il piacere di frugare tra i suoi componimenti alla ricerca di tesori nascosti. Io mi limiterò, per chiudere queste brevi riflessioni sulla silloge in questione a riportare integralmente un suo componimento che mi ha particolarmente colpito.

Non ho memoria del tempo

che ha scavato la mia figura.

Se tutta mi piego

nella sera improvvisa

non è per preghiera.

Sono già di polvere i nostri capelli

E la giostra della fiera

corre ancora ed è lontana.

 

Resto esposta

come il nido della poiana

il tasso morto sulla strada.

Rita Pacilio: “L’amore casomai” (LVF Ed., 2018)

di Francesco Improta (2020)

Ho letto L’amore casomai con profondo interesse e, a tratti, con grande stupore. Non sono racconti e non sono poesie, si tratta, a mio avviso, di immagini cromatiche, di pulsioni viscerali, di un concentrato di emozioni e di allusioni. Ci sono dietro, in quanto facenti parte del background dell’autrice, Lacan, Barthes e altri guru della cultura francese del Novecento e anche L’odore del sangue (esplicitamente citato nel testo) di Goffredo Parise o di Mario Martone, volendo assegnare alla trasposizione cinematografica di quest’ultimo una sua indiscussa autonomia e originalità. E non a caso, dal momento che spesso queste immagini, meglio ancora questi flash, sono grumi di sangue che conservano il loro odore dolciastro e metallico, anche e soprattutto nei momenti di ferina intimità. Odore al tempo stesso delle origini della vita, della condizione prenatale, dell’inviluppo dei corpi, del mestruo, ma anche livido e tumefatto, quando la vita langue, e diventa presagio di malattia e di morte. Del resto, l’antinomico connubio ancestrale, Eros e Thanatos, è presente in maniera esplicita o latente in ogni rigo di questa originale composizione che talvolta procede spedita, utilizzando con abilità e precisione linguaggi moderni come gli SMS, e talvolta in maniera sincopata e frammentaria, quasi ansimando, nei momenti, a mio avviso, di maggiore felicità creativa.
Molto bella la conclusione con quella sera intrisa di luce lunare e di nostalgia; e in quella diafana trasparenza scompare anche l’io narrante: io non c’ero.

 

Disintossicarsi

Guardare la luna. Seduta sul marmo del balcone. Scalza.

Spostare il baricentro poggiando la mano sul pavimento.

Quella strana scia di un aereo come stella in cammino. Bere

birra fresca e canticchiare Moon river.

Entrai in casa

crederla mia. Era settembre

poi una fotografia in bianco e nero

forse il libro sulla scrivania

chissà quale pagina appartenuta a un’altra.

Quella canzone, il vino rosso

un tavolo per due. E io non c’ero.


Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarraQuel grido raggrumatoIl suono per obbedienzaPrima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

Marco Candida: “Incendio nel Bosco” (Tarka Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Quando la narrativa, impregnata per giunta di cultura scientifica, sposa la letteratura, nell’accezione più qualificata del termine, il piacere della lettura, di cui parla R. Barthes, aumenta in maniera considerevole; ed è quello che io ho provato leggendo Incendio del bosco di Marco Candida (casa editrice Tarka, 14,50 €). Eppure c’è qualcosa che, a lettura ultimata, mi ha lasciato alquanto perplesso, ma procediamo con ordine.

Il romanzo in questione fa parte di una nuova collana, curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, il cui fine è quello di riscoprire, raccontare e valorizzare la dorsale appenninica, che attraversa l’Italia da nord a sud, e che si presenta come un crogiuolo non solo di biodiversità ma anche di storie, culture e tradizioni diverse, come dimostra la bella e circostanziata pubblicazione L’Appennino piemontese a cura di Rocco Morandi e il contributo dell’alessandrino Marco Grassano.

