Salotto Letterario “ConVersiamo”: gli Autori RPlibri ospiti di Giuseppe Vetromile

a cura della Redazione RPlibri

Curiosi di conoscere gli Autori RPlibri? In attesa di poterci incontrare di persona vi invitiamo ad un preziosissimo appuntamento virtuale che coinvolgerà i nostri Autori!

Un Evento speciale del Salotto Letterario “ConVersiamo” di Giuseppe Vetromile ci aspetta il prossimo 5 marzo, dalle 19:00 alle 20:00 in diretta video su Zoom per un incontro dedicato agli Autori RPlibri. 

L’evento è  inserito nelle manifestazioni della Fiera Virtuale del libro – Italia.

Ringraziamo per l’ospitalità Elisabetta Bagli e gli organizzatori della Fiera.

A condurre l’incontro: Rita Pacilio, Editore e Antonio Bux, Direttore della Sezione L’anello di Möbius, Collana Poesia. 

Interverranno gli Autori con letture e riflessioni.

La moderazione sarà affidata a Giuseppe Vetromile

Note di Lettura per “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Irene Sabetta

Nella silloge Proprietà dell’attesa, Giuseppe Vetromile raccoglie le sue poesie dedicate all’esplorazione delle varie possibili significazioni che il tempo, inteso come tempo vuoto, sospeso, rarefatto e pendente può assumere nel sentire di chi aspetta.

Come l’autore stesso dichiara nella nota introduttiva, “questa raccolta di poesie è tutta fondata sul tempo dell’attesa e sulle conseguenze più o meno dirette che può generare in noi”.

Fin dal titolo, è evidente come l’esplorazione del tema tocchi non solo gli aspetti psichici e percettivi individuali, le sensazioni che l’attesa produce nel nostro umore, ma si estenda ad una considerazione più generale e filosofica dell’attesa in quanto condizione esistenziale che abbraccia l’intero arco del nostro vissuto. Il termine proprietà, in esso contenuto, può essere inteso come sostantivo plurale, e quindi riferirsi alle varie modalità in cui l’attesa si manifesta, oppure, in modo meno lampante, ma altrettanto indicativo, può essere inteso come sostantivo singolare con significato di possesso, appartenenza. Ecco, noi apparteniamo all’attesa e, viceversa, l’attesa è il solo tempo di cui disponiamo.  Il tempo che ci è stato concesso è una parentesi tra la nascita e la fine; per dirla con Amleto, viviamo un intervallo (“The interim is mine”, trad. “L’intervallo è mio”, Hamlet, atto V, scena ii). In questo senso, l’attesa è la condizione prevalente e persistente del nostro esistere: senza sosta aspettiamo di fare qualcosa o che qualcosa avvenga, di incontrare qualcuno o che qualcuno venga a trovarci, a parlarci, a svegliarci, a consegnarci “il messaggio dell’imperatore”.

L’autore ha suddiviso le sue poesie dell’attesa in cinque sezioni, con l’obiettivo di fare dei distinguo tra una proprietà e l’altra dell’attendere. In effetti, le sfumature che il tempo sospeso può acquisire sono numerose e questo libro ne fa un’attenta ricognizione e un’analisi minuziosa e toccante.

I pensieri che affiorano durante il tempo dell’attesa, le emozioni e gli stati d’animo con cui riempiamo lo spazio vuoto d’azione, in cui la narrazione della nostra vita sembra avere un arresto, costituiscono per Giuseppe Vetromile un’opportunità di crescita e di sviluppo emotivo. Non un tempo perso, ma un’occasione da cogliere, un territorio misterioso da scandagliare.

Nella prima parte, Prologhi, il poeta elabora il concetto di attesa come preludio (… e il sogno finalmente prenderà forma). Il tono è pacato e affiorano a tratti sembianze femminili (che l’attesa sia donna?). Qui il tempo è “il tempo che manca” e rimanda all’idea di gestazione che, in alcuni testi, coincide con la germinazione della poesia stessa. Il processo generativo della poesia è un privilegio su cui incombe una minaccia: l’attesa è un turno che non ti spetta.

La seconda sezione è dedicata alle Aspettative, alla speranza che riponiamo nel tempo futuro, quando ci aspettiamo ricompense, riconoscimenti o, forse, risarcimenti. Qui, l’attesa è vissuta come una casa in cui vivere un quotidiano opaco ma intenso, profondo. Ci sono fantasmi e creature soprannaturali (v. Sono di nuovo qui fra il punto e la curva che porta all’abbandono) che gettano sulla casa ombre sinistre che inducono timori: sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto. È utile sperare?

Nel terzo movimento, Indeterminazioni, siamo nel cuore pulsante e fragile della raccolta, sia perché questa sezione si colloca al centro del libro, sia perché l’attesa si configura come dubbio, come intervallo tra due attimi; è uno spazio sfocato fra il punto di non ritorno e la tangente all’abbrivio. L’indeterminatezza prevale sulle certezze e l’indecisione su quale strada prendere delinea un’attesa che assomiglia ad uno stallo: … ho frazionato il tempo in piccoli e inutili passi/e in questa città che ora mi crolla addosso/frana anche la legge che non permette più/l’andare a capo/… Così/ho frantumato l’attesa e il fine/inutilmente ho ridotto le mie ossa/a un corpo che girovaga/accanto a un mito arcano e inopportuno.

Le poesie della parte centrale, esprimono una percezione malinconica del sé, l’amarezza di una rinuncia quasi definitiva all’attesa stessa (Noi siamo i fautori del tempo che non c’è).

