Nel Verso Nulla Ritorna di Felice Casucci

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di Felice Casucci

La brevità e la lateralità di questi componimenti riconduce ad un tempo epidermico della vita, nel quale prevale l’ascolto sulla visione, il silenzio inesistente sulla realtà esistente. La semplicità è una scelta stilistica legata all’autentico e alla comunicazione diretta. Non vi è nessun compiacimento, ma un distacco dall’arte letteraria come estetica fine a se stessa, in una prospettiva est-etica dell’empatia. Quel che si chiede al verso è di fare il suo mestiere senza l’illusione di cambiare il mondo, prendendo atto delle circostanze disadorne con cui il mondo si esprime. […]

 

XIII.

 

Ricorda

dimentica.

Nulla resta.

Il peggiore

e il migliore

sono lo stesso uomo.

*

XXXIX.

Su vieni

a tirare la soma dell’amore

nel verso in cui

nulla ritorna.

 

Felice Casucci (Napoli, 1957) è giurista accademico, poeta, scrittore, dalla giovane età praticante il volontariato sociale e culturale. È il presidente della Fondazione Gerardino Romano di Telese Terme (BN).


Traduzione di Nel Verso Nulla Ritorna in lingua romena

Una nota di lettura per Nel Verso Nulla Ritorna a cura di Gioconda Fappiano

La condensazione in pochi versi di complessi itinerari di ascolto, la concisione intenzionale mi giungono come un talento felicemente messo a frutto.

di Anna Maria Curci

Adua Biagioli recensisce Nel Verso Nulla Ritorna

Poetarum Silva pubblica un estratto di Poesie tratte da Nel Verso Nulla Ritorna

Due di Angela Giojelli

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di Angela Giojelli

Angela Giojelli, in questa delicata raccolta di poesie, posa lo sguardo sulle differenze, intime, fisiche e sociali, che caratterizzano gli esseri umani. Prende per mano ogni figlio del mondo interrogandosi sull’incertezza della vita e considerando sacra ogni lacrima, ogni sofferenza.  Rincorre la verità dei cuori e ambisce alla speranza dell’accoglimento dei ricordi. La felicità è la compiutezza emozionale della diade madre/figlio; per questo motivo sostiene: Grata a Dio, certa che ogni cosa esista, già per questo, nella misura in cui si è in due.

 

Rumori di febbraio


Nei rumori di febbraio
c’è il vento
e la speranza demolita.
La tristezza non mi permette

la corsa: non ci vedremo più?
Poesia mia, albero in fiore
tu non cadi mai.

Angela Giojelli è nata a Capua e vive in provincia Caserta. Specializzata in Radiodiagnostica, attualmente è Dirigente Medico presso Presidio Ospedaliero A.S.L. Campania. Appassionata di scrittura, ama leggere e partecipare a reading.


Traduzione di Due in lingua romena

Recensione di “Due” sul blog Transiti Poetici

Così consapevole e composto, nell’amore del Due, quello di Giojelli; pieno di mevaviglia nascente, quella stessa meraviglia che accomuna gli occhi aperti per la prima volta sul mondo di un bambino e gli occhi aperti ogni-volta-la-prima-volta sul mondo del vero poeta! Antica somiglianza, ma sempre forte… e Iannone sa dove guardare.

Carlo Di Legge

La Meraviglia di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

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di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

La meraviglia è la fiamma in cima alla quale splendono gli sguardi dei vivi. Non degli esseri viventi, ma dei vivi, ossia di coloro che vibrano di fronte al reale. E cosa siamo se non dei cammellieri che vagano fra le arsure del deserto in cerca di un sorso d’acqua capace di calmarci la sete? Ed ecco che a soccorrerci giungono le arti, la bellezza, la parola. Per questo motivo ho proposto agli alunni della 1^ media dell’Istituto Maria Ausiliatrice (Vomero, Napoli) di addestrare la parola al proprio sentire interiore applicando gli strumenti del silenzio e dell’osservazione.

