Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.

Manca sempre un treno …

di Luigi D’Alessio

Manca sempre un treno

nella scìa scappata al ritorno

di un uscio che aprii al rimmel

come ora un gatto nero

attraversa la strada

e non fermo l’attesa di due fari

che di te taglierebbero il ricordo.

 

#photografiaintima

Cara Daniela …

di Nando Vitali

(rivolgendosi a Daniela Matronola, autrice del testo recensito, “Melamangiai“)

 

Cara Daniela,

volevo ancora ringraziarti per il libro che sto leggendo

come si leggono i libri di poesia. Secondo una sorta di via casuale dello sguardo.

 

Molto bella la gatta di pece spalanca occhi d’oro… e i versi in cui si allude

all’ingombro del corpo e al tema dell’inesistenza, che poi è il limite oltre

il quale si ritrovano parti di sé sconosciute.

Ti auguro una felice estate e che il tuo libro abbia l’attenzione che merita.

Ti abbraccio.

Nessuno confidava nei fonografi …

di Luigi D’Alessio

È sempre così.

 

Nessuno confidava nei fonografi. 

Tutti attesero i dischi di Caruso. 

Caruso attraverso il medium

della voce registrata

si impresse nell’anima di re e contadini. 

E comprarono i fonografi. 

 

#photografiaintima

 

Stokowski il riluttante

dopo aver ascoltato i dischi di Caruso

si decise a registrare le Pause del silenzio 

per grande orchestra sinfonica. 

 

Fu esattamente così. 

 

Stokowski salì sul palco. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra:

inizia a dirigere. 

I fori di risonanza 

rivolti verso il pubblico

gli daranno ragione. 

Entra in sala di incisione. 

Chiede ai secondi violini

di spostarsi a sinistra. 

 

Da allora è sempre così. 

 

#reconditaarmonia

#comptonmackenzie

#enricocaruso

#evaneisemberg

#fitzcarraldo

#gianfrancescomalipiero

#io casa #vaso flower3 #shirokuramata

#trepausedelsilenzio

A proposito di lettere d’amore

di Rita Pacilio

Caro amore, ti scrivo …

Ognuno di noi ha memoria di una lettera d’amore scritta, ricevuta o letta. E ogni lettera è un grande dono per chi la riceve. Spesso vengono ricordati momenti desiderati o vissuti insieme esternando sentimenti unici e irripetibili. La necessità è quella di aprirsi all’altro, di raccontarsi interrogando mente e anima.

Si scrive, quindi, perché non se ne può fare a meno guardando all’amore come a una strategia di comunicazione capace di creare o riprendere una relazione interrotta, goduta, o mai nata. Il senso di esclusione e di abbandono – motivi che, in molte persone, scatenano la parola scritta – è uno stato d’animo che mostra paura e desolazione in colui che non ha facilità a denudare emozioni e idee.

Il foglio evita l’imbarazzo e ripensamenti, ansie e insicurezze, soprattutto quando manca fiducia nelle proprie potenzialità e si teme un confronto negativo. Una lettera d’amore insegna. È educativa. Serve. Scarica tensioni. Il rossore, il pallore del volto, le mani fredde o sudate e il tremolio della voce si trasformano in introspezione e riflessione.

Le lettere d’amore, oggi più che mai, sono azioni controcorrente e sfidano i luoghi comuni quando non cadono nella scomoda retorica o in un elenco di pesanti lamenti moralistici. Mi è capitato di leggere lettere definite poesie, ma non sempre si è trattato di Kafka a Milena in cui poesia e letteratura si manifestano nel senso e nel linguaggio. È proprio l’utilizzo del linguaggio, cioè come si scrive, la vera cartina di tornasole che rivela la poesia della lettera d’amore.

Più facile, invece, è scrivere pagine di diario personale che, molti poeti, chiamano poesia. Il linguaggio, per essere poetico, dovrebbe mostrare visione della realtà osservata dalla ferita o dall’amore dell’umanità ricercando curiosità alle domande e rifiutando interpretazioni e pareri esclusivamente soggettivi.

Chi scrive una lettera d’amore sa di esercitare un potere universale esprimendo e sfidando la vita che più ci somiglia.

Può una poesia essere senza parola?

di Luigi D’Alessio 

Si può rappresentare una figura 

come asse portante intorno cui gira il mondo, 

e la visione del reale in quattro versi?

 

In che modo una figura 

è fulcro identitaria di realtà?

 

Così:

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

Eppure questi quattro versi

appartengono a un libro in cui 

tutto è ineffabile:

 

“L’ho seguito. 

L’ho visto. 

Non era lui.

Ero io.”

 

In un altro libro si legge,

 

 

“Le parole. Già 

Dissolvono l’oggetto. 

Come la nebbia gli alberi,

il fiume: il traghetto.”

 

La parola non aggancia l’oggetto. 

Non possiede il nome della “cosa”. 

Da notare la posizione di “già”. 

 

“Il nome non è la persona.”

 

Ci sarebbero esempi di inneggiamenti contrastivi, 

in cui non voglio inoltrarmi a scapito dei quattro versi,

per tentare un estremismo. 

 

Ma cito solo

“Cercatemi dove non mi trovo.”

Se ci fermiamo ad analizzare il verso, 

è meraviglioso con quel cercatemi 

che suona imperativo invito 

e nello stesso istante nega la convocazione, 

la chiamata, l’appello. 