La quarta sezione si spinge oltre l’attesa e le attese. In Traguardi, i versi sono pieni di cielo, di luce e l’aria è l’elemento predominante. La rinuncia all’attesa riserva un dono: Ora è tutto qui il mio stare/e la mia poesia. Al termine sfumato del tempo, l’immaginazione spazia libera come un soffio di vento e il poeta, perse tutte le illusioni, senza più speranze né aspettative, ha distillato le ore e i giorni in un’accettazione tranquilla dell’infinito presente: I poeti non hanno più l’orologio al polso.

Il titolo che l’autore ha scelto per la sezione conclusiva della silloge, Assecondamenti/Assuefazioni segnala un atteggiamento aperto ad una duplice possibilità. Assecondare l’attesa non è rassegnazione, non significa consegnarsi alla noia e rinunciare alla meta o alla ricompensa ma è vivere tutto il tempo, anche quello sospeso, come tempo vitale (il “secondamento” è anche l’ultima fase del parto…”). L’alternativa (o il pericolo latente dell’assecondamento) è assuefarsi all’attesa, provarne addirittura piacere e dipendenza: a un certo punto la nostra anima/propagata oltre la pelle e il respiro/ed è lei che ci porta dentro/nel viaggio verso il capolinea/come se fosse un morbido/comodo scompartimento di treno. E al termine del viaggio, quando si smette di aspettare perché tutto è già accaduto, si torna al principio, nel grembo della madre che chiude ogni cerchio. In un cassetto della scrivania, l’unica traccia tangibile e luminosa del nostro lungo attendere…

P.S.

Queste note non sono né un’analisi stilistica né un commento critico ma, semplicemente, riflessioni personali che corrono parallele alla lettura dei testi contenuti nella raccolta, ricca di suggestioni, Proprietà dell’attesa di Giuseppe Vetromile.

Nr.8 – Vincenzo D’Alessio

a cura di Giuseppe Vetromile

Credo che la Poesia aiuti a transitare nell’esistenza, renda meno difficile il contatto tra esseri umani, permetta di avvicinarsi con minore sofferenza alla realtà della morte, lascia ardere perenne in noi la fiamma musicale della Natura. Credo fermamente nella poesia civile, praticata dal poeta e dagli amanti della poesia. Credo che la poesia costituisca la stanza illuminata dagli affetti e dai ricordi nell’anima di ogni essere umano, per l’eternità.

Così scriveva Vincenzo D’Alessio presentando, nella sua introduzione – quasi una dichiarazione di poetica – al libro “La valigia del meridionale ed altri viaggi” (Fara Editore, 2012). Il poeta irpino, di origini solofrane, è mancato all’affetto dei suoi cari e nostro nello scorso mese di aprile, lasciandoci tutti costernati e addolorati.

Lo vogliamo ricordare qui, in questa rubrica, proponendo alcuni versi tratti dal libro già citato. Vincenzo è stato un poeta molto impegnato, non limitandosi a scrivere per sé ma prodigandosi per la diffusione della poesia e della cultura in genere, negli ambiti scolastici come in quelli sociali, specialmente tra i giovani, e fondando circoli ed associazioni culturali, come il Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Laureato in materie letterarie all’Università di Salerno, è stato un fine critico, giornalista e organizzatore di Premi Letterari importanti, come il “Città di Solofra” e il “Cluvium” di Calvanico (Sa).

La sua poesia è dolce e incisiva nello stesso tempo, e tocca temi sociali ma anche quelli della memoria e della propria terra d’origine, dura e solare.

Lo scoglio

Mi ritrovo più solo di uno scoglio

in piedi, in mezzo alle correnti

un’inutile lotta per emergere

ad ogni notte ritorna la marea,

felice chi è se non il mare

padrone di mille e più confini

ad altri Dio cela il suo destino

e fissi guardiamo senza fede.

Oggi l’inganno è lievito della terra

il marchio primitivo sottopelle.

Fuggire, capire, forse anche morire

vicino ad una mano che ti sfiora.

***

Il Sud ha sapori

di ruggine e tradimenti

del poco lavoro della sofferenza

Figli lontani dal sole

nelle nebbie tristi di torpore

La terra è l’usignolo

che scompare d’inverno e torna

nelle notti dell’amore a cantare

dietro l’uscio degli uomini

Quando potremo riposare?

Terra rimasta vera

solo nei pensieri miei.

***

A mio figlio Antonio

Ti sono mancato come padre

me ne vergogno ancora

avrei potuto fingere negli anni

resistere al male degli uomini

Non me ne volere figlio

non potevo restare al suolo

nell’egemonia blanda dell’ipocrisia

Sono come te un bambino nuovo

che vuole vivere verità e poesia

Siamo fili di speranza lieve

che si apre al mondo clandestina

Sotto il cielo spero che da padre

mi ridonerai la vita.

***

Noi siamo la terra

che grida dalle sue radici

tormento infaticabile

cemento calato nelle viti.

Siamo soli a sollevare nel vento

il richiamo al falco pellegrino.

Siamo soli a chiedere perdono

alla memoria ferita.

***

Quando non sarò con voi

recitate i versi al vento

            li trasporti ai sordi

            alle cime innevate di settembre

affidateli agli uccelli

            che vincono malinconie

scioglieteli sui muri nell’inverno

al filo rosso delle periferie.

