Educhiamo all’espressività!

di Carlo Di Legge 

(rivolgendosi a Rita Pacilio, autrice del testo recensito, “La Favola dell’Abete“)

… Trovo che sia occupazione degna occuparsi dell’infanzia, o della fanciullezza . Ho letto e riletto la tua favola di Natale. Parte da una situazione un po’ triste e giunge alla pienezza della gioia, dunque è un messaggio ottimista quello che vuoi mandare: bene così, siamo anche troppo oppressi dalla tristezza dei giovani e giovanissimi poeti contemporanei! E così, almeno ai bambini, vogliamo far passare un bel messaggio!

Le cose finiscono bene. Illustri precedenti come quello di Dickens o come le favole e le fiabe buone lasciano il varco alla speranza.

Dunque sono contento che tu abbia tentato un’operazione del genere, che d’altro canto non è la tua prima: ci voleva, non saranno mai abbastanza!

Ho apprezzato che tu non abbia ingolfato le pagine di scrittura. Si tratterà di una lettura di un adulto a un bambino, che non lo annoierà se eseguita a dovere, cioè espressivamente; oppure della lettura di un bambino principiante della lettura, che non verrà scoraggiato alla vista delle minacciose nubi di parola. Ho apprezzato gli spazi non meno delle righe di scrittura.

Le illustrazioni paiono assai essenziali, scevre da seduttività o sentimentalismi fuori luogo, bianco e nero, a colori solo la copertina. Ma, certo, il bambino stesso può colorarle! Comunque le figure, proprio perché sono poco appariscenti e scarne ma impegnano larghi spazi, a mio parere lasciano lavorare l’immaginazione, e anche, perché no, la mano e l’occhio, e anche questo va come deve, o si spera.

Inoltre, ed è molto importante, si tratta di un lavoro propedeutico alla poesia, con quelle rime che compaiono d’improvviso, ammiccanti:  feste-resta, stelline-lucine-palline, allegria-fantasia, festa-lesta (o anche, perché no, Natale-cantare…), Natale-fatale, sorriso-Paradiso e così via; musicalità e ritmi interni che preparano l’orecchio – faccio io le scansioni di linea: (“Care stelline/dai raggi luminosi/fate che io possa,/anche quest’anno, /donare ai bambini/del mio paese/tanta allegria, /sorrisi e fantasia”; oppure: nella stessa pagina, “Iniziò una gran festa/in maniera lesta lesta!”, ecc.): questo è un protrettico alla poesia, direbbe il filosofo, e non solo una lettura leggera e godibile.

Educhiamo l’espressività!

Mi piace, cara Rita, tante belle scritture, anche così!

Un abbraccio.

 

 

Tempo Tecnico di Daniela Matronola

Acquista Tempo Tecnico

di Daniela Matronola

La sua poesia scende nella realtà per invocarla, per piegarla a restituire il suo senso. E il senso è nella relazione, nel mistero dell’altruità. Nel bisogno che siamo, ancor più che nel bisogno che abbiamo. “Esiste, deve esistere un posto  dove si venga inclusi e non rifiutati. Deve esistere, esisterà un modo per essere  ammessi al cerchio umano, non separati da tutti”, dice Daniela in apertura, quasi forzando quel posto ad esistere nei suoi versi.

E, infatti, è la parola che si appropria delle cose e le assilla con una carezza. E’ la scrittura che funge da ostinato argine alla vacuità del reale, e resiste con disperata fermezza all’attacco del mondo. “Ricevo proposte d’evasione, divento bersaglio di chimere e consolazioni. Come mia madre, non ammetto distrazioni  anche quando ad esse cedo col corpo”.

dalla Prefazione di Simona Lo Iacono

***

 

Esiste, deve esistere un posto

dove si venga inclusi e non rifiutati.

 

Deve esistere, esisterà un modo per essere

ammessi al cerchio umano, non separati da tutti.

 

Dovrà pur trovarsi un luogo dove

si venga trovati e non dimenticati.

 

Dovrà pur esserci una mano che ci afferri

e non un braccio che ci ricacci indietro.

 

Deve esserci, esiste uno sguardo che ci sorrida,

un abbraccio che ci raccolga.

