Luigi Fontanella per “Il lato oscuro delle cose”

di Luigi Fontanella

Recensione all’ultima raccolta di poesie “Il lato oscuro delle cose” di RAFFAELE URRARO (RP Libri, ed., 2019) apparsa su «Gradiva –International Journal of Italian Poetry – Rivista internazionale di poesia», n. 58, a. 2020, pp. 207-208.

Leggo con interesse due libri che mi sono portato dall’Italia, ai quali avevo appena accennato in chiusura della mia precedente puntata (n. 57, Spring 2020, p. 181).

I libri in quetsione sono rispettivamente: l’ultima raccolta di versi di Raffaele Urraro, Il lato oscuro delle cose (RP Libri, 2019),, e Una visita a Hölderlin di Daria Gigli (Moretti & Vitali, 2019). Si tratta di due poeti accomunati dallo studio e l’insegnamento delle lingue e letterature classiche: il primo nei riguradi del latino, la seconda nei riguardi del greco.

 È al grande poeta materialista ed epicureo del De rerum natura nonché a quello altrettanto materialista de La ginestra che Urraro, poeta e critico letterario, attinge quanto a ispirazione e a suggestioni riflessive: rimando ai suoi fortunati studi leopardiani Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, e Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, ambedue pubblicati dall’editore Olschki, rispettivamente nel 2008 e nel 2015.

Una cupa malinconia domina la recente poiesis di Urraro, fecondo autore di varie raccolte. In questo libro egli si impegna irriducibilmente a interrogare il profondo significato di ciò che ci circonda, a cominciare dal firmamento stellare che sta, nel suo mistero infinito, sopra di noi. Cosa gli/ci dicono queste presenze a cui intere generazioni di poeti fin dall’antichità si sono ispirate?

Sono versi questi del Nostro, distillati, senza punteggiatura – a parte il punto fermo e quello interrogativo; ci sono, è vero, ogni tanto anche i due punti a inizio di verso: un “vezzo”, a mio avviso, superfluo, utilizzato da alcuni poeti neoavanguardisti come Edoardo Sanguineti e Franco Capasso; dicevo, sono versi di desolante cupezza, sui quali incombono categorie iconiche della Morte, dello Spleen, del Tempo e della Solitudine. Su di esse si distende la parola del Nostro, il quale attraverso di essa interroga e si interroga strenuamente sulla natura delle cose, sulla loro essenza, sul loro semen, sulla loro funazione; insomma sul loro esserci («ma io non riesco a pensare / a cose che non abbiano un’essenza»).

E sarà appunto proprio grazie al «magico potere della parola» che in Urraro può scattare un auspicabile superamento della propria malinconia planetaria, sempre accompagnata da un sentimento di inganno, illusione, solitaria contemplazione e auto-auscultazione; ben consapevole, in definitiva, l’autore, che perfino loro (le parole) a un certo punto non saranno più sufficienti a testimoniare la nostra, terrena transitorietà:

Il piacere infinito

“perché davvero è l’infinità

la culla del piacere

anche se non riesco mai

a configurarmi

il vero colore dell’infinito

che si contorce nelle sue aporie

ma un giorno questa storia finirà

e dei nostri desideri

non resteranno neanche le parole”

Versi amari dettati dalla consapevolezza di un Tempo circolare, inconsapevole, «che cova nell’innocenza / il suo fluire silenzioso e calmo». Eppure sarà proprio da/in questo Silenzio che il poeta potrà far sgorgare le parole dei suoi versi, scaturite, sì, dal suo cuore, ma filtrate «dal suono riflessivo della mente».

 È libro estremo e in estremo, questo di Urraro; denso di interrogativi, compreso quello che infine lo sigilla:

“[…] quando con la valigia pronta

piena di certezze

partiamo diretti al solo

vero infinito che conosco

allora cade il velo dalla nostra mente

e il tutto ci disvela

: non abbiamo penetrato delle cose

  il seme più interno

  e inesplorabile

chi sa dire perché e come

all’improvviso

parte il destino incomprensibile di un seme?”.

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.

A cura di Paolo Veziano: “La libera Repubblica di Pigna” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Dinanzi a un libro come La libera Repubblica di Pigna. Una parentesi di democrazia (Fusta editore, 18€) a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e Graziano Mamone, anche il recensore più esperto e navigato finirebbe col trovarsi in difficoltà. Non che manchino argomenti, fatti o personaggi di cui discutere, anzi il libro, frutto di una lunga e accurata ricerca archivistica e della sinergia di esperienze diverse, si presenta corposo, particolareggiato e ricco di informazioni e di fotografie. La verità è che il libro, che si avvale della prefazione come al solito illuminante di Alberto Cavaglion e di una robusta premessa dello stesso curatore, è in sé compiuto e definito e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti o indicazioni critiche.

