Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
Blogger – Web Content Editor Redattore House Organ
Inviato Convegni e Manifestazioni
European News Agency
Reporters.de
AgoraVox.fr
Eurasiaticanews
Vice Capo Redattore e Responsabile Settore Cultura IL PREVIDENTE CISL FP

La Meraviglia di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

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di AA.VV., a cura di Francesco Iannone

La meraviglia è la fiamma in cima alla quale splendono gli sguardi dei vivi. Non degli esseri viventi, ma dei vivi, ossia di coloro che vibrano di fronte al reale. E cosa siamo se non dei cammellieri che vagano fra le arsure del deserto in cerca di un sorso d’acqua capace di calmarci la sete? Ed ecco che a soccorrerci giungono le arti, la bellezza, la parola. Per questo motivo ho proposto agli alunni della 1^ media dell’Istituto Maria Ausiliatrice (Vomero, Napoli) di addestrare la parola al proprio sentire interiore applicando gli strumenti del silenzio e dell’osservazione.

Scavare la realtà per ritrovare porzioni nuove di se stessi. Raschiare l’incrosto dai muri del sé per restituire candore alla superficie. E non è un caso se la spericolata esperienza laboratoriale a cui si sono sottoposti i ragazzi ha partorito frammenti poetici di convincente bellezza. Al di là del valore letterario dei testi, che pure è talvolta rintracciabile, ciò che stupisce di queste giovani menti è la serietà a cui la parola li ha costretti: ci parlano, infatti, di vita, amore, amicizia, abbandono, morte con una maturità inaspettata. Ecco che la scuola diventa occasione di conoscenza delle proprie profondità, indagine dei propri abissi, e questo grazie alla sensibilità  di Suor Gina San Filippo, direttrice dell’Istituto, e Suor Anna Rita Cristiano, coordinatrice delle attività educative e didattiche, che sempre incoraggiano, insieme alle più canoniche pratiche didattiche, forme di espressione alternative che capovolgono la prospettiva: sono, infatti, i ragazzi a essere gli artefici assoluti di ciò che producono. […]

Dalla introduzione di Francesco Iannone

Autori dei testi e del disegno di copertina:

Veronica Bart

Mirea Bellomunno

Angelo Capuozzo

Giosuè Bozzelli

Aurora Corvino

Lorena Dama

Camilla Del Gaudio

Domenico De Michele

Sabrina Esposito

Ester de Falco Giannone

Francesco Falconetti

Alessia Fernando

Laura Fioretto

Ginevra Jannon

Edda Liberti

Mirko Lucioli

Davide Manzoeto

Jasal Milrad

Davide Orecchio

Matteo Soldano

Gaetano Solli

Chiara Vitale

Curatore

Francesco Iannone

 

Grafica immagine di copertina

Francesco Sivo

 

Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi e interventi sono stati pubblicati in diverse riviste, in Italia e all’estero: Italian Poetry Review (Università della Colombia), Gradiva (Università di New York), Semicerchio (Università di Firenze) e altre. È stato tradotto in spagnolo e in georgiano. Nel 2018 ha partecipato in Georgia al Festival Internazionale di poesia di Tbilisi. Collabora saltuariamente con la rivista Atelier. Ha pubblicato le raccolte di poesia Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011), Pietra lavica (Aragno, 2016) e il romanzo Arruina (Il Saggiatore, 2019).


Prezzo di copertina: euro 10,00

Pagine: 40

Codice Isbn:  9788885781191


Traduzione di “La Meraviglia” in lingua romena

Così consapevole e composto, nell’amore del Due, quello di Giojelli; pieno di mevaviglia nascente, quella stessa meraviglia che accomuna gli occhi aperti per la prima volta sul mondo di un bambino e gli occhi aperti ogni-volta-la-prima-volta sul mondo del vero poeta! Antica somiglianza, ma sempre forte… e Iannone sa dove guardare.

Carlo Di Legge

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso …

di Luigi D’Alessio

Moravia assiste a come Picasso 

disegna in un tratto il toro. 

Lo cancella. 

Secondo rapido toro. 

Picasso, cancella. 

Quarto toro. Cancellato. 

Moravia non ha tempo

per memorizzare il toro. 

Avverte che è il più tauromatico

delle tauromachie. 

Quinto toro. Nove. 

Il decimo, l’undicesimo toro. 

E ecco il toro di Picasso. 

 

#io

 

Moravia è rimasto senza poter obliterare 

il ricordo del quarto toro. 

La bellezza ha cannibalizzato l’immagine. 

