Quaderni di Poesia

Di cosa si tratta?

Uno spazio dedicato ad aforismi, dieci poesie, pensieri che in pochissime pagine spillate, proprio come un quaderno, può rappresentare un gioiello da collezionare o regalare in ogni occasione. La nostra carta sarà sempre pregiatissima e avoriata e il risultato sarà un vero e proprio quadernetto poetico, leggero ed elegantissimo. Una nuova soluzione per chi ambisce ad un importante lavoro editoriale.

Pensieri di Rinascita di Felice Casucci

A scuola ci fecero leggere un libro di Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Non sapevo che quel libro sarebbe stato profetico. Dal nostro fronte, che ha costruito molte guerre, al servizio di altrettanti interessi, si è pasciuta una pandemia che il grado di evoluzione sociale non ha contenuto ma ha diffuso. Forse per la presunzione che tutto fosse sotto controllo o che del controllo si potesse fare a meno. La storia è breve. Finisce con il disorientamento. E quando una storia finisce tanto vale cominciare un’altra. 

Felice Casucci

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Nr. 6 – Alberto Mario Moriconi

a cura di Giuseppe Vetromile

Riprendiamo la rubrica de “La scansia poetica di RPlibri” dedicando questo sesto appuntamento ad un altro importante poeta napoletano recentemente scomparso: Alberto Mario Moriconi. Desidero ricordarlo qui, con rispetto e grande ammirazione, avendomi egli dedicato un breve spazio su Il Mattino nel lontano 1984, parlando della mia seconda pubblicazione di poesia. Alberto Mario Moriconi, nato a Terni ma sempre vissuto a Napoli, è stato infatti anche un attento critico letterario e un riferimento preciso nel panorama letterario napoletano, e non solo, dell’ultimo novecento.

La sua poesia, corroborata dalla sua forte personalità di intellettuale eclettico e sempre alla ricerca di motivi profondi di ispirazione, è tesa ad una trasfigurazione della realtà, mettendone in risalto polemiche, moralità, costumi. Il tutto con una vena di profonda ironia, quasi una satira, di cui è intriso il suo dettato poetico, che sotto certi aspetti si fa anche denuncia e cronaca sociale. Il suo stile è ricco di metafore, allitterazioni, giochi di parole. Ne riportiamo qui di seguito alcuni esempi.

 

La disoccupata e la meretrice

Essa dice dice d’un posto,

è riccia mora, la pelle scabra

[però avrebbe attratto

(ancora?…)],

forse le spetta (il posto),

confida, e l’amica nega, saputa,

nel viscido scendere, un’ansa

intestinale, della ventruta

tonitruante città.

Che forse, può

darsi, l’avrà, no?

<< … Dio ssolo ‘o

sape >>.

L’amica nega: << Con quelle cape!… >>

<< E nun sonco, vuò

dicere, mo, manco cchiù bella…

no? >>

<< Tu non si’ quella che

si dà, cumm’io mi do,

me donco >>.

Scendono per le budella

della città (sfocianti

al mare, all’Immacolatella).

<< I’ nun dico “fai male”:

nu ‘o saccio fa’! >>

<< Porta l’onore – e cuntame –

a ‘o monte di pietà.

S’impara, impara >>.

<< E nun sonco cchiù chella

ca ‘mparà può… Tu credi,

“cu chelle cape,

niente da fare”…? >>

<< Tu sei un’Immacolatella

che niente

d’ ‘o mare

sape >>.

(Da Un carico di mercurio, Laterza, 1975)

***

L’utile e il bello

(e il vero)

E sono quello che avanti a un bivio

ristà pur conscio della via utile

e sulla meta proficua certo,

via lastricata…

                                      fra villa e valle,

villa soprana, poi, passo incerto

e busto aitante, sceglierà la polvere,

le more e le farfalle,

la fresca e vana

valle,

e non l’altana

ciarliera e bicchierante della villa.

Solo, e già sera,

a valle…

Nemmeno!… A un bivio,

conscio della via utile…

mi sto,

e canto bucoliche balle

(giù, stazzi, stalle…).

Se rinasco, sarò

con voi, lassù (volendomi

voi).

