Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Vincenzo Postiglione

Amor animi arbitrio sumitur, non ponitur      

Publio Sirio

La fatica del ricordo” ultimo prodotto letterario del maestro Filippo D’ Eliso è il racconto di un amore perduto e di una vita volutamente votata alla solitudine. Il protagonista, indicato semplicemente con una sola lettera, E., vive una vita spartana in una stanza altrettanto spartanamente arredata, in un luogo presumibilmente di bassa montagna, probabilmente in un piccolo centro o paese. La sua è una  vita fatta di rinunce e di auto isolamento che trascorre inesorabile verso la fine, fino a quando un incontro fortuito con un bambino, anch’esso denominato con una sola lettera, F., risveglia in lui una scintilla di gioia, nonché ricordi di un passato felice. L’occasione creatasi con l’aiuto prestato a F. nel risistemare una catenina (dono della mamma) che si era rotta, squarcia l’oscurità autoimposta ed alza il velo sulle nebbie del passato, riportando alla luce il ricordo di un amore giovanile, di quelli fugaci che solitamente compaiono in luoghi di vacanza e dalla durata troppo breve, durata che però non impedisce che essi si fissino in qualche oscuro meandro della nostra memoria. La vicenda si conclude felicemente per F. , che, invitato dal protagonista a casa per risolvere il problema della catenina, può tornare felice dalla mamma. Dopo questo breve incontro la vita di E. torna a scorrere sui binari che egli stesso ha tracciato, presumibilmente verso la fine, ma, anche in questo caso, l’autore ha lasciato spazio alla fantasia del lettore, volutamente,  con  un finale indefinito ed aperto.

Tutta l’opera è permeata da questo velo che lascia intuire ma non dice, lo si può notare già nella descrizione del luogo, o meglio, dei luoghi, la stanza è spoglia ed anonima, l’autore gioca con maestria con la luce e le ombre, un breve accenno temporale, ma anch’esso indefinito…” Un atteggiamento, in pratica, molto comune a quei tempi”…quali tempi non è dato di sapere. Non possiamo fare a meno di sottolineare però la perizia con cui egli gioca, le immagini di questo luogo fatto di sfumature di luce hanno sicuramente del poetico; le descrizioni sono meticolose ed il linguaggio ricco di particolari…”Il nasino ben dritto e la bocca che rifletteva un colore simile a quello di un cielo baciato da un bellissimo tramonto”…

Non mancano garbati ed eleganti accenni di sensualità…” Mangiò l‘uva cercando di imitare ciò che aveva visto fare da lei. Per ritrovare la sensualità e il piacere delle sue labbra carnose. Pensava. Sognava. Immaginava. Cadde la notte.”…

Particolare attenzione posta sul linguaggio ed uso consapevole di figure retoriche che non sfuggono ad occhi attenti: Adynaton, Climax, Asindeto, Iperbole… e si potrebbe continuare.

L’ attenzione ai particolari, le descrizioni minuziose, momenti di pura poesia…”Sembrava respirasse il momento…Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.… rappresentano il momento più alto della narrazione.

A livello personale, ma si tratta di sfumature dovute ai gusti, avrei preferito un linguaggio più fanciullesco di F., avrei insistito meno sulle abbondanti descrizioni dei particolari, avrei riportato indietro nel tempo la sua espressività.

Nelle opere del Nostro ci sono elementi che si ripetono e su cui varrebbe probabilmente la pena di fare un discorso a parte; mi riferisco, in particolare, al rimpianto, alla solitudine, ad una certa malinconia, ad una “stanchezza di vivere”, ad un amore perduto, e, in quest’ultimo caso, anche ad una paternità mai vissuta che l’incontro con F. ha risvegliato dall’oblio dei sensi. L’abbraccio surreale , “motu proprio” spontaneo di F. dovuto alla gioia, scatena una tempesta di emozioni da troppo tempo sopite. L’espediente narrativo è chiaro ed esatto, d’altra parte anche i dialoghi rendono molto bene l’intensità delle emozioni che roteano vorticosamente circondando i nostri protagonisti.

In definitiva, “La fatica del ricordo” rappresenta l’ennesima, riuscita opera di Filippo D’Eliso, che , anche quando si cimenta in territori non propriamente suoi ( ma chi stabilisce quali territori sono propri e quali no? ) riesce a rendere godibile il frutto del suo ingegno ai più, maggiormente in questo caso perché :

… era importante custodire le sensazioni legate ai ricordi”.

“La fatica del ricordo” è una bellissima storia d’Amore, perché di questo si tratta, e, come dice il Poeta :

Nisi qui ipse amavit, aegre amantis ingenium inspicit

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

La fatica del ricordo di Filippo D’Eliso

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di Filippo D’Eliso

Estratto del racconto:

[…] Le guardava gli occhi. Taceva. Sembrava respirasse il momento. Lo assaporava come un’ostia consacrata. Era felice. E lei si sentiva a suo agio senza preoccuparsi di essere giudicata. Disse: «Non ti dimenticherò mai!» e gli modellò con una graffetta un cuore di metallo. Glielo appuntò sul taschino. Lo abbracciò a sé. Lo baciò. Fecero l’amore. A lungo, con dolcezza. Poi rientrarono. […]

Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 20

Codice ISBN: 9788885781405


Recensione a cura di Francesco Improta

Recensione a cura di Vincenzo Postiglione