Mi limiterò, pertanto, ad alcune osservazioni: innanzitutto il libro nelle intenzioni di chi lo ha concepito e realizzato vuole sopperire a una mancanza della storiografia dell’Italia repubblicana che non ha mai prestato la dovuta attenzione alle repubbliche partigiane in generale e a quella di Pigna in particolare, come sostiene Armando Izzo, uno dei protagonisti di quell’esperienza, probabilmente perché i partigiani della V Brigata che operava nell’Alta Val Nervia erano tutti garibaldini col fazzoletto rosso al collo. Eppure, essi hanno combattuto strenuamente, tenendo testa, nonostante lo scarso equipaggiamento, per quasi due mesi alle truppe tedesche che si sono servite persino dell’artiglieria per snidarli e annientarli. Non avevano mezzi e armi ma avevano in sé un’inestinguibile sete di libertà e il progetto di una società più equa e solidale. La descrizione di questi combattimenti è talmente accurata, mossa e particolareggiata che dalle pagine esala insieme al sudore, alla polvere e al sangue l’odore stesso della morte o meglio delle morti che la guerra ha disseminato in quelle zone e non solo. Ed è qui che s’impone la seconda osservazione: Paolo Veziano, storico scrupoloso e rigoroso, che ha alle spalle due opere di notevole spessore, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista e Ombre al confine, ha acquisito non comuni doti di narratore che gli consentono di utilizzare un linguaggio preciso ed evocativo al contempo, scientifico ed emozionale per cui si può affermare, senza tema di smentite, che con lui la Storia si fa Letteratura, mentre con Italo Calvino di cui Veziano ricorda Il sentiero dei nidi di ragno e due racconti minori, Castelvittorio, paese delle nostre montagne e Le battaglie del comandante Erven, entrambi confluiti in L’epopea dell’esercito scalzo, è la Letteratura a farsi Storia. Ed è sempre da Calvino che Veziano mutua la damnatio memoriae, il timore che i ricordi rintanati “come anguille nelle pozze della memoria” possano essere inquinati, sbiaditi o legati non alla realtà ma a una soggettiva e parziale lettura di essa. Problema questo non solo tecnico o storico, ma anche morale. Il Lockdown ha imposto la chiusura degli archivi e delle librerie o un uso molto limitato degli stessi per cui va dato merito a Veziano che ha dovuto fare di necessità virtù confrontando i documenti di cui disponeva sull’argomento, secernendo ciò che era attendibile da ciò che era poco credibile o eccessivamente enfatizzato ed eliminando al tempo stesso quella sterile retorica che non giova a nessuno. Problema quest’ultimo ripreso, come vedremo, anche da Graziano Mamone nella sezione conclusiva del libro quella dedicata alla stele commemorativa della Repubblica di Pigna eretta nel 1985, su cui torneremo successivamente. Anche Veziano spesso si avvale di interventi extradiegetici in cui rivolgendosi ai lettori – che ci si augura più dei venticinque di memoria manzoniana – anticipa fatti che verranno descritti successivamente per mantenere inalterato l’equilibrio del libro e ciò conferma ancora una volta qualora ce ne fosse bisogno la confidenza e familiarità di Veziano con pratiche e tecniche narratologiche.

Va rilevato, inoltre, il dovizioso apparato iconografico, proveniente dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (ISERCIM che ha commissionato l’opera con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Pigna) e da collezioni private – cospicua a tal proposito quella di Giorgio Caudano. Apparato iconografico composto da documenti, mappe, cartine topografiche e fotografie, che non hanno un valore esornativo ma vanno a rimpolpare, arricchire ed esemplificare il testo e diventano, quindi, parte integrante dell’opera.

Giorgio Caudano non si è limitato a fornire fotografie ma ha contribuito attivamente alla realizzazione dell’opera con mirati cenni storici sul comune di Pigna, dalla sua nascita fino alla II guerra mondiale, e con la descrizione dettagliata delle forze tedesche e repubblichine operanti nella Val Nervia tra giugno e ottobre del 1944; e non si può non rilevare la sua ampia conoscenza storica e tecnica.

Graziano Mamone, invece, nella parte conclusiva del libro si sofferma sul monumento commemorativo eretto nel 1985 alle porte di Pigna; ne traccia tutte le fasi dal progetto iniziale alle successive modifiche fino alla realizzazione definitiva, mettendolo a confronto non solo con il monumento eretto a Castelvittorio, messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste, ma anche con tutti i monumenti eretti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e rimarcando il differente intento con cui erano stati progettati: questi ultimi miravano a celebrare i ricordi e le imprese di guerra, perpetuando quella retorica che ancora avvolge la Grande Guerra (la guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso, non è grande né piccola, ma sempre e soltanto atroce e oscena) e infatti i monumenti eretti dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno carattere di celebrazione ma di denuncia o quanto meno di riflessione sulle atrocità e le aberrazioni della guerra.

Sulla quarta di copertina si legge testualmente:

Il mondo ignora ancora come in Val Nervia sia stato creato un solido fronte, la Linea Vittò, tenuta da un gruppo di eroi; un fronte che il soldato tedesco non riesce a infrangere nemmeno con l’artiglieria e che la fede, il coraggio, la perizia pongono il partigiano italiano fra i più valorosi combattenti della guerra.

Paul Norton

Testimonianza di un corrispondente di guerra canadese che, trovatosi in quel periodo nell’Alta Val Nervia, conobbe e strinse amicizia con alcuni partigiani della V Brigata e raccolse le sue memorie in diversi articoli di cui otto furono cestinati perché ritenuti incompleti e mutilati dalla censura. Egli stesso fu definito un bugiardo, nonostante molti anni dopo il Commodoro Holsworth abbia confermato l’autenticità della storia, cadde, pertanto, in una profonda crisi depressiva da cui non si sollevò più. Una storia nella Storia che conferisce un tocco di umanità e di vita vissuta a quegli anni così difficili e tormentati:

Un omaggio dovuto a un uomo coraggioso che, Sten in spalla, raggiunse i garibaldini durante l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi e disse loro in una singolare miscela linguistica: “Vous avez eté magnifique, une very well bataille, viva garibaldini”. Pochi giorni dopo depose il mitra che lo accompagnò nella breve ma avventurosa parentesi italiana: non abbandonò mai, la sua seconda arma, la penna dalla quale non nacque – come a lungo sostennero i suoi detrattori – un romanzo ma scomode verità.