La storia si svolge in un breve lasso di tempo e ha come protagonisti Fiore e Rosa, innamorati fin dai tempi della loro adolescenza ma costretti a vivere il loro amore nella clan­destinità, in quanto Rosa aveva nel frattempo sposato Silvano, un imprenditore facoltoso e avanti negli anni, in cui Rosa, bisognosa di protezione e di sicurezza, aveva intravisto un sostituto della figura paterna, scomparsa prema­turamente. In un bosco sul monte Argentea nell’Appennino ligure, Fiore e Rosa stanno facendo un pic-nic e godendosi un po’ di intimità, quando nelle vicinanze scoppia un incendio che assume ben presto dimen­sioni colossali. Viene in mente il verso di Dante “Poca favilla gran fiamma seconda” che pur avendo nel Paradiso dantesco un significato prevalen­temente metaforico, in quanto allude alla possibilità che un piccolo gesto di indiscusso valore possa trovare uno stuolo di imitatori, rende bene l’idea che un incendio di proporzioni gigantesche possa nascere da una semplice scintilla così come uno smottamento, una frana o addirittura una valanga possa avere origine da un calcio tirato inconsapevolmente a un sassolino, mi viene in mente – e lo dico perché nel romanzo di Marco Candida sono frequenti le reminiscenze letterarie – Don Abbondio che scalcia i ciottoli che incontra nel suo cammino, la sera del 7 novembre del 1628, di ritorno alla sua canonica. I due giovani, accortisi in ritardo dell’incendio, cominciano a scappare inseguiti dalle fiamme che vorrebbero morderli, ghermirli. A questo punto credo che sia opportuno fermarsi per non svelare la conclusione non priva di colpi di scena.

I nomi dei tre personaggi che abbiamo citato (Fiore, Rosa e Silvano) rivelano l’interesse o meglio l’amore di Candida per la natura in generale e per la botanica e l’ornitologia in particolare. Nella descrizione dell’incendio, che occupa l’intero primo capitolo legittimando in questo modo il titolo del romanzo, si rileva nei confronti di tutti gli alberi, le piante, le erbe e gli abitanti, grandi o piccoli che siano, del bosco una attenzione affettuosa, partecipata, minuziosa, esatta in maniera scientifica e ciò conferma la formazione dello scrittore e il suo desiderio di non generalizzare e di attribuire a ogni elemento preso in esame una sua precisa identità. Mi si è affacciato alla memoria Nico Orengo che in Miramare si sofferma a descrivere con altrettanto amore e tenerezza le varietà di piante presenti nei Giardini Hanbury a Ventimiglia, con la sola differenza che lo sguardo di Nico è meravigliato e gioioso dinanzi al tripudio di colori e di odori della natura in fiore quello di Candida è velato e terrorizzato di fronte alla natura distrutta e incenerita dalle fiamme. E accanto a Orengo non poteva mancare, tra le fonti e i modelli dell’autore, l’altro dioscuro del Ponente ligure, Francesco Biamonti con il quale Marco Candida ha in comune un profondo senso di pietà, nei confronti della natura e degli esseri animati, una pietà laica che viene da lontano, penso a Lucrezio e ancor più a Virgilio: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”. Mi riferisco al gabbiano morto, impigliato nei rami di un rovo, dinanzi al quale Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, si toglie il cappello, mentre nel romanzo che stiamo analizzando il gabbiano falciato dalle eliche dell’impianto per l’energia eolica sul monte Turchino viene raccolto amorevolmente da Rosa, adolescente, adagiato in una scatola di cartone e sotterrato nel giardino di casa. Lo stile, però, è diametralmente opposto: Francesco Biamonti tende a levare, a sottrarre, a scarnificare, in linea con la tradizione ligure che ha il suo vertice in E. Montale; Marco Candida, invece, tende ad accumulare, a riempire, non è un caso che la figura dominante in L’incendio del bosco è l’enumerazione, per asindeto o polisindeto poco importa. Ci sono lunghi elenchi che riempiono gli occhi e occupano la mente, affaticandola, ed è questo il motivo della perplessità a cui facevo riferimento inizialmente. C’è, e a mio avviso va sottolineato, un uso eccessivo dello stile nominale, una tendenza della prosa a gonfiarsi in maniera talvolta esagerata, penso alla presenza ingombrante e non del tutto giustificata di numeri, ma probabilmente dietro questa prolissità di dettagli numerici si nasconde l’intenzione dello scrittore di sottolinearne gli aspetti sempre più di catalogazione e di esclusione a cui siamo quotidianamente sottoposti.

