Marco Onofrio: “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Ed., 2019)

di Angela Giojelli (2019)

Il viaggio di Marco Onofrio. Che sa di cielo, perché “tutto il cielo è un viaggio”, di cui “ogni respiro è un tuono”. La vita è, “sta”. Semplice. Prorompente. Prepotente. Dolorosa e anche meravigliosa.

Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice Edizioni, 2019, pp. 88, Euro 13): un emozionante cammino verso la verità, che non è altro che lo stesso dubbio, la stessa domanda. La vita stessa.

Dolcissima inquietudine esistenziale, mai oppressiva o ridondante ma propositiva e ottimista, vibrante di umanità, traboccante perfino di gioia che sapientemente cammina parallela al dolore. Una delicata ricerca del sé in grado di carezzare l’altro, anche quando attraversa la morte, con un addio nel “bianco mare pietrificato”. Una evoluzione personale attraverso l’osservazione dell’evoluzione dell’universo, che passa per i legami interstiziali, gli abbracci, una cefeide, l’amore per una donna, e arriva alla resurrezione.

Il vuoto. Sezionato, sminuzzato, fino a crearne un ‘trattato di anatomia’. Tutti i suoi vuoti conducono progressivamente alla pienezza, satura di incertezze, ma meravigliosamente umana. Tentativi, disagi, presagi, contemplazioni, sofferenza, ritorni e slanci verso il futuro, che non è null’altro che parte del tutto. “Edipo diventa Amleto”, la luce “inocula una rara / malattia” e io “inutilmente / penso, sono stanco”. Quanta grazia nella metamorfosi della morte, che diventa essa stessa vita, anche quando Marco si interroga sui suoi oscuri meccanismi, anche quando l’ineluttabilità delle spirali delle vicende ci annichilisce. Come un cerchio dove tutto torna. Profondo senso di umanità e “compassione” avvolge Icaro che muore per colmare il vuoto: “Lo so, non ce l’ho fatta: ma / ecco, la fine si congiunge / a un nuovo inizio”. Egli ‘balbetta, pencola, inciampa’: come tutti noi, tutti i giorni. Ma “non siamo qui per niente”. “Tutto questo dolore, però / non è inutile: / genera amore”: “profonda / nasce, una linea, da quella che finisce”, “spinge da dentro, nella sofferenza”, nel parto del dio che “smania / di venire alla presenza”. La vita. Amore dalla sofferenza, vita dalla morte e morte come fase della vita. Marco Onofrio parla di cicale e grilli che continuano a cantare, respingendo “lo sfascio inesorabile” di fine estate: il grido della natura stessa che, trasformandosi, si dirige verso la morte. Ma con serenità. Continuando ad esplodere, quasi a esultare. Il vuoto diventa parte di un tutto, una presenza, la presenza. “La risposta è il vuoto”. La ricerca è proprio la risposta, in ogni vuoto c’è la pienezza che colmerà la domanda successiva, come “ogni oceano ne contiene un altro”.

“Cose inghiottite, divorate, perse
e anche adesso, e adesso, e adesso
istante dopo istante, più del mare”.

Il cuore palpita, quanta necessità, quale feroce desiderio di vivere! Adesso.

“Ancora. E ancora”. Infinitamente.

Struggente l’invito ad abbracciare “finché si è in tempo”: abbracciando ci spostiamo dalla nostra visione del centro. Noi non siamo al centro. “Il centro” è il vuoto, che è immenso, e dunque il tutto, dove scompariamo e ricompariamo.

“Tutto cambia, tutto finirà” dice il ramarro. È vero. Ma Marco è vivo. E accetta il cambiamento attraverso il passaggio del vuoto. E vuole amore. “Tutta la vita che non traduce amore / sarà perduta, si rimpiangerà”. Vuole luce: “così si dovrebbe morire”, nella “pienezza irripetibile / della felicità”, come una stella.

La stella siamo noi. Siamo proprio noi stessi: come se “non fosse già un miracolo / che esistiamo, pensiamo / e possiamo parlarne”. È qui la stella su cui l’alieno che ci guarda da lontano non vede l’ora di arrivare. Sognando.

“Sono qui. Cercami.
Parlo con le nuvole
e ti aspetto”.

8 ORIZZONTALE

 

Lo splendore telescopico del cielo

muto della grave solitudine

per la vastità che lo incorona

d’abitudine,

empie il grande sacco dello spazio:

è un budello cieco che non chiude.