Un’opera, nel complesso, di pregevole fattura nel contenuto e nello stile, di cui si sentiva la necessità. Un libro che non può mancare nelle librerie di chi vuole mantenere viva la memoria storica.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Vincenzo Postiglione

Amor animi arbitrio sumitur, non ponitur      

Publio Sirio

La fatica del ricordo” ultimo prodotto letterario del maestro Filippo D’ Eliso è il racconto di un amore perduto e di una vita volutamente votata alla solitudine. Il protagonista, indicato semplicemente con una sola lettera, E., vive una vita spartana in una stanza altrettanto spartanamente arredata, in un luogo presumibilmente di bassa montagna, probabilmente in un piccolo centro o paese. La sua è una  vita fatta di rinunce e di auto isolamento che trascorre inesorabile verso la fine, fino a quando un incontro fortuito con un bambino, anch’esso denominato con una sola lettera, F., risveglia in lui una scintilla di gioia, nonché ricordi di un passato felice. L’occasione creatasi con l’aiuto prestato a F. nel risistemare una catenina (dono della mamma) che si era rotta, squarcia l’oscurità autoimposta ed alza il velo sulle nebbie del passato, riportando alla luce il ricordo di un amore giovanile, di quelli fugaci che solitamente compaiono in luoghi di vacanza e dalla durata troppo breve, durata che però non impedisce che essi si fissino in qualche oscuro meandro della nostra memoria. La vicenda si conclude felicemente per F. , che, invitato dal protagonista a casa per risolvere il problema della catenina, può tornare felice dalla mamma. Dopo questo breve incontro la vita di E. torna a scorrere sui binari che egli stesso ha tracciato, presumibilmente verso la fine, ma, anche in questo caso, l’autore ha lasciato spazio alla fantasia del lettore, volutamente,  con  un finale indefinito ed aperto.

Tutta l’opera è permeata da questo velo che lascia intuire ma non dice, lo si può notare già nella descrizione del luogo, o meglio, dei luoghi, la stanza è spoglia ed anonima, l’autore gioca con maestria con la luce e le ombre, un breve accenno temporale, ma anch’esso indefinito…” Un atteggiamento, in pratica, molto comune a quei tempi”…quali tempi non è dato di sapere. Non possiamo fare a meno di sottolineare però la perizia con cui egli gioca, le immagini di questo luogo fatto di sfumature di luce hanno sicuramente del poetico; le descrizioni sono meticolose ed il linguaggio ricco di particolari…”Il nasino ben dritto e la bocca che rifletteva un colore simile a quello di un cielo baciato da un bellissimo tramonto”…

Non mancano garbati ed eleganti accenni di sensualità…” Mangiò l‘uva cercando di imitare ciò che aveva visto fare da lei. Per ritrovare la sensualità e il piacere delle sue labbra carnose. Pensava. Sognava. Immaginava. Cadde la notte.”…

Particolare attenzione posta sul linguaggio ed uso consapevole di figure retoriche che non sfuggono ad occhi attenti: Adynaton, Climax, Asindeto, Iperbole… e si potrebbe continuare.

L’ attenzione ai particolari, le descrizioni minuziose, momenti di pura poesia…”Sembrava respirasse il momento…Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.… rappresentano il momento più alto della narrazione.

A livello personale, ma si tratta di sfumature dovute ai gusti, avrei preferito un linguaggio più fanciullesco di F., avrei insistito meno sulle abbondanti descrizioni dei particolari, avrei riportato indietro nel tempo la sua espressività.

Nelle opere del Nostro ci sono elementi che si ripetono e su cui varrebbe probabilmente la pena di fare un discorso a parte; mi riferisco, in particolare, al rimpianto, alla solitudine, ad una certa malinconia, ad una “stanchezza di vivere”, ad un amore perduto, e, in quest’ultimo caso, anche ad una paternità mai vissuta che l’incontro con F. ha risvegliato dall’oblio dei sensi. L’abbraccio surreale , “motu proprio” spontaneo di F. dovuto alla gioia, scatena una tempesta di emozioni da troppo tempo sopite. L’espediente narrativo è chiaro ed esatto, d’altra parte anche i dialoghi rendono molto bene l’intensità delle emozioni che roteano vorticosamente circondando i nostri protagonisti.

In definitiva, “La fatica del ricordo” rappresenta l’ennesima, riuscita opera di Filippo D’Eliso, che , anche quando si cimenta in territori non propriamente suoi ( ma chi stabilisce quali territori sono propri e quali no? ) riesce a rendere godibile il frutto del suo ingegno ai più, maggiormente in questo caso perché :

… era importante custodire le sensazioni legate ai ricordi”.

“La fatica del ricordo” è una bellissima storia d’Amore, perché di questo si tratta, e, come dice il Poeta :

Nisi qui ipse amavit, aegre amantis ingenium inspicit

Giovanni Agnoloni: “Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Con Berretti Erasmus (Fusta editore, €15,90) siamo nell’alveo di quella narrativa difficile da catalogare, in quanto Giovanni Agnoloni si sbarazza facilmente di tutti i generi consolidati e convenzionali e ci offre un’opera decisamente nuova, muovendosi con estrema libertà e padronanza tra letteratura memorialistica, odeporica, autoanalitica e romanzo di formazione. L’autore ci si presenta sotto una duplice veste: io narrante e io agente e l’incipit, nella sua nuda semplicità, a mio avviso, è folgorante:

