Nota critica di Annamaria Ferramosca per “Proprietà dell’attesa”

di Annamaria Ferramosca

Una poesia, questa di Giuseppe Vetromile nel suo ultimo libro Proprietà dell’attesa, profonda e lacerata dall’eterna domanda metafisica sul senso dell’esistere. Con una postura poetica che deborda di autenticità e pure fin troppo umile, tesa a sminuire perfino la propria capacità speculativa, intesa nel senso filosofico e contemplativo     

                                                  … dietro l’uscio la mia pochezza     p.16

                                                 … e questo sentimento di nullità che mi pervade     p.83 

Dubbi e convinzioni che nascono forse da una mancanza originaria, molto diffusa tra i poeti, reiterata e mai interamente soddisfatta, di autentico amore. Il poeta appare come investito da una delusione di sogni inseguiti – di stampo leopardiano- una traccia d’ombra e di amarezza invincibili, che si ripetono e si cronicizzano, senza mai attenuare nella scrittura la resa poetica, anzi dilatandone l’intensità lirica.

Così all’autore non resta che indicare nella scelta dell’attesa la dimensione di soglia privilegiata, su cui soffermarsi acuendo sguardo e ascolto, con la segreta speranza di scorgere quel minimo lume che forse potrebbe indicare un qualche senso dal sapore definitivo.

Ne consegue che la vita e le sue espressioni mondane di gioia e di varia emotività restano ai margini

                                                                …la felicità è di traverso… negli spazi di un’unghia    p.15

per far posto ad una tristezza costitutiva, come di chi ha colto una particella di verità e decide di restare vigile, in attesa di altri lampi che intensifichino la scia di chiarezza.

Nascono così poesie dense di visioni e riflessioni sul vuoto che sommerge il nostro quotidiano, che sembrano mostrare ogni moto, ogni gesto, come qualcosa di già destinato, ma chiuso in un inaccessibile opaco mistero        

                                                    Deduco che la porta sia rimasta chiusa

                                                    da quest’assenza di colori gai…                          p.16

Anche la presenza umana è relegata nell’ombra di profili vacui di un condominio – termine più volte ripetuto – che si fa simbolo di incontro superficiale, svuotato di ogni traccia di calore-colore.

E poi il senso della fine, quel nulla che aleggia e s’intensifica lungo le pagine, con la precognizione dell’ultimo passaggio

                                                  … saputa già in agguato

                                                      sulle ali del primo mattino    p.23

Ma la scrittura- sì, proprio la scrittura visionaria di poesia, poi trascina, si espande, vola su questa terra oscura e babelica, fino a raggiungere alte vette emozionali ed estetiche, come nei testi della sezione Aspettative, dove un dialogo surreale con la donna amata si rivela denso di verità umanissime, espresse in versi di straordinario impatto

                                         Sono di nuovo qui

                                         fra il punto e la curva che porta all’abbandono

                                         io mi rivesto di follia e dolore

                                         e mi riscrivo addosso tutte le parole del sogno

                                         per ripensare falsa la morte

                                         quanto mai vera l’utopia della vita                        p.36

pur nella – solo apparente – opposizione concettuale sulla vita, che sembra oscillare tra visione utopica e consistenza reale.

                                           Mi unisce a te la tua poesia

                                           forte e precisa come una fede

                                           sicura come la vita                            p.39

Perchè sappiamo come l’esistenza attraversi sempre un doppio territorio di tensioni, mescolandosi continuamente in un intreccio di utopia e realtà.          

E l’attesa, che mai s’interrompe, viene espressa nella sua essenza umana e pure universale, nella intensa epigrafe autografa della sezione Indeterminazioni. Quil’uomo è presentato come un corpo che vaga sulla terra del mito, dove pure è annullata la dimensione temporale, smascherata come falsa invenzione; eppure è questa la scena immortale dove continua a germogliare la parola, la sola che può dare al tempo e allo spazio ordini definitivi, il logos capace di rivoluzionare ogni pensiero, ogni assetto cosmico, rinnovare la speranza 

                                                   di un’altra probabilità di stelle

                                                   e di sole

                                                   e di mare                                          p.65

Numerosi sono i testi che dispiegano la ribellione del poeta al nulla che siamo, così umana e comprensibile, ma questo desiderio lancinante di sopravvivenza finisce poi con lo stemperarsi in speranza, quella di essere ricordato almeno in canto in un giorno di sole.

Chi potrà mai contrastare questo umanississimo poetico desiderio?

Il censimento della poesia dirompe nei … Transiti poetici di Giuseppe Vetromile

di Rita Pacilio

Le Antologie pubblicate in formato digitale sul blog Transiti poetici da cui prendono il titolo, curate da Giuseppe Vetromile, poeta, critico e operatore culturale, hanno raggiunto la ventiduesima Edizione. L’idea progettuale è nata nell’anno duemilaventi durante il confinamento causato dalla pandemia da Covid19, quando la modalità virtuale è diventata l’unica possibile tipologia di comunicazione per sopravvivere all’isolamento.