Vincenzo D’Alessio, nato a Solofra 1950, viveva a Montoro (AV). Laureato in Lettere all’Università di Salerno, è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra e fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Ricordiamo alcune opere  poetiche pubblicate con Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 2016); Il passo verde (in Opere scelte, 2014), La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017); Dopo l’inverno (2017, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso “Terra d’Agavi 2018”, segnalata al Premio “Civetta di Minerva”, finalista al Premio “Tra Secchia e Panaro” 2018); Nuove anime (2019). Nel 2018 ha pubblicato i Racconti di Provincia.

Nr. 7 – Adriana Scarpa

a cura di Giuseppe Vetromile

Scrivevo così una quindicina d’anni fa sul mio blog, riportando la notizia della morte di una grande poetessa e cara amica, Adriana Scarpa, incontrata in tantissime occasioni di premi letterari: “La poesia non muore, la poesia non è morta. Anche se la voce può cessare, anche se il canto sublime può interrompersi indefinitamente, l’anima della poesia resta. E resta fra noi la poesia di Adriana Scarpa, che malignità terrene hanno strappato a questo temporaneo viaggio di materia. Adriana Scarpa, infatti, non c’è più: è deceduta lo scorso 19 ottobre 2005, lasciando tutti noi costernati e affranti. Adriana Scarpa è stata, è, una grande poetessa, e senza alcuna retorica ma riconfermando una realtà che è sempre stata sotto gli occhi di tutti noi che scriviamo poesie e ci sforziamo di dare un valido contributo all’attuale panorama poetico italiano, possiamo ben dire che la Nostra Poetessa è stata – e continua ad essere – un preciso riferimento, un punto fermo, un modello eccelso da seguire, da studiare, da amare.

Nata a Venezia nel 1941, sua abituale residenza è però stata la città di Treviso, dove appunto si è spenta. Ex funzionario della Banca d’Italia, Adriana fin da piccola aveva sempre dimostrato particolare predilezione per la poesia, tanto da affermarsi, nella sua maturità poetica, in importantissimi concorsi letterari nazionali, nelle cui commissioni giudicatrici figuravano nomi prestigiosi della letteratura contemporanea, quali Ungaretti, Caproni, Zanzotto, Bo, Galasso, Grisi e tanti altri. Numerosissimi i primi premi, intensa la sua attività letteraria e prolifica la sua opera, con più di trenta pubblicazioni, per la maggior parte avute in premio e sempre qualificandosi con molto merito ai primi posti nei vari concorsi. Ultimamente la sua città, Treviso, le aveva pubblicato un’antologia completa di intervista, dedicandole un’intera giornata di festeggiamenti.

Una poesia intensa, alta, quella di Adriana Scarpa, che lascerà certamente un’impronta per la sua peculiare e caratteristica espressività.

Proponiamo, per il settimo incontro de “La Scansia poetica di RPlibri”, un esempio della sua lirica melodiosa.

Mi resta tutto il cielo da spartire

Sono la parola

fuggita dal muro di brezza

che fruga la quieta anima

delle ultime stelle. La mia ricerca

fluttua tra pareti

che non fanno storia, lampade

sospese ai davanzali, lo scialle

modellato alla figura.

S’accende sulla bocca

il cristallo delle rugiade

ma nessuno

può rubarmi il pensiero

che dorme nei tronchi

e c’è stagione nuova

anche per gli occhi

che hanno perduto l’innocenza.

Oggi

mi sento leggera come un ramo

che resta solo col suo peso

dopo un volo di passeri

e la luce

s’irraggia dai contorni delle cose.

L’azzurra matassa della vita

somiglia ad una lucciola vagabonda

e mi resta tutto il cielo

da spartire

con l’anima sempre nuova; la realtà

evade cantando

e il corpo

oltre i confini del tempo.

Il paesaggio si posa sopra la città:

dove comincio, dove finisco

è un incendio di vene

nello spazio che svolge

i chiari giorni del passato.

(Da: Alchimie per una donna, 2003)

***

Gli specchi e gli orologi alle pareti

son testimoni adesso

di altre sconfitte, di altri disinganni:

fu tentativo inutile

fermare il lieto istante

di un volto, di un sorriso.

Ora qui vengono i fantasmi

ad incontrarmi.

Dar loro ascolto? meglio

impugnare il binocolo al contrario

per rimpicciolirli

e ricacciarli dentro il loro limbo.

Anche se a notte / li sentirò tornare.

Bussando ai vetri

con le nocche d’ossa

mendicheranno epiloghi / alle irrisolte storie

e bramosi di luce tenteranno

di depredare gli occhi delle stelle.

(Da Incosciente saggezza, Montedit, 2006)

***

Peppe degli automi

Ti sei dato un numero.

L’hai ricavato dall’elaboratore

mescolando tendenze  e carattere,

colore degli occhi e ampiezza del sorriso.

                        Naturalmente

data di nascita, nome e posizione astrale:

tutto racchiuso

in una placca di silicio,

unicamente tua, come il DNA.

Ti salva dall’automa

il fiore che raccogli ogni giorno

e il cielo del tramonto

che vai cercando

(tuttocolori il cielo)

 per non morire.