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

***

Elogio dell’economia

Con sua tale ossessione del risparmio, andava

spegnendo a sassate i fanali ai viali.

S’attenuò anche il lume degli occhi,

per la riserva al domani

– e apposta udì anche di meno, –

e il lume ch’è nei medii cranii,

e, ipoteso già, i pulsi minimi

dei cuori sani (non seppe oh degl’insani

l’alte tensioni, gl’irraggi e il bruciare).

Ovvio, ovvio, anzitempo defunse (consunse

meno giorni).

<< Che sperpero di fiori… >>

Riemerso dalla cassa, soffiò su tre candele.

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

Alberto Mario Moriconi, poeta, giornalista pubblicista, è nato a Terni nel 1920. È vissuto a Napoli fin dalla fanciullezza e qui è scomparso nel 2010. Ha esercitato la professione di avvocato penalista, poi è stato docente di letteratura drammatica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. È stato critico e rubricista culturale del “Mattino”. Ha pubblicato in poesia: Vortici rupi mammole (Gastaldi, 1952), Trittico fraterno (Ceschina, 1955), Anno Mille (Rebellato, 1958), Le torri mobili (Guanda, 1963), Dibattito su amore (Laterza, 1969), Un carico di mercurio (Laterza, 1975), Decreto sui duelli (Laterza, 1982), Il dente di Wels (Pironti, 1995), Io, Rapagnetta Gabriel-e altre sorti (Pironti, 1999), Un autocommento discreto (Liguori, 2003), Non salvo Atene (Pironti, 2007). Ha inoltre pubblicato la trilogia tragicomica: Dibattito su amore, Un carico di mercurio, Decreto sui duelli nella nuova edizione a cura di A. Maglione (Pironti, 2011). Sue opere sono state tradotte in più lingue. Un’ampia bibliografia della critica sulla sua opera è consultabile nei volumi La poesia di Moriconi di Franco Lanza (Liguori, 1988) e La poesia di Moriconi (“Nord e Sud”, Edizioni Scientifiche Italiane, aprile-maggio 1996 e agosto 1998).

Nr. 5 – Mariavittoria del Pozzo

a cura di Giuseppe Vetromile 

La Poesia è un mondo complesso e variegato, all’interno del quale è piacevole, interessante e persino gratificante viaggiare per incontrare altre realtà, altri stili e altri talenti creativi: non solo, quindi, immaginare e trarre spunti di ispirazione stando seduti alla propria scrivania, ma come l’Ulisse dantesco, solcare altri mari alla ricerca di nuovi fermenti, di sogni di altri, di filosofie e di progetti diversi dai propri. E condividerli. E’ così che la Poesia si espande, si arricchisce.

Questo preambolo per riflettere su un mio incontro particolarmente felice e gioioso. Ho conosciuto la poetessa Mariavittoria del Pozzo, per gli amici Marvi del Pozzo, l’anno scorso a Roma, e subito l’onda dolce e armoniosa della sua poesia mi ha coinvolto. Una poesia di elevato lirismo, con accenti fortemente emotivi evocati dalla natura, dal mare, ma anche dai luoghi e dalle persone.

Propongo ai nostri lettori de “La Scansia Poetica” quattro poesie della nostra Autrice, tratte dal libro “La bacchetta del rabdomante”. Buona lettura!

Considerazione II

 

Prender la vita a calci come un ciottolo

lo so fa male e non soltanto al piede.

Amica mia, un guizzo d’ironia

servirebbe a ottenere la distanza

ed osservarci come dal di fuori.

Un grammo di freddezza, uno d’azzardo

nel poker del trascorrer degli eventi

per scommettere come va a finire,

lieve sorriso se si vinca o perda.

 

***

 

Inverno a Torino

 

La luminosità dell’aria tersa e lieve

frizzante nel mattino decembrino

mi stimola a sentirmi avviticchiata

a questa mia città fresca e leggera

che sorride dai tetti dei palazzi

distesa e pigra come un gatto al sole

ma con grazia felina sulle zampe

s’erge di scatto a correre la vita.

 

***

 

Colori

 

Vesto il mio corpo di colori scuri,

nero, marrone od indistinti beige

eppure so che l’anima non ama

la scelta di colori cinerini.