 

Dalla sgualcitura del vuoto

chiuso dall’interno dei suoi lembi

soffia attorno il polline del mondo.

 

È polvere di luce che scompare

dentro l’invisibile dell’aria

e tutto ne rinasce e si rinnova,

mentre una strana gioia, una dolcezza

scende piano, in fondo, a illuminare

e spande la carezza del dolore

che lo fa infinito:

un 8 orizzontale

che io traccio ovunque

con il dito.

 

 

HO VISTO MORIRE UNA STELLA

 

Ho visto morire una stella.

Brillava normalmente.

A un tratto il suo fulgore è raddoppiato

e poi si è spenta,

inghiottita dalla tenebra notturna.

Niente potrà più riaccenderla.

 

Avevo appena alzato gli occhi al cielo

come attratto da un presentimento:

incrocio magico tra il mio soffio umano

e la luce della catastrofe

che solo in quel momento

raggiungeva la terra

milioni di anni dopo essere accaduta.

 

Così si dovrebbe morire

− pensavo: non di consunzione

o triste inedia,

ma nella pienezza irripetibile

della felicità.

 

 

A UNA CEFEIDE

 

Cercavo quella luce dentro me

graffio di perla sul velluto nero

del suo fuoco – fontana

lontana di meraviglie

tra le polveri splendenti

dell’aurora –

due ore ho parlato a una cefeide

confidandole il mio sogno

e il mio segreto:

liberi

indomiti

impronunciabili.

 

Galleggiava ai bordi della notte:

cadde in pochi attimi

portando via con sé

sogno e segreto

dentro i precipizi

del silenzio.

 

Tornerà tra mille anni, forse:

di me, allora, polvere neppure

ma lei, più fedele della morte

manterrà il segreto intatto

e porterà dal cielo

il sogno finalmente realizzato.

 

COMETE

 

Impasta bianche nuvole il mulino
dall’immensa ruota.
S’aprono a vertigine orizzonti.
Buchi azzurri schiudono misteri
colmi di bellezza ultraterrena.

 

Vedere, diventare ciò che si vede
fino a morirci. Ma il silenzio
e le stelle sono incisi dentro.
Strade fiumi alberi scenari:
incisi dentro.
Filtri e raggi del sole:
incisi dentro. Ancora. E ancora.
La faccia tremolante delle cose
e il vuoto e l’invisibile del mondo:
è tutto nello spazio del pensiero.

 

Le scintille cadute
oltre la coda dell’occhio
brillano, comete,
chiomate lievi piume
di memoria.

 

Non le riprendi più.

 

Ma restano,
restano.
Per sempre.

 

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

 

Le voci sconosciute dei miei cari

suonano nell’aria del presente.

Posso ascoltarle, possono parlare.

Ma passeranno, come tutto passa.

Non avranno più la bocca materiale

e orecchi per raccogliere parole:

un infinito vuoto, ovunque,

accanto a dove siamo

ci separerà: per sempre.

 

Abbraccia, dunque, le persone che ami

finché sei in tempo! Il calore umano

si disperde rapido nel gelo

del mistero: lo divora

la profonda immensità.

 

Il gesto va compiuto sul momento:

non vergognarti, non lo rimandare.

Tutta la vita che non traduce amore

Sarà perduta, si rimpiangerà.

 

 

CONSOLAZIONE

 

Il mare caldo di una donna

e il marmo freddo della fine:

come notte e giorno sono il tempo

così nell’esistenza

è il corpo, è la sua carne viva

che oppone la presenza

dentro il vuoto.

 

Donna!

 

Quando il cuore le batte

negli occhi, ci sono stelle

che cadono felici.

 

La luce del suo sguardo

vale il mondo.

 

Tutto nel silenzio

prende forma e

trova, dentro l’ultima

ragione,

la bellezza senza fine

che non sa.

Spetta all’uomo

fargliela scoprire.

Farla risplendere

chiamando dalle cellule

l’amore.

 

Sentire nell’abbraccio

la speranza

la dolcezza della vita

la consolazione.