Non è stato facile per Giuseppe Vetromile, persona che vive di contatto fisico e di aggregazione, componenti fondamentali per lo scambio e il confronto, rinunciare alla presenza umana e spirituale di autori /amici e di anime che diffondono e sostengono la poesia. Calato completamente nel respiro del mondo, Vetromile non può fare a meno di cogliere ed evidenziare il battito primitivo come dato sensibile della percezione dell’esistenza. Per questo motivo, la sua coscienza critica fa esperienza di riflessione estetica ed etica incontrando i molteplici paesaggi umani attraverso elaborazioni di pensieri e linguaggi essenzialmente simbolici.

Il suo lavoro di inclusione, genuino e scevro da giudizi personali, si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e internazionale (a tal proposito sono stati dedicati Volumi di Transiti poetici alla poesia straniera, alla poesia napoletana, alle voci poetiche emergenti e ai poeti scomparsi) risultando un certosino approfondimento sociologico in grado di rilevare lo stato della scrittura poetica del nostro tempo.

L’originalità e l’importanza di questa coraggiosa e ardua iniziativa culturale intrapresa da Giuseppe Vetromile – Quando ho iniziato non credevo andassi incontro a un lavoro così elaborato e capillare, forse infinito …, testualmente – consiste nel continuare ad abitare l’animo umano con meticolosa cura anche nelle introduzioni e nella scelta tematica dei Volumi, – alcuni dei quali dedicati alla figura femminile e alla giornata mondiale della poesia -, realizzando un accurato censimento della poesia contemporanea.

Salotto Letterario “ConVersiamo”: gli Autori RPlibri ospiti di Giuseppe Vetromile

a cura della Redazione RPlibri

Curiosi di conoscere gli Autori RPlibri? In attesa di poterci incontrare di persona vi invitiamo ad un preziosissimo appuntamento virtuale che coinvolgerà i nostri Autori!

Un Evento speciale del Salotto Letterario “ConVersiamo” di Giuseppe Vetromile ci aspetta il prossimo 5 marzo, dalle 19:00 alle 20:00 in diretta video su Zoom per un incontro dedicato agli Autori RPlibri. 

L’evento è  inserito nelle manifestazioni della Fiera Virtuale del libro – Italia.

Ringraziamo per l’ospitalità Elisabetta Bagli e gli organizzatori della Fiera.

A condurre l’incontro: Rita Pacilio, Editore e Antonio Bux, Direttore della Sezione L’anello di Möbius, Collana Poesia. 

Interverranno gli Autori con letture e riflessioni.

La moderazione sarà affidata a Giuseppe Vetromile

Note di Lettura per “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Irene Sabetta

Nella silloge Proprietà dell’attesa, Giuseppe Vetromile raccoglie le sue poesie dedicate all’esplorazione delle varie possibili significazioni che il tempo, inteso come tempo vuoto, sospeso, rarefatto e pendente può assumere nel sentire di chi aspetta.

Come l’autore stesso dichiara nella nota introduttiva, “questa raccolta di poesie è tutta fondata sul tempo dell’attesa e sulle conseguenze più o meno dirette che può generare in noi”.

Fin dal titolo, è evidente come l’esplorazione del tema tocchi non solo gli aspetti psichici e percettivi individuali, le sensazioni che l’attesa produce nel nostro umore, ma si estenda ad una considerazione più generale e filosofica dell’attesa in quanto condizione esistenziale che abbraccia l’intero arco del nostro vissuto. Il termine proprietà, in esso contenuto, può essere inteso come sostantivo plurale, e quindi riferirsi alle varie modalità in cui l’attesa si manifesta, oppure, in modo meno lampante, ma altrettanto indicativo, può essere inteso come sostantivo singolare con significato di possesso, appartenenza. Ecco, noi apparteniamo all’attesa e, viceversa, l’attesa è il solo tempo di cui disponiamo.  Il tempo che ci è stato concesso è una parentesi tra la nascita e la fine; per dirla con Amleto, viviamo un intervallo (“The interim is mine”, trad. “L’intervallo è mio”, Hamlet, atto V, scena ii). In questo senso, l’attesa è la condizione prevalente e persistente del nostro esistere: senza sosta aspettiamo di fare qualcosa o che qualcosa avvenga, di incontrare qualcuno o che qualcuno venga a trovarci, a parlarci, a svegliarci, a consegnarci “il messaggio dell’imperatore”.

L’autore ha suddiviso le sue poesie dell’attesa in cinque sezioni, con l’obiettivo di fare dei distinguo tra una proprietà e l’altra dell’attendere. In effetti, le sfumature che il tempo sospeso può acquisire sono numerose e questo libro ne fa un’attenta ricognizione e un’analisi minuziosa e toccante.