A impreziosire la prosa ci sono, invece, le frequenti analessi con cui si rievocano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Rosa, penso al suo bellissimo rapporto con il padre, che la porta con sé in campagna, nei boschi e nei musei e chiamando le cose con il loro nome consente alla figlia di appropriarsi della realtà circostante e di afferrarne, assaporandola, la bellezza. Ed è qui il tema di fondo del romanzo la difesa della bellezza in tutte le sue forme e la denuncia di chi questa bellezza umilia, soffoca e uccide non solo attraverso gli incendi boschivi, lo sconsiderato disboscamento o la rottura continuata dell’eco-sistema ma anche con l’indifferenza, la mancanza di responsabilità e la collera, vera e propria mot clef, non a caso ritorna frequentemente nella descrizione dell’incendio sterminatore. Alla luce di quanto abbiamo detto e a salvaguardia della bellezza, che forse non riuscirà a salvare il mondo ma che ci dà una mano a sopravvivere in questo mondo alla deriva, si giustificano e si legittimano i tanti inserti poetici, tutti di grande spessore: C. Baudelaire, W. Blake, G. Leopardi, E. Montale e G. Pascoli in ordine rigorosamente alfabetico, mentre a supporto di chi contribuisce alla morte della bellezza e a conferma della rabbia distruttiva che da sempre l’uomo esercita nei confronti dei suoi simili, del mondo in cui vive e inconsapevolmente quindi di sé stesso, vengono citati condottieri e tiranni da  Alessandro Magno a Giulio Cesare, a  Gengis Khane a Tamerlano.

Vorrei concludere queste mie riflessioni riportando parte dell’incipit, per molti versi emblematico:

Viene alla luce su un letto di ramoscelli ai piedi di un abete rosso […] In questo momento seminale il fuoco è focolare. Sprigiona calore materno, primigenio, incantevole allo sguardo. Scontorna le cose intorno sì che a guardarle sembrano immagini di un sogno e viene da dubitare della loro consistenza stessa. Poi…

Quel focolare s’infuria.

Chiara Tortorelli: “Noi due punto zero” (Homo Scrivens Ed.)

di Francesco Improta (2019)

Ho letto con imperdonabile ritardo Noi due punto zero (Homo Scrivens editore, € 15) e me ne rammarico non diversamente da chi sa di essere mancato a un appuntamento importante. A lettura ultimata, mi sono sentito frastornato, meglio ancora tramortito dalla pienezza di immagini, idee e parole racchiuse nel libro. C’è tanta roba, forse troppa. Una tale gremitezza di oggetti, sentimenti ed emozioni che riempie tutto o quasi lo spazio narrativo e non solo la protagonista che nella sua ansia di effusione e di assoluto finisce con l’essere vittima delle proprie pulsioni e della propria sfrenata immaginazione. C’è un gioco raffinatissimo di rimandi, riverberi e rifrazioni per cui i personaggi finiscono con l’identificarsi tra di loro e con il moltiplicarsi di continuo, come se la loro immagine fosse riflessa da una lunga teoria di specchi, scambiandosi spesso anche i ruoli. Emma – quanto della Bovary c’è nella sua inadeguatezza, oltre che nel nome! – si confonde, sovrapponendosi, con la madre Eva, nei cui confronti, ancora bambina, assume comportamenti, premure e tenerezze materne, salvo poi sentirsi in età adulta quella bambina che non era mai stata per il comportamento irresponsabile della madre; infatti a quarant’anni, divor­ziata e madre di una figlia, Alice, affidata alla suocera, si comporta come se ne avesse venti e anche meno: irresponsabile, sbarazzina e con minigonne vertiginose, e a un certo punto afferma con un pizzico di compiacimento e  di sofferenza al contempo: “Un culo puoi metterlo in mostra, l’anima no”. La vicenda di Emma si lega strettamente, a doppio filo, a quella di Soniha, donna sola con una figlia a carico: vittime entrambe di violenze maschili, poco importa che, a differenza di quella di Soniha, la violenza subita da Emma non lasci sul corpo lividi ed ematomi ma ferite profonde nell’animo, trattandosi di violenza psicologica. Non basta in Soniha, che trascura la figlia è possibile ravvisare Eva, la madre di Emma e in Irene, la figlia, la stes­sa Emma bambina. Non si esaurisce qui il gioco di rimandi e di scambi; Emma, infatti, nella sua immaginazione s’identifica con l’eroina di Tolstoj, Anna Karenina, divisa tra l’amore per Vronskij e il figlio Serёža, vivendo anche lei un’esperienza analoga (l’amore per Pietro e per la figlia Alice) e anche in conclusione, prima che cali il sipario, si ritrovano in ospedale da un lato, accomunati dallo stesso destino, Pietro ed Emma e dall’altro Anna e Paolo, ex marito di Emma e padre di Alice.