 

 

(da “Anatomia del vuoto”, La Vita Felice, 2019)

Rita Pacilio: “La Venatura della Viola” (Ladolfi Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

Rita Pacilio, scrittrice, sociologa, collaboratrice editoriale, si presenta all’attenzione di pubblico e critica con un libriccino di poesie che è una vera e propria dichiarazione di poetica, un tentativo, perfettamente riuscito, di restituire alla parola la sua purezza primi­genia e al proprio cuore un po’ di dolcezza e di serenità. E tale intento è esplicitato in maniera chiara e inequivocabile dallo stesso titolo, La venatura della viola, dove non a caso viene scelto tra i fiori il più umile, il più delicato ma anche il più resistente la viola che ha una sua precipua simbologia e anche una sua storia letteraria: viene citato da Shakespeare nell’Amleto tra i fiori che Ofelia offre al fratello. È il fiore degli innamorati e di chi si vuole bene e trasmette sempre un messaggio positivo: “pensami perché io ti penso” e infatti, secondo una vecchia leggenda di origine francese, nei suoi petali si può riconoscere addirittura il volto della persona amata.

Anche nella lettera ai lettori, in cui la Pacilio riprende quell’abitudine di rivolgersi direttamente al suo pubblico e che giustamente Filippo D’Eliso in una sua nota a questa raccolta di poesie, parafrasando George Perec, definisce La Poesia: istruzioni per l’uso, si accenna a questa ricerca di semplicità e di essenzialità in un mondo sempre più caotico e assordante che c’impedisce di ascoltare le voci più autentiche della natura e del nostro io più profondo.

Leggendo le sue poesie ci si accorge che la Pacilio si muove tra Giovanni Pascoli per l’elogio delle “piccole cose” (per dirla con Benedetto Croce) e per il simbolismo che in esse si annida e Francesco Biamonti per l’esigenza irrinunciabile di contrapporre al fastidioso, volgare e banale chiacchiericcio dei giorni nostri la purezza aurorale del linguaggio, quando le parole erano musica, senso e scoperta stupefatta del mondo. Non a caso Biamonti in un’intervista rilasciata alla fine del secolo scorso disse testualmente: “Il nuovo millennio o sarà fondamentale o non sarà”. Tra i modelli e le fonti letterarie della Pacilio mi è sembrato di scorgere anche Jacques Prevert e la poesia Ho tre alberi in cima agli occhi mi ha riportato alla mente Tre fiammiferi ho acceso nel cuore della notte … Della poesia Tre alberi … mi piace riportare gli ultimi versi, anche se mi rendo conto che non è corretto antologizzare e a maggior ragione estrapolare qualche immagine isolata dal componimento nella sua interezza, per cui mi si perdoni questa trasgres­sione di una regola fondamentale dell’esegesi e della critica letteraria.

[…] Lì ho imparato l’amore. Al suo tronco

appoggio petto e schiena e mi impiglio

come un racconto, una leggenda.

Segreto dei segreti mi stringe

con il cuore intero. E io tremo malgrado tutto.

Hanno avuto un ruolo fondamentale sulla composizione di questi versi la frequentazione e pratica del vocal jazz da parte dell’autrice da cui scaturiscono musicalità e ritmo che non sono affidati alla metrica ma alla giustapposizione delle parole e la conoscenza, almeno credo, della filosofia zen da cui discende la silvoterapia, la pratica cioè di abbracciare gli alberi, di coglierne le vibrazioni in cerca di una simbiosi con la natura.

L’intento della Pacilio, attraverso l’utilizzo di un linguaggio spogliato di tutte le impurità e sovrastrutture ideologiche, è quello di ritrovare le nostre radici e con esse il contatto con il mondo (… imparando a trattenere il mondo // sotto le scarpe). C’è in questo atteggiamento una sorta di atavismo uma­nistico che la porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina.

C’è nell’autrice un velo di malinconia che si solleva, come nebbia mat­tutina, quando il suo occhio si posa sulle care e dolci cose della casa (penso alle mele nel forno e alle viole sul davanzale) o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash, allora l’elegia si scioglie nell’idillio ma è possibile ravvisare anche il pathos, allorché la realtà irrompe con le sue tragedie e i suoi orrori distogliendola dai suoi ricordi o dai suoi agognati “paradisi” interiori, mi riferisco alla poesia dedicata alle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova e al componimento che chiude questa breve raccolta, in cui si accenna a un dramma epocale qual è quello delle mi­grazioni:

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e la conchiglia

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

Un libro prezioso perché alla qualità indiscutibile dei versi si aggiunge un chiaro invito a riconsiderare l’essenza più autentica della nostra vita al di là di ubriacature ideologiche o di facili e illusorie consolazioni, materiali o escatologiche che siano.