So che si esalta all’estate più gialla

dei prati coltivati a girasole,

al turchino profondo del sereno,

quel liquefatto azzurro che è dell’aria.

Ma è il blu oltremare del Mediterraneo

che più m’avvolge, commuove, sorprende.

Soltanto un altro blu congeniale

allo spirito, più definitivo,

mi strugge con affanni e con passione,

il blu d’inchiostro della mia scrittura,

della parola vaga che mi sfugge

inadeguata sempre al mio sentire.

Quella che invoco e che non so trovare

quella che vorrei leggere, mai scritta.

 

***

 

Parole… parole

 

Mi sento oppressa dalle mie parole

da sempre inefficaci sulla pagina.

Scritto, il pensiero pare evanescente,

un abbozzo parziale ed indistinto.

Se nella testa tutto invece è netto

perché il comunicare è limitato?

Guardando fuori un po’ mi rassereno:

uno spicchio di cielo tra le foglie

è tutto il cielo, perché ha in sé lo spazio

d’orizzonti infiniti, sconfinati

come un raggio di sole è tutto il sole

non si consuma, illumina, riscalda,

vivifica ogni cosa di colore.

Da due parole in croce un po’ imperfette

può irrompere lo sprazzo del chiarore.

 

***

 

Mariavittoria del Pozzo vive a Torino. Da sempre si occupa, oltre che di poesia classica, di quella contemporanea nazionale e internazionale e da undici anni coordina il gruppo di poesia Tempo di Parole del Circolo dei lettori di Torino. Ha scritto nove volumi di poesia, autoprodotti. I più recenti: La bacchetta del rabdomante (2013), Pietre nel tempo (2014), Immagini ed Immaginazione (2015), Esserci e Riconoscersi (2017). Collabora con la rivista cartacea torinese di poesia “Amado mio” e cura la rubrica fissa di critica letteraria Letture condivise sul Blog romano ParolaPoesia.
Ama affiancare all’attività di scrittura poetica quella di autrice di monologhi teatrali, incentrati sulle più autorevoli figure di poeti contemporanei internazionali.

Nr. 2 – Rosario De Crescenzo

a cura di Giuseppe Vetromile 

Per il secondo appuntamento della rubrica “La scansia poetica di RPlibri”, desidero proporre i versi di un grande poeta napoletano dell’ultimo novecento, che purtroppo come tanti altri amici “colleghi” ha operato per tantissimi anni ma senza mai aver ottenuto quella notorietà, o per meglio dire quell’ “ufficialità” in ambito nazionale che avrebbe meritato, pur avendo prodotto tanti libri e vinto moltissimi premi letterari importanti. Parlo di Rosario de Crescenzo, squisito poeta napoletano che si è distinto per la sua lirica attenta e formale, per i contenuti forti e importanti che spaziano dall’osservazione della natura alle riflessioni sul senso dell’esistenza, dal canto universale alle considerazioni sul sociale e sul lavoro in fabbrica, avendo egli svolto la sua professione in ambiti industriali. Rosario de Crescenzo fa parte di quella lunga schiera di poeti impegnati, ma “dimenticati” dopo la loro scomparsa. Ma la loro poesia rimane e rivive con noi.

 

Monte Faito

 

Anche quassù la roccia

aspra e tagliente

nasconde le ferite in ampi verdi

in boschi silenziosi, in ombre estese.

La pineta rifrange sulle cime

le onde di calura

e un venticello

viene a filtrare l’afa tra il fogliame.

E tu scopri i dirupi

il calcare franante esposto al salso

tormentato dai venti, macinato

in sabbia di stagioni.

 

Come questa che brucia

quietamente

aspettando d’incidere una ruga

più profonda nel monte.

Verrà la neve;

questi nostri passi

saranno qui esistiti senza impronta

ed è sterile d’echi

questa voce

che dice l’Infinito

lentamente

sentendosi morire insieme al giorno.

 

(Da “Terra di lusinghe”, 1983)

 

Identità

 

Un rabbuffo di vento

preme ai vetri

e scuote la serranda. Scroscia piena

l’acquata e la tristezza

colora solitudini sui veli

aperti della tenda,

appena mossi.