Il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle potenzialmente in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere l’armonia interiore. Cosa che av­viene raramente alla protagonista per la presenza di quel buio in cui precipita spesso e volentieri, anche dopo orgasmi reali o fantastici, un buco nero capace di inghiottire ogni cosa. Il romanzo prende l’abbrivio da un racconto di Tabù, (una silloge di racconti, pubblicata con successo dalla Tortorelli nel 2014) intitolato Black out, in cui si parla di questa singolare e reiterata esperienza della protagonista, nonché del suo amante immaginario, spunto che viene dilatato a dismisura diventando oggetto di un romanzo complesso e apparentemente contraddittorio, in quanto al ro­manticismo di fondo – l’amore assoluto, l’ansia di infinito, il desiderio di effusione e di espansione per chi si sente stretto e costretto nella finitezza della nostra condizione umana – si contrappongono la ricerca dell’armonia interiore, dell’atarassia (non è un caso che venga citato Epicuro) e un certo fatalismo tipico della tragedia greca, di cui, infatti, si riportano in vita i cori e da cui sono tratti molti eserghi. Se Eschilo, Euripide e Plutarco (bellissimo l’esergo di quest’ultimo: “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”) rimandano alla formazione e cultura classica della Tortorelli, Brontё e Dickinson in letteratura e Kandinskij e soprattutto Escher in pittura rappresentano l’ansia d’infinito con quelle costruzioni e quelle scale che sembrano bucare il cielo e proiettarci lontano. Queste due istanze con­trapposte vengono poi fuse in una scrittura postmoderna basata sull’intertestualità che gioca con sé stessa e utilizza i linguaggi più disparati.

Le coordinate spaziali sono facilmente riconoscibili: Milano in cui si svolge la maggior parte della vicenda, vista da dietro un vetro o attraversata in fretta con un senso di estraneità o addirittura di rigetto; “Milano è una metropoli senza più un’identità, in certi momenti potresti essere benissimo a Londra o a Pechino o a Tokyo”. Nel cuore della protagonista distilla, invece, la bellezza invadente e incomparabile di Napoli: Milano fuori e Napoli dentro e in un angolino la pace idilliaca di Tursi, con la vecchia casa avita, turbata o meglio sconvolta dalla morte improvvisa della sorellina di Eva, caduta nel fiume e il tonfo nell’acqua si riverbera nella mente e nel cuore del lettore. Più difficile cogliere le coordinate temporali; passato e presente si accavallano e si confondono per poi slittare in una terza dimensione, quella onirica. Il tempo in questo romanzo sembra un elastico che si allunga e si restringe prima di spezzarsi e di catapultarci in una nuova dimensione quella ciclica dell’eterno ritorno.