 

Biografia dell’Autrice:

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).

Il Lato Oscuro delle Cose di Raffaele Urraro

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di  Raffaele Urraro

Le poesie raccolte in questa silloge ruotano tutte intorno a un concetto che riflette il senso che io attribuisco generalmente al fare poetico: il tentativo di scoprire il vero significato delle cose. Operazione euristica, dunque, che impegna il poeta in un difficile lavoro di scomposizione e ricomposizione del linguaggio. Si scava nel senso delle cose – o, per dir meglio, nelle cose per scoprirne il senso – armati soltanto dello strumento della parola, quella che in effetti ci fa vivere e soffrire. Anche se, ovviamente, per lo più non è dato scoprire il senso delle cose, che spesso addirittura ci dicono che un senso davvero non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, o quello che noi abbiamo ritenuto di attribuire alle cose, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe dritti allo sconforto o alla depressione.

Come dice Pino Daniele, al quale ho rubato un’immagine straordinariamente pregnante – distorcendola, però, perché l’ho riferita ai poeti – “siamo angeli che cercano un sorriso”, il sorriso della scoperta e della conoscenza perché, in fin dei conti, “un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita” (Laurence Sterne, ripreso poi da Giacomo Leopardi che ha attribuito alla “poesia” ciò che lo Sterne attribuisce al “sorriso”).

[…]  Dalla quarta di copertina

il lato oscuro delle cose

 

mentre ascolto una musica

coperta lievemente da veli variopinti

sento che la mente si accartoccia

nelle sue emozioni

 

anche l’aria che sembra stonata

nello stormire delle foglie

vibra di incerte tensioni

ed io cerco di scoprire

cosa dice quella voce

che parla la lingua

indecifrabile e arcana

della natura

 

ma conosceremo un giorno

il lato oscuro delle cose?

 

***

la fine della stella

 

la stella volteggiava

sulle ali della notte

senza una bussola

o il filo sottile di una luce

 

e nella notte danzava

fra le sue scalpitanti giravolte

piccola giovane stella

stellina dallo sguardo innocente

inesperta delle astuzie dell’infinito

che non è solo un prodotto del pensiero

 

e gira e gira

fra le strade scorticate del cielo

fu attratta da un buco nero

che la travolse e ingoiò

come fosse una mela

 

e noi siamo fatti

della stessa sostanza delle stelle

 

***

seduto sullo scoglio rosicchiato

 

Seduto sullo scoglio rosicchiato

dalla lingua del mare

aspetto la vetta della notte

per regalarmi la voce del silenzio

 

onda di luna piena

scende lentamente questa sera

su parole che il vento porta

dalle lontane terre del tramonto

 

e son parole di sogno

o parole sospese

tra un ricordo che viene

e un pensiero che va

sono pezzi di vita

smorfie di sangue

sconnessi singulti dell’anima vagante

o rosa che si apre al sole

 

son parole di luna

confuse tra la terra e il cielo

per posare un pensiero in un cuore

calato sulla sua fragilità

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano dove tuttora vive e opera. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. Ha pubblicato le seguenti opere:

Poesia: Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008; La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983; Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988; Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992; Anche di un filo d’erba io conosco il suono, prefazione di Ciro Vitiello, Loffredo, Napoli 1995; La luna al guinzaglio, con Saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001; Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003; Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009; Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014; Bereshìt – In principio, Marcus Edizioni, Napoli 2017.

Saggistica: Poiein – Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi Moderni, Napoli 1985; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008; La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011; “Questa maledetta vita” – Il “romanzo autobiografico” di Giacomo Leopardi (Olschki editore, Firenze 2015); Le forme della poesia – Saggi critici (La Vita Felice, Milano 2015).   

Ha pubblicato, inoltre, opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura latina (Bulgarini, Firenze).


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 92

Codice Isbn: 9788885781221


Traduzione in lingua romena de Il Lato Oscuro delle Cose

Silvia Castellani recensisce il Il Lato Oscuro delle Cose per Il Giornale Off

Una breve nota per Il Lato Oscuro delle Cose a cura di Daniele Giancane:

Raffaele Urraro (nato a San Giuseppe Vesuviano) è una di quelle personalità di grande spessore letterario che non hanno avuto sinora quella ‘visibilità’ che avrebbero meritato.Già insegnante di italiano e latino nei Licei,ha al suo attivo (sin dal 1980) numerose pubblicazioni di poesia,di saggistica,di cultura popolare,nonchè la ‘curatela’ di molte antologie di classici latini e una Storia della Letteratura latina.

