Carlo Marino intervista Lucrezia Maggi

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

Viviamo in una realtà dove è sicuramente interessante scrivere proprio perché il mondo è sempre più fatto di persone che, con estrema facilità indossano e sostituiscono maschere. Che ne pensi?

Lucrezia Maggi:

Indipendentemente dal contesto storico, l’essere umano ha sempre avuto l’esigenza psicologica di adottare delle maschere al cospetto degli altri, proprio come scrisse il sociologo Erving Goffman nel libro “La vita quotidiana come rappresentazione”. Secondo Goffman la libertà individuale è un’utopia e la vita quotidiana dell’essere umano è scandita come una performance teatrale dove ognuno di noi non può fare a meno di interpretare una parte, complementare a quella di tutti gli altri individui con cui ci rapportiamo. Questo per chi scrive può essere sicuramente fonte d’ispirazione, ma, per quello che mi riguarda e soprattutto quando scrivo poesia, l’ispirazione nel novantanove per cento delle volte mi coglie nelle situazioni più disparate ma nelle quali mi è proprio impossibile scrivere. Con il tempo ho imparato a fissare nella mente solo le cose davvero importanti, le immagini che mi parevano più efficaci, le sensazioni che me l’avevano portata per poi con calma, rielaborare quel che era rimasto, appuntarmelo da qualche parte, e solo dopo un po’ di tempo metterlo davvero su carta. Con la narrativa, soprattutto in questo romanzo, le cose sono andate un po’ diversamente: ho osservato molto, ho scavato profondamente, analizzando accuratamente scenari e dimensioni temporali, fatti, cronaca dei nostri giorni. Desideravo che tutti i personaggi principali di “Come nel ventre di una madre” avessero una propria storia da raccontare ben diversa da quella che in una lettura di superficie appare. “Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là, dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. Questo aforisma di Luigi Pirandello ci suggerisce che oltre e dentro ogni individuo può esserci altro; debolezze, delusioni e perdite difficili da accettare spesso celate dietro maschere di circostanza. Questo è quello che nel mio libro ho voluto evidenziare.

“Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte” scrisse il filosofo Nietzsche, scrivere fa un po’ morire ma rende sicuramente forti, specialmente in una “città martire” come la Taranto dell’Ilva?

Vivere una realtà indubbiamente difficile come quella che è costretta a subire la città cui appartengo, non è riuscita, comunque, a farmi sentire vittima del sistema, di un destino, che, in fondo, ci è stato mal cucito addosso. Spesso si associa Taranto all’ex Ilva, alle numerose morti causate dal Mostro che nutre e avvelena i suoi figli, dimenticandosi che la Città dei Due Mari è stata ed è anche altro. Capitale della Magna Grecia, culla della scuola pitagorica, unica città spartana del mondo; Taranto del Tempio Dorico, delle necropoli greco-romane, delle cripte e degli ipogei, del romanico, del barocco e perfino del gotico. Taranto che non si arrende. L’indubbio e abbagliante splendore della mia terra è per me linfa vitale, è ispirazione costante, è respiro, incondizionato amore che illumina i miei versi e tutto ciò che metto su carta. “Scrivere fa un po’ morire”? La scrittura ha bisogno di affrontare il limite, di vederlo in faccia. Cedere a questa debolezza è la forza della parola scritta. A Taranto, come in qualsiasi altro posto del mondo.

Nel tuo ultimo romanzo “Come nel ventre di una madre” racconti di una persona in coma e scrivi che il coma ricorda il caldo silenzio del ventre materno. Vuoi aggiungere qualcosa?

Il grembo materno è simbolo di protezione e rigenerazione e ho immaginato che Eleonora, nel suo stato di coma, potesse, in qualche modo, sentirne tutto l’originario calore, provarne lo stesso conforto, rientrando, in maniera simbolica, in quel liquido amniotico dove tutto ebbe inizio.

Mi ha colpito leggendo il romanzo questa frase: ” Le cicatrici degli amori che non abbiamo mai compreso e che ci hanno fatto male, quelli che ci hanno fatto vivere d’interrogativi per anni”… Eppure il tuo libro mi è sembrato voler descrivere molto di più di una semplice situazione ospedaliera. Mi sbaglio o dietro c’è il tentativo di descrivere “il funerale delle emozioni” del nostro tempo?