   C’era nebbia, quella domenica pomeriggio. Passeggiavo lungo l’argine della Greve

Mi è venuto in mente immediatamente il capitolo XIX della Vita Nova di Dante: “Avvegna che passando per un cammino lungo lo quale sen giva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire.” L’accostamento non sembri azzardato né irriverente, dal momento che ci sono alcuni indiscutibili punti di contatto: innanzitutto sono entrambi fiorentini di origine ma non di costumi, come ha detto il Divin Poeta nella lettera a Cangrande della Scala e come più volte ha ribadito Giovanni Agnoloni, in secondo luogo in entrambe le opere, esclusivamente nella Vita Nova, prevalentemente in Berretti Erasmus si discute di amore e, infine, entrambi dimostrano in maniera inequivocabile che quella che impropriamente viene chiamata ispirazione non è altro  che un’occasione, in cui un colore, un suono, un’immagine o una parola provocano l’urgenza di dire, di scrivere, di dare forma a emozioni, ricordi, sentimenti. È quello che succede al nostro autore/personaggio; la tranquillità del posto, la coltre protettiva della nebbia e il mormorio dell’acqua scatenano la memoria involontaria. Senza scomodare Proust, credo che si possa convenire con Erri De Luca quando afferma che la memoria è come un ghiacciaio in cui talvolta si apre un crepaccio che ci consente di cogliere nel fondo un barlume o un brandello su cui ricostruire una storia. Dal passato di Agnoloni emergono luoghi, volti e impressioni; decide allora di ricomporre questi frammenti e di raccontare le sue esperienze di soggiorno all’estero per motivi di studio o di lavoro, fin dal Duemila, quando da studente di legge, fruendo del programma Erasmus, si reca in Inghilterra e precisamente a Leicester per un soggiorno di studio (si giustifica così il sottotitolo Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa).

A spingere l’autore verso l’Europa iperborea non è solo il desiderio di viaggiare, di conoscere nuove culture, di stabilire una comunione di intenti e di affetti con studenti di provenienza diversa ma anche la volontà sempre più impellente di allontanarsi dalla sua città, l’odiosa/amata Firenze (altro punto di contatto con l’Alighieri), che gli appare stretta, provinciale e superba, nonché la speranza di incontrare la donna-anima, la possibilità, cioè, di incontrare l’altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti secondo le teorie di Jung con cui Agnoloni si sente in sintonia. Da qui la lunga teoria di donne incontrate in questi soggiorni: Yamira, Rosa, Marta accostate, corteggiate e poi irrimedia­bilmente svanite, perché fatte dell’impalpabile materia di cui sono fatti i nostri sogni. Storie, quindi, materiate di sguardi, di saluti, di sfioramenti, e nient’altro solo quella con Marta, conosciuta in Lituania e rivista dopo alcuni mesi a Jesolo, si conclude in un letto di albergo. Una notte ardente ma troppo breve per poter costituire quella svolta vagheggiata dal protagonista. A Firenze però, nel 2007, avviene l’incontro decisivo con Agnieszka, venuta in Italia con il programma Erasmus. Tutto sembra andare per il verso giusto tanto da pensare alle nozze, dopo aver convissuto quasi tre anni prima in Irlanda, patria di elezione di Agnoloni, e poi in Polonia a Cracovia ma… non sarò certo io a svelare come si conclude questa scorribanda della memoria e della fantasia sentimentale.

Mi sembra, invece, doveroso rilevare lo sguardo attento e rispettoso con cui Giovanni Agnoloni perlustra le città in cui soggiorna evidenziando tradizioni, monumenti, costumi di vita quotidiana. Le passeggiate del protagonista in solitaria per cogliere lo spiritus loci, per entrare in sintonia con l’ambiente, realizzando in questo modo, in pieno, lo spirito dell’Erasmus sono, a mio avviso, le cose più belle del libro e se la descrizione che segue conferma l’amore profondo per l’isola di smeraldo:

… l’Irlanda, la terra degli elfi e dei druidi, dal fascino sottile e confortante delle croci di pietra nel verde e della luce solare in un cielo che pare un affresco vivo in eterno movimento […] È un’isola che procede per rapidi sbalzi di memoria, scatti d’immaginazione e premonizioni di futuro.

È nella descrizione della Cornovaglia che l’autore entra in simbiosi con sé stesso e la Natura, unica interlocutrice attendibile.

Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare, appena mosso davanti a me e il tramonto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

Ed è il presupposto ineludibile per un ulteriore passaggio che porterà l’autore, alquanto scettico in materia religiosa, ad avvicinarsi, attraverso la meditazione nel Cortile delle Beghine ad Amsterdam e l’accesso alla chiesa francescana a Visby, al sacro e al metafisico, a renderlo più possibilista e meno scettico in materia di fede.

Come a Dublino sono frequenti e irrinunciabili i riferimenti a James Joyce e ad Amsterdam, indirettamente, a Marino Magliani, autore di uno splendido libretto Amsterdam come una farfalla, in Cornovaglia Agnoloni accenna alla villa in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita Daphne Du Maurier, scrittrice inglese i cui romanzi sono stati spesso trasportati sul grande schermo (La taverna della Giamaica; Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, diretti tutti da Sir Alfred Hitchcock). Ed è appunto il cinema che si affaccia prepotente tra le citazioni e i riferimenti culturali nel libro di Agnoloni: da Ridley Scott (Il gladiatore), Roland Joffé (Mission), Stanley Kubrick (Shining), Michelangelo Antonioni (Al di là delle nuvole), Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide) Cedric Klapisch (L’appartamento spagnolo, modellino in scala ridotta del libro che stiamo analizzando) e Ingmar Bergman, la cui tomba nell’isoletta di Fårö in Svezia è meta di un religioso pellegrinaggio da parte di Giovanni Agnoloni, suggestionato dalla “lunarità” di quel paesaggio caratterizzato da un senso di vuoto e di assenza, come del resto si evince dagli stessi capolavori del Maestro svedese. Fa un po’ sorridere ma non dispiace che in tale nobile consesso figuri Carlo Verdone di cui viene citata una tra le sue commedie più riuscite, Maledetto il giorno che ti ho incontrato.