‘Il lato oscuro delle cose’, pubblicato nel 2019, è un libro molto interessante, per numerosi motivi: anzitutto per una sorta di ‘sgomento metafisico’ che lo percorre (quasi di tinta leopardiana): “Allora provi uno sgomento/che t’agghiaccia e fa paura”, oppure “Su questo precipizio che impaura”, che fa il paio con la coscienza dell’inconoscibilità del tutto,tema centrale dell’ultimo testo (‘Chi lo sa?’) che inizia con “Alla fin dei conti/nessuno può dire/di essere penetrato/nelle profondità/delle cose della vita”. Il titolo stesso del volume ‘Il lato oscuro delle cose’ (ripreso nel verso finale della prima poesia) allude appunto all’impossibilità umana (qui forse possiamo dire montaliana) a giungere-a dirla con termine filosofico-al ‘noumeno’, all’essenza. Restiamo nella dimensione dell’apparenza. Tutto ciò dà fatalmente adito al dubbio (Vedi “con le tasche piene di dubbi” di pag.65), alla sospensione,ad una sorta di timore del vuoto,della solitudine,del tempo che scorre come un fiume.

Una breve annotazione semantica ci conduce ad una osservazione:il Poeta utilizza per ben trenta volte il lessema ‘stelle’ (o ‘stella’), 17 il lessema ‘luna’, 2 volte ‘cometa’). Siccome in poesia nulla è casuale e tutto è rivelatore del mondo dell’Autore, il codice linguistico  ci ‘parla’ di una tensione del Poeta verso l’alto, l’altrove, il cielo. La sua ‘visione’ è essenzialmente metafisica.

Il linguaggio di questo libro è terso, lo stile colloquiale, tenue, dotato di una ininterrotta musicalità. Un bel libro, da leggere e rileggere.

Recensione de Il Lato Oscuro delle Cose sul blog di poesia Transiti Poetici

Nel Verso Nulla Ritorna di Felice Casucci

Acquista Nel Verso Nulla Ritorna 

di Felice Casucci

La brevità e la lateralità di questi componimenti riconduce ad un tempo epidermico della vita, nel quale prevale l’ascolto sulla visione, il silenzio inesistente sulla realtà esistente. La semplicità è una scelta stilistica legata all’autentico e alla comunicazione diretta. Non vi è nessun compiacimento, ma un distacco dall’arte letteraria come estetica fine a se stessa, in una prospettiva est-etica dell’empatia. Quel che si chiede al verso è di fare il suo mestiere senza l’illusione di cambiare il mondo, prendendo atto delle circostanze disadorne con cui il mondo si esprime. […]

 

XIII.

 

Ricorda

dimentica.

Nulla resta.

Il peggiore

e il migliore

sono lo stesso uomo.

*

XXXIX.

Su vieni

a tirare la soma dell’amore

nel verso in cui

nulla ritorna.

 

Felice Casucci (Napoli, 1957) è giurista accademico, poeta, scrittore, dalla giovane età praticante il volontariato sociale e culturale. È il presidente della Fondazione Gerardino Romano di Telese Terme (BN).


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 52

Codice Isbn: 9788885781214


Traduzione di Nel Verso Nulla Ritorna in lingua romena

Una nota di lettura per Nel Verso Nulla Ritorna a cura di Gioconda Fappiano

La condensazione in pochi versi di complessi itinerari di ascolto, la concisione intenzionale mi giungono come un talento felicemente messo a frutto.

di Anna Maria Curci

Adua Biagioli recensisce Nel Verso Nulla Ritorna

Poetarum Silva pubblica un estratto di Poesie tratte da Nel Verso Nulla Ritorna

Transiti Poetici recensisce Nel Verso Nulla Ritorna

Una nota di lettura per Nel Verso Nulla Ritorna a cura di Antonella Fusco

Due di Angela Giojelli

Acquista Due

di Angela Giojelli

Angela Giojelli, in questa delicata raccolta di poesie, posa lo sguardo sulle differenze, intime, fisiche e sociali, che caratterizzano gli esseri umani. Prende per mano ogni figlio del mondo interrogandosi sull’incertezza della vita e considerando sacra ogni lacrima, ogni sofferenza.  Rincorre la verità dei cuori e ambisce alla speranza dell’accoglimento dei ricordi. La felicità è la compiutezza emozionale della diade madre/figlio; per questo motivo sostiene: Grata a Dio, certa che ogni cosa esista, già per questo, nella misura in cui si è in due.