I pensieri che affiorano durante il tempo dell’attesa, le emozioni e gli stati d’animo con cui riempiamo lo spazio vuoto d’azione, in cui la narrazione della nostra vita sembra avere un arresto, costituiscono per Giuseppe Vetromile un’opportunità di crescita e di sviluppo emotivo. Non un tempo perso, ma un’occasione da cogliere, un territorio misterioso da scandagliare.

Nella prima parte, Prologhi, il poeta elabora il concetto di attesa come preludio (… e il sogno finalmente prenderà forma). Il tono è pacato e affiorano a tratti sembianze femminili (che l’attesa sia donna?). Qui il tempo è “il tempo che manca” e rimanda all’idea di gestazione che, in alcuni testi, coincide con la germinazione della poesia stessa. Il processo generativo della poesia è un privilegio su cui incombe una minaccia: l’attesa è un turno che non ti spetta.

La seconda sezione è dedicata alle Aspettative, alla speranza che riponiamo nel tempo futuro, quando ci aspettiamo ricompense, riconoscimenti o, forse, risarcimenti. Qui, l’attesa è vissuta come una casa in cui vivere un quotidiano opaco ma intenso, profondo. Ci sono fantasmi e creature soprannaturali (v. Sono di nuovo qui fra il punto e la curva che porta all’abbandono) che gettano sulla casa ombre sinistre che inducono timori: sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto. È utile sperare?

Nel terzo movimento, Indeterminazioni, siamo nel cuore pulsante e fragile della raccolta, sia perché questa sezione si colloca al centro del libro, sia perché l’attesa si configura come dubbio, come intervallo tra due attimi; è uno spazio sfocato fra il punto di non ritorno e la tangente all’abbrivio. L’indeterminatezza prevale sulle certezze e l’indecisione su quale strada prendere delinea un’attesa che assomiglia ad uno stallo: … ho frazionato il tempo in piccoli e inutili passi/e in questa città che ora mi crolla addosso/frana anche la legge che non permette più/l’andare a capo/… Così/ho frantumato l’attesa e il fine/inutilmente ho ridotto le mie ossa/a un corpo che girovaga/accanto a un mito arcano e inopportuno.

Le poesie della parte centrale, esprimono una percezione malinconica del sé, l’amarezza di una rinuncia quasi definitiva all’attesa stessa (Noi siamo i fautori del tempo che non c’è).

La quarta sezione si spinge oltre l’attesa e le attese. In Traguardi, i versi sono pieni di cielo, di luce e l’aria è l’elemento predominante. La rinuncia all’attesa riserva un dono: Ora è tutto qui il mio stare/e la mia poesia. Al termine sfumato del tempo, l’immaginazione spazia libera come un soffio di vento e il poeta, perse tutte le illusioni, senza più speranze né aspettative, ha distillato le ore e i giorni in un’accettazione tranquilla dell’infinito presente: I poeti non hanno più l’orologio al polso.

Il titolo che l’autore ha scelto per la sezione conclusiva della silloge, Assecondamenti/Assuefazioni segnala un atteggiamento aperto ad una duplice possibilità. Assecondare l’attesa non è rassegnazione, non significa consegnarsi alla noia e rinunciare alla meta o alla ricompensa ma è vivere tutto il tempo, anche quello sospeso, come tempo vitale (il “secondamento” è anche l’ultima fase del parto…”). L’alternativa (o il pericolo latente dell’assecondamento) è assuefarsi all’attesa, provarne addirittura piacere e dipendenza: a un certo punto la nostra anima/propagata oltre la pelle e il respiro/ed è lei che ci porta dentro/nel viaggio verso il capolinea/come se fosse un morbido/comodo scompartimento di treno. E al termine del viaggio, quando si smette di aspettare perché tutto è già accaduto, si torna al principio, nel grembo della madre che chiude ogni cerchio. In un cassetto della scrivania, l’unica traccia tangibile e luminosa del nostro lungo attendere…

P.S.

Queste note non sono né un’analisi stilistica né un commento critico ma, semplicemente, riflessioni personali che corrono parallele alla lettura dei testi contenuti nella raccolta, ricca di suggestioni, Proprietà dell’attesa di Giuseppe Vetromile.

Nr.8 – Vincenzo D’Alessio

a cura di Giuseppe Vetromile

Credo che la Poesia aiuti a transitare nell’esistenza, renda meno difficile il contatto tra esseri umani, permetta di avvicinarsi con minore sofferenza alla realtà della morte, lascia ardere perenne in noi la fiamma musicale della Natura. Credo fermamente nella poesia civile, praticata dal poeta e dagli amanti della poesia. Credo che la poesia costituisca la stanza illuminata dagli affetti e dai ricordi nell’anima di ogni essere umano, per l’eternità.