 

Era identica a questa

quella sera

che non volemmo dirci

altro che addio.

Dimenticammo i passi e le parole

del cammino più lieto

e lasciammo alla polvere la cura

di seppellire ceneri grà fredde.

Chiudemmo le ferite

con le argille

di fanghi avvelenati.

E fu il silenzio

il nostro essere vivi oltre l’amore.

 

Scroscia piena l’acquata

e il vento scuote,

discreto, la serranda.

Come se tu battessi alla finestra

per entrare a colmare questo vuoto.

 

(Da “Partiture”, 1984)

 

Lutto

 

Con Mimmo sono cinque

ad andarsene giovani,

per sempre!

L’accidente

beffardo, imprevedibile, ribelle

ha insolenza d’ingiuria.

Questa vita

vissuta insieme

a lungo

fianco a fianco

qui sgocciola sudori e si dissecca

lasciando la ferita dei ricordi

al consumo degli anni.

 

Per il resto

il pezzo nuovo è già negli scaffali

e la macchina corre

senza soste

perdendoci per strada.

Inutili domande, le parole,

non saprebbero battere alla porta

del silenzio perenne.

Di noi tutti

certo il destino è scritto

nel granello di sabbia

in riva al mare.

 

E l’onda viene

e sceglie

e poi ritorna

e scioglie

e lega

nodi d’alghe verdi.

 

Numero 6181

 

Anche oggi ho timbrato. Un altro giorno

segnato con il marchio degli archivi.

Vediamo, dunque…

il sessantunottanta s’è infilato

(al solito) al mio posto.

Un po’ di spazio

è sempre una conquista da cintare.

Qui

neppure se ne accorgono che esisti.

Se qualcosa

succede dentro o fuori

mai che riguardi i numeri. Persino

la cartelliera è grigia. Mezze tinte

e toni opachi aiutano il piattume

a scivolare indenne

sopra falsi problemi, tra le fredde

stupidità di norme-astruserie.

 

Tutto in regola, certo, da trent’anni.

Seicentottanta

quindicinali zeppi di presenze

e trecentonovanta

stipendi percepiti. Sei orologi

sono andati a rottame; nel frattempo

lavoro e scalo i vuoti

mentre in coda

la fila più si allunga: mi avvicino

ai primi posti. Un giorno sarò fuori:

non resta che aspettare.

 

Ma intanto ho nostalgia

dei colori nascenti nei mattini

che ritrovo all’uscita spappolati

sui cirri del tramonto.

Sono colati sopra i muri spogli

della momoria senza disegnare

un briciolo di luce. Solo a sera

il possibile affaccia le sue stelle

e disperde il mio numero nel vento.

 

(Da “Il diario di Luca”, 1986)

 


Rosario de Crescenzo è nato a Napoli il 9 maggio 1927. Dal 1947 al 1982 ha svolto mansioni direttive presso un’Azienda metalmeccanica di Napoli.

Nella sua lunga carriera letteraria ha conseguito più di 500 significativi riconoscimenti, dei quali oltre 90 sono stati i primi premi.

Tra i componenti delle Giurie dei concorsi vinti figurano nomi prestigiosi del mondo letterario contemporaneo, come Elio Filippo Accrocca, Giorgio Bàrberi Squarotti, Piero Bargellini, Libero Bigiaretti, Carlo Bo, Giorgio Caproni, Antonio Donat Cattin, Giuseppe Giacalone, Massimo Grillandi, Margherita Guidacci, Luciano Luisi, Mario Luzi, Giuliano Manacorda, Walter Mauro, Leone Piccioni, Mario Pomilio, Domenico Rea, Gaetano Salveti.

Presente in numerose antologie e riviste specializzate, ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:

Rivoglio la speranza (Ed. Presenza, 1976), Stagioni addormentate (Grafedit, 1976), Imperfetti per favole (Terza Pagina, 1977), La stagione perduta (Astarte, 1981), Terra di lusinghe (Ed. Blue Team, 1983), Partiture (E. Velardi, 1984), Ascoltando silenzi (E. Velardi, 1985), Quotidiano databile (Seledizioni, 1986), Il diario di Luca (T. Marotta, 1986), Il respiro del tempo (T. Marotta, 1987), Sugli approdi dell’eco (T. Marotta, 1988).