 

Rumori di febbraio


Nei rumori di febbraio
c’è il vento
e la speranza demolita.
La tristezza non mi permette

la corsa: non ci vedremo più?
Poesia mia, albero in fiore
tu non cadi mai.

Angela Giojelli è nata a Capua e vive in provincia Caserta. Specializzata in Radiodiagnostica, attualmente è Dirigente Medico presso Presidio Ospedaliero A.S.L. Campania. Appassionata di scrittura, ama leggere e partecipare a reading.


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 40

Codice Isbn: 9788885781207


Traduzione di Due in lingua romena

Recensione di “Due” sul blog Transiti Poetici

Così consapevole e composto, nell’amore del Due, quello di Giojelli; pieno di mevaviglia nascente, quella stessa meraviglia che accomuna gli occhi aperti per la prima volta sul mondo di un bambino e gli occhi aperti ogni-volta-la-prima-volta sul mondo del vero poeta! Antica somiglianza, ma sempre forte… e Iannone sa dove guardare.

Carlo Di Legge

Marco Onofrio recensisce “Due” sul suo blog letterario

La Meraviglia di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

Acquista La Meraviglia 

di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

La meraviglia è la fiamma in cima alla quale splendono gli sguardi dei vivi. Non degli esseri viventi, ma dei vivi, ossia di coloro che vibrano di fronte al reale. E cosa siamo se non dei cammellieri che vagano fra le arsure del deserto in cerca di un sorso d’acqua capace di calmarci la sete? Ed ecco che a soccorrerci giungono le arti, la bellezza, la parola. Per questo motivo ho proposto agli alunni della 1^ media dell’Istituto Maria Ausiliatrice (Vomero, Napoli) di addestrare la parola al proprio sentire interiore applicando gli strumenti del silenzio e dell’osservazione.

Scavare la realtà per ritrovare porzioni nuove di se stessi. Raschiare l’incrosto dai muri del sé per restituire candore alla superficie. E non è un caso se la spericolata esperienza laboratoriale a cui si sono sottoposti i ragazzi ha partorito frammenti poetici di convincente bellezza. Al di là del valore letterario dei testi, che pure è talvolta rintracciabile, ciò che stupisce di queste giovani menti è la serietà a cui la parola li ha costretti: ci parlano, infatti, di vita, amore, amicizia, abbandono, morte con una maturità inaspettata. Ecco che la scuola diventa occasione di conoscenza delle proprie profondità, indagine dei propri abissi, e questo grazie alla sensibilità  di Suor Gina San Filippo, direttrice dell’Istituto, e Suor Anna Rita Cristiano, coordinatrice delle attività educative e didattiche, che sempre incoraggiano, insieme alle più canoniche pratiche didattiche, forme di espressione alternative che capovolgono la prospettiva: sono, infatti, i ragazzi a essere gli artefici assoluti di ciò che producono. […]

Dalla introduzione di Francesco Iannone

Autori dei testi e del disegno di copertina:

Veronica Bart

Mirea Bellomunno

Angelo Capuozzo

Giosuè Bozzelli

Aurora Corvino

Lorena Dama

Camilla Del Gaudio

Domenico De Michele

Sabrina Esposito

Ester de Falco Giannone

Francesco Falconetti

Alessia Fernando

Laura Fioretto

Ginevra Jannon

Edda Liberti

Mirko Lucioli

Davide Manzoeto

Jasal Milrad

Davide Orecchio

Matteo Soldano

Gaetano Solli

Chiara Vitale

Curatore

Francesco Iannone

 

Grafica immagine di copertina

Francesco Sivo

 

Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi e interventi sono stati pubblicati in diverse riviste, in Italia e all’estero: Italian Poetry Review (Università della Colombia), Gradiva (Università di New York), Semicerchio (Università di Firenze) e altre. È stato tradotto in spagnolo e in georgiano. Nel 2018 ha partecipato in Georgia al Festival Internazionale di poesia di Tbilisi. Collabora saltuariamente con la rivista Atelier. Ha pubblicato le raccolte di poesia Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011), Pietra lavica (Aragno, 2016) e il romanzo Arruina (Il Saggiatore, 2019).