Scavare la realtà per ritrovare porzioni nuove di se stessi. Raschiare l’incrosto dai muri del sé per restituire candore alla superficie. E non è un caso se la spericolata esperienza laboratoriale a cui si sono sottoposti i ragazzi ha partorito frammenti poetici di convincente bellezza. Al di là del valore letterario dei testi, che pure è talvolta rintracciabile, ciò che stupisce di queste giovani menti è la serietà a cui la parola li ha costretti: ci parlano, infatti, di vita, amore, amicizia, abbandono, morte con una maturità inaspettata. Ecco che la scuola diventa occasione di conoscenza delle proprie profondità, indagine dei propri abissi, e questo grazie alla sensibilità  di Suor Gina San Filippo, direttrice dell’Istituto, e Suor Anna Rita Cristiano, coordinatrice delle attività educative e didattiche, che sempre incoraggiano, insieme alle più canoniche pratiche didattiche, forme di espressione alternative che capovolgono la prospettiva: sono, infatti, i ragazzi a essere gli artefici assoluti di ciò che producono. […]

Dalla introduzione di Francesco Iannone

Autori dei testi e del disegno di copertina:

Veronica Bart

Mirea Bellomunno

Angelo Capuozzo

Giosuè Bozzelli

Aurora Corvino

Lorena Dama

Camilla Del Gaudio

Domenico De Michele

Sabrina Esposito

Ester de Falco Giannone

Francesco Falconetti

Alessia Fernando

Laura Fioretto

Ginevra Jannon

Edda Liberti

Mirko Lucioli

Davide Manzoeto

Jasal Milrad

Davide Orecchio

Matteo Soldano

Gaetano Solli

Chiara Vitale

Curatore

Francesco Iannone

 

Grafica immagine di copertina

Francesco Sivo

 

Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi e interventi sono stati pubblicati in diverse riviste, in Italia e all’estero: Italian Poetry Review (Università della Colombia), Gradiva (Università di New York), Semicerchio (Università di Firenze) e altre. È stato tradotto in spagnolo e in georgiano. Nel 2018 ha partecipato in Georgia al Festival Internazionale di poesia di Tbilisi. Collabora saltuariamente con la rivista Atelier. Ha pubblicato le raccolte di poesia Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011), Pietra lavica (Aragno, 2016) e il romanzo Arruina (Il Saggiatore, 2019).


Traduzione di “La Meraviglia” in lingua romena

Così consapevole e composto, nell’amore del Due, quello di Giojelli; pieno di mevaviglia nascente, quella stessa meraviglia che accomuna gli occhi aperti per la prima volta sul mondo di un bambino e gli occhi aperti ogni-volta-la-prima-volta sul mondo del vero poeta! Antica somiglianza, ma sempre forte… e Iannone sa dove guardare.

Carlo Di Legge

Ecolalia di Marialoreta Mucci

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di Marialoreta Mucci

Se s’interroga adeguatamente l’etichetta sotto la quale s’inscrivono le liriche qui raccolte – Ecolalia – vi si può rinvenire un’utile condensazione del nucleo generativo della poesia di Marialoreta Mucci. Ecolalia è, Treccani alla mano, ripetizione a tipo automatico di parole o d’una frase udite al momento. Ecolalia fa rima con paronomasìa – se letta alla greca – che è figura retorica dominante lungo il presente libro, e pour cause, perché nel fiorire di una parola dall’altra si manifesta il tratto caratteristico dell’incedere discorsivo di questi testi; le ripetizioni, gli echi fonici, le allitterazioni creano fra le parole i più diversi tipi di rapporti, dall’accostamento violento di immagini, alle allusioni poetiche più spietatamente parodiche …

dalla Prefazione di Alessandro Carlomusto

 

Ecosostenibili

per l’economia

tutti malati di ecolalia

fotografando l’essere

con l’ecografia.

 

 

Marialoreta Mucci nasce nel 1990 in Abruzzo. Sin da piccola si dedica alla lettura, fatale l’incontro letterario con Emanuel Carnevali che accende il desiderio di evaporare le parole. Studia Lettere Moderne a Roma e si laurea con una tesi su Carmelo Bene scrittore dal titolo: Carmelo Bene: scrivere la voce. Si occupa di comunicazione in una società di consulenza ambientale dove, affascinata dalla potenza dell’audiovisivo, inizia a lavorare con la realtà virtuale per scopi educativi.