La scrittura è sempre chiara, fluida ed incisiva, come risulta dagli esempi succitati. I ricordi dapprima sbiaditi, indistinti come tessere di un puzzle, una volta collocati nel loro contesto, dalla mano esperta dell’autore che si serve per tenerli insieme di alcune cerniere (complessivamente cinque: casa, bagagli, contemplazione notturna, dal letto e risveglio) appaiono in tutto il loro scintillante nitore e danno vita a un organismo compatto e omogeneo, che rappresenta una indiscutibile conquista umana, culturale e artistica dell’autore.

Monica Pezzella: “Binari” (TerraRossa Edizioni, 2020)

di Filippo D’Eliso (2020)

Binari di Monica Pezzella, (TerraRossa Edizioni ©2020, 13€), opera di esordio dell’audace scrittrice, è il frutto di una matura attività artistica. Monica Pezzella rivela una formazione salda e ben connaturata per la sperimentazione e le collaborazioni trasversali nella pratica di linguaggi altri. La sua scrittura, infatti, ad un’analisi attenta, trae origine, forza, vigore e sviluppo dalla tecnica musicale presente finanche con le connotazioni proprie del silenzio che troviamo come elemento acusmatico e diegetico lungo l’opera letteraria.

Copertina di “Binari”

Artefice di questa coniugazione è un pretesto di nomenclatura desunto dalla Suite n. 3 di Johann Sebastian Bach formata da cinque movimenti: Ouverture, Aria, Gavotta I e II, Bourrée I e II e la Giga conclusiva e scritta per tre trombe, timpani, due oboi, due violini, viola e basso continuo il cui secondo movimento, l’Aria, prevede un organico solamente di archi, ed è proprio questa Aria che è stata soprannominata Aria sulla quarta corda (Air on the G String) dopo che il celebre violinista tedesco August Wilhelmj ne fece un arrangiamento per violino e pianoforte.

La scrittura di J.S. Bach è contrappuntistica ossia una scrittura orizzontale multi livello da cui nascono armonie in perfetto allineamento verticale e dove l’aumento di densità dei flussi crea pressioni che spingono i significanti linguistici ad assumere significato: rimarchevole matrice linguistica presente in Binari.

Come nella bellezza di un teorema matematico, il senso è nell’armonia che possiamo definire “pressione verticale su un flusso orizzontale”.

Il violinista tedesco August Wilhelmj per poter dar corpo all’arrangiamento applicò un trasporto di tonalità, da Re a Do, quindi abbassando di una ottava l’intera tessitura la melodia poté essere interamente eseguita sulla corda di SOL, la quarta corda del violino. Da qui il soprannome Aria sulla quarta corda.

Quindi il cerchio si chiude sempre di più a far luce su come Monica Pezzella abbia creato ed intrapreso un percorso confluente e condensato in questa sua opera letteraria dopo aver fondato appunto la rivista Quarta Corda.

D’altra parte superare sé stessi o semplicemente superare un ‘limite’ permette di tendere all’asintoto matematico, matrice di limite finito o infinito che sia, ma concretamente e letteralmente irraggiungibile perché superare le colonne d’Ercole per oltrepassarle è calarsi nell’ignoto dove è possibile un varco allo scandalo ché solo il non essere informati, oggi più che mai, come l’immenso P.P. Pasolini ci ha indicato profeticamente a suo tempo, in un mondo iperconnesso, è prerogativa al nuovo che in quanto tale ha forza di scandalo e non è casuale che la rivista Quarta Corda possa ospitare a sua volta Galleggiamento di Luca Perrone con Prefazione e Postfazione di Ilaria Palomba e Francesco Improta: rilevanti testimonianze del genio di Luca Perrone, autore già presente nel catalogo RPlibri di Rita Pacilio. 

La vera novità di Binari è un originale elemento acusmatico non diegetico: la presenza di una Voce che partecipa alla narrazione proprio come una musica che accompagna l’azione ma che non è udita dai personaggi Marcel ed Ale e che in virtù di una attrazione ridotta ad una prosciugata ed insaziabile sete di sesso non lascia traccia.

Mi sovviene anche qui la potente poetica di P.P. Pasolini che in Supplica a mia madre pone l’accento in una “infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima” il cui unico scambio consentito è di liquidi corporei nella più totale effrazione del cuore.

Il titolo “Binari” svela il legame tra i due protagonisti che proprio attraverso i binari della linea di un tram si raggiungono, ma che è anche punto di non incontro in quanto tra due rette parallele non ci sono possibilità di intersezione. La geometria e l’architettura – Marcel è infatti architetto – piombano prepotentemente nella struttura dell’opera. Le quattro parti – come quattro movimenti di un’opera sinfonica, a superamento di ogni limite e con l’apparente tecnica dodecafonica della retrogradazione, ossia Binari comincia con il segmento “Fine” e termina con il segmento “Inizio” – in realtà sono costruite con una struttura a spirale: le quattro sezioni o segmenti, inizio-prima-dopo-fine, seguono l’ordine fine-prima-dopo-inizio.           