(Dalla raccolta inedita Amici)

Nr. 6 – Alberto Mario Moriconi

a cura di Giuseppe Vetromile

Riprendiamo la rubrica de “La scansia poetica di RPlibri” dedicando questo sesto appuntamento ad un altro importante poeta napoletano recentemente scomparso: Alberto Mario Moriconi. Desidero ricordarlo qui, con rispetto e grande ammirazione, avendomi egli dedicato un breve spazio su Il Mattino nel lontano 1984, parlando della mia seconda pubblicazione di poesia. Alberto Mario Moriconi, nato a Terni ma sempre vissuto a Napoli, è stato infatti anche un attento critico letterario e un riferimento preciso nel panorama letterario napoletano, e non solo, dell’ultimo novecento.

La sua poesia, corroborata dalla sua forte personalità di intellettuale eclettico e sempre alla ricerca di motivi profondi di ispirazione, è tesa ad una trasfigurazione della realtà, mettendone in risalto polemiche, moralità, costumi. Il tutto con una vena di profonda ironia, quasi una satira, di cui è intriso il suo dettato poetico, che sotto certi aspetti si fa anche denuncia e cronaca sociale. Il suo stile è ricco di metafore, allitterazioni, giochi di parole. Ne riportiamo qui di seguito alcuni esempi.

 

La disoccupata e la meretrice

Essa dice dice d’un posto,

è riccia mora, la pelle scabra

[però avrebbe attratto

(ancora?…)],

forse le spetta (il posto),

confida, e l’amica nega, saputa,

nel viscido scendere, un’ansa

intestinale, della ventruta

tonitruante città.

Che forse, può

darsi, l’avrà, no?

<< … Dio ssolo ‘o

sape >>.

L’amica nega: << Con quelle cape!… >>

<< E nun sonco, vuò

dicere, mo, manco cchiù bella…

no? >>

<< Tu non si’ quella che

si dà, cumm’io mi do,

me donco >>.

Scendono per le budella

della città (sfocianti

al mare, all’Immacolatella).

<< I’ nun dico “fai male”:

nu ‘o saccio fa’! >>

<< Porta l’onore – e cuntame –

a ‘o monte di pietà.

S’impara, impara >>.

<< E nun sonco cchiù chella

ca ‘mparà può… Tu credi,

“cu chelle cape,

niente da fare”…? >>

<< Tu sei un’Immacolatella

che niente

d’ ‘o mare

sape >>.

(Da Un carico di mercurio, Laterza, 1975)

***

L’utile e il bello

(e il vero)

E sono quello che avanti a un bivio

ristà pur conscio della via utile

e sulla meta proficua certo,

via lastricata…

                                      fra villa e valle,

villa soprana, poi, passo incerto

e busto aitante, sceglierà la polvere,

le more e le farfalle,

la fresca e vana

valle,

e non l’altana

ciarliera e bicchierante della villa.

Solo, e già sera,

a valle…

Nemmeno!… A un bivio,

conscio della via utile…

mi sto,

e canto bucoliche balle

(giù, stazzi, stalle…).

Se rinasco, sarò

con voi, lassù (volendomi

voi).

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

***

Elogio dell’economia

Con sua tale ossessione del risparmio, andava

spegnendo a sassate i fanali ai viali.

S’attenuò anche il lume degli occhi,

per la riserva al domani

– e apposta udì anche di meno, –

e il lume ch’è nei medii cranii,

e, ipoteso già, i pulsi minimi

dei cuori sani (non seppe oh degl’insani

l’alte tensioni, gl’irraggi e il bruciare).

Ovvio, ovvio, anzitempo defunse (consunse

meno giorni).

<< Che sperpero di fiori… >>

Riemerso dalla cassa, soffiò su tre candele.

(da Il dente di Wels, Tullio Pironti Editore, 1995)

Alberto Mario Moriconi, poeta, giornalista pubblicista, è nato a Terni nel 1920. È vissuto a Napoli fin dalla fanciullezza e qui è scomparso nel 2010. Ha esercitato la professione di avvocato penalista, poi è stato docente di letteratura drammatica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. È stato critico e rubricista culturale del “Mattino”. Ha pubblicato in poesia: Vortici rupi mammole (Gastaldi, 1952), Trittico fraterno (Ceschina, 1955), Anno Mille (Rebellato, 1958), Le torri mobili (Guanda, 1963), Dibattito su amore (Laterza, 1969), Un carico di mercurio (Laterza, 1975), Decreto sui duelli (Laterza, 1982), Il dente di Wels (Pironti, 1995), Io, Rapagnetta Gabriel-e altre sorti (Pironti, 1999), Un autocommento discreto (Liguori, 2003), Non salvo Atene (Pironti, 2007). Ha inoltre pubblicato la trilogia tragicomica: Dibattito su amore, Un carico di mercurio, Decreto sui duelli nella nuova edizione a cura di A. Maglione (Pironti, 2011). Sue opere sono state tradotte in più lingue. Un’ampia bibliografia della critica sulla sua opera è consultabile nei volumi La poesia di Moriconi di Franco Lanza (Liguori, 1988) e La poesia di Moriconi (“Nord e Sud”, Edizioni Scientifiche Italiane, aprile-maggio 1996 e agosto 1998).

Nr. 5 – Mariavittoria del Pozzo

a cura di Giuseppe Vetromile 

La Poesia è un mondo complesso e variegato, all’interno del quale è piacevole, interessante e persino gratificante viaggiare per incontrare altre realtà, altri stili e altri talenti creativi: non solo, quindi, immaginare e trarre spunti di ispirazione stando seduti alla propria scrivania, ma come l’Ulisse dantesco, solcare altri mari alla ricerca di nuovi fermenti, di sogni di altri, di filosofie e di progetti diversi dai propri. E condividerli. E’ così che la Poesia si espande, si arricchisce.