Rosario de Crescenzo è stato poeta universale perchè il suo discorso riguarda l’uomo sotto qualunque latitudine di tempo e di luogo, perchè la magia dei suoi scritti è uno specchio in cui ognuno cercandosi troverà l’immagine della sua anima. Il ritmo dei suoi versi, la fresca sensibilità che si schiude in deliziose impennate e in trasparenze serene, trovando sbocchi lirici di alta scuola, è un patrimonio del mondo e nasce da una concezione poetica di universalità, unita al magistero di una sensibilità espressiva ricca di sfumature, di immagini che hanno il respiro stesso della vita (Francesco Mannoni).

La Voce Sognante di Lavinia Frati

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di Lavinia Frati

[…] Fatta questa premessa, ritengo di poter affermare con una certa sicurezza che la Frati sia una poetessa neo-lirica, che si contraddistingue per l’icasticità di alcune immagini e per l’epigrammicità, peraltro legittima considerando i componimenti aforistici dell’ultimo Montale e di Caproni ma anche di alcuni esponenti della linea lombarda come Nelo Risi e Luciano Erba. Alcune sue clausole sapienziali – ad esempio “Ipotesi”, “I ricordi”, “Il libertino”, “Anima in travaglio”, “Ricucitura” – si rifanno alla tradizione dell’ultimo novecento italiano. Sono in perfetta linea con la brevitas di alcuni grandi poeti contemporanei. È una poesia, al tempo stesso ragionativa ed evocativa, generata da una tensione gnoseologica, da una urgenza di verità. La carica evocativa delle liriche è data dall’analogismo, soprattutto nella prima parte. Più rare invece le similitudini, nonostante la sua razionalità vigile. Lo scarso impiego di deissi sta a significare la ricerca dell’oggettività o quantomeno di un discorso universale che valga per tutti.

dalla prefazione di Davide Morelli

Tasseomanzia

 

Testandosi dal torpore della vita,

interrogava il fondo delle foglie

girando la tazzina in senso orario

e ogni volta compariva quell’uccello

a indicare che la buona sorte

cercava lei, che era già lontana

il volto abituato alla speranza

svuotava negli occhi la tristezza

di un tempo che era già stato

e ora si presentava a reclamare

un saluto per essere tornato

un saluto per quando se ne andrà.

 

I testi di Lavinia Frati sono apparsi su riviste poetiche (Poeti e Poesia), su antologie poetiche (IPoet; Il segreto delle fragole; Enciclopedia contemporanea Mario Luzi). Ha pubblicato nell’anno 2019 la sua prima opera poetica “Anidramnios – Canto a due voci” con la casa editrice Controluna.


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 48

Codice ISBN: 9788885781313


Recensione de La Voce Sognante sul blog di poesia Transiti Poetici

Proprietà dell’Attesa di Giuseppe Vetromile

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di Giuseppe Vetromile

Di che sogno io sono?

abito in franchigia

(diversi anni fa ero un uomo)

ora non c’è più alcun simbolo

e il sogno non è mai stato così

opaco

e non mi abito più dentro:

la casa è questa attesa

fatta di amaro e di speranza

in bilico sul silenzio

 