Così scriveva Vincenzo D’Alessio presentando, nella sua introduzione – quasi una dichiarazione di poetica – al libro “La valigia del meridionale ed altri viaggi” (Fara Editore, 2012). Il poeta irpino, di origini solofrane, è mancato all’affetto dei suoi cari e nostro nello scorso mese di aprile, lasciandoci tutti costernati e addolorati.

Lo vogliamo ricordare qui, in questa rubrica, proponendo alcuni versi tratti dal libro già citato. Vincenzo è stato un poeta molto impegnato, non limitandosi a scrivere per sé ma prodigandosi per la diffusione della poesia e della cultura in genere, negli ambiti scolastici come in quelli sociali, specialmente tra i giovani, e fondando circoli ed associazioni culturali, come il Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Laureato in materie letterarie all’Università di Salerno, è stato un fine critico, giornalista e organizzatore di Premi Letterari importanti, come il “Città di Solofra” e il “Cluvium” di Calvanico (Sa).

La sua poesia è dolce e incisiva nello stesso tempo, e tocca temi sociali ma anche quelli della memoria e della propria terra d’origine, dura e solare.

Lo scoglio

Mi ritrovo più solo di uno scoglio

in piedi, in mezzo alle correnti

un’inutile lotta per emergere

ad ogni notte ritorna la marea,

felice chi è se non il mare

padrone di mille e più confini

ad altri Dio cela il suo destino

e fissi guardiamo senza fede.

Oggi l’inganno è lievito della terra

il marchio primitivo sottopelle.

Fuggire, capire, forse anche morire

vicino ad una mano che ti sfiora.

***

Il Sud ha sapori

di ruggine e tradimenti

del poco lavoro della sofferenza

Figli lontani dal sole

nelle nebbie tristi di torpore

La terra è l’usignolo

che scompare d’inverno e torna

nelle notti dell’amore a cantare

dietro l’uscio degli uomini

Quando potremo riposare?

Terra rimasta vera

solo nei pensieri miei.

***

A mio figlio Antonio

Ti sono mancato come padre

me ne vergogno ancora

avrei potuto fingere negli anni

resistere al male degli uomini

Non me ne volere figlio

non potevo restare al suolo

nell’egemonia blanda dell’ipocrisia

Sono come te un bambino nuovo

che vuole vivere verità e poesia

Siamo fili di speranza lieve

che si apre al mondo clandestina

Sotto il cielo spero che da padre

mi ridonerai la vita.

***

Noi siamo la terra

che grida dalle sue radici

tormento infaticabile

cemento calato nelle viti.

Siamo soli a sollevare nel vento

il richiamo al falco pellegrino.

Siamo soli a chiedere perdono

alla memoria ferita.

***

Quando non sarò con voi

recitate i versi al vento

            li trasporti ai sordi

            alle cime innevate di settembre

affidateli agli uccelli

            che vincono malinconie

scioglieteli sui muri nell’inverno

al filo rosso delle periferie.

Vincenzo D’Alessio, nato a Solofra 1950, viveva a Montoro (AV). Laureato in Lettere all’Università di Salerno, è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra e fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Ricordiamo alcune opere  poetiche pubblicate con Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 2016); Il passo verde (in Opere scelte, 2014), La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017); Dopo l’inverno (2017, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso “Terra d’Agavi 2018”, segnalata al Premio “Civetta di Minerva”, finalista al Premio “Tra Secchia e Panaro” 2018); Nuove anime (2019). Nel 2018 ha pubblicato i Racconti di Provincia.

Nr. 7 – Adriana Scarpa

a cura di Giuseppe Vetromile

Scrivevo così una quindicina d’anni fa sul mio blog, riportando la notizia della morte di una grande poetessa e cara amica, Adriana Scarpa, incontrata in tantissime occasioni di premi letterari: “La poesia non muore, la poesia non è morta. Anche se la voce può cessare, anche se il canto sublime può interrompersi indefinitamente, l’anima della poesia resta. E resta fra noi la poesia di Adriana Scarpa, che malignità terrene hanno strappato a questo temporaneo viaggio di materia. Adriana Scarpa, infatti, non c’è più: è deceduta lo scorso 19 ottobre 2005, lasciando tutti noi costernati e affranti. Adriana Scarpa è stata, è, una grande poetessa, e senza alcuna retorica ma riconfermando una realtà che è sempre stata sotto gli occhi di tutti noi che scriviamo poesie e ci sforziamo di dare un valido contributo all’attuale panorama poetico italiano, possiamo ben dire che la Nostra Poetessa è stata – e continua ad essere – un preciso riferimento, un punto fermo, un modello eccelso da seguire, da studiare, da amare.