Questo preambolo per riflettere su un mio incontro particolarmente felice e gioioso. Ho conosciuto la poetessa Mariavittoria del Pozzo, per gli amici Marvi del Pozzo, l’anno scorso a Roma, e subito l’onda dolce e armoniosa della sua poesia mi ha coinvolto. Una poesia di elevato lirismo, con accenti fortemente emotivi evocati dalla natura, dal mare, ma anche dai luoghi e dalle persone.

Propongo ai nostri lettori de “La Scansia Poetica” quattro poesie della nostra Autrice, tratte dal libro “La bacchetta del rabdomante”. Buona lettura!

Considerazione II

 

Prender la vita a calci come un ciottolo

lo so fa male e non soltanto al piede.

Amica mia, un guizzo d’ironia

servirebbe a ottenere la distanza

ed osservarci come dal di fuori.

Un grammo di freddezza, uno d’azzardo

nel poker del trascorrer degli eventi

per scommettere come va a finire,

lieve sorriso se si vinca o perda.

 

***

 

Inverno a Torino

 

La luminosità dell’aria tersa e lieve

frizzante nel mattino decembrino

mi stimola a sentirmi avviticchiata

a questa mia città fresca e leggera

che sorride dai tetti dei palazzi

distesa e pigra come un gatto al sole

ma con grazia felina sulle zampe

s’erge di scatto a correre la vita.

 

***

 

Colori

 

Vesto il mio corpo di colori scuri,

nero, marrone od indistinti beige

eppure so che l’anima non ama

la scelta di colori cinerini.

So che si esalta all’estate più gialla

dei prati coltivati a girasole,

al turchino profondo del sereno,

quel liquefatto azzurro che è dell’aria.

Ma è il blu oltremare del Mediterraneo

che più m’avvolge, commuove, sorprende.

Soltanto un altro blu congeniale

allo spirito, più definitivo,

mi strugge con affanni e con passione,

il blu d’inchiostro della mia scrittura,

della parola vaga che mi sfugge

inadeguata sempre al mio sentire.

Quella che invoco e che non so trovare

quella che vorrei leggere, mai scritta.

 

***

 

Parole… parole

 

Mi sento oppressa dalle mie parole

da sempre inefficaci sulla pagina.

Scritto, il pensiero pare evanescente,

un abbozzo parziale ed indistinto.

Se nella testa tutto invece è netto

perché il comunicare è limitato?

Guardando fuori un po’ mi rassereno:

uno spicchio di cielo tra le foglie

è tutto il cielo, perché ha in sé lo spazio

d’orizzonti infiniti, sconfinati

come un raggio di sole è tutto il sole

non si consuma, illumina, riscalda,

vivifica ogni cosa di colore.

Da due parole in croce un po’ imperfette

può irrompere lo sprazzo del chiarore.

 

***

 

Mariavittoria del Pozzo vive a Torino. Da sempre si occupa, oltre che di poesia classica, di quella contemporanea nazionale e internazionale e da undici anni coordina il gruppo di poesia Tempo di Parole del Circolo dei lettori di Torino. Ha scritto nove volumi di poesia, autoprodotti. I più recenti: La bacchetta del rabdomante (2013), Pietre nel tempo (2014), Immagini ed Immaginazione (2015), Esserci e Riconoscersi (2017). Collabora con la rivista cartacea torinese di poesia “Amado mio” e cura la rubrica fissa di critica letteraria Letture condivise sul Blog romano ParolaPoesia.
Ama affiancare all’attività di scrittura poetica quella di autrice di monologhi teatrali, incentrati sulle più autorevoli figure di poeti contemporanei internazionali.

Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nr. 4 – Ciro Vitiello

a cura di Giuseppe Vetromile 

Il 28 dicembre del 2015 veniva a mancare, nella sua San Sebastiano al Vesuvio, uno dei più illustri letterati napoletani dell’ultimo novecento: Ciro Vitiello. Filosofo, saggista, studioso insigne della letteratura italiana e profondo conoscitore del mondo poetico contemporaneo, poeta di grande pregio egli stesso, Ciro Vitiello avrebbe meritato, come tanti altri letterati e poeti non più tra di noi, maggiori riconoscimenti e attenzioni, una più ampia dedizione commemorativa nei suoi riguardi. Non sono molte le notizie sulla sua persona e sulla sua intensa attività nel cosiddetto mondo virtuale, internet, blog e social. Eppure ci ha lasciato una grandissima quantità di scritti, di opere letterarie, saggi, romanzi, poesie. È questo, purtroppo, il destino un po’ triste e ingiusto  di tanti uomini di cultura, che nonostante abbiano lasciato un segno tangibile e importante in vita, vengono poi, se non del tutto dimenticati, “oscurati” dal vertiginoso e affannato succedersi degli eventi successivi.

Nostro compito riportare alla memoria le loro voci, che sono state voci vive, voci rinnovatrici e propositive, come appunto fu quella di Ciro Vitiello, riproposto brevemente in qualità di poeta in questo spazio della Scansia Poetica di RPlibri.