Proprio l’idea di verticalità e di “lettura verticale”, formulata da Simone Barillari attraverso un ciclo di seminari tenuto a Roma nel 2018, ha aperto la strada verso il limite estremo a cui tendono sia la rivista Quarta Corda e sia il linguaggio adoperato da Monica Pezzella in Binari in perfetta assonanza di stile che potremmo benissimo definire cinematografico.  Non a caso a dieci anni dalla morte di Stanley Kubrick avvenuta il 7 marzo 1999 fu pubblicato nel 2009 per minimum fax il libro Con Kubrick  curato dallo stesso Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket nella Traduzione di Nefeli Misuraca.

Un caso? Niente affatto. Kubrick ossessionato a livello maniacale dalla musica faceva sgorgare ogni fotogramma dei suoi capolavori cinematografici dalla profonda e sensoriale architettura sonora di veri e propri di capolavori musicali. Limiti superati con audacia e bellezza indescrivibili.

Ora se avete il coraggio di superare in qualità di lettori i vostri limiti, dimostratelo!

Leggete Binari! Se è un libro da non perdere, tenete assolutamente presente che chi rischia di perdersi siete voi!  

Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino?

di Diego Riccobene (2020)

Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino? Mark Bedin sembra ricordarcelo con desueta lucidità, e lo dice usando l’arma post-atomica per eccellenza, la poesia.

Non sto certo parlando di quel fondo di bicchiere che è il verso contemporaneo, né della piana quiete lessicale spesso praticata, mi vien da credere, per eutanasia. Il fallout degli dèi è un’opera che si nutre di nessi serpentini, dal lezzo arcaico, dotata di una sintassi a tratti avvinghiante, un boa constrictor che percorre nella sua sinuosa linea squamata il sentiero petroso che da Tantalo arriva a Majakovskij, da Medusa a Valravn.

Bedin, su questo concordo con quanto scritto nell’ambito di precedenti note di lettura sul libro in oggetto, è un poeta, di quelli veri. Scava, scava nella lingua sua sorgiva, gratta con le unghie, la martoria, la scuote come un sonaglio, dimostra di saperla venerare come se fosse non tanto una reliquia, quanto uno di quei feticci-divinità che, nell’attimo della caduta, secernono il loro pulviscolo molecolare intriso di veleno.

Gli arcaismi cui Bedin attinge a piene mani testimoniano un insperato e ritualistico Trobar Clus contemporaneo, quasi che Guittone avesse trangugiato calici colmi all’orlo di Benn e Blok: un sogno, se mi chiedete. Un incubo, viceversa, per chi sostiene che la poesia debba essere un togliere, uno scremare continuo. Le abili giustapposizioni messe in essere dall’autore centrifugano il vezzo Duecentesco con un alieno – ma, beninteso, lucido – sguardo sul mito post-moderno del disfacimento, cosicché ci si trova al cospetto di componimenti che sanno citare, in brevi spazi, Apollo, Buonarroti, Chernobyl, non disdegnando incursioni taglienti sul madornale equivoco della contingenza (“io non ignaro/che nell’uomo qualcosa spasima/è l’intenerire con occhio di ronda/il mio mendicare alla vita!”; qui il nostro mi ricorda la sapienza ieratica che anima il Franzin dei Canti dell’offesa).

Il verso lungo di Bedin è indigesto per chi si balocca coi blesi fantasmi del quotidiano; non è nemmeno un verso rosselliano, il suo: è quasi, oserei, esametrico nel suo erompere in improvvise sferzate dattiliche o in ottonari giustapposti a doppi emistichi che segnano misure dal tredecasillabo (molto praticato in questa sede) a salire. Interessantissimi i contrappunti strutturali, laddove versi regolari come settenari ed endecasillabi si susseguono ad altri mascherati con sillabe tracimanti sfalsandone gli accenti principali (“Io, noi, che di tribolazioni siam figli” con doppia sineresi diventa un endecasillabo di seconda e ottava ipermetro, che è refrain abilmente variato), o ancora dove, su intelaiature chiaramente improntate al verso eccedente, germogliano sottesi inserimenti ritmici più brevi, come il novenario dattilico (“appicca l’estatico scritto” con sibilante in prominenza). Lodevole altresì l’uso dei suoni: il gusto dell’autore crea allitteranti evocazioni, spesso gutturali o aspre (“se non procrastinare la morte, questo soltanto c’è dato di fare”; “l’ocra polvere lapidea che s’appressa”; potrei citare qui decine e decine di nessi esemplificativi), ma sa talora toccare i tasti dell’armonia piana, si vedano gli squisiti senari in “Residui regnanti/fertili per fato”, dove suoni tematici scandiscono con grazia le iniziali di parola.

Incedere esametrico, dicevo: si apparecchia la dipartita dell’integrità aurea degli dèi, quali che siano, e non può non essere un verso eroico a officiare l’eccidio.

La poesia di Bedin è, invero, soffocante nelle sue trame, s’annoda e sfugge a concetti divisionali o simmetrie strofiche, preferendo dipanarsi a spire vorticose, lussureggianti; non v’è afflato Tiresiano che possa districarla: questo tratto non lo definisco acerbo, poiché nel più dei casi funziona, ma in occasione di prove future l’autore saprà dosarne con accortezza le verticalità – ne ho prove certe – e d’altronde l’ultima sezione del libro “Variazioni in versi” pare beneficiare di maggiore equilibrio.

Altrove, come nel riuscito “Poema per un sentore che s’ebbe a Patmos” ci si ammanta di didascalismo puntiglioso, finanche geografico: Bedin è uno che i nomi li cita, li fa.  Se c’è da celebrare la poesia, chiama per Nome Proprio i Colpevoli, mette le maiuscole dove vanno messe: non si nasconde nell’anfratto della dimissionaria estetica minimalista.