In realtà il mio romanzo non descrive “una semplice situazione ospedaliera” anche se, parte dell’ambientazione, è quella. Uno dei personaggi, Tommaso, ci lavora; Eleonora e la piccola Nadia, in terapia intensiva, sono costrette a rimanerci per un lungo periodo di tempo; Caterina ci muore. “Come nel ventre di una madre” è un romanzo che narra anche i numerosi errori di una società malata dove spesso, i sentimenti e le emozioni, il bisogno “dell’altro”, scivolano nella coltre del silenzio e dell’indifferenza.

Oggi la follia sembra vestire gli abiti della freddezza e della razionalità e la protagonista del tuo romanzo è un personaggio in lotta con i propri demoni. Quali sono state le suggestioni da cui hai tratto ispirazione nella tua carriera poetica e nel tuo romanzo?

In realtà, Eleonora è l’espediente narrativo per raccontare, parallelamente alla sua, le storie di ben altri personaggi, tutti ugualmente importanti nel mio romanzo. Citando Oscar Wilde “Ognuno è il demone di se stesso e rende il mondo il suo inferno”. Da questo inferno, spesso la mia letteratura attinge, necessità interiore, anzi intima, profondissima di scrivere versi e storie.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-scrittrice-lucrezia-maggi/?doing_wp_cron=1582375329.2145779132843017578125

Lucrezia Maggi, poetessa e narratrice tarantina, dal 2007 ad oggi, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, di poesia e di narrativa. “Come nel ventre di una madre” è il titolo del suo ultimo romanzo.

Carlo Marino intervista Ilaria Palomba

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

“Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Fatti male”, “Una volta l’estate”: i titoli di alcuni dei tuoi volumi. Leggendo, sembra che nel nostro mondo si giochi di continuo una partita in cui è impossibile giudicare vincitori e vinti, perché vittime e carnefici camminano su un piano sempre in bilico. Che ne pensi?

Credo sia esattamente così, nei miei libri ci sono spesso vittime che diventano carnefici, un po’ come Joker… sorrido. È paradossale, inverosimile e troppo borghese pensare di poter ledere nel profondo qualcuno senza che questi si rivolti cercando vendetta. Questo meccanismo vale nelle relazioni interpersonali come nelle dinamiche sociali: nessuno ama avere padroni e nessuno ama i suoi padroni. Se considerati subalterni, maltrattati, bistrattati, sfruttati, sottopagati, illusi, ingannati, abbandonati gli esseri umani reagiscono, talvolta il portato di questa reazione supera l’offesa subita. In fondo è il meccanismo alla base di tutti i conflitti.

Nel tuo libro “Disturbi di luminosità” la vicenda si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità. Violenza e dipendenza sono due caratteristiche che attanagliano oggi più che mai l’essere umano. È stato sempre così?

Per rispondere correttamente a questa domanda sarebbe necessario aver vissuto altrove e in un altro tempo. Non so se sia stato sempre così, posso ipotizzare che la religione in passato avesse anche il compito di porre un freno agli istinti più violenti dell’uomo. Dopo la nietzscheiana morte di Dio tutto è permesso. L’uomo, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male. Il bene personale spesso coincide con il male di qualcun altro, nel momento in cui si relativizza il concetto di bene e si arriva a decretare l’impossibilità del sommo bene ecco che l’uomo diventa Dio di sé stesso e sceglierà solo per sé stesso senza curarsi del male che procura all’altro. Penso anche però che la morte di Dio sia una fase superata e che sia un altro il lutto che oggi dobbiamo elaborate: la morte dell’uomo, la fine cioè del concetto di umano come animale razionale. Probabilmente non solo non siamo più animali, sempre più diventiamo appendici di macchine, ma non siamo più neanche razionali. Dopo Dio doveva sparire anche la ragione, cosa ci aspetterà non posso saperlo ma penso che la crisi nelle relazioni con gli altri e la diffusione dei disturbi del comportamento siano da leggere in questo senso.

Spesso il male di vivere ho incontrato” cito Montale per definire quell’ Io narrante che sovente utilizzi. Il personaggio si muove in una realtà opaca che si staglia icasticamente nella mente del lettore. Ci sarà mai un modo di redimersi dal male ricevuto e a volte sopportato in questo mondo?