Recensione di “Ecolalia” per il blog Transiti Poetici

Traduzione di “Ecolalia” in lingua romena

Educhiamo all’espressività!

di Carlo Di Legge 

(rivolgendosi a Rita Pacilio, autrice del testo recensito, “La Favola dell’Abete“)

… Trovo che sia occupazione degna occuparsi dell’infanzia, o della fanciullezza . Ho letto e riletto la tua favola di Natale. Parte da una situazione un po’ triste e giunge alla pienezza della gioia, dunque è un messaggio ottimista quello che vuoi mandare: bene così, siamo anche troppo oppressi dalla tristezza dei giovani e giovanissimi poeti contemporanei! E così, almeno ai bambini, vogliamo far passare un bel messaggio!

Le cose finiscono bene. Illustri precedenti come quello di Dickens o come le favole e le fiabe buone lasciano il varco alla speranza.

Dunque sono contento che tu abbia tentato un’operazione del genere, che d’altro canto non è la tua prima: ci voleva, non saranno mai abbastanza!

Ho apprezzato che tu non abbia ingolfato le pagine di scrittura. Si tratterà di una lettura di un adulto a un bambino, che non lo annoierà se eseguita a dovere, cioè espressivamente; oppure della lettura di un bambino principiante della lettura, che non verrà scoraggiato alla vista delle minacciose nubi di parola. Ho apprezzato gli spazi non meno delle righe di scrittura.

Le illustrazioni paiono assai essenziali, scevre da seduttività o sentimentalismi fuori luogo, bianco e nero, a colori solo la copertina. Ma, certo, il bambino stesso può colorarle! Comunque le figure, proprio perché sono poco appariscenti e scarne ma impegnano larghi spazi, a mio parere lasciano lavorare l’immaginazione, e anche, perché no, la mano e l’occhio, e anche questo va come deve, o si spera.

Inoltre, ed è molto importante, si tratta di un lavoro propedeutico alla poesia, con quelle rime che compaiono d’improvviso, ammiccanti:  feste-resta, stelline-lucine-palline, allegria-fantasia, festa-lesta (o anche, perché no, Natale-cantare…), Natale-fatale, sorriso-Paradiso e così via; musicalità e ritmi interni che preparano l’orecchio – faccio io le scansioni di linea: (“Care stelline/dai raggi luminosi/fate che io possa,/anche quest’anno, /donare ai bambini/del mio paese/tanta allegria, /sorrisi e fantasia”; oppure: nella stessa pagina, “Iniziò una gran festa/in maniera lesta lesta!”, ecc.): questo è un protrettico alla poesia, direbbe il filosofo, e non solo una lettura leggera e godibile.

Educhiamo l’espressività!

Mi piace, cara Rita, tante belle scritture, anche così!

Un abbraccio.

 

 

Tempo Tecnico di Daniela Matronola

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di Daniela Matronola

La sua poesia scende nella realtà per invocarla, per piegarla a restituire il suo senso. E il senso è nella relazione, nel mistero dell’altruità. Nel bisogno che siamo, ancor più che nel bisogno che abbiamo. “Esiste, deve esistere un posto  dove si venga inclusi e non rifiutati. Deve esistere, esisterà un modo per essere  ammessi al cerchio umano, non separati da tutti”, dice Daniela in apertura, quasi forzando quel posto ad esistere nei suoi versi.

E, infatti, è la parola che si appropria delle cose e le assilla con una carezza. E’ la scrittura che funge da ostinato argine alla vacuità del reale, e resiste con disperata fermezza all’attacco del mondo. “Ricevo proposte d’evasione, divento bersaglio di chimere e consolazioni. Come mia madre, non ammetto distrazioni  anche quando ad esse cedo col corpo”.

dalla Prefazione di Simona Lo Iacono

***

 

Esiste, deve esistere un posto

dove si venga inclusi e non rifiutati.

 

Deve esistere, esisterà un modo per essere

ammessi al cerchio umano, non separati da tutti.

 

Dovrà pur trovarsi un luogo dove

si venga trovati e non dimenticati.

 

Dovrà pur esserci una mano che ci afferri

e non un braccio che ci ricacci indietro.

 

Deve esserci, esiste uno sguardo che ci sorrida,

un abbraccio che ci raccolga.