 

Oppure sciagura vi colga

***

Ricevo proposte d’evasione,

divento bersaglio di chimere e consolazioni.

Come mia madre, non ammetto distrazioni

anche quando ad esse cedo col corpo.

Cuore e mente restano radicati

nella casa, nella memoria

***

Un ferro da stiro in altra funzione,

come rudimentale divaricatore,

 

segno e strumento da ferrista

per la praticona abusiva

 

col chirurgo come secondo

nel rovesciamento dei ruoli operatorî:

 

immagine forte, eredità evocativa,

simbolo e indizio

 

lascito feroce, brutale testamento

di Giuliana Ferri

 

Daniela Matronola (Cassino, 1961) lavora alla propria letteratura da molti anni, su quasi tutti i fronti: racconto, romanzo, traduzione, critica su rivista, poesia. Ha anche tenuto corsi sulla poesia italiana a studenti americani alla LUISS e di scrittura in versi per la Scuola di Scrittura Creativa OME­RO, prima in Italia (a parte le lezioni milane­si di Giuseppe Pontiggia). Ha vinto alcuni premi, per il racconto, per la poesia e per il romanzo. La sua recente pubblicazione in poesia è Melamangiai, RPlibri 2018.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 132
Codice ISBN 9788885781160


Traduzione in lingua romena di “Tempo Tecnico”


 

Nessuno confidava nei fonografi …

di Luigi D’Alessio

È sempre così.

 

Nessuno confidava nei fonografi. 

Tutti attesero i dischi di Caruso. 

Caruso attraverso il medium

della voce registrata

si impresse nell’anima di re e contadini. 

E comprarono i fonografi. 

 

#photografiaintima

 

Stokowski il riluttante

dopo aver ascoltato i dischi di Caruso

si decise a registrare le Pause del silenzio 

per grande orchestra sinfonica. 

 

Fu esattamente così. 

 

Stokowski salì sul palco. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra:

inizia a dirigere. 

I fori di risonanza 

rivolti verso il pubblico

gli daranno ragione. 

Entra in sala di incisione. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra. 

 

Da allora è sempre così. 

 

#reconditaarmonia

#comptonmackenzie

#enricocaruso

#evaneisemberg

#fitzcarraldo

#gianfrancescomalipiero

#io casa #vaso flower3 #shirokuramata

#trepausedelsilenzio

Collezione di Dischi Volanti di Daniel Skatar

Acquista Collezione di Dischi Volanti

di Daniel Skatar

… L’autore, inoltre, muove i propri versi “geograficamente” anche per collocazione sistematica: versi in tondo e in corsivo si dipanano sulla pagina, alternandosi tra margine destro e sinistro, creando una voce nella voce interiore, una specie di doppio che, a seconda dell’occasione, amplifica o esonda, anticipa o ritorna su e per l’azione. Ed è in questo caso l’azione di dire, tramite la poesia, la superficie delle cose, per scandagliare la realtà con apparente freddezza utilizzando un’accurata mossa di autodifesa, perché l’autore pare rendersi conto di essere solo nel mondo, con il suo scrivere che lo rende alieno dai sentimenti più rozzi dell’umanità, ma vicino alla bellezza rarefatta del mondo.

Dalla prefazione di Antonio Bux

 

Lo sconforto dei riconosciuti

 

per una notte

polare

 

rimangono

 

sotto l’orizzonte,

aggrappati allo spirito;

 

i punti di vista

impetuosi sotto di loro,

 

impotenti

 

quanto i soccorritori

sul ciglio della gola

 

Daniel Skatar, nato nell’ex Iugoslavia, rientra nella Generazione X. Ha pubblicato Pallapoesia (Europa Edizioni, 2013), Paroliere (puntoacapo Editrice, 2016), Zircone (Campanotto Editore, 2018). Vive a Bratislava.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 48
Codice ISBN 9788885781153


Traduzione in lingua romena di Collezione di Dischi Volanti” 


Il blog Transiti Poetici recensisce “Collezione di Dischi Volanti”


Mariano Ciarletta recensisce “Collezione di Dischi Volanti” per il blog Poesie e Versi

A proposito di lettere d’amore

di Rita Pacilio

Caro amore, ti scrivo …

Ognuno di noi ha memoria di una lettera d’amore scritta, ricevuta o letta. E ogni lettera è un grande dono per chi la riceve. Spesso vengono ricordati momenti desiderati o vissuti insieme esternando sentimenti unici e irripetibili. La necessità è quella di aprirsi all’altro, di raccontarsi interrogando mente e anima.