Montale, Pavese, Pascoli, la poesia per me è tanto più viva quanto più si avvicina alla morte (per quanto riguarda Pascoli penso a Myricae). È molto raro che vi si riesca ma l’unico modo per redimersi dal male subito è non perpetrare la catena di dolore, spezzarla. Finché si è carnefici si continua a essere vittime. Ma come vivere nel mondo senza farsi divorare e senza divorare a propria volta? Forse bisogna fare un passo indietro rispetto a tutto ciò che crediamo di essere: i dominatori del mondo, della natura, le uniche forme di vita intelligenti nell’universo, il centro della catena alimentare. Non siamo nulla di tutto ciò, non siamo che briciole.

Il tuo rapporto con la parola: la tua parola è parola ritrovata in te stessa, oppure parola della quale vai alla ricerca finché non la fai tua per sempre?

Ho una grande difficoltà nel comunicare, l’ho sempre avuta, tanto che da adolescente per un po’ non ho parlato. Scrivere è ritrovare le parole che mi ero proibita di dire perciò il mio rapporto con la parola è catartico, è una costante ricerca dell’indicibile.

La poesia può essere considerata come un azzardo per tentare di decifrare il mondo?

La poesia per me è un demone, in senso socratico. Attraverso la poesia vedo l’invisibile e cerco di mostrarlo a chi mi legge.

La letteratura deve descrivere in maniera impassibile, direi oggettiva, anche la miseria del mondo e poi deve impegnarsi per tentare qualche salvataggio? Oppure è già impegno, denuncia, nel solo atto di descrivere?

La letteratura non deve essere una fotocopia della realtà, non basta descrivere, non basta avere delle idee sul mondo, non basta comunicare. La letteratura deve trascendere la volontà di chi scrive e rapire.

Società che distruggono i propri poeti ignorandoli, che tipo di società sono, secondo te, e che futuro possono avere?

Una società che non ha più un metro di giudizio artistico e si basa solo sui dati di vendita o sui consigli di chi fa audience è una società ormai ben oltre il declino, non è altro che macerie, in queste macerie si salva chi fa lobby. La domanda che spesso mi pongo senza trovare risposta è: conta più il talento o l’affabilità? Se la risposta verte sul secondo termine allora non esistono più poeti, solo eruditi e mercanti.

Grazie Ilaria.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

marino
Carlo Marino

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/domande-di-carlo-marino-per-unintervista-esclusiva-sicuramente-difficile-alla-scritrice-ilaria-palomba/

 

 

 

 

 

Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987 dove si è laureata in Filosofia per poispecializzarsi presso l’Université de Paris-Sorbonne nel 2011-2012. Ha al suo attivo oltre a numerose raccolte di racconti e poesie: iromanziFatti Male (Gaffi 2012 tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh) “Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Una volta l’estate”.

 

Melancolia

di Ilaria Palomba

 

Si aprono fiori nella luce,

una luce senza fondo

rovina sulle nostre ombre,

una luce oscena

devia il gioco del mondo

in una crapula di addii.

 

 

Carlo Marino intervista Rita Pacilio

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

La poesia è l’arte dell’evanescenza, del linguaggio dell’essenzialità. Il detto „Carmina non dant panem“ sembra più che mai essere attuale. Ma una società senza poeti che società è?

Rita Pacilio:

Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora credo abbia dato agli artisti la giusta e vera ricompensa. Ecco perché sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Credo che pochissimi artisti, però, abbiano tratto o traggano vantaggi economici dalla propria produzione. Sicuramente intorno all’arte si muove un mercato economico che la sostiene e se ne serve, come l’Editoria, i Musei, il Teatro, il Cinema, la Televisione, le Case discografiche.

La poesia ha un ruolo nella società? Come si può dare una rilevanza a tale ruolo? Aiutano in tal senso i „social media„ oggi?