 

(Da “Ciclica”, 1979)

 

Permeabile luce

 

Avvinghiamoci sotto cieli di mutili aprili

correndo puledri in calore – tu libidinosa moina,

io desiderata fusione, entro i limiti della libertà:

 

tutto è spazio, e tutto è tempo, gli uccelli saettano

nell’azzurro parole, che sfiorano la tua gelida anima

nella permeabile luce, eco della voragine rimena

 

il rito della vinaccia. D’improvviso, scoppiano bombe

nelle piazze, lacrimogeni annebbiano l’aria,

impazzita la folla si disperde nei labirinti,

favola della rivoluzione…

 

***

 

(Da “Didimo”, 1983)

 

Dissolversi è destino

 

Dissolversi è destino ma basta una sillaba,

una sola, perché il tempo si ripeta, e duri!

 

Ti fingi in estasi, mentre l’aria è bruna e la voce muta:

l’azzurro assorbe le sonore corrispondenze dei tordi –

e, nella pura laringe della stanza, oscilla la tenda

gonfia di vento. Dissipo le fervide vocali, sfioro l’amaro

istante, ritaglio le forme del nostro fiato per incidere

la luna sulla lastra di rame: sciamando, da

suoni evado – e, allo strappo netto, non

percepisco più valori, eco dileguo.

 

***

 

(Da “Riforma”, 2006)

 

L’altrove

 

Quanto silenzio dopo il grido dell’anima!
E lo stelo germoglia,

la grotta del cielo accende il sole – le frontiere

sono insuperabili – “Tutto è misto di utopie

e delusioni, di lotte e d’ingordigia –

la madre assaggia la coppa dell’amaro, e cerca

dissennata i figli mai nati dal ventre fervidissimo –

nel senno della sua inviolata morale

anche il silenzio s’è fatto mortale, la sconosciuta

riprende il suo obliquo viaggio. Nella mente

risiede il bene distorto? Percepisce

nell’orgolgio che la presa della carne

è l’aspirazione di ogni vivente”. Dove è

la parola che perpetui la congiunzione

degli opposti, e lo

sterile fecondi?

 

(Testi tratti dal volume “L’opera poetica vol. I”, Guida Editore 2012)

 

***

 

(Da Rapimenti)

 

Alla Certosa

 

Sei nudo corpo –

voce di sibilla, titubante dubbio dondoli –

quando carezzi abbaglio, mio leccio,

mia rotula! In quel

pomeriggio di calce alla Certosa –

s’andava sulla pietraia – io nodulo d’argilla,

per lineamenti di calma –

buco: infido contatto adulavi nel passaggio

a ripe di miserie, mia fedele, mio lampo,

e sono fuoco spento –

sulla toppa del mondo per mente

sconquassata e matta: oh profumo di carne,

mi sprofondi, nei recessi del buio, per orrori,

rumore doloroso capitombolo

sulla china

senza figure, senza visi,al vento poca luce.

 

(Dal volume “Antologia della poesia italiana contemporanea 1980-2001”, di Ciro Vitiello, Tullio Pironti Editore).

 

Ciro Vitiello è nato a Torre del Greco (Na) nel 1936. È stato redattore della rivista letteraria Altri Termini, ha collaborato a quotidiani e a numerose riviste. Per Guida ha diretto le collane Poesia Contemporanea (1982-1985) e Poesia Novanta (1992-1994); per Ripostes Poeti Contemporanei (1992-1995). Ha ideato e diretto per l’Editore Tullio Pironti di Napoli la Biblioteca della poesia italiana contemporanea, dove ha pubblicato testi di Luzi, Roversi, Sanguineti, ecc. Per lo stesso editore ha pubblicato la sua Antologia della Poesia Italiana Contemporanea. Nel 2002 ha ideato per l’editore Guida una collana dal titolo Idetica. Ha diretto, dal 2009, sempre presso Guida, con Ferroni e Luperini la collana Parole chiave della letteratura. Ha fatto parte di giurie in alcuni importanti premi di letteratura. Nel 2011 ha ideato il Premio Letterario Corrado Ruggiero, con una giuria di grande prestigio.

Ha pubblicato, in ambito poetico: Corpor.azioni (1975); Ciclica (1979); Apocalipse quattro(1980); Cantico d’Erugo (1980); Le resistenze (1983); Didimo (1983); Suite (1984); Accensioni (1991); Rapimenti (1992); Il gioco degli errori (1994); Baara ( 1995); Quisquis o delle solitudini (1996); Origini d’amore (2001); Il male sorgivo (2001);  La tenue armonia (2003); Lunedì perduto (2008); Dritto e Rovescio (2012). Per la narrativa: Le voci leggere (1987); Verso occidente (1987), I due orologi (2003); Malpotere (2009). Per la critica letteraria:  Teoria e analisi del linguaggio poetico (1984); La logica letteraria (1984); Teoria e tecnica dell’avanguardia (1984); Idetica (2002); Pensare la poesia (2005); Gli spiriti nel presente (2006); Carducci, nostro contemporaneo (2007).

 

Nr. 3 – Raffaele Urraro

a cura di Giuseppe Vetromile 

Raffaele Urraro è l’ospite del terzo appuntamento della Rubrica “La scansia poetica di RPlibri”. Un autore del nostro territorio, poliedrico e creativo, ma anche grande studioso della materia poetica e letteraria. Critico letterario serio e competente, ha sempre analizzato e studiato la poesia in tutte le sue molteplici forme, dal classico al moderno, dalla purezza del lirismo allo sperimentalismo linguistico. Sono note le sue analisi approfondite sul “fare poesia”, descritte molto bene ad esempio nell’importantissima opera “La fabbrica della parola”, come pure di una rilevanza eccezionale sono le sue ricerche su Leopardi, confluite in vari saggi, tra i quali “Giacomo Leopardi, le donne, gli amori”, e “Questa maledetta vita, il romanzo autobiografico di Giacomo leopardi”, ambedue i libri pubblicati dalle rinomate Edizioni Olschki.