Si scrive, quindi, perché non se ne può fare a meno guardando all’amore come a una strategia di comunicazione capace di creare o riprendere una relazione interrotta, goduta, o mai nata. Il senso di esclusione e di abbandono – motivi che, in molte persone, scatenano la parola scritta – è uno stato d’animo che mostra paura e desolazione in colui che non ha facilità a denudare emozioni e idee.

Il foglio evita l’imbarazzo e ripensamenti, ansie e insicurezze, soprattutto quando manca fiducia nelle proprie potenzialità e si teme un confronto negativo. Una lettera d’amore insegna. È educativa. Serve. Scarica tensioni. Il rossore, il pallore del volto, le mani fredde o sudate e il tremolio della voce si trasformano in introspezione e riflessione.

Le lettere d’amore, oggi più che mai, sono azioni controcorrente e sfidano i luoghi comuni quando non cadono nella scomoda retorica o in un elenco di pesanti lamenti moralistici. Mi è capitato di leggere lettere definite poesie, ma non sempre si è trattato di Kafka a Milena in cui poesia e letteratura si manifestano nel senso e nel linguaggio. È proprio l’utilizzo del linguaggio, cioè come si scrive, la vera cartina di tornasole che rivela la poesia della lettera d’amore.

Più facile, invece, è scrivere pagine di diario personale che, molti poeti, chiamano poesia. Il linguaggio, per essere poetico, dovrebbe mostrare visione della realtà osservata dalla ferita o dall’amore dell’umanità ricercando curiosità alle domande e rifiutando interpretazioni e pareri esclusivamente soggettivi.

Chi scrive una lettera d’amore sa di esercitare un potere universale esprimendo e sfidando la vita che più ci somiglia.

Può una poesia essere senza parola?

di Luigi D’Alessio 

Si può rappresentare una figura 

come asse portante intorno cui gira il mondo, 

e la visione del reale in quattro versi?

 

In che modo una figura 

è fulcro identitaria di realtà?

 

Così:

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

Eppure questi quattro versi

appartengono a un libro in cui 

tutto è ineffabile:

 

“L’ho seguito. 

L’ho visto. 

Non era lui.

Ero io.”

 

In un altro libro si legge,

 

 

“Le parole. Già 

Dissolvono l’oggetto. 

Come la nebbia gli alberi,

il fiume: il traghetto.”

 

La parola non aggancia l’oggetto. 

Non possiede il nome della “cosa”. 

Da notare la posizione di “già”. 

 

“Il nome non è la persona.”

 

Ci sarebbero esempi di inneggiamenti contrastivi, 

in cui non voglio inoltrarmi a scapito dei quattro versi,

per tentare un estremismo. 

 

Ma cito solo

“Cercatemi dove non mi trovo.”

Se ci fermiamo ad analizzare il verso, 

è meraviglioso con quel cercatemi 

che suona imperativo invito 

e nello stesso istante nega la convocazione, 

la chiamata, l’appello. 

 

Ecco l’estremismo:

Può una poesia essere senza parola?

Una poesia che si componga da sé e di per sé? 

 

Giorgio Caproni ha composto 

una magia solo con “l’oggetto”. 

O meglio, l’oggetto nel suo essere di per sé, 

e l’oggetto in quanto “è” perché rapportato a noi. 

Ma se la realtà non ci corrisponde più, 

allora è il reale nella propria assoluta autonomia 

a negare la sua stessa realtà. 

Stupefacente!

 

Nei quattro versi c’è: 

 

“L’oggetto”. 

L’unico verbo essenziale all’essere. 

La preposizione che indica un pronome. 

E il nulla. Nulla. Una negazione, e qui la magia, 

che nel momento in cui rappresenta l’assenza 

si fa sostenitrice del tutto presente.