Perdio, sia lode a lui. Dateci questo massimalismo, oggi dobbiamo celebrare il nucleare lascito delle nostre marcite divinità. “Vi è qualcosa di più puro di un Dio che ti molesta?”

Lunga vita ai poeti, quelli veri come Mark Bedin, s’intende…

di James Marchiori (2020)

Difficile sempre parlare di poesia nella poesia, o meglio di quanto si legge in poesia che sensorialmente vaso dilata la vascolarizzazione del sistema nervoso centrale e che per definizione oltre un certo livello non dispone di anastomosi efficienti esattamente come il muscolo cardiaco. Ecco che pertanto la piatta descrizione scientifica affina riunendo per una volta cuore e cervello per effetto di una mera similitudine di tipo fisico. Per tendenza tengo ben separati cuore e cervello. Il primo un giocattolo il secondo un mistero. Fosse questo il mistero che tutti chiamano “Dio”? È dunque questo l’effetto del prodigio della misericordia, quel Dio che cercate sta forse chiuso nella vostra scatola cranica?

Se solo per un istante così fosse devo dire che Mark se n’è occupato egregiamente in battito e in sicronia. Se n’è occupato in maniera velata ma anche esplicita, ha descritto quella ricerca evolvendo a paradossi di esistenza e mimandone l’inesistenza, qui si parla di Dio e di psiche e non si tutela nessuno. Carmelo Bene diceva e cito: “Vivo in un paese dove tutti credono in Dio ma nessuno se ne interessa”. Mark se n’è interessato in una moltitudine di aspetti e di culti che esplicita, dimostra il cardine di determinate effimere circostanze legate ai culti e lo fa facendosi beffa della realizzazione triste di un credo sterile. Introduce con sapienza visionaria ciò che dovrebbe essere materia d’interesse del gregge che appiattito s’affranca di un culto, introduce come un cerbero lucide istanze di onanismo ed ampliamento della mente attraverso materia che conduce alla veggenza. Strutture ideologiche ferme in un individualismo soggettuale che diventa una diga stagna contro il fetente riverbero del paradosso pluralista e osmotico in cui viviamo. Un mondo che non accetta ciò che non vuol sentire.

Ecco che il poeta si fa a sua volta sordo difronte alla mascherata stupidaggine, si rende ineffabile, diventa colto davanti alla fraudolenza dei culti e del voler sentirsi dire a piacimento, sceglie di verseggiare in un modo che a mio avviso non può essere paragonato altrimenti. Lo Stilnovismo. Il pregiato linguaggio aulico che sceglie di proferire concentriche profezie staccandosi dal volgare municipale. Colloca sapientemente metafore e simbolismi che ne definiscono l’appartenenza lontana dal guittoniano. Dunque leggo ampi riverberi di Guinizzelli ma anche di Cavalcanti, che mi si conceda, io adoro. Leggo anche un Campana e la condanna alla poetica di Soffici, che seppur di moltissimo posteriore al Dolce Stil Novo, era un esteta della composizione in versi e un purista, ecco il perché della battaglia con Soffici il “futurista”. Leggo con onore oltreché piacere questa forma aulica d’espressione poetica, che determina l’esistenza di poeti veri, ancora e nonostante tutto.

Proprio in questo aulico destarsi Mark ci sorprende ancora da un punto di vista prosodico, che ingolosisce la virtù di quest’opera. Ovvero aggiunge a questa delizia per palati sopraffini dei tratti soprasegmentali che creano accento e diventano essi stessi unità prosodiche. Lo fa in maniera talmente esplicita da scardinare il suo stesso contiguo verseggiare. Lo fa per mandare un messaggio diretto. Cito: Pisciate sul benessere fallace Esempio quasi Bukowskiano in mezzo all’aulica tenacia esemplare. Concludendo direi che le cose chiamate “difficili” sono in realtà profonde. Mentre le cose “facili” sono in realtà leggere e commerciali. Mark è un autore vero puro e dotato d’immenso talento, è assolutamente inusuale per un’epoca vuota come quella che stiamo attraversando, ma la sua dote intellettuale sta anche in una immensa versatilità che va oltre il verso e fa rinascere una speranza su un tema di pregio quale la poesia. Pertanto stiamo lontani dal commerciale che è un concetto cardine del consumismo, che non può appartenere alla nobile anima di un poeta.

Ilaria Palomba: “Città metafisiche” (Edizioni Ensemble, 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Dinanzi a questa silloge, pubblicata da Ensemble (12€), sono rimasto folgorato ed esterrefatto. Folgorato dalla bellezza di questi versi, dalla luce abbacinante che emana da essi ed esterrefatto dinanzi alla loro perfezione. Tralasciando alcune prove giovanili (I buchi neri divorano le stelle) questa è la terza raccolta di poesie di Ilaria Palomba dopo Mancanza e Deserto e ne costituisce il suggello e al tempo stesso, come dice Gabriele Galloni nella bella e succinta prefazione, l’apertura verso nuovi orizzonti. La Palomba ha raggiunto un livello di concentrazione e di condensazione lirica diffi­cilmente immaginabile.  Ciò che di composito e di farraginoso l’urgenza del dire portava con sé viene qui completamente accantonato o si scioglie magicamente in un dettato lirico di straordinaria efficacia e resa artistica. Questa silloge nasce da un processo di prosciu­gamento e di politezza. Eliminato, come ho già detto, tutto il superfluo, prevalgono la brevitas alessandrina e al contempo la condensazione ungarettiana. Splendida sintesi di antico, nel senso di classico, e di moderno, che non può e non deve meravigliarci, vista la padronanza con cui maneggia coppie oppo­sizionali e a livello concettuale e a livello figurativo.