Si tratta, a ben guardare, di una sinfonia di morte di cui il buio è espressione fin troppo eloquente. Emma è tanatofobica e per esorcizzare questa sua paura si abbarbica disperatamente all’amore, quale che sia la sua natura, vio­lento, carnale, tenero o misterioso, come nella favola di Amore e Psiche, raccontataci da Apuleio e immortalata nel marmo da Canova, “… perché è l’unica cosa che mi salva dalla morte, che mi dà un pretesto per restare – dice la protagonista – L’amore mi dà senso, non il senso assoluto della vita, ma quello costruito sui tasselli minuti di uno spasmodico desiderio. È il desiderio che distingue la vita dalla morte, il desiderio ti costringe a esserci e a tornare, la voglia di ripetere la sinfonia di ciò che hai già vissuto…”

Si ripresenta il tema dell’eterno ritorno insieme alla consapevolezza della labilità della nostra esistenza che genera la paura della perdita e il senso della perdita finisce col coincidere con la perdita di senso per cui precarietà e insignificanza del vivere si identificano perfettamente. Paure, ossessioni e fobie sono la spia del disagio esistenziale della protagonista e ne determinano il rapporto distonico con la realtà. La distonia si rileva anche a livello comunicativo: più che dialoghi sono monologhi in cui ognuno segue le proprie traiettorie mentali ed emozionali. Il comun denominatore è una tristezza profonda che assume sfumature diverse a seconda delle differenze caratteriali; l’unica a esserne immune è Carla, malata di pragmatismo. E queste note dolenti si rilevano fin dall’inizio nei versi che precedono il prologo in cui il vento maligno, il vento del tempo, si diverte a scompigliare le carte lungo quel viaggio che è la nostra vita e ritornano nella parte conclusiva, in cui i personaggi (le dramatis personae) entrano in scena, accompagnati dal coro, per recitare la propria parte, per raccontare il proprio rapporto con la protagonista e, di conseguenza, la propria storia.

Il romanzo, che ha una struttura circolare (incipit ed epilogo coincidono), va, a mio avviso, letto e riletto non solo per cogliere tutte le implicazioni e le valenze nascoste sotto la mole delle parole, delle citazioni e dei riferimenti espliciti e impliciti ma per assaporarne tutta la bellezza che, come si legge a un certo punto, “… non è fatta di forme ma di chiaroscuri”.

Cristaldi e Malaspina: “Drammaturgia degli invissuti” (Fallone Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni…” Quest’affermazione di Italo Calvino (cfr. Le città invisibili) possiede un’indiscutibile verità e la lettura di Drammaturgia degli invissuti, di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina (Fallone editore, 15€) lo conferma in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un contrappunto musicale, come direbbe un musicologo, o meglio ancora di una corrispondenza amebea, di un canto a due voci, antico come il mondo da cui traspaiono la sofferenza, la solitudine e la disperazione di chi, relegato ai margini dell’esistenza, non ha mai vissuto.

Il libro di 93 pagine strutturalmente si divide in 18 sezioni, in cui si confrontano su uno stesso tema i due autori, utilizzando stile e veste grafica diversi: Malaspina per la sua scrittura più allusiva ed evocativa, spesso decisamente poetica, ricorre al corsivo e Cristaldi che affonda il bisturi nella carne viva e palpitante di chi soffre usa il carattere tondo. Entrambi sono animati da uno sdegno sincero, l’indignatio non del mo­ralista ma dell’uomo intellettualmente onesto, nei confronti delle discri­minazioni, delle ingiustizie e delle prevaricazioni presenti nella nostra società. Entrambi appartengono a quella tradizione di militanza politica che ha avuto i suoi ultimi e più degni rappresentanti in Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini e attualmente in Gianluca Paciucci (cfr. Rictus delle verità sociali). E non diversamente dalle opere di costoro anche Drammaturgia degli invissuti è permeata da una passione profonda e da una straordinaria lucidità in cui coesistono istanze solo in apparenza contrapposte: cronaca e storia, natura e cultura, etica ed estetica.

