Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nr. 3 – Raffaele Urraro

a cura di Giuseppe Vetromile 

Raffaele Urraro è l’ospite del terzo appuntamento della Rubrica “La scansia poetica di RPlibri”. Un autore del nostro territorio, poliedrico e creativo, ma anche grande studioso della materia poetica e letteraria. Critico letterario serio e competente, ha sempre analizzato e studiato la poesia in tutte le sue molteplici forme, dal classico al moderno, dalla purezza del lirismo allo sperimentalismo linguistico. Sono note le sue analisi approfondite sul “fare poesia”, descritte molto bene ad esempio nell’importantissima opera “La fabbrica della parola”, come pure di una rilevanza eccezionale sono le sue ricerche su Leopardi, confluite in vari saggi, tra i quali “Giacomo Leopardi, le donne, gli amori”, e “Questa maledetta vita, il romanzo autobiografico di Giacomo leopardi”, ambedue i libri pubblicati dalle rinomate Edizioni Olschki.

La sua storia poetica è lunga e intensa, con escursioni diverse in forme, stili, contenuti e ricerche filosofiche. Ne proponiamo qui di seguito alcuni esempi.

***

E allora: che cos’è la poesia?

La poesia è l’ultima forma dell’informe. Ma resta inascoltata. Non ha potere. Ma solo la poesia sa vedere la morte perché solo la poesia sa entrare nelle cose e scardinarle. Potere dissacrante di santuari in balia della morte. La sua forza è sconvolgente. Se non è sconvolgente non è poesia.

***

Oltre la pietra non macino più sensi

oltre la pietra non macino più sensi

oltre la pietra grido e straccio segni

perché nell’inferno del mondo

tira sempre il vento e lo conosco

 

oltre la pietra informasi l’ultima

scoria del pensiero bianco

e colgo con le mani sanguinanti

l’ombra del cielo

è come andare a spasso tra

le nubi scremate dentro i prati

dell’informale a cercar forme

sotto forme di rose

 

***

Calcomania di segni

calcomania di segni

è vita che scompone

è terra che si stria in ossessione

calco mania della parola

e sbatto come matto la mia porta

uno sbadiglio lungo tranta gradi

non più

gradi di segni e il mondo ruota

sulla mente che va

sulla montagna sole valle luna

è il roteare della mente

in fumi di menzogne

mi porto a spasso dentro l’illusione

contorta o sfranta come in una mano

 

questo nonsenso è quello che mi brucia

che mi deriva in ambiti contorti

ma la parola cade sulla neve

calcomania del nulla

(Da Il destino della Gorgonia, Loffredo Editore, 1991)

***

La parola incolpevole

di tutti gli arabeschi

calati sulla pagina bianca

di tutti i nostri giochi

costruiti con un po’ di fantasia

la parola è incolpevole

 

che ne sa mai la parola

dei trucchi e degli inganni

elaborati con cura dalla mano

che cede agli impulsi

della mente confusa tra gli intrighi

di un pensiero che finge?

 

regna nel silenzio la parola

e nel silenzio aspetta che la trovi

chi sappia solcare il campo

di sogni e seminare

(Da La parola incolpevole, Marcus Edizioni, 2014)

***

all’alba della primavera

Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (Genesi, 1, 29).

è bello pensare

che all’alba di un giorno di primavera

la terra si scuotesse dal torpore

e aprisse lentamente

la sua scorza dura

per amore dell’uomo

 

è bello pensare

che un seme che si sveglia

e alla vita lentamente si dispone

percorra la sua strada

per dare all’uomo una mano

un sorriso un po’ d’amore

 

io mi rallegro del prodigio

e mi fermo sorridente

in questa serena immagine di sogno

(Da Bereshìt, Marcus Edizioni, 2017)

***

Il lato oscuro delle cose

 

Mentre ascolto una musica

coperta lievemente da veli variopinti

sento che la mente si accartoccia

nelle sue emozioni

 

anche l’aria che sembra stonata

nello stormire delle foglie

vibra di incerte tensioni

ed io cerco di scoprire

cosa dice quella voce

che parla la lingua

indecifrabile e arcana

della natura

 

ma conosceremo un giorno

il lato oscuro delle cose?

(Da: Il lato oscuro delle cose, RPlibri, 2019)

 

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), dove tuttora vive ed opera. È poeta, scrittore, saggista, critico letterario. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario.

Ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali, ultimamente, Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, 2014; Bereshit -In principio, Marcus Edizioni, 2017; Il lato oscuro delle cose, RPlibri, 2019.