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 40

Codice Isbn:  9788885781191


Traduzione di “La Meraviglia” in lingua romena

Così consapevole e composto, nell’amore del Due, quello di Giojelli; pieno di mevaviglia nascente, quella stessa meraviglia che accomuna gli occhi aperti per la prima volta sul mondo di un bambino e gli occhi aperti ogni-volta-la-prima-volta sul mondo del vero poeta! Antica somiglianza, ma sempre forte… e Iannone sa dove guardare.

Carlo Di Legge

Ecolalia di Marialoreta Mucci

Acquista Ecolalia

di Marialoreta Mucci

Se s’interroga adeguatamente l’etichetta sotto la quale s’inscrivono le liriche qui raccolte – Ecolalia – vi si può rinvenire un’utile condensazione del nucleo generativo della poesia di Marialoreta Mucci. Ecolalia è, Treccani alla mano, ripetizione a tipo automatico di parole o d’una frase udite al momento. Ecolalia fa rima con paronomasìa – se letta alla greca – che è figura retorica dominante lungo il presente libro, e pour cause, perché nel fiorire di una parola dall’altra si manifesta il tratto caratteristico dell’incedere discorsivo di questi testi; le ripetizioni, gli echi fonici, le allitterazioni creano fra le parole i più diversi tipi di rapporti, dall’accostamento violento di immagini, alle allusioni poetiche più spietatamente parodiche …

dalla Prefazione di Alessandro Carlomusto

 

Ecosostenibili

per l’economia

tutti malati di ecolalia

fotografando l’essere

con l’ecografia.

 

Marialoreta Mucci nasce nel 1990 in Abruzzo. Sin da piccola si dedica alla lettura, fatale l’incontro letterario con Emanuel Carnevali che accende il desiderio di evaporare le parole. Studia Lettere Moderne a Roma e si laurea con una tesi su Carmelo Bene scrittore dal titolo: Carmelo Bene: scrivere la voce. Si occupa di comunicazione in una società di consulenza ambientale dove, affascinata dalla potenza dell’audiovisivo, inizia a lavorare con la realtà virtuale per scopi educativi.


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 32

Codice Isbn: 9788885781184


 

Recensione di “Ecolalia” per il blog Transiti Poetici

Traduzione di “Ecolalia” in lingua romena


Presentazione del libro Ecolalia di Marialoreta Mucci – Lunedì 2 Dicembre 2019, Cartolibreria Mancini

LocEco

Educhiamo all’espressività!

di Carlo Di Legge 

(rivolgendosi a Rita Pacilio, autrice del testo recensito, “La Favola dell’Abete“)

… Trovo che sia occupazione degna occuparsi dell’infanzia, o della fanciullezza . Ho letto e riletto la tua favola di Natale. Parte da una situazione un po’ triste e giunge alla pienezza della gioia, dunque è un messaggio ottimista quello che vuoi mandare: bene così, siamo anche troppo oppressi dalla tristezza dei giovani e giovanissimi poeti contemporanei! E così, almeno ai bambini, vogliamo far passare un bel messaggio!

Le cose finiscono bene. Illustri precedenti come quello di Dickens o come le favole e le fiabe buone lasciano il varco alla speranza.

Dunque sono contento che tu abbia tentato un’operazione del genere, che d’altro canto non è la tua prima: ci voleva, non saranno mai abbastanza!

Ho apprezzato che tu non abbia ingolfato le pagine di scrittura. Si tratterà di una lettura di un adulto a un bambino, che non lo annoierà se eseguita a dovere, cioè espressivamente; oppure della lettura di un bambino principiante della lettura, che non verrà scoraggiato alla vista delle minacciose nubi di parola. Ho apprezzato gli spazi non meno delle righe di scrittura.

Le illustrazioni paiono assai essenziali, scevre da seduttività o sentimentalismi fuori luogo, bianco e nero, a colori solo la copertina. Ma, certo, il bambino stesso può colorarle! Comunque le figure, proprio perché sono poco appariscenti e scarne ma impegnano larghi spazi, a mio parere lasciano lavorare l’immaginazione, e anche, perché no, la mano e l’occhio, e anche questo va come deve, o si spera.