 

Ecco l’estremismo:

Può una poesia essere senza parola?

Una poesia che si componga da sé e di per sé? 

 

Giorgio Caproni ha composto 

una magia solo con “l’oggetto”. 

O meglio, l’oggetto nel suo essere di per sé, 

e l’oggetto in quanto “è” perché rapportato a noi. 

Ma se la realtà non ci corrisponde più, 

allora è il reale nella propria assoluta autonomia 

a negare la sua stessa realtà. 

Stupefacente!

 

Nei quattro versi c’è: 

 

“L’oggetto”. 

L’unico verbo essenziale all’essere. 

La preposizione che indica un pronome. 

E il nulla. Nulla. Una negazione, e qui la magia, 

che nel momento in cui rappresenta l’assenza 

si fa sostenitrice del tutto presente.

 

Rileggiamola. 

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

#photografiaintima

Una Preposizione stabilisce il Pensiero …

di Luigi D’Alessio

 

Una preposizione stabilisce il pensiero,

e la psicologia.

Il 22 aprile del 1941 un grande poeta,

firmandosi Grillo,

chiude una lettera alla moglie con “Salutami a Sandro.”

In napoletano si dice Viene a cca.

Vieni a qui.

Non esiste il Vieni qui.

La sorpresa è in alcuni testi del ‘700.

Vi si legge, Viene ‘a cca.

Vieni da qui.

Viene a cca e Viene ‘a cca hanno identica pronuncia,

eppure nella lingua scritta rappresentano due opposizioni.

Ma l’ultima espressione denota del napoletano

la più intrinseca mentalità “disquisitrice”.

 

 

Piccolo fuori testo:

cca, etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; nell’idioma napoletano, così come il corrispettivo “qua” italiano, va scritto senza alcun segno diacritico.

Non va accentato perché da monosillabo non ingenera confusione con altri, come ad esempio col pronome o la congiunzione ca/che.

È altrettanto errore scrivere l’avverbio con l’apocope (cca’):

non c’è nessuna sillaba finale caduta, e bisognosa di segno.

Gli leggeva I promessi sposi …

di Luigi D’Alessio

Gli leggeva I promessi sposi.

A un certo punto nel testo

c’è un richiamo a Enzo Tramaglino.

L’hidalgo comincia a piangere.

 

#fotografiaintima

 

Interrompe la lettura.

Appoggia le mani sulle sue.

Gli chiede perché I promessi sposi

lo sconvolgano sempre tanto.

Lui scuote la testa.

“Ma queste sono cose

che non si possono spiegare.”

 

#hashtag

 

Il giorno dopo, 21 maggio ore 20.

Interno 13, secondo piano, via Blumenstihl 19.

Lo hanno vestito da prima comunione.

Le scarpe nere lucide sono sproporzionate.

Lei si avvicina al nonamato.

La sua pietra dell’unzione è un rettangolo

di compensato su una reta.

 

Il grande corpo.

 

Lei si china.

Mémoire.

Quella volta il nodo della cravatta

le riuscì bene.

 

#adalgisadovesei

 

Chiudo il libro.

Invio la nota a Rita.

 

È La Morte Di Gadda.

 

#fotografiaintima

#io

A proposito di … facebook e i ricordi!

Quasi ogni giorno facebook ci ricorda un ricordo: un post che abbiamo scritto anni prima e che scompare dalla home (e dalla mente) in maniera velocissima, soprattutto se abbiamo concesso ‘amicizia’ a tanti contatti e seguiamo molte pagine. Spesso si tratta di post con fotografie, con didascalie poetiche, locandine, articoli di giornali, eventi, condivisioni di link letterari e tanta pubblicizzazione del proprio lavoro (almeno per me è così!) A volte i ricordi ci fanno sorridere rimandando alla memoria la gioia vissuta in quei momenti passati, altre volte, invece, sono tristi perché legati ad avvenimenti disastrosi o a perdite di persone care. La cosa che mi colpisce sono i commenti riportati in quel post: ridicoli o adulanti, oppure sinceri e duri come la realtà. Oggi facebook mi ha ricordato un mio post di cinque anni fa (Dio mio, come passa il tempo, credevo di averlo scritto un mese fa – sorrido!). Si tratta dell’abbraccio passionale tra  Ingrid Bergman e Cary Grant nel bellissimo film Notorius – L’amante perduta di Alfred Hitchcock del 1946. Una fotografia che racchiude il sentimento, il dramma e la dedizione di tutta la trama. La didascalia è una mia quartina inedita che riporto testualmente:

 

 

Ho voglia di quell’ultimo bacio
dato nel secco silenzio. Suonato
nel mio corpo e poi nel tuo
quando stava morendo l’altra estate.

 

Bene, ho ripensato ai baci: quanti sono i baci che ho dato e quelli che ho pensato? Sicuramente, per  onestà, vi confido che i secondi sono in sfrontata maggioranza! E allora questo ricordo mi fa fare i conti con i miei ultimi cinque anni in cui, riguardandomi, realizzo di aver baciato troppo poco! Concludo ringraziando facebook e auspicando di baciare tanto e di pensare meno … adesso vi saluto tutti caramente e vado … a baciare! A prestissimo.

Rita Pacilio