Giuseppe Vetromile è nato a Napoli nel 1949. Attualmente svolge la sua attività letteraria a Sant’Anastasia (Na), città in cui risiede dal 1980. Ha ricevuto riconoscimenti sia per la poesia che per la narrativa in importanti concorsi letterari nazionali. Numerosissimi sono stati i primi premi. Ha pubblicato più di venti libri di poesie, gli ultimi dei quali sono Cantico del possibile approdo (Scuderi, 2005), Inventari apocrifi (Bastogi, 2009), Ritratti in lavorazione (Edizioni del Calatino, 2011), Percorsi alternativi (Marcus Edizioni, 2013), Congiunzioni e rimarginature (Scuderi, 2015), Il lato basso del quadrato (La Vita Felice, 2017), e il libro di narrativa Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti (Kairos, 2010). Ha curato diverse antologie, tra le quali, recentemente, Percezioni dell’invisibile, L’Arca Felice Edizioni, 2013; Ifi genia siamo noi (2015) e Mare nostro quotidiano (2018) per Scuderi Editrice. È il fondatore e il responsabile del Circolo Letterario Anastasiano. Partecipa a numerose giurie in concorsi nazionali e internazionali. Organizza incontri ed eventi letterari, tra cui le rassegne letterarie Il London Park Letterario a Sant’Anastasia, in collaborazione con Vanina Zaccaria, e Un caffè da Mancini presso la Libreria Mancini di Napoli in collaborazione con Gennaro M. Guaccio. È l’ideatore e il coordinatore del Premio Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”, giunto alla XVII Edizione. È presente in rete con diversi blog letterari (Circolo Letterario Anastasiano, Transiti Poetici, Taccuino Anastasiano, Selezione di Concorsi Letterari). Inoltre collabora attivamente con altre associazioni e operatori culturali del territorio nella realizzazione di eventi letterari di rilievo, prodigandosi anche nella ricerca di nuovi “talenti” poetici.


Prezzo copertina: euro 12.00

Pagine: 92

Codice ISBN: 9788885781306


Recensione di Proprietà dell’Attesa sul blog di poesia “Poetrydream” a cura di Antonio Spagnuolo 

Video-presentazione di Proprietà dell’Attesa con l’Autore Giuseppe Vetromile e Melania Mollo:

Melania Mollo interpreta la poesia “L’attesa è nuda”:

Non si Muore di Notte di Vanina Zaccaria

Acquista Non si Muore di Notte

di Vanina Zaccaria

Non si muore di notte

in mezzo alle ombre

Si muore di giorno

sotto il fendente della luce

irrigiditi dalle forme

La clava, la giusta postura

la ruota

il segno del fratello sulla pietra

Tutte le cose

sono tutta la tua memoria

Non si muore di notte

quando anche la morte

somiglia al sonno

Si muore di giorno

nella luce che non finisce

e nemmeno ti asciuga

corpo di rana

che rimane umido

sotto le dita

[…]  Dalla quarta di copertina

 

“Ho atteso per molte notti lo stesso sogno”, confessa Vanina Zaccaria nella poesia che inaugura questo suo primo volume in versi. Volume che peraltro si colloca proprio lì, nel territorio senza confini e senza certezze del sogno, una presa di possesso tanto caparbia quanto malinconica, a circoscrivere, o meglio: a circumnavigare un universo onirico diluito in sequenza, per fotogrammi successivi, inquadrature piene ma sfocate, quasi virate in seppia, che fissano ed allo stesso tempo dissolvono paesaggi e personaggi, inermi lacerti di un mondo comunque materiato di Storia; e di storie. […]

 dalla nota di lettura di Edoardo Sant’Elia

 

Vanina Zaccaria, nata nel 1982, vive e lavora a Napoli. La sua attività si è costantemente divisa tra il percorso artistico-letterario e l’impegno nel campo della ricerca storico-sociale. Laureata in Servizio Sociale con una tesi di ricerca sul contributo etnografico dell’antropologo Ernesto de Martino, attualmente è Presidente della Fondazione Lermontov per la quale ha curato l’allestimento del Premio Internazionale Lermontov e la divulgazione dei volumi della Biblioteca Lermontov. Ha collaborato con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida curando le rubriche di letteratura e geopolitica. Studiosa della cultura ellenica, ha collaborato con la Comunità Ellenica di Napoli e della Campania per la discussione e la divulgazione di saggi storico-politici. In ambito artistico: per il Teatro è attrice e direttore artistico di spettacoli messi in scena da associazioni culturali del territorio campano.

Sue poesie sono inserite nelle antologie poetiche: Ifigenia siamo noi (Scuderi Editrice, 2014), Mare Nostro Quotidiano (Scuderi Editrice, 2018). Membro della giuria per la sezione speciale “autori esteri” del Concorso Nazionale di poesia Città di Sant’Anastasia nel 2013, 2018 e 2019, ha ricevuto diversi riconoscimenti: Primo premio – sezione giovani – Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classic 2008 e il Secondo premio, poesia inedita, Premio di poesia nazionale Aoros-Valerio Castiello 2017.