Tra le pubblicazioni di saggistica ricordiamo La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, 2011; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki Editore, 2008; Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, Olschki Editore, 2015; Le forme della poesia – Saggi critici, La Vita felice, 2015.

Ha pubblicato inoltre opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura Latina (Bulgarini, Firenze).

Raffaele Urraro: “Il Lato Oscuro delle Cose” (RPlibri Ed., 2019)

di Elio Andriuoli (2020) 

Da sempre i poeti hanno cercato di guardare al di là delle apparenze, per cogliere il senso profondo della realtà, che ai più non è dato vedere. Non è da meravigliarsi dunque che Raffaele Urraro abbia intitolato la sua nuova raccolta di versi Il lato oscuro delle cose, a significare quale è stato il percorso della sua ricerca poetica degli ultimi anni.

È infatti la sua una poesia assorta e meditativa, volta ad indagare il significato del mondo, che si accende di stupore per ciò che scopre dischiudersi al suo sguardo, come una stella che appare nella vastità del cielo; il che avviene in L’immaginazione che conforta: “A mezzanotte in punto / una stella si accosta lentamente / alla luna…” o in Il cane fermo nel cortile, dove un cane che “si alza e se ne va / chiuso nel suo silenzio / portandosi con sé / il segreto dei suoi pensieri”, fa nascere nel poeta nuove meditazioni.

Stupisce Urraro anche il silenzio che talora lo avvolge, dato che egli scrive in una di queste poesie, intitolata Abitare il silenzio: “Abitare il silenzio / e ascoltare soltanto i rumori delle stelle / e la cosmica armonia / che c’intride di sé”; così come lo stupisce “un punto nero sulla pagina bianca” che emerge dalla poesia Un punto nero o “l’onda che si alza e se ne va / per le immense praterie del mare / senza neanche sapere / se ti ha lambito la mano” (L’onda del mare).

Emblematica di questo libro è una poesia come La sfida del tempo, nella quale “I granelli della clessidra” che “pigiando si affollano all’uscita” suscitano nell’autore profondi pensieri sul significato del nostro vivere, sospeso tra il prima ed il poi, e sullo scorrere del tempo, l’“irreparabile tempus” oraziano, che tutto travolge.

Certo, l’affacciarsi al nostro sguardo delle apparenze costituisce un mistero, così come costituisce un mistero il loro sparire dal nostro orizzonte, come quello della “falena che sembra morta / mentre culla nel cuore / il seme delle sue speranze” (Dorme la falena e sembra morta).

Noi non sappiamo perché sul nostro capo ruotino gli astri, inseguendo una meta che si perde nell’infinito; né sappiamo perché nascano in noi “i mostri dell’anima” (I mostri dell’anima) né perché sorga in noi la poesia (Da dove arriva la poesia?). E invero il sorgere della parola poetica, che trema tra il Tutto e il Nulla, costituisce un grande miracolo, riuscendo ad esprimere i più segreti sentimenti che s’affacciano al nostro animo.

Tutto ciò Urraro lo dice in versi limpidi e intensi, che gli sono suggeriti dalle apparenze, come una nuvola che naviga silenziosa nel cielo, un’ombra che passa o i rintocchi di una campana, che suscita in lui il pensiero della morte: “Quando per me i rintocchi / scandiranno il sopraggiungere dell’ora / mi troverò confuso e smarrito” (Un tom-tom metafisico).

Sono in fondo gli eterni pensieri dell’uomo, il quale ignora il senso della sua avventura sul mondo, così come ignora “il lato oscuro delle cose”, che soltanto al poeta è dato indagare e magari in parte cogliere perché, come dice il filosofo, ciò che scopre lo scopre non con la ragione, ma con l’intuizione e con il sentimento.

Noi “abitiamo per anni / nella casa della nostra esistenza” senza penetrare “delle cose / il seme più interno / e inesplorabile” scrive Urraro nella poesia Chi lo sa? che chiude il suo libro. È questo il limite dell’uomo: quello di non sapere ed è pure il suo destino.

Raffaele Urraro ha meditato a lungo su tutto ciò e ne ha tratto la materia per questo suo nuovo libro, che ora ci presenta, quale frutto delle sue fatiche e dei suoi pensieri. E si tratta di pensieri da lui tradotti in pagine di schietta poesia.