Nata a Venezia nel 1941, sua abituale residenza è però stata la città di Treviso, dove appunto si è spenta. Ex funzionario della Banca d’Italia, Adriana fin da piccola aveva sempre dimostrato particolare predilezione per la poesia, tanto da affermarsi, nella sua maturità poetica, in importantissimi concorsi letterari nazionali, nelle cui commissioni giudicatrici figuravano nomi prestigiosi della letteratura contemporanea, quali Ungaretti, Caproni, Zanzotto, Bo, Galasso, Grisi e tanti altri. Numerosissimi i primi premi, intensa la sua attività letteraria e prolifica la sua opera, con più di trenta pubblicazioni, per la maggior parte avute in premio e sempre qualificandosi con molto merito ai primi posti nei vari concorsi. Ultimamente la sua città, Treviso, le aveva pubblicato un’antologia completa di intervista, dedicandole un’intera giornata di festeggiamenti.

Una poesia intensa, alta, quella di Adriana Scarpa, che lascerà certamente un’impronta per la sua peculiare e caratteristica espressività.

Proponiamo, per il settimo incontro de “La Scansia poetica di RPlibri”, un esempio della sua lirica melodiosa.

Mi resta tutto il cielo da spartire

Sono la parola

fuggita dal muro di brezza

che fruga la quieta anima

delle ultime stelle. La mia ricerca

fluttua tra pareti

che non fanno storia, lampade

sospese ai davanzali, lo scialle

modellato alla figura.

S’accende sulla bocca

il cristallo delle rugiade

ma nessuno

può rubarmi il pensiero

che dorme nei tronchi

e c’è stagione nuova

anche per gli occhi

che hanno perduto l’innocenza.

Oggi

mi sento leggera come un ramo

che resta solo col suo peso

dopo un volo di passeri

e la luce

s’irraggia dai contorni delle cose.

L’azzurra matassa della vita

somiglia ad una lucciola vagabonda

e mi resta tutto il cielo

da spartire

con l’anima sempre nuova; la realtà

evade cantando

e il corpo

oltre i confini del tempo.

Il paesaggio si posa sopra la città:

dove comincio, dove finisco

è un incendio di vene

nello spazio che svolge

i chiari giorni del passato.

(Da: Alchimie per una donna, 2003)

***

Gli specchi e gli orologi alle pareti

son testimoni adesso

di altre sconfitte, di altri disinganni:

fu tentativo inutile

fermare il lieto istante

di un volto, di un sorriso.

Ora qui vengono i fantasmi

ad incontrarmi.

Dar loro ascolto? meglio

impugnare il binocolo al contrario

per rimpicciolirli

e ricacciarli dentro il loro limbo.

Anche se a notte / li sentirò tornare.

Bussando ai vetri

con le nocche d’ossa

mendicheranno epiloghi / alle irrisolte storie

e bramosi di luce tenteranno

di depredare gli occhi delle stelle.

(Da Incosciente saggezza, Montedit, 2006)

***

Peppe degli automi

Ti sei dato un numero.

L’hai ricavato dall’elaboratore

mescolando tendenze  e carattere,

colore degli occhi e ampiezza del sorriso.

                        Naturalmente

data di nascita, nome e posizione astrale:

tutto racchiuso

in una placca di silicio,

unicamente tua, come il DNA.

Ti salva dall’automa

il fiore che raccogli ogni giorno

e il cielo del tramonto

che vai cercando

(tuttocolori il cielo)

 per non morire.

(Dalla raccolta inedita Amici)

Nr. 6 – Alberto Mario Moriconi

a cura di Giuseppe Vetromile

Riprendiamo la rubrica de “La scansia poetica di RPlibri” dedicando questo sesto appuntamento ad un altro importante poeta napoletano recentemente scomparso: Alberto Mario Moriconi. Desidero ricordarlo qui, con rispetto e grande ammirazione, avendomi egli dedicato un breve spazio su Il Mattino nel lontano 1984, parlando della mia seconda pubblicazione di poesia. Alberto Mario Moriconi, nato a Terni ma sempre vissuto a Napoli, è stato infatti anche un attento critico letterario e un riferimento preciso nel panorama letterario napoletano, e non solo, dell’ultimo novecento.

La sua poesia, corroborata dalla sua forte personalità di intellettuale eclettico e sempre alla ricerca di motivi profondi di ispirazione, è tesa ad una trasfigurazione della realtà, mettendone in risalto polemiche, moralità, costumi. Il tutto con una vena di profonda ironia, quasi una satira, di cui è intriso il suo dettato poetico, che sotto certi aspetti si fa anche denuncia e cronaca sociale. Il suo stile è ricco di metafore, allitterazioni, giochi di parole. Ne riportiamo qui di seguito alcuni esempi.