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 48

Codice ISBN: 9788885781290


Segnalazione di Non si Muore di Notte su “Lo Specchio Magazine”

Segnalazione di Non si Muore di Notte ne “La Scansia Poetica di RPlibri” a cura di Giuseppe Vetromile

Recensione di Non si Muore di Notte sul sito RPlibri a cura di Francesco Improta

Recensione di Non si Muore di Notte sul blog di poesia “Transiti Poetici” a cura di Giuseppe Vetromile

Marisol Bohorquez Godoy, poetessa colombiana, traduce e legge alcuni testi tratti da Non si Muore di Notte

Recensione di Non si Muore di Notte su NiedernGasse

Incerte Sospensioni di Giovanna Visco

Acquista Incerte Sospensioni

di Giovanna Visco

Le “incerte sospensioni” di Giovanna Visco sono la fine di un inizio. Parole avvenute in un chiasso d’altre parole, che assumono il canto di una massima liturgica. Raramente accade di cogliere tale compiutezza e tale compitezza tra le regole grammaticate del verso. A lei accade il linguaggio ordinario, diremmo “volgare” se non temessimo la comparazione dantesca, eppure tutto le si sublima d’improvviso. L’Autrice giubila in un lento e caldo abbraccio che diviene strappo e congiunzione, come sempre accade a chi della critica (“politica”) fa una supplica e una redenzione.

Dalla prefazione di Felice Casucci

 

Imbrunire

 

Lungo e lento

è

l’incedere della sera.

Oscurità discendente

su solitudini allungate.

Veli sottili

come sudari

su volti cari

silenziosi,

su inesprimibili

strazianti

incerte

sospensioni.

 

 

Giovanna Visco è una giornalista pubblicista che ha al suo attivo centinaia di articoli di economia dei trasporti e logistica. Napoletana, vive a Napoli ma lavora a Roma. Blogger di una pagina di geopolitica ed economia, si occupa professionalmente di comunicazione. La poesia è il suo spazio espressivo interiore, che pratica da molti anni, popolato di suggestioni che le provengono da esperienze, persone e luoghi. Incerte sospensioni segna il suo esordio nello spazio letterario pubblico.


Prezzo copertina: euro 12.00

Pagine: 73

Codice ISBN: 9788885781283


4 Aprile 2020 – Presentazione della raccolta poetica Incerte Sospensioni di Giovanna Visco presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici di Napoli alle ore 10:30. Con la partecipazione di Rita Pacilio, Felice Casucci e Rosalia Terrana

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Recensione di Incerte Sospensioni sul blog di poesia e narrativa “Transiti Poetici”

Carlo Marino intervista Ilaria Palomba

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

“Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Fatti male”, “Una volta l’estate”: i titoli di alcuni dei tuoi volumi. Leggendo, sembra che nel nostro mondo si giochi di continuo una partita in cui è impossibile giudicare vincitori e vinti, perché vittime e carnefici camminano su un piano sempre in bilico. Che ne pensi?

Credo sia esattamente così, nei miei libri ci sono spesso vittime che diventano carnefici, un po’ come Joker… sorrido. È paradossale, inverosimile e troppo borghese pensare di poter ledere nel profondo qualcuno senza che questi si rivolti cercando vendetta. Questo meccanismo vale nelle relazioni interpersonali come nelle dinamiche sociali: nessuno ama avere padroni e nessuno ama i suoi padroni. Se considerati subalterni, maltrattati, bistrattati, sfruttati, sottopagati, illusi, ingannati, abbandonati gli esseri umani reagiscono, talvolta il portato di questa reazione supera l’offesa subita. In fondo è il meccanismo alla base di tutti i conflitti.

Nel tuo libro “Disturbi di luminosità” la vicenda si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità. Violenza e dipendenza sono due caratteristiche che attanagliano oggi più che mai l’essere umano. È stato sempre così?