Il Lato Oscuro delle Cose di Raffaele Urraro

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di  Raffaele Urraro

Le poesie raccolte in questa silloge ruotano tutte intorno a un concetto che riflette il senso che io attribuisco generalmente al fare poetico: il tentativo di scoprire il vero significato delle cose. Operazione euristica, dunque, che impegna il poeta in un difficile lavoro di scomposizione e ricomposizione del linguaggio. Si scava nel senso delle cose – o, per dir meglio, nelle cose per scoprirne il senso – armati soltanto dello strumento della parola, quella che in effetti ci fa vivere e soffrire. Anche se, ovviamente, per lo più non è dato scoprire il senso delle cose, che spesso addirittura ci dicono che un senso davvero non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, o quello che noi abbiamo ritenuto di attribuire alle cose, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe dritti allo sconforto o alla depressione.

Come dice Pino Daniele, al quale ho rubato un’immagine straordinariamente pregnante – distorcendola, però, perché l’ho riferita ai poeti – “siamo angeli che cercano un sorriso”, il sorriso della scoperta e della conoscenza perché, in fin dei conti, “un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita” (Laurence Sterne, ripreso poi da Giacomo Leopardi che ha attribuito alla “poesia” ciò che lo Sterne attribuisce al “sorriso”).

[…]  Dalla quarta di copertina

il lato oscuro delle cose

 

mentre ascolto una musica

coperta lievemente da veli variopinti

sento che la mente si accartoccia

nelle sue emozioni

 

anche l’aria che sembra stonata

nello stormire delle foglie

vibra di incerte tensioni

ed io cerco di scoprire

cosa dice quella voce

che parla la lingua

indecifrabile e arcana

della natura

 

ma conosceremo un giorno

il lato oscuro delle cose?

 

***

la fine della stella

 

la stella volteggiava

sulle ali della notte

senza una bussola

o il filo sottile di una luce

 

e nella notte danzava

fra le sue scalpitanti giravolte

piccola giovane stella

stellina dallo sguardo innocente

inesperta delle astuzie dell’infinito

che non è solo un prodotto del pensiero

 

e gira e gira

fra le strade scorticate del cielo

fu attratta da un buco nero

che la travolse e ingoiò

come fosse una mela

 

e noi siamo fatti

della stessa sostanza delle stelle

 

***

seduto sullo scoglio rosicchiato

 

Seduto sullo scoglio rosicchiato

dalla lingua del mare

aspetto la vetta della notte

per regalarmi la voce del silenzio

 

onda di luna piena

scende lentamente questa sera

su parole che il vento porta

dalle lontane terre del tramonto

 

e son parole di sogno

o parole sospese

tra un ricordo che viene

e un pensiero che va

sono pezzi di vita

smorfie di sangue

sconnessi singulti dell’anima vagante

o rosa che si apre al sole

 

son parole di luna

confuse tra la terra e il cielo

per posare un pensiero in un cuore

calato sulla sua fragilità

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano dove tuttora vive e opera. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. Ha pubblicato le seguenti opere:

Poesia: Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008; La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983; Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988; Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992; Anche di un filo d’erba io conosco il suono, prefazione di Ciro Vitiello, Loffredo, Napoli 1995; La luna al guinzaglio, con Saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001; Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003; Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009; Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014; Bereshìt – In principio, Marcus Edizioni, Napoli 2017.

Saggistica: Poiein – Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi Moderni, Napoli 1985; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008; La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011; “Questa maledetta vita” – Il “romanzo autobiografico” di Giacomo Leopardi (Olschki editore, Firenze 2015); Le forme della poesia – Saggi critici (La Vita Felice, Milano 2015).   

Ha pubblicato, inoltre, opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura latina (Bulgarini, Firenze).


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 92

Codice Isbn: 9788885781221


Traduzione in lingua romena de Il Lato Oscuro delle Cose

Silvia Castellani recensisce il Il Lato Oscuro delle Cose per Il Giornale Off

Una breve nota per Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Daniele Giancane:

Raffaele Urraro (nato a San Giuseppe Vesuviano) è una di quelle personalità di grande spessore letterario che non hanno avuto sinora quella ‘visibilità’ che avrebbero meritato.Già insegnante di italiano e latino nei Licei,ha al suo attivo (sin dal 1980) numerose pubblicazioni di poesia,di saggistica,di cultura popolare,nonchè la ‘curatela’ di molte antologie di classici latini e una Storia della Letteratura latina.