I temi di fondo sono quelli dettati dalla drammatica realtà di questi ultimi mesi, mi riferisco alla pandemia da Covid e al lockdown imposto dalle autorità ma, anche quelli che fanno parte del suo vissuto e che si sono raggrumati nella memoria e nel sangue: l’infanzia e la maturità; il rapporto conflittuale con i genitori e con la figura paterna in particolare (Padre, tu sei la colpa // e il perdono smarrito, // inquietudine oscena…), il buio che spaventa e attrae allo stesso tempo; la luce in grado di trasformare il sorriso in pianto, di scorporare lo spazio e, priva di vibrazioni atmosferiche, di solidificare i colori (Si aprono fiori nella luce // una luce senza fondo // rovina sulle nostre ombre, // una luce oscena // devia il gioco del mondo // in una sfilata di addii.); il nero funereo e luttuoso e il bianco sullo sfondo come promessa o solo speranza d’innocenza; la città come un inferno nel quale ci si compiace di vivere calati (Cfr. Pasolini e Calvino) e la provincia come giardino edenico con i suoi giochi, i suoi profumi e le sue strambe figure parentali (Margherita di Savoia, zia I. vestiva di nero, // mandava giù Whisky e veleno. Aveva una luce sinistra // in quegli occhi così chiari.); il mare come una tomba d’acqua a cui affidiamo le memorie da custodire (Che il mare sia solo il mare // chi potrebbe accertarlo // io dico che il mare è //un insieme di ricordi // rimasti lì per tutti questi anni) e il cielo come possibilità di attingere l’infinito; la vocazione per la scrittura e la paura di fallire e di vedere calpestati o ridotti in cenere i propri sogni:

Soltanto il lucore // dei tramonti sul Gianicolo, // una veglia terrificante. // Roma mi ha uccisa, //, lo ha fatto lentamente //promettendomi tesori, // aperto il baule // ho trovato serpenti, // antichi veleni // e gallerie di strappi.

La silloge comprende quarantacinque componimenti incorniciati, oltre che da un esergo tratto da Friedrich Hölderlin in cui si prende congedo dall’adolescenza e dai sogni che ci fanno compagnia in quella stagione della vita, da una dedica e da una poesia di commiato entrambe rivolte a Giordano Tedoldi e a Gabriele Galloni; va osservato, però, che del primo si rimarca, nella poesia di commiato, l’amore per la musica classica, nel caso specifico Bach o chi per lui (esistono ancora dubbi sulla paternità de La passione secondo Luca) mentre il secondo ci appare sotto le fragili spoglie di Icaro, al cui tragico volo si era già accennato nella dedica.

Il titolo della silloge poetica, Città metafisiche, si ricollega da un lato all’aspetto surreale che le città deserte mostravano di sé al tempo del lockdown generalizzato ma è riconducibile dall’altro alla pittura metafisica (penso alle piazze vuote di Giorgio de Chirico) e alla filosofia che la sottende, quella di Martin Heidegger, secondo il quale l’arte ha il potere di squarciare il velo di Maja e di mostrarci la verità, ma nel momento stesso in cui la svela la nasconde di nuovo, in quanto le tenebre in cui il mondo è immerso non saranno mai del tutto dissipate:

Le strade vuote sono così belle // da apparire devastanti, adesso mi manca // persino la gazzarra. Resisterò // guardando il vecchio ponte, // è eterno il Tevere con le foglie e i cigni, // non sono che ricordi. // Nella crudele bellezza del silenzio // il desiderio di una primavera.

Non si possono dimenticare tra i motivi di questi componimenti la solitudine e l’amore. Amori dimenticati, anonimi senza volto che affiorano tra le nebbie del passato oppure consumati brevemente in pineta, dietro un tronco d’albero a ribadire probabilmente un’incapacità di amare. Potente al contrario è il fascino esercitato dalla solitudine, il richiamo dell’abisso da cui ci si sente risucchiati e altrettanto forte è la paura di vivere:

…Mi viene da ridere // pensando al futuro, c’è tutto un // gioco di sfide che non voglio // affrontare. Lasciami cadere, // lasciami, lasciami, non parlare, // non entrare, non dirmi cose inutili // non ha più senso scrivere //…

Sembrerebbe un congedo dal mondo e dalla scrittura e sotto questo aspetto mi tornano alla mente le parole di chiusura de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario a cui lo scrittore piemontese ha affidato tutte le sue pene e i suoi dubbi di uomo ed artista: “Non scriverò più”. Per sua e nostra fortuna Ilaria Palomba continuerà a scrivere perché per lei la scrittura non è solo una professione, ma la passione di tutta la vita, anche se, e non potrebbe essere diversamente, persisteranno in lei momenti di buio e solitudine ed è proprio scrivendo della solitudine che la Palomba ha raggiunto, a mio avviso, uno degli esiti più alti di questa silloge:

Hai ragione, deridi // questa mia nuda vita // incapace a fermarsi // che s’interrompe prima // di aver bevuto il sole. // Tutto ciò che ho da dirti, // solitudine amata, // è questo cuore vivo // che, a volte, sordo, muore.

Raffinata e icastica l’elezione lessicale, originale la punteggiatura, che graffia i versi o li scolpisce a seconda dei casi, mentre il ritmo come moto ondoso lambisce le parole o le trascina con sé come foglie spazzate dal vento.   

Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.