La poesia è sicuramente un punto di forza del cammino umano. Ripeto, non potremmo ricucire coscienze e civilizzarci senza la poesia. Sarebbe un mondo certamente molto povero. Oggi più che mai il poeta avverte l’urgenza di denunciare e, contemporaneamente, elogiare la vita e il mondo. Lo vediamo dalla prolificazione di innumerevoli prodotti artistici che, attraverso i vari linguaggi dell’arte, ci mettono di fronte a un dato sociologico: tutti scrivono, tutti fanno musica, tutti dipingono. Forse i social hanno dato la possibilità di rilevare maggiormente questo fenomeno, lo hanno messo in evidenza dando a chiunque la possibilità di dire la propria. Ne dobbiamo prendere atto, ma non mi sentirei di definire questo fenomeno di massa come arte. Piuttosto, si dovrebbe essere più severi e selettivi, anche con se stessi, misurandosi e incoraggiando, sostenendo il valore del percorso letterario e credo si possa fare anche servendosi dei mezzi di comunicazione. Oggi va di moda l’artista/personaggio intorno a cui si muove un sistema valoriale malato: non importa cosa dici, cosa pensi, come ti sei formato o chi sei, ma conta come ti mostri. Ecco che lo scandalo, l’estremismo esasperato, l’apparenza, la sfacciataggine, l’esteriorità, la supponenza, la volgarità vengono considerati interessanti. Bisognerebbe essere più critici di se stessi, più responsabili. Siamo entrati, addirittura, in un circolo vizioso in cui, oserei dire, anche la bruttezza viene osannata. Lo spirito critico dei lettori/poeti/critici (mi astengo dal discorso sulla ‘critica professorale’) dovrebbe dare rilevanza alla onestà della poesia leggendo molti libri selezionandoli con cura, diffondendoli con entusiasmo, anche sui social, e dando loro una collocazione umana, spirituale, letteraria a scapito dei selfie volgari e inutili.

La lingua, creazione della natura umana si sforza di cogliere la complessità dell’universo, la metamorfosi del tutto: il „panta rei“.

Esiste una limitazione frustrante delle parole, della lingua che non riesce ad impadronirsi della realtà?
Esiste l’affanno di penetrare la realtà, questa è la forza dell’arte che continuerà ad appartenere all’uomo, finché ci saranno uomini degni di stare al mondo. E il linguaggio artistico troverà sempre il modo per farlo.

Qual è il tuo percorso, quali scrittori ti hanno segnato?

La mia scrittura nasce dal rapporto che ho con le creature del mondo. Quando da bambina ho iniziato a leggere, ho provato immediatamente stupore dinanzi alle pagine scritte che, con il passare degli anni, hanno accresciuto sempre più il mio desiderio di conoscere e attraversare dal vivo i ‘posti’ e i personaggi delle storie narrate. Leggo e rileggo Pavese e ogni volta mi fa rabbrividire, tremare. In lui trovo attualità, linguaggio genuino, pensiero, storia, letteratura e umanità. Per la mia crescita creativa è un esempio importante, ma potrei citarne molti altri. Le mie letture si spostano dai classici ai contemporanei, dagli americani ai francesi, dai russi agli italiani. Da Dante Alighieri a Giuseppe Ungaretti, da Emily Dickinson a Charles Baudelaire, da Marina Cvetaeva ad Anna Maria Ortese o Amelia Rosselli. Mi incuriosisce il linguaggio, la sua evoluzione e, soprattutto, la visione. Desidero e ambisco fare esperienza diretta con le emozioni, con le persone e i luoghi. Se la vita è un viaggio, l’ho vissuta e la vivo pienamente frequentando gli esseri umani collocati in territori e culture diverse. Ciò che si innerva in me, come ispirazione profonda per la scrittura, è il sentimento: l’amore, la malinconia, l’assenza, l’odio, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale, la ricostruzione, il perdono, la speranza, la fede e la sacralità della vita. Sentimenti che hanno risvolti personali e sociali e che studio, come sociologa e come scrittrice, per comprenderne le cause, i fallimenti e/o le ri-soluzioni. Quando sono di fronte agli esseri viventi, sento tutto in maniera empatica, potentemente.

In alcuni versi hai scritto: „Il mondo è un corpo devastato /ha l’erba secca per il troppo pianto/ è steso di fianco senza parole in bocca/alle dita manca il segno della pace“. In che modo la tua poesia s’inserisce nel vissuto? Che rapporto hai con la tua terra? Vista da una poetessa che tipo di epoca è questa?