Inoltre, ed è molto importante, si tratta di un lavoro propedeutico alla poesia, con quelle rime che compaiono d’improvviso, ammiccanti:  feste-resta, stelline-lucine-palline, allegria-fantasia, festa-lesta (o anche, perché no, Natale-cantare…), Natale-fatale, sorriso-Paradiso e così via; musicalità e ritmi interni che preparano l’orecchio – faccio io le scansioni di linea: (“Care stelline/dai raggi luminosi/fate che io possa,/anche quest’anno, /donare ai bambini/del mio paese/tanta allegria, /sorrisi e fantasia”; oppure: nella stessa pagina, “Iniziò una gran festa/in maniera lesta lesta!”, ecc.): questo è un protrettico alla poesia, direbbe il filosofo, e non solo una lettura leggera e godibile.

Educhiamo l’espressività!

Mi piace, cara Rita, tante belle scritture, anche così!

Un abbraccio.

 

 

Tempo Tecnico di Daniela Matronola

Acquista Tempo Tecnico

di Daniela Matronola

La sua poesia scende nella realtà per invocarla, per piegarla a restituire il suo senso. E il senso è nella relazione, nel mistero dell’altruità. Nel bisogno che siamo, ancor più che nel bisogno che abbiamo. “Esiste, deve esistere un posto  dove si venga inclusi e non rifiutati. Deve esistere, esisterà un modo per essere  ammessi al cerchio umano, non separati da tutti”, dice Daniela in apertura, quasi forzando quel posto ad esistere nei suoi versi.

E, infatti, è la parola che si appropria delle cose e le assilla con una carezza. E’ la scrittura che funge da ostinato argine alla vacuità del reale, e resiste con disperata fermezza all’attacco del mondo. “Ricevo proposte d’evasione, divento bersaglio di chimere e consolazioni. Come mia madre, non ammetto distrazioni  anche quando ad esse cedo col corpo”.

dalla Prefazione di Simona Lo Iacono

***

 

Esiste, deve esistere un posto

dove si venga inclusi e non rifiutati.

 

Deve esistere, esisterà un modo per essere

ammessi al cerchio umano, non separati da tutti.

 

Dovrà pur trovarsi un luogo dove

si venga trovati e non dimenticati.

 

Dovrà pur esserci una mano che ci afferri

e non un braccio che ci ricacci indietro.

 

Deve esserci, esiste uno sguardo che ci sorrida,

un abbraccio che ci raccolga.

 

Oppure sciagura vi colga

***

Ricevo proposte d’evasione,

divento bersaglio di chimere e consolazioni.

Come mia madre, non ammetto distrazioni

anche quando ad esse cedo col corpo.

Cuore e mente restano radicati

nella casa, nella memoria

***

Un ferro da stiro in altra funzione,

come rudimentale divaricatore,

 

segno e strumento da ferrista

per la praticona abusiva

 

col chirurgo come secondo

nel rovesciamento dei ruoli operatorî:

 

immagine forte, eredità evocativa,

simbolo e indizio

 

lascito feroce, brutale testamento

di Giuliana Ferri

 

Daniela Matronola (Cassino, 1961) lavora alla propria letteratura da molti anni, su quasi tutti i fronti: racconto, romanzo, traduzione, critica su rivista, poesia. Ha anche tenuto corsi sulla poesia italiana a studenti americani alla LUISS e di scrittura in versi per la Scuola di Scrittura Creativa OME­RO, prima in Italia (a parte le lezioni milane­si di Giuseppe Pontiggia). Ha vinto alcuni premi, per il racconto, per la poesia e per il romanzo. La sua recente pubblicazione in poesia è Melamangiai, RPlibri 2018.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 132
Codice ISBN 9788885781160


Traduzione in lingua romena di Tempo Tecnico

Il giornale di poesia Inverso pubblica alcuni testi tratti da Tempo Tecnico

Nessuno confidava nei fonografi …

di Luigi D’Alessio

È sempre così.

 

Nessuno confidava nei fonografi. 

Tutti attesero i dischi di Caruso. 

Caruso attraverso il medium

della voce registrata

si impresse nell’anima di re e contadini. 

E comprarono i fonografi. 

 

#photografiaintima

 

Stokowski il riluttante

dopo aver ascoltato i dischi di Caruso

si decise a registrare le Pause del silenzio 

per grande orchestra sinfonica. 

 

Fu esattamente così. 

 

Stokowski salì sul palco. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra:

inizia a dirigere. 

I fori di risonanza 

rivolti verso il pubblico

gli daranno ragione. 

Entra in sala di incisione. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra. 

 

Da allora è sempre così. 

 

#reconditaarmonia

#comptonmackenzie

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#io casa #vaso flower3 #shirokuramata

#trepausedelsilenzio