 

Rileggiamola. 

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

#photografiaintima

Una Preposizione stabilisce il Pensiero …

di Luigi D’Alessio

 

Una preposizione stabilisce il pensiero,

e la psicologia.

Il 22 aprile del 1941 un grande poeta,

firmandosi Grillo,

chiude una lettera alla moglie con “Salutami a Sandro.”

In napoletano si dice Viene a cca.

Vieni a qui.

Non esiste il Vieni qui.

La sorpresa è in alcuni testi del ‘700.

Vi si legge, Viene ‘a cca.

Vieni da qui.

Viene a cca e Viene ‘a cca hanno identica pronuncia,

eppure nella lingua scritta rappresentano due opposizioni.

Ma l’ultima espressione denota del napoletano

la più intrinseca mentalità “disquisitrice”.

 

 

Piccolo fuori testo:

cca, etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; nell’idioma napoletano, così come il corrispettivo “qua” italiano, va scritto senza alcun segno diacritico.

Non va accentato perché da monosillabo non ingenera confusione con altri, come ad esempio col pronome o la congiunzione ca/che.

È altrettanto errore scrivere l’avverbio con l’apocope (cca’):

non c’è nessuna sillaba finale caduta, e bisognosa di segno.

Un Posto che sia il Tuo Posto di Rito Mazzarelli

Acquista Un Posto che sia il Tuo Posto di Rito Mazzarelli

… La poesia diventa l’antidoto per architettare sublimazioni e analogie, cioè una combinazione, non solo sintattica, ma filosofica per comprendere meglio gli infiniti mondi paralleli e per costruire il senso del tempo. Nei microcosmi ci sono tracce di sentimenti e di vicende, preziose rivelazioni del sé che conservano il senso delle reminiscenze. Vivere e abitare vengono intesi, dunque, come sapere di sentirsi a casa. Persone e cose si addensano in un solo elemento in cui amore e libertà sono momenti privilegiati.

Dalla quarta di copertina

 

Un posto che sia il tuo posto

e continuare

un luogo tranquillo al riparo

dai giorni in bilico tra le mani

solo cicatrici.

Corre lo sguardo nei piani

più in alto

corpi abbracciati fumano nervosi.

Ora migliaia di battiti inseguono

una bocca dal sapore insolito

e dimentico.

Andrai, strade vuote

rifletteranno vetrate

colore pastello

luci perdute tra le pozzanghere.

Rito Mazzarelli è nato a Benevento e vive a Caserta. Specializzato in Medicina interna lavora presso l’Azienda Ospedaliera ‘Rummo’ di Benevento nel reparto di Medicina d’urgenza. È appassionato di arte grafica e di poesia. Il testo Le ragazze di settembre è risultato Primo Classificato nel Premio Internazionale Iside, VI Edizione, anno 2018. Un posto che sia il tuo posto è la sua Opera Prima.

 


Prezzo di copertina euro 10,00
Pag. 45
Codice ISBN  9788885781115


 

Scheda del libro tradotta in Lingua Romena

Rito Mazzarelli conquista il Premio Iside 

Recensione di “Un Posto che sia il tuo posto” su Poesie e Versi, a cura di Mariano Ciarletta

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso …

di Luigi D’Alessio

Moravia assiste a come Picasso 

disegna in un tratto il toro. 

Lo cancella. 

Secondo rapido toro. 

Picasso, cancella. 

Quarto toro. Cancellato. 

Moravia non ha tempo

per memorizzare il toro. 

Avverte che è il più tauromatico

delle tauromachie. 

Quinto toro. Nove. 

Il decimo, l’undicesimo toro. 

E ecco il toro di Picasso. 

 

#io

 

Moravia è rimasto senza poter obliterare 

il ricordo del quarto toro. 

La bellezza ha cannibalizzato l’immagine. 

Dunque non può assolutamente descrivere quel toro. 

Bellissimo, rispetto al definitivo. 

Il toro-toro per Alberto Moravia è il quarto, 

solo perché Picasso gli ha offerto l’opinabilità

del suo mondo interiore. 

Cioè ha permesso che entrasse nell’intimità del retrobottega. 