La sua storia poetica è lunga e intensa, con escursioni diverse in forme, stili, contenuti e ricerche filosofiche. Ne proponiamo qui di seguito alcuni esempi.

***

E allora: che cos’è la poesia?

La poesia è l’ultima forma dell’informe. Ma resta inascoltata. Non ha potere. Ma solo la poesia sa vedere la morte perché solo la poesia sa entrare nelle cose e scardinarle. Potere dissacrante di santuari in balia della morte. La sua forza è sconvolgente. Se non è sconvolgente non è poesia.

***

Oltre la pietra non macino più sensi

oltre la pietra non macino più sensi

oltre la pietra grido e straccio segni

perché nell’inferno del mondo

tira sempre il vento e lo conosco

 

oltre la pietra informasi l’ultima

scoria del pensiero bianco

e colgo con le mani sanguinanti

l’ombra del cielo

è come andare a spasso tra

le nubi scremate dentro i prati

dell’informale a cercar forme

sotto forme di rose

 

***

Calcomania di segni

calcomania di segni

è vita che scompone

è terra che si stria in ossessione

calco mania della parola

e sbatto come matto la mia porta

uno sbadiglio lungo tranta gradi

non più

gradi di segni e il mondo ruota

sulla mente che va

sulla montagna sole valle luna

è il roteare della mente

in fumi di menzogne

mi porto a spasso dentro l’illusione

contorta o sfranta come in una mano

 

questo nonsenso è quello che mi brucia

che mi deriva in ambiti contorti

ma la parola cade sulla neve

calcomania del nulla

(Da Il destino della Gorgonia, Loffredo Editore, 1991)

***

La parola incolpevole

di tutti gli arabeschi

calati sulla pagina bianca

di tutti i nostri giochi

costruiti con un po’ di fantasia

la parola è incolpevole

 

che ne sa mai la parola

dei trucchi e degli inganni

elaborati con cura dalla mano

che cede agli impulsi

della mente confusa tra gli intrighi

di un pensiero che finge?

 

regna nel silenzio la parola

e nel silenzio aspetta che la trovi

chi sappia solcare il campo

di sogni e seminare

(Da La parola incolpevole, Marcus Edizioni, 2014)

***

all’alba della primavera

Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (Genesi, 1, 29).

è bello pensare

che all’alba di un giorno di primavera

la terra si scuotesse dal torpore

e aprisse lentamente

la sua scorza dura

per amore dell’uomo

 

è bello pensare

che un seme che si sveglia

e alla vita lentamente si dispone

percorra la sua strada

per dare all’uomo una mano

un sorriso un po’ d’amore

 

io mi rallegro del prodigio

e mi fermo sorridente

in questa serena immagine di sogno

(Da Bereshìt, Marcus Edizioni, 2017)

***

Il lato oscuro delle cose

 

Mentre ascolto una musica

coperta lievemente da veli variopinti

sento che la mente si accartoccia

nelle sue emozioni

 

anche l’aria che sembra stonata

nello stormire delle foglie

vibra di incerte tensioni

ed io cerco di scoprire

cosa dice quella voce

che parla la lingua

indecifrabile e arcana

della natura

 

ma conosceremo un giorno

il lato oscuro delle cose?

(Da: Il lato oscuro delle cose, RPlibri, 2019)

 

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), dove tuttora vive ed opera. È poeta, scrittore, saggista, critico letterario. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario.

Ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali, ultimamente, Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, 2014; Bereshit -In principio, Marcus Edizioni, 2017; Il lato oscuro delle cose, RPlibri, 2019.

Tra le pubblicazioni di saggistica ricordiamo La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, 2011; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki Editore, 2008; Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, Olschki Editore, 2015; Le forme della poesia – Saggi critici, La Vita felice, 2015.

Ha pubblicato inoltre opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura Latina (Bulgarini, Firenze).

Nr. 2 – Rosario De Crescenzo

a cura di Giuseppe Vetromile 

Per il secondo appuntamento della rubrica “La scansia poetica di RPlibri”, desidero proporre i versi di un grande poeta napoletano dell’ultimo novecento, che purtroppo come tanti altri amici “colleghi” ha operato per tantissimi anni ma senza mai aver ottenuto quella notorietà, o per meglio dire quell’ “ufficialità” in ambito nazionale che avrebbe meritato, pur avendo prodotto tanti libri e vinto moltissimi premi letterari importanti. Parlo di Rosario de Crescenzo, squisito poeta napoletano che si è distinto per la sua lirica attenta e formale, per i contenuti forti e importanti che spaziano dall’osservazione della natura alle riflessioni sul senso dell’esistenza, dal canto universale alle considerazioni sul sociale e sul lavoro in fabbrica, avendo egli svolto la sua professione in ambiti industriali. Rosario de Crescenzo fa parte di quella lunga schiera di poeti impegnati, ma “dimenticati” dopo la loro scomparsa. Ma la loro poesia rimane e rivive con noi.

 

Monte Faito

 

Anche quassù la roccia

aspra e tagliente

nasconde le ferite in ampi verdi

in boschi silenziosi, in ombre estese.

La pineta rifrange sulle cime

le onde di calura

e un venticello

viene a filtrare l’afa tra il fogliame.

E tu scopri i dirupi

il calcare franante esposto al salso

tormentato dai venti, macinato

in sabbia di stagioni.