 

La disoccupata e la meretrice

Essa dice dice d’un posto,

è riccia mora, la pelle scabra

[però avrebbe attratto

(ancora?…)],

forse le spetta (il posto),

confida, e l’amica nega, saputa,

nel viscido scendere, un’ansa

intestinale, della ventruta

tonitruante città.

Che forse, può

darsi, l’avrà, no?

<< … Dio ssolo ‘o

sape >>.

L’amica nega: << Con quelle cape!… >>

<< E nun sonco, vuò

dicere, mo, manco cchiù bella…

no? >>

<< Tu non si’ quella che

si dà, cumm’io mi do,

me donco >>.

Scendono per le budella

della città (sfocianti

al mare, all’Immacolatella).

<< I’ nun dico “fai male”:

nu ‘o saccio fa’! >>

<< Porta l’onore – e cuntame –

a ‘o monte di pietà.

S’impara, impara >>.

<< E nun sonco cchiù chella

ca ‘mparà può… Tu credi,

“cu chelle cape,

niente da fare”…? >>

<< Tu sei un’Immacolatella

che niente

d’ ‘o mare

sape >>.

(Da Un carico di mercurio, Laterza, 1975)

***

L’utile e il bello

(e il vero)

E sono quello che avanti a un bivio

ristà pur conscio della via utile

e sulla meta proficua certo,

via lastricata…

                                      fra villa e valle,

villa soprana, poi, passo incerto

e busto aitante, sceglierà la polvere,

le more e le farfalle,

la fresca e vana

valle,

e non l’altana

ciarliera e bicchierante della villa.

Solo, e già sera,

a valle…

Nemmeno!… A un bivio,

conscio della via utile…

mi sto,

e canto bucoliche balle

(giù, stazzi, stalle…).

Se rinasco, sarò

con voi, lassù (volendomi

voi).

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

***

Elogio dell’economia

Con sua tale ossessione del risparmio, andava

spegnendo a sassate i fanali ai viali.

S’attenuò anche il lume degli occhi,

per la riserva al domani

– e apposta udì anche di meno, –

e il lume ch’è nei medii cranii,

e, ipoteso già, i pulsi minimi

dei cuori sani (non seppe oh degl’insani

l’alte tensioni, gl’irraggi e il bruciare).

Ovvio, ovvio, anzitempo defunse (consunse

meno giorni).

<< Che sperpero di fiori… >>

Riemerso dalla cassa, soffiò su tre candele.

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

Alberto Mario Moriconi, poeta, giornalista pubblicista, è nato a Terni nel 1920. È vissuto a Napoli fin dalla fanciullezza e qui è scomparso nel 2010. Ha esercitato la professione di avvocato penalista, poi è stato docente di letteratura drammatica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. È stato critico e rubricista culturale del “Mattino”. Ha pubblicato in poesia: Vortici rupi mammole (Gastaldi, 1952), Trittico fraterno (Ceschina, 1955), Anno Mille (Rebellato, 1958), Le torri mobili (Guanda, 1963), Dibattito su amore (Laterza, 1969), Un carico di mercurio (Laterza, 1975), Decreto sui duelli (Laterza, 1982), Il dente di Wels (Pironti, 1995), Io, Rapagnetta Gabriel-e altre sorti (Pironti, 1999), Un autocommento discreto (Liguori, 2003), Non salvo Atene (Pironti, 2007). Ha inoltre pubblicato la trilogia tragicomica: Dibattito su amore, Un carico di mercurio, Decreto sui duelli nella nuova edizione a cura di A. Maglione (Pironti, 2011). Sue opere sono state tradotte in più lingue. Un’ampia bibliografia della critica sulla sua opera è consultabile nei volumi La poesia di Moriconi di Franco Lanza (Liguori, 1988) e La poesia di Moriconi (“Nord e Sud”, Edizioni Scientifiche Italiane, aprile-maggio 1996 e agosto 1998).

Nr. 5 – Mariavittoria del Pozzo

a cura di Giuseppe Vetromile 

La Poesia è un mondo complesso e variegato, all’interno del quale è piacevole, interessante e persino gratificante viaggiare per incontrare altre realtà, altri stili e altri talenti creativi: non solo, quindi, immaginare e trarre spunti di ispirazione stando seduti alla propria scrivania, ma come l’Ulisse dantesco, solcare altri mari alla ricerca di nuovi fermenti, di sogni di altri, di filosofie e di progetti diversi dai propri. E condividerli. E’ così che la Poesia si espande, si arricchisce.

Questo preambolo per riflettere su un mio incontro particolarmente felice e gioioso. Ho conosciuto la poetessa Mariavittoria del Pozzo, per gli amici Marvi del Pozzo, l’anno scorso a Roma, e subito l’onda dolce e armoniosa della sua poesia mi ha coinvolto. Una poesia di elevato lirismo, con accenti fortemente emotivi evocati dalla natura, dal mare, ma anche dai luoghi e dalle persone.