 

Oppure sciagura vi colga

***

Ricevo proposte d’evasione,

divento bersaglio di chimere e consolazioni.

Come mia madre, non ammetto distrazioni

anche quando ad esse cedo col corpo.

Cuore e mente restano radicati

nella casa, nella memoria

***

Un ferro da stiro in altra funzione,

come rudimentale divaricatore,

 

segno e strumento da ferrista

per la praticona abusiva

 

col chirurgo come secondo

nel rovesciamento dei ruoli operatorî:

 

immagine forte, eredità evocativa,

simbolo e indizio

 

lascito feroce, brutale testamento

di Giuliana Ferri

 

Daniela Matronola (Cassino, 1961) lavora alla propria letteratura da molti anni, su quasi tutti i fronti: racconto, romanzo, traduzione, critica su rivista, poesia. Ha anche tenuto corsi sulla poesia italiana a studenti americani alla LUISS e di scrittura in versi per la Scuola di Scrittura Creativa OME­RO, prima in Italia (a parte le lezioni milane­si di Giuseppe Pontiggia). Ha vinto alcuni premi, per il racconto, per la poesia e per il romanzo. La sua recente pubblicazione in poesia è Melamangiai, RPlibri 2018.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 132
Codice ISBN 9788885781160


Traduzione in lingua romena di “Tempo Tecnico”


 

Nessuno confidava nei fonografi …

di Luigi D’Alessio

È sempre così.

 

Nessuno confidava nei fonografi. 

Tutti attesero i dischi di Caruso. 

Caruso attraverso il medium

della voce registrata

si impresse nell’anima di re e contadini. 

E comprarono i fonografi. 

 

#photografiaintima

 

Stokowski il riluttante

dopo aver ascoltato i dischi di Caruso

si decise a registrare le Pause del silenzio 

per grande orchestra sinfonica. 

 

Fu esattamente così. 

 

Stokowski salì sul palco. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra:

inizia a dirigere. 

I fori di risonanza 

rivolti verso il pubblico

gli daranno ragione. 

Entra in sala di incisione. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra. 

 

Da allora è sempre così. 

 

#reconditaarmonia

#comptonmackenzie

#enricocaruso

#evaneisemberg

#fitzcarraldo

#gianfrancescomalipiero

#io casa #vaso flower3 #shirokuramata

#trepausedelsilenzio

Collezione di Dischi Volanti di Daniel Skatar

Acquista Collezione di Dischi Volanti

di Daniel Skatar

… L’autore, inoltre, muove i propri versi “geograficamente” anche per collocazione sistematica: versi in tondo e in corsivo si dipanano sulla pagina, alternandosi tra margine destro e sinistro, creando una voce nella voce interiore, una specie di doppio che, a seconda dell’occasione, amplifica o esonda, anticipa o ritorna su e per l’azione. Ed è in questo caso l’azione di dire, tramite la poesia, la superficie delle cose, per scandagliare la realtà con apparente freddezza utilizzando un’accurata mossa di autodifesa, perché l’autore pare rendersi conto di essere solo nel mondo, con il suo scrivere che lo rende alieno dai sentimenti più rozzi dell’umanità, ma vicino alla bellezza rarefatta del mondo.

Dalla prefazione di Antonio Bux

 

Lo sconforto dei riconosciuti

 

per una notte

polare

 

rimangono

 

sotto l’orizzonte,

aggrappati allo spirito;

 

i punti di vista

impetuosi sotto di loro,

 

impotenti

 

quanto i soccorritori

sul ciglio della gola

 

Daniel Skatar, nato nell’ex Iugoslavia, rientra nella Generazione X. Ha pubblicato Pallapoesia (Europa Edizioni, 2013), Paroliere (puntoacapo Editrice, 2016), Zircone (Campanotto Editore, 2018). Vive a Bratislava.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 48
Codice ISBN 9788885781153


Traduzione in lingua romena di Collezione di Dischi Volanti” 


Il blog Transiti Poetici recensisce “Collezione di Dischi Volanti”


Mariano Ciarletta recensisce “Collezione di Dischi Volanti” per il blog Poesie e Versi


Il blog di poesia Imperfetta Ellisse recensisce “Collezione di Dischi Volanti”

A proposito di lettere d’amore

di Rita Pacilio

Caro amore, ti scrivo …

Ognuno di noi ha memoria di una lettera d’amore scritta, ricevuta o letta. E ogni lettera è un grande dono per chi la riceve. Spesso vengono ricordati momenti desiderati o vissuti insieme esternando sentimenti unici e irripetibili. La necessità è quella di aprirsi all’altro, di raccontarsi interrogando mente e anima.