Per rispondere correttamente a questa domanda sarebbe necessario aver vissuto altrove e in un altro tempo. Non so se sia stato sempre così, posso ipotizzare che la religione in passato avesse anche il compito di porre un freno agli istinti più violenti dell’uomo. Dopo la nietzscheiana morte di Dio tutto è permesso. L’uomo, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male. Il bene personale spesso coincide con il male di qualcun altro, nel momento in cui si relativizza il concetto di bene e si arriva a decretare l’impossibilità del sommo bene ecco che l’uomo diventa Dio di sé stesso e sceglierà solo per sé stesso senza curarsi del male che procura all’altro. Penso anche però che la morte di Dio sia una fase superata e che sia un altro il lutto che oggi dobbiamo elaborate: la morte dell’uomo, la fine cioè del concetto di umano come animale razionale. Probabilmente non solo non siamo più animali, sempre più diventiamo appendici di macchine, ma non siamo più neanche razionali. Dopo Dio doveva sparire anche la ragione, cosa ci aspetterà non posso saperlo ma penso che la crisi nelle relazioni con gli altri e la diffusione dei disturbi del comportamento siano da leggere in questo senso.

Spesso il male di vivere ho incontrato” cito Montale per definire quell’ Io narrante che sovente utilizzi. Il personaggio si muove in una realtà opaca che si staglia icasticamente nella mente del lettore. Ci sarà mai un modo di redimersi dal male ricevuto e a volte sopportato in questo mondo?

Montale, Pavese, Pascoli, la poesia per me è tanto più viva quanto più si avvicina alla morte (per quanto riguarda Pascoli penso a Myricae). È molto raro che vi si riesca ma l’unico modo per redimersi dal male subito è non perpetrare la catena di dolore, spezzarla. Finché si è carnefici si continua a essere vittime. Ma come vivere nel mondo senza farsi divorare e senza divorare a propria volta? Forse bisogna fare un passo indietro rispetto a tutto ciò che crediamo di essere: i dominatori del mondo, della natura, le uniche forme di vita intelligenti nell’universo, il centro della catena alimentare. Non siamo nulla di tutto ciò, non siamo che briciole.

Il tuo rapporto con la parola: la tua parola è parola ritrovata in te stessa, oppure parola della quale vai alla ricerca finché non la fai tua per sempre?

Ho una grande difficoltà nel comunicare, l’ho sempre avuta, tanto che da adolescente per un po’ non ho parlato. Scrivere è ritrovare le parole che mi ero proibita di dire perciò il mio rapporto con la parola è catartico, è una costante ricerca dell’indicibile.

La poesia può essere considerata come un azzardo per tentare di decifrare il mondo?

La poesia per me è un demone, in senso socratico. Attraverso la poesia vedo l’invisibile e cerco di mostrarlo a chi mi legge.

La letteratura deve descrivere in maniera impassibile, direi oggettiva, anche la miseria del mondo e poi deve impegnarsi per tentare qualche salvataggio? Oppure è già impegno, denuncia, nel solo atto di descrivere?

La letteratura non deve essere una fotocopia della realtà, non basta descrivere, non basta avere delle idee sul mondo, non basta comunicare. La letteratura deve trascendere la volontà di chi scrive e rapire.

Società che distruggono i propri poeti ignorandoli, che tipo di società sono, secondo te, e che futuro possono avere?

Una società che non ha più un metro di giudizio artistico e si basa solo sui dati di vendita o sui consigli di chi fa audience è una società ormai ben oltre il declino, non è altro che macerie, in queste macerie si salva chi fa lobby. La domanda che spesso mi pongo senza trovare risposta è: conta più il talento o l’affabilità? Se la risposta verte sul secondo termine allora non esistono più poeti, solo eruditi e mercanti.

Grazie Ilaria.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

marino
Carlo Marino

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/domande-di-carlo-marino-per-unintervista-esclusiva-sicuramente-difficile-alla-scritrice-ilaria-palomba/

 

 

 

 

 

Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987 dove si è laureata in Filosofia per poispecializzarsi presso l’Université de Paris-Sorbonne nel 2011-2012. Ha al suo attivo oltre a numerose raccolte di racconti e poesie: iromanziFatti Male (Gaffi 2012 tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh) “Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Una volta l’estate”.

 

Melancolia

di Ilaria Palomba

 

Si aprono fiori nella luce,

una luce senza fondo

rovina sulle nostre ombre,

una luce oscena

devia il gioco del mondo

in una crapula di addii.

 

 

Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)