Durante le presentazioni del libro ‘La venatura della viola’, Ladolfi 2019, questi versi vengono messi in risalto dai relatori/critici/poeti e lo capisco. Il nostro è un momento storico in cui veramente sembra che tutto vada alla deriva. A volte lo sconforto prende il sopravvento sull’energia produttiva e ogni tentativo di progettualità costruttiva e umanitaria sembra sia inutile, fallimentare già in partenza. Nell’essenzialità di un verso cerco di entrare in sintonia con l’universo intero. Sento di dover esprimere un pensiero comune per descrivere l’agire dell’animo umano, la sua evoluzione sociale e la condanna di essere sempre alla ricerca del reale e del vero. Vivo tra le colline del Sannio e con il mio territorio ho un rapporto di grande gratitudine, nonostante le difficoltà culturali ed economiche che lo caratterizzano. Sento di appartenere al mondo intero, forse per questo amo spostarmi e osservarlo da più angolazioni mettermi in sintonia con la radice umana, con la Natura per cercare di trovare quell’armonia da me tanto agognata. A volte, soffro moltissimo di fronte all’impotenza di cambiare i registri e le conseguenze dei fatti che accadono per superficialità, scandalo e incuria, ma vale sempre la pena sperimentare i mali del mondo per giungere alla bellezza, palese o nascosta, dell’esistenza.

intervista esclusiva copyright © – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-poetessa-rita-pacilio/

 

Poesie di Rita Pacilio

*
Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano
mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate
dove resta immobile il seme infuriato.
Difficile dirti adesso le foglie sulla via
quando file di formiche sui bordi
spalancano voragini nel suolo raffreddato.
Non chiedono perdono né fanno lamento
le facce dei degenti
sotto giornali stesi come coperte al sole
perché Dio li ama fino al mattino.
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
Mille volte i canti delle magnolie
ritornano nell’imbrunire
al mio respiro.
Non temono l’intreccio dei venti
né le linee curve del seno nelle nuvole.
Indugiano solo quando l’eco disperata le insegue.
(dedicato ad Alfonso)
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
L’assenza ha una forma quieta
dischiusa, indecifrabile, bianchissima
un tumulto di cellule nella gravità delle spalle
fino a riaprire un rumore spezzettato

fermato nell’ansietà del chiarore tra due costole
nello stesso istante piegate alla redenzione
mansueta. Sembra possibile la partecipazione
la prima appartenenza fuori da queste cose

in cui metto le mani, un bicchiere, un rosario,
un libro, tante voci e mai la tua.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Scendono linee e fiumi dalla montagna
le api intrecciano alveari a mazzi
cuciono buchi e le angherie della lama
si inquietano nei gesti dell’autunno.

Il buio impreciso del suo corpo sordo
– trascura i piedi come una radice –
vorrei guardarlo dall’occhio di bue
nella lente bianca fatta dal mio uovo.

Lo sguardo folle sulle spalle
proibisce l’ombra e ogni suo richiamo
– mi ami o non mi ami nella margherita –
un nuovo parto nel dubbio, uno sfondo

lei sapeva ogni voragine, il pubblico giù nella valle,
la caduta, il tonfo, il giuramento fatto.
La telefonata delle 17,00. Arrendersi è terribile.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Non resta più niente dell’estate verde
sepolta nell’erba stordita e ferma.
Ci sono le mani a fare questo tempo
gli uccelli, il gonfio tuono all’orizzonte,

ci sono piedi selvatici a venirci incontro
come un’onda schiacciata, contusa
sulla nuca, umida, tonda. Non resta
più niente degli occhi tenuti stretti

le montagne aspre, involate
nell’aria debole dietro al fiume e sopra
ogni altra cosa. Se potessi svegliare i merli,
allontanare dal fuso orario l’orgoglio,

girare la testa verso levante, conoscere
l’ardore del volo in assenza di saggezza,
raccoglierei i capelli in una treccia infinita
comincerei a cadere a balzi, di sera in sera,

per svanire in pace, nuda, distratta.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
Quando sono qui non ho parole
lascio fuori il mio uragano
incustodito, lascio a casa

la rabbia di cenere e carbone,
la tua bestemmia
pronunciata in basso, fino allo scorno
persuadendo il vizio dell’amore.

Le ore e i giorni ci portano contro
ci scontentano la vita, il letto,
questa miserabile ombra che scende
prima del tramonto, prima dell’inedia.

Certo non lo fai apposta ad andare via
fanno così le persone anziane, senza
speranza, fanno come te quando ti bagni
gli occhi e poi scompaiono naturalmente.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

*
Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.
(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
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