Si scrive, quindi, perché non se ne può fare a meno guardando all’amore come a una strategia di comunicazione capace di creare o riprendere una relazione interrotta, goduta, o mai nata. Il senso di esclusione e di abbandono – motivi che, in molte persone, scatenano la parola scritta – è uno stato d’animo che mostra paura e desolazione in colui che non ha facilità a denudare emozioni e idee.

Il foglio evita l’imbarazzo e ripensamenti, ansie e insicurezze, soprattutto quando manca fiducia nelle proprie potenzialità e si teme un confronto negativo. Una lettera d’amore insegna. È educativa. Serve. Scarica tensioni. Il rossore, il pallore del volto, le mani fredde o sudate e il tremolio della voce si trasformano in introspezione e riflessione.

Le lettere d’amore, oggi più che mai, sono azioni controcorrente e sfidano i luoghi comuni quando non cadono nella scomoda retorica o in un elenco di pesanti lamenti moralistici. Mi è capitato di leggere lettere definite poesie, ma non sempre si è trattato di Kafka a Milena in cui poesia e letteratura si manifestano nel senso e nel linguaggio. È proprio l’utilizzo del linguaggio, cioè come si scrive, la vera cartina di tornasole che rivela la poesia della lettera d’amore.

Più facile, invece, è scrivere pagine di diario personale che, molti poeti, chiamano poesia. Il linguaggio, per essere poetico, dovrebbe mostrare visione della realtà osservata dalla ferita o dall’amore dell’umanità ricercando curiosità alle domande e rifiutando interpretazioni e pareri esclusivamente soggettivi.

Chi scrive una lettera d’amore sa di esercitare un potere universale esprimendo e sfidando la vita che più ci somiglia.

Può una poesia essere senza parola?

di Luigi D’Alessio 

Si può rappresentare una figura 

come asse portante intorno cui gira il mondo, 

e la visione del reale in quattro versi?

 

In che modo una figura 

è fulcro identitaria di realtà?

 

Così:

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

Eppure questi quattro versi

appartengono a un libro in cui 

tutto è ineffabile:

 

“L’ho seguito. 

L’ho visto. 

Non era lui.

Ero io.”

 

In un altro libro si legge,

 

 

“Le parole. Già 

Dissolvono l’oggetto. 

Come la nebbia gli alberi,

il fiume: il traghetto.”

 

La parola non aggancia l’oggetto. 

Non possiede il nome della “cosa”. 

Da notare la posizione di “già”. 

 

“Il nome non è la persona.”

 

Ci sarebbero esempi di inneggiamenti contrastivi, 

in cui non voglio inoltrarmi a scapito dei quattro versi,

per tentare un estremismo. 

 

Ma cito solo

“Cercatemi dove non mi trovo.”

Se ci fermiamo ad analizzare il verso, 

è meraviglioso con quel cercatemi 

che suona imperativo invito 

e nello stesso istante nega la convocazione, 

la chiamata, l’appello. 

 

Ecco l’estremismo:

Può una poesia essere senza parola?

Una poesia che si componga da sé e di per sé? 

 

Giorgio Caproni ha composto 

una magia solo con “l’oggetto”. 

O meglio, l’oggetto nel suo essere di per sé, 

e l’oggetto in quanto “è” perché rapportato a noi. 

Ma se la realtà non ci corrisponde più, 

allora è il reale nella propria assoluta autonomia 

a negare la sua stessa realtà. 

Stupefacente!

 

Nei quattro versi c’è: 

 

“L’oggetto”. 

L’unico verbo essenziale all’essere. 

La preposizione che indica un pronome. 

E il nulla. Nulla. Una negazione, e qui la magia, 

che nel momento in cui rappresenta l’assenza 

si fa sostenitrice del tutto presente.

 

Rileggiamola. 

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

#photografiaintima