L’intento dei due autori non è solo quello di denunciare situazioni di vita degradata, ai limiti quasi della sopravvivenza, se non addirittura bestiale ma anche di dare voce a chi non ne ha mai avuta sia egli un tossico­dipendente, un malato terminale di tumore per esalazioni di rifiuti tossici o di sostanze cancerogene, come l’amianto o la plastica; un immigrato clandestino sbattuto qua e là come carne da macello o meglio merce avariata, una ragazza stuprata dal padre, venduta ad un pappone e costretta a battere. Le dramatis personae (non a caso si tratta di una drammaturgia) non solo non hanno voce ma spesso neppure un nome, hanno però un unico volto quello della sofferenza e della desolazione; penso al vecchietto, ormai disperatamente solo, in un paese, Castro, dove “d’inverno la frusta della salsedine ti spacca il viso […] e si piega in due dal dolore pure la luna” che dopo la morte della moglie si attacca al televisore e poi alla stufa, la cui sparizione affranto denuncia in caserma all’appuntato dei carabinieri.

Sullo sfondo c’è anche la contrapposizione tra Sud e Nord ma senza accenti particolarmente polemici, perché la sofferenza è la stessa dovunque e rifugge da connotazioni regionalistiche o campanilistiche, a parte il fatto che nel Salento “l’inverno non si paga e le nuvole non sono di metallo”, mentre a Torino il sole non s’impiglia nelle pale di fichi d’India e Venere è una catena di montaggio. Nella quinta sezione, il cui titolo, Se una notte d’inverno un disgraziato, conferma come nelle corde degli autori ci sia pure il Calvino che durante il soggiorno parigino aveva aderito all’OuLiPo, il protagonista è un giovane impasticcato, paranoico che si sente braccato dai suoi stessi fantasmi che si moltiplicano come ratti e s’infilano dap­pertutto. Novello Don Chisciotte, armato di bastone, ingaggia la sua battaglia contro le proprie paure distruggendo tutto ciò che lo circonda, gli specchi della casa e i sedili della sua automobile prima di morire in una pineta con un involucro di estasi conficcato nel cavo orale.

Tutti questi personaggi, che hanno deposto anche la rabbia, in quanto, come dice Pasolini, è un’emozione che non può durare a lungo, e che si macerano continuamente in un odio impotente verso il mondo e verso sé stessi, sono per rimanere nella metafora iniziale i dannati della terra, spogliati della dignità, della speranza, e persino del desiderio, non meraviglia, quindi, che molti di loro scelgano la strada del suicidio.

Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina con Drammaturgia degli invissuti hanno registrato senza enfasi, con puntualità e precisione, questa situazione sempre più generalizzata e allarmante, ma il valore del libro non è solo nella denuncia, che pure ha una sua indiscutibile forza dirompente, ma anche nella pasta sonora, musicale del testo, e in questo credo che abbia giocato un ruolo fondamentale la formazione musicale di Oliviero Malaspina, penso alla lunga e proficua collaborazione con Fabrizio De André. Un testo oltretutto impreziosito da una ricca strumentazione retorica e sorretto da una lingua concreta ed evocativa al tempo stesso, che accosta sapientemente e spesso fonde, in Cristaldi, l’italiano al dialetto salentino, a testimonianza di un’appartenenza viscerale al profondo Sud e di un sentire profondo e condiviso, capace di trasmettere valenze, significati e implicazioni anche laddove si ricorre al dialetto più stretto. Una lingua varia ma efficace, ora affilata e tagliente come un bisturi ora leggera e sognante come un chiaro di luna.

Per concludere: un libro da leggere assolutamente che ti toglie il respiro come un pugno bene assestato alla bocca dello stomaco ma ti costringe ad aprire gli occhi dinanzi a situazioni volutamente dimenticate o censurate da una classe politica miope e incapace e da un’opinione pubblica spesso addormentata.