‘Il lato oscuro delle cose’, pubblicato nel 2019, è un libro molto interessante, per numerosi motivi: anzitutto per una sorta di ‘sgomento metafisico’ che lo percorre (quasi di tinta leopardiana): “Allora provi uno sgomento/che t’agghiaccia e fa paura”, oppure “Su questo precipizio che impaura”, che fa il paio con la coscienza dell’inconoscibilità del tutto,tema centrale dell’ultimo testo (‘Chi lo sa?’) che inizia con “Alla fin dei conti/nessuno può dire/di essere penetrato/nelle profondità/delle cose della vita”. Il titolo stesso del volume ‘Il lato oscuro delle cose’ (ripreso nel verso finale della prima poesia) allude appunto all’impossibilità umana (qui forse possiamo dire montaliana) a giungere-a dirla con termine filosofico-al ‘noumeno’, all’essenza. Restiamo nella dimensione dell’apparenza. Tutto ciò dà fatalmente adito al dubbio (Vedi “con le tasche piene di dubbi” di pag.65), alla sospensione,ad una sorta di timore del vuoto,della solitudine,del tempo che scorre come un fiume.

Una breve annotazione semantica ci conduce ad una osservazione:il Poeta utilizza per ben trenta volte il lessema ‘stelle’ (o ‘stella’), 17 il lessema ‘luna’, 2 volte ‘cometa’). Siccome in poesia nulla è casuale e tutto è rivelatore del mondo dell’Autore, il codice linguistico  ci ‘parla’ di una tensione del Poeta verso l’alto, l’altrove, il cielo. La sua ‘visione’ è essenzialmente metafisica.

Il linguaggio di questo libro è terso, lo stile colloquiale, tenue, dotato di una ininterrotta musicalità. Un bel libro, da leggere e rileggere.

Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose sul blog di poesia Transiti Poetici


Giovedì 12 dicembre p.v., alle ore 18, nei locali del MATT (MUSEO ARCHEOLOGICO TERRITORIALE TERZIGNO), Corso Luigi Einaudi (nei pressi della Stazione della Circumvesuviana, nelle vicinanze del ponte della Ferrovia), il Prof. GIUSEPPE CASILLO (Storico delle Civiltà Classiche) presenterà il libro di poesie: “Il lato oscuro delle cose” di Raffele Urraro (RPlibri edizioni).

Saluti istituzionali:

Dott. AGOSTINO CASILLO, Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio;

Avv. FRANCESCO RANIERI, Sindaco di Terzigno;

Dott.ssa JENNY FALCIANO, Assessore alla Cultura.

La partecipazione all’evento consentirà, a chi lo vorrà, di visitare le già interessantissime sale del nuovo Museo terzignese, ricco di reperti archeologici e di artistici affreschi provenienti dalla famosa Cava Ranieri, in attesa dei gioielli provenienti da Pompei.

Ma l’evento vuole essere anche una sorta di “rimpatriata” di vecchi colleghi e di vecchi studenti del locale Liceo Scientifico, dove il Prof. Raffaele Urraro ha insegnato per 25 anni.


Una breve nota di lettura per Il Lato Oscuro delle Cose pubblicata su Arte&Cultura a cura di Antonio Filippetti

La nuova silloge di Raffaele Urraro dichiara il proprio intento sin dal titolo: il desiderio/obiettivo di scoprire il vero significato delle cose.  E l’autore affida il proprio miraggio all’espressione poetica convinto giustamente che soltanto attraverso la parola della poesia sia possibile penetrare nel nucleo oscuro delle cose, ovvero delle passioni, azioni, pulsioni che animano la nostra esistenza. La fiducia diremmo che è tanta ma Urraro non nasconde le difficoltà di una simile operazione tanto è vero che si chiede subito, in apertura del suo lavoro: “ma conosceremo un giorno/ il lato oscuro delle cose?” Il soccorso in questo caso non può venire se non dalla poesia che esplora nei meandri, anche i più nascosti, dell’animo umano. Ovviamente la sfida è sempre aperta e parte da lontano; il poeta ne è consapevole quando afferma parafrasando (e modificando) l’espressione shakespeariana che “noi siamo fatti/ della stessa sostanza delle stelle”. In ogni caso resta la funzione conoscitiva della poesia che come aveva affermato Pier Paolo Pasolini è l’unico valore “inconsumabile” della nostra vita.


Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Marianna Scibetta per “Formiche”

Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Vincenzo Guarracino per “LimesLettere”

Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Elio Andriouli pubblicata sulla rivista mensile “Pomezia-Notizie” (Anno 28 (Nuova Serie)  – n. 4, Aprile 2020, pag. 42)