Dunque non può assolutamente descrivere quel toro. 

Bellissimo, rispetto al definitivo. 

Il toro-toro per Alberto Moravia è il quarto, 

solo perché Picasso gli ha offerto l’opinabilità

del suo mondo interiore. 

Cioè ha permesso che entrasse nell’intimità del retrobottega. 

 

#fotografiaintima

 

Il re chiede a Chuang-Tai 

di disegnare un granchio con la rapidità 

che lo ha reso famoso. 

Chuang-Tai chiede cinque anni. 

Passano. 

Chuang-Tai chiede altri cinque anni. 

Passano con esattezza dieci anni. 

Chuang-Tai si presenta al re. 

Apre la scatola dei pennelli. 

Il servitore gli porge il calamaio. 

Chuang-Tai solleva il coperchio d’argento,

sporge il collo nell’inchiostro, 

intinge l’appuntito pennello 

estratto dall’astuccio di seta,

e in meno di un istante disegna il più bel granchio 

mai visto da re. 

 

#oggi

 

Chuang-Tai, il re, il granchio, e cinque anni più cinque. 

Questa Poetry Lectures sulla Rapidità, Italo Calvino 

la tiene un 21 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Harvard. 

 

#NortonLectures

 

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso, 

non so se verità o mia presunta narrazione. 

Fatto sta che l’attinenza del toro col granchio

è implicita. Incontrovertibile 

che il toro sia nel granchio. 

 

#fotografiaintima

(È l’identica stanza, la stessa porta che dà sullo stesso bagno,

di numerose fotografie fa. Eppure non è la stessa stanza, né la stessa porta, 

che dà su una differente immaginazione del bagno.)

 

Rancura – Rancurare: una parola e un verbo singolari, compositi, alchemici

Ci sono parole antiche magnifiche di significanza: parole non consuete che immettono, dal momento che le pronunciamo anche solo mentalmente, nello spazio della reminiscenza immaginativa.

La parola che ha questa natura seduttiva è rancura:  lo scrittore e critico letterario Romano Luperini l’ha impiegata per il titolo del suo romanzo La rancura. E ha fatto benissimo: il termine, che anche il poeta Eugenio Montale ha usato nei versi splendenti di Giunge a volte, repente …, Ossi di seppia, e ancora prima Guido Guinizzelli e Dante Alighieri, conserva alchemicamente sentimenti contrastanti, un istinto fortissimo di contrapposizione e affermazione, un sottile astio di cui si prova senso di colpa, angoscia. Una parola di genere femminile che sostituisce il maschile ‘rancore’ che ha suono sordo, ottuso, persecutorio; una parola che evoca un movimento psichico di macerazione e volizione, una vaga sensazione di protezione proiettata al futuro.

Nella lingua veneta esiste la forma verbale rancurare: conservo dalla mia infanzia il suono del verbo che sentivo pronunciare dai miei nonni veneti con voce di protezione e al tempo stesso di preoccupazione, di difesa, perché quella parola ha il senso composito e complesso di ‘raccogliere con sollecitudine e conservare con cuore, cuor di leone, strenuamente’ ciò che è proprio, ciò che rappresenta un bene, serve, ci radica nell’affetto e nella responsabilità.

Ora, rancura declina flessioni del verbo e predilige quelle che riportano a una forma di belligeranza e credo che connotarsi solo in alcune delle parti originali sia la sorte delle parole che discendono da verbi con forte caratteristica psichica: manifestano, nella luccicanza del particolare, lo splendore dell’intero.

Ebbene, contro l’uso di termini omologati, comuni e pedissequi, cerchiamo e usiamo nel nostro dire e scrivere quelli che sono un globo di rimandi, una tessitura finissima di sentimento e ragione: non si tratta di parlare e scrivere forbito, accademico e arcaico, ma di attribuire valore ai contenuti di un discorso, di un testo, e che inizia dal valore di una singola parola.

Adriana Gloria Marigo

Luino, 15 ottobre 2018

 

Gloria_ufficiale

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali, dirige la collana di poesia AlabasterperCaosfera Edizioni di Vicenza.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012;Impermanenza, plaquette per le edizioni Pulcinoelefante, 2015; Senza il mio nome,Campanotto Editore, 2015; Santa Caterina d’Arazzo, plaquette per GaEle Edizioni, 2017; 15 Poesie da Senza il mio nome e una poesia inedita, plaquette per Caosfera Edizioni, 2017; Minimalia, Campanotto Editore, 2017.