 

Come questa che brucia

quietamente

aspettando d’incidere una ruga

più profonda nel monte.

Verrà la neve;

questi nostri passi

saranno qui esistiti senza impronta

ed è sterile d’echi

questa voce

che dice l’Infinito

lentamente

sentendosi morire insieme al giorno.

 

(Da “Terra di lusinghe”, 1983)

 

Identità

 

Un rabbuffo di vento

preme ai vetri

e scuote la serranda. Scroscia piena

l’acquata e la tristezza

colora solitudini sui veli

aperti della tenda,

appena mossi.

 

Era identica a questa

quella sera

che non volemmo dirci

altro che addio.

Dimenticammo i passi e le parole

del cammino più lieto

e lasciammo alla polvere la cura

di seppellire ceneri grà fredde.

Chiudemmo le ferite

con le argille

di fanghi avvelenati.

E fu il silenzio

il nostro essere vivi oltre l’amore.

 

Scroscia piena l’acquata

e il vento scuote,

discreto, la serranda.

Come se tu battessi alla finestra

per entrare a colmare questo vuoto.

 

(Da “Partiture”, 1984)

 

Lutto

 

Con Mimmo sono cinque

ad andarsene giovani,

per sempre!

L’accidente

beffardo, imprevedibile, ribelle

ha insolenza d’ingiuria.

Questa vita

vissuta insieme

a lungo

fianco a fianco

qui sgocciola sudori e si dissecca

lasciando la ferita dei ricordi

al consumo degli anni.

 

Per il resto

il pezzo nuovo è già negli scaffali

e la macchina corre

senza soste

perdendoci per strada.

Inutili domande, le parole,

non saprebbero battere alla porta

del silenzio perenne.

Di noi tutti

certo il destino è scritto

nel granello di sabbia

in riva al mare.

 

E l’onda viene

e sceglie

e poi ritorna

e scioglie

e lega

nodi d’alghe verdi.

 

Numero 6181

 

Anche oggi ho timbrato. Un altro giorno

segnato con il marchio degli archivi.

Vediamo, dunque…

il sessantunottanta s’è infilato

(al solito) al mio posto.

Un po’ di spazio

è sempre una conquista da cintare.

Qui

neppure se ne accorgono che esisti.

Se qualcosa

succede dentro o fuori

mai che riguardi i numeri. Persino

la cartelliera è grigia. Mezze tinte

e toni opachi aiutano il piattume

a scivolare indenne

sopra falsi problemi, tra le fredde

stupidità di norme-astruserie.

 

Tutto in regola, certo, da trent’anni.

Seicentottanta

quindicinali zeppi di presenze

e trecentonovanta

stipendi percepiti. Sei orologi

sono andati a rottame; nel frattempo

lavoro e scalo i vuoti

mentre in coda

la fila più si allunga: mi avvicino

ai primi posti. Un giorno sarò fuori:

non resta che aspettare.

 

Ma intanto ho nostalgia

dei colori nascenti nei mattini

che ritrovo all’uscita spappolati

sui cirri del tramonto.

Sono colati sopra i muri spogli

della momoria senza disegnare

un briciolo di luce. Solo a sera

il possibile affaccia le sue stelle

e disperde il mio numero nel vento.

 

(Da “Il diario di Luca”, 1986)

 


Rosario de Crescenzo è nato a Napoli il 9 maggio 1927. Dal 1947 al 1982 ha svolto mansioni direttive presso un’Azienda metalmeccanica di Napoli.

Nella sua lunga carriera letteraria ha conseguito più di 500 significativi riconoscimenti, dei quali oltre 90 sono stati i primi premi.

Tra i componenti delle Giurie dei concorsi vinti figurano nomi prestigiosi del mondo letterario contemporaneo, come Elio Filippo Accrocca, Giorgio Bàrberi Squarotti, Piero Bargellini, Libero Bigiaretti, Carlo Bo, Giorgio Caproni, Antonio Donat Cattin, Giuseppe Giacalone, Massimo Grillandi, Margherita Guidacci, Luciano Luisi, Mario Luzi, Giuliano Manacorda, Walter Mauro, Leone Piccioni, Mario Pomilio, Domenico Rea, Gaetano Salveti.

Presente in numerose antologie e riviste specializzate, ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:

Rivoglio la speranza (Ed. Presenza, 1976), Stagioni addormentate (Grafedit, 1976), Imperfetti per favole (Terza Pagina, 1977), La stagione perduta (Astarte, 1981), Terra di lusinghe (Ed. Blue Team, 1983), Partiture (E. Velardi, 1984), Ascoltando silenzi (E. Velardi, 1985), Quotidiano databile (Seledizioni, 1986), Il diario di Luca (T. Marotta, 1986), Il respiro del tempo (T. Marotta, 1987), Sugli approdi dell’eco (T. Marotta, 1988).

Rosario de Crescenzo è stato poeta universale perchè il suo discorso riguarda l’uomo sotto qualunque latitudine di tempo e di luogo, perchè la magia dei suoi scritti è uno specchio in cui ognuno cercandosi troverà l’immagine della sua anima. Il ritmo dei suoi versi, la fresca sensibilità che si schiude in deliziose impennate e in trasparenze serene, trovando sbocchi lirici di alta scuola, è un patrimonio del mondo e nasce da una concezione poetica di universalità, unita al magistero di una sensibilità espressiva ricca di sfumature, di immagini che hanno il respiro stesso della vita (Francesco Mannoni).