 

#fotografiaintima

 

Il re chiede a Chuang-Tai 

di disegnare un granchio con la rapidità 

che lo ha reso famoso. 

Chuang-Tai chiede cinque anni. 

Passano. 

Chuang-Tai chiede altri cinque anni. 

Passano con esattezza dieci anni. 

Chuang-Tai si presenta al re. 

Apre la scatola dei pennelli. 

Il servitore gli porge il calamaio. 

Chuang-Tai solleva il coperchio d’argento,

sporge il collo nell’inchiostro, 

intinge l’appuntito pennello 

estratto dall’astuccio di seta,

e in meno di un istante disegna il più bel granchio 

mai visto da re. 

 

#oggi

 

Chuang-Tai, il re, il granchio, e cinque anni più cinque. 

Questa Poetry Lectures sulla Rapidità, Italo Calvino 

la tiene un 21 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Harvard. 

 

#NortonLectures

 

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso, 

non so se verità o mia presunta narrazione. 

Fatto sta che l’attinenza del toro col granchio

è implicita. Incontrovertibile 

che il toro sia nel granchio. 

 

#fotografiaintima

(È l’identica stanza, la stessa porta che dà sullo stesso bagno,

di numerose fotografie fa. Eppure non è la stessa stanza, né la stessa porta, 

che dà su una differente immaginazione del bagno.)

 

Rancura – Rancurare: una parola e un verbo singolari, compositi, alchemici

Ci sono parole antiche magnifiche di significanza: parole non consuete che immettono, dal momento che le pronunciamo anche solo mentalmente, nello spazio della reminiscenza immaginativa.

La parola che ha questa natura seduttiva è rancura:  lo scrittore e critico letterario Romano Luperini l’ha impiegata per il titolo del suo romanzo La rancura. E ha fatto benissimo: il termine, che anche il poeta Eugenio Montale ha usato nei versi splendenti di Giunge a volte, repente …, Ossi di seppia, e ancora prima Guido Guinizzelli e Dante Alighieri, conserva alchemicamente sentimenti contrastanti, un istinto fortissimo di contrapposizione e affermazione, un sottile astio di cui si prova senso di colpa, angoscia. Una parola di genere femminile che sostituisce il maschile ‘rancore’ che ha suono sordo, ottuso, persecutorio; una parola che evoca un movimento psichico di macerazione e volizione, una vaga sensazione di protezione proiettata al futuro.

Nella lingua veneta esiste la forma verbale rancurare: conservo dalla mia infanzia il suono del verbo che sentivo pronunciare dai miei nonni veneti con voce di protezione e al tempo stesso di preoccupazione, di difesa, perché quella parola ha il senso composito e complesso di ‘raccogliere con sollecitudine e conservare con cuore, cuor di leone, strenuamente’ ciò che è proprio, ciò che rappresenta un bene, serve, ci radica nell’affetto e nella responsabilità.

Ora, rancura declina flessioni del verbo e predilige quelle che riportano a una forma di belligeranza e credo che connotarsi solo in alcune delle parti originali sia la sorte delle parole che discendono da verbi con forte caratteristica psichica: manifestano, nella luccicanza del particolare, lo splendore dell’intero.

Ebbene, contro l’uso di termini omologati, comuni e pedissequi, cerchiamo e usiamo nel nostro dire e scrivere quelli che sono un globo di rimandi, una tessitura finissima di sentimento e ragione: non si tratta di parlare e scrivere forbito, accademico e arcaico, ma di attribuire valore ai contenuti di un discorso, di un testo, e che inizia dal valore di una singola parola.

Adriana Gloria Marigo

Luino, 15 ottobre 2018

 

Gloria_ufficiale

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali, dirige la collana di poesia AlabasterperCaosfera Edizioni di Vicenza.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012;Impermanenza, plaquette per le edizioni Pulcinoelefante, 2015; Senza il mio nome,Campanotto Editore, 2015; Santa Caterina d’Arazzo, plaquette per GaEle Edizioni, 2017; 15 Poesie da Senza il mio nome e una poesia inedita, plaquette per Caosfera Edizioni, 2017; Minimalia, Campanotto Editore, 2017.