Propongo ai nostri lettori de “La Scansia Poetica” quattro poesie della nostra Autrice, tratte dal libro “La bacchetta del rabdomante”. Buona lettura!

Considerazione II

 

Prender la vita a calci come un ciottolo

lo so fa male e non soltanto al piede.

Amica mia, un guizzo d’ironia

servirebbe a ottenere la distanza

ed osservarci come dal di fuori.

Un grammo di freddezza, uno d’azzardo

nel poker del trascorrer degli eventi

per scommettere come va a finire,

lieve sorriso se si vinca o perda.

 

***

 

Inverno a Torino

 

La luminosità dell’aria tersa e lieve

frizzante nel mattino decembrino

mi stimola a sentirmi avviticchiata

a questa mia città fresca e leggera

che sorride dai tetti dei palazzi

distesa e pigra come un gatto al sole

ma con grazia felina sulle zampe

s’erge di scatto a correre la vita.

 

***

 

Colori

 

Vesto il mio corpo di colori scuri,

nero, marrone od indistinti beige

eppure so che l’anima non ama

la scelta di colori cinerini.

So che si esalta all’estate più gialla

dei prati coltivati a girasole,

al turchino profondo del sereno,

quel liquefatto azzurro che è dell’aria.

Ma è il blu oltremare del Mediterraneo

che più m’avvolge, commuove, sorprende.

Soltanto un altro blu congeniale

allo spirito, più definitivo,

mi strugge con affanni e con passione,

il blu d’inchiostro della mia scrittura,

della parola vaga che mi sfugge

inadeguata sempre al mio sentire.

Quella che invoco e che non so trovare

quella che vorrei leggere, mai scritta.

 

***

 

Parole… parole

 

Mi sento oppressa dalle mie parole

da sempre inefficaci sulla pagina.

Scritto, il pensiero pare evanescente,

un abbozzo parziale ed indistinto.

Se nella testa tutto invece è netto

perché il comunicare è limitato?

Guardando fuori un po’ mi rassereno:

uno spicchio di cielo tra le foglie

è tutto il cielo, perché ha in sé lo spazio

d’orizzonti infiniti, sconfinati

come un raggio di sole è tutto il sole

non si consuma, illumina, riscalda,

vivifica ogni cosa di colore.

Da due parole in croce un po’ imperfette

può irrompere lo sprazzo del chiarore.

 

***

 

Mariavittoria del Pozzo vive a Torino. Da sempre si occupa, oltre che di poesia classica, di quella contemporanea nazionale e internazionale e da undici anni coordina il gruppo di poesia Tempo di Parole del Circolo dei lettori di Torino. Ha scritto nove volumi di poesia, autoprodotti. I più recenti: La bacchetta del rabdomante (2013), Pietre nel tempo (2014), Immagini ed Immaginazione (2015), Esserci e Riconoscersi (2017). Collabora con la rivista cartacea torinese di poesia “Amado mio” e cura la rubrica fissa di critica letteraria Letture condivise sul Blog romano ParolaPoesia.
Ama affiancare all’attività di scrittura poetica quella di autrice di monologhi teatrali, incentrati sulle più autorevoli figure di poeti contemporanei internazionali.

Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nr. 4 – Ciro Vitiello

a cura di Giuseppe Vetromile 

Il 28 dicembre del 2015 veniva a mancare, nella sua San Sebastiano al Vesuvio, uno dei più illustri letterati napoletani dell’ultimo novecento: Ciro Vitiello. Filosofo, saggista, studioso insigne della letteratura italiana e profondo conoscitore del mondo poetico contemporaneo, poeta di grande pregio egli stesso, Ciro Vitiello avrebbe meritato, come tanti altri letterati e poeti non più tra di noi, maggiori riconoscimenti e attenzioni, una più ampia dedizione commemorativa nei suoi riguardi. Non sono molte le notizie sulla sua persona e sulla sua intensa attività nel cosiddetto mondo virtuale, internet, blog e social. Eppure ci ha lasciato una grandissima quantità di scritti, di opere letterarie, saggi, romanzi, poesie. È questo, purtroppo, il destino un po’ triste e ingiusto  di tanti uomini di cultura, che nonostante abbiano lasciato un segno tangibile e importante in vita, vengono poi, se non del tutto dimenticati, “oscurati” dal vertiginoso e affannato succedersi degli eventi successivi.

Nostro compito riportare alla memoria le loro voci, che sono state voci vive, voci rinnovatrici e propositive, come appunto fu quella di Ciro Vitiello, riproposto brevemente in qualità di poeta in questo spazio della Scansia Poetica di RPlibri.

 

(Da “Ciclica”, 1979)

 

Permeabile luce

 

Avvinghiamoci sotto cieli di mutili aprili

correndo puledri in calore – tu libidinosa moina,

io desiderata fusione, entro i limiti della libertà:

 

tutto è spazio, e tutto è tempo, gli uccelli saettano

nell’azzurro parole, che sfiorano la tua gelida anima

nella permeabile luce, eco della voragine rimena

 

il rito della vinaccia. D’improvviso, scoppiano bombe

nelle piazze, lacrimogeni annebbiano l’aria,

impazzita la folla si disperde nei labirinti,

favola della rivoluzione…

 

***

 

(Da “Didimo”, 1983)

 

Dissolversi è destino

 

Dissolversi è destino ma basta una sillaba,

una sola, perché il tempo si ripeta, e duri!

 

Ti fingi in estasi, mentre l’aria è bruna e la voce muta:

l’azzurro assorbe le sonore corrispondenze dei tordi –

e, nella pura laringe della stanza, oscilla la tenda

gonfia di vento. Dissipo le fervide vocali, sfioro l’amaro

istante, ritaglio le forme del nostro fiato per incidere

la luna sulla lastra di rame: sciamando, da

suoni evado – e, allo strappo netto, non

percepisco più valori, eco dileguo.

 

***

 

(Da “Riforma”, 2006)

 

L’altrove

 

Quanto silenzio dopo il grido dell’anima!
E lo stelo germoglia,

la grotta del cielo accende il sole – le frontiere

sono insuperabili – “Tutto è misto di utopie

e delusioni, di lotte e d’ingordigia –

la madre assaggia la coppa dell’amaro, e cerca

dissennata i figli mai nati dal ventre fervidissimo –

nel senno della sua inviolata morale

anche il silenzio s’è fatto mortale, la sconosciuta

riprende il suo obliquo viaggio. Nella mente

risiede il bene distorto? Percepisce

nell’orgolgio che la presa della carne

è l’aspirazione di ogni vivente”. Dove è

la parola che perpetui la congiunzione

degli opposti, e lo

sterile fecondi?

 

(Testi tratti dal volume “L’opera poetica vol. I”, Guida Editore 2012)

 

***

 

(Da Rapimenti)

 

Alla Certosa

 

Sei nudo corpo –

voce di sibilla, titubante dubbio dondoli –

quando carezzi abbaglio, mio leccio,

mia rotula! In quel

pomeriggio di calce alla Certosa –

s’andava sulla pietraia – io nodulo d’argilla,

per lineamenti di calma –

buco: infido contatto adulavi nel passaggio

a ripe di miserie, mia fedele, mio lampo,

e sono fuoco spento –

sulla toppa del mondo per mente

sconquassata e matta: oh profumo di carne,

mi sprofondi, nei recessi del buio, per orrori,

rumore doloroso capitombolo

sulla china

senza figure, senza visi,al vento poca luce.

 

(Dal volume “Antologia della poesia italiana contemporanea 1980-2001”, di Ciro Vitiello, Tullio Pironti Editore).

 

Ciro Vitiello è nato a Torre del Greco (Na) nel 1936. È stato redattore della rivista letteraria Altri Termini, ha collaborato a quotidiani e a numerose riviste. Per Guida ha diretto le collane Poesia Contemporanea (1982-1985) e Poesia Novanta (1992-1994); per Ripostes Poeti Contemporanei (1992-1995). Ha ideato e diretto per l’Editore Tullio Pironti di Napoli la Biblioteca della poesia italiana contemporanea, dove ha pubblicato testi di Luzi, Roversi, Sanguineti, ecc. Per lo stesso editore ha pubblicato la sua Antologia della Poesia Italiana Contemporanea. Nel 2002 ha ideato per l’editore Guida una collana dal titolo Idetica. Ha diretto, dal 2009, sempre presso Guida, con Ferroni e Luperini la collana Parole chiave della letteratura. Ha fatto parte di giurie in alcuni importanti premi di letteratura. Nel 2011 ha ideato il Premio Letterario Corrado Ruggiero, con una giuria di grande prestigio.

Ha pubblicato, in ambito poetico: Corpor.azioni (1975); Ciclica (1979); Apocalipse quattro(1980); Cantico d’Erugo (1980); Le resistenze (1983); Didimo (1983); Suite (1984); Accensioni (1991); Rapimenti (1992); Il gioco degli errori (1994); Baara ( 1995); Quisquis o delle solitudini (1996); Origini d’amore (2001); Il male sorgivo (2001);  La tenue armonia (2003); Lunedì perduto (2008); Dritto e Rovescio (2012). Per la narrativa: Le voci leggere (1987); Verso occidente (1987), I due orologi (2003); Malpotere (2009). Per la critica letteraria:  Teoria e analisi del linguaggio poetico (1984); La logica letteraria (1984); Teoria e tecnica dell’avanguardia (1984); Idetica (2002); Pensare la poesia (2005); Gli spiriti nel presente (2006); Carducci, nostro contemporaneo (2007).