Giovanni Agnoloni: “Internet. Cronache della Fine” (Galaad Edizioni, 2021)

di Francesco Improta (2021)

Prima di analizzare la monumentale opera di Giovanni Agnoloni, Internet, cronache della fine, pubblicata in un unico volume da Galaad editore (30€), mi sembra doverosa una premessa. Ho sempre guardato con diffidenza sia le fughe in avanti sia, a maggior ragione, i ritorni nostalgici al passato, con­vinto che un autore debba muoversi all’interno del suo tempo per coglierne problemi, fratture, contraddizioni da mettere in luce e con cui misurarsi ideologicamente ed emotivamente, per vivere, come dice P.P. Pasolini, calato nell’inferno con la marmorea volontà di capirlo. Da tempo ormai gli scrittori, e non solo, per evitare il confronto con la realtà drammatica del nostro tempo si rifugiano nel genere (penso al pullulare dei gialli e dei noir a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, sulla scia di Camilleri e dei suoi epigoni) o in esercizi di stile per la maggior parte fine a sé stessi. Ebbene ho dovuto ricredermi leggendo la tetralogia di Giovanni Agnoloni; pur essendo ambientata in un futuro prossimo venturo, rappresenta un’analisi lucida e impietosa, su basi filosofiche, del nostro tempo e del mondo occidentale. Quando ho definito monumentale il libro di Agnoloni non mi riferivo solo alla cospicua mole (più di 580 pagine) ma anche e soprattutto alla quantità di temi affrontati: solitudine, alienazione, mancanza di libertà, scissione dell’Io, controllo costante sulla nostra vita e persino sui nostri sogni da parte del potere.

Il libro che si avvale di una puntuale e articolata prefazione di Sonia Caporossi e di un’introduzione lucida ed esplicativa dello stesso autore raccoglie i quattro romanzi pubblicati precedentemente da Giovanni Agnoloni: Sentieri di notte (2012), Partita di anime spin off del romanzo di esordio (2014), La casa degli anonimi (2014) e L’ultimo angolo di mondo finito (2017) e testimoniano la necessità di una palingenesi, di una rinascita   interiore che ci consenta non solo di affrancarci dagli indottrinamenti del sistema ma anche di ritrovare la perduta umanità in armonia con la natura e con l’anima del mondo. Progetto ambizioso e umanistico nel senso più profondo del termine, che Agnoloni coltiva fin dalla sua adesione al Connettivismo, movimento letterario di avanguardia, che, nato sulla scia del Cyberpunk americano, è diventato col tempo una vera e propria weltanschauung, caratterizzata dalla volontà di gettare un ponte sulle macerie del presente per congiungere passato e futuro e restituire all’uomo la sua più autentica dimensione.

Siamo nel settembre del 2025 e un’oscura minaccia incombe sull’Europa tutta, la Macros, multinazionale informatica con sede a Berlino, ha preso il potere privando il continente dell’energia e provocando di conseguenza un lunghissimo blackout e il collasso di Internet. Nel frattempo, una misteriosa nube bianca avvolge la città di Cracovia; queste sono le location in cui si svolge l’azione di Sentieri di notte, alle quali vanno aggiunte Stoccolma in cui vive Christine in attesa del suo compagno Piotr, funzionario ribelle della Macros, e Lucerna, dove sulle sponde dell’omonimo lago si sveglia l’androide Luther accanto al cadavere del suo creatore. Le località vengono descritte in maniera realistica con la precisione e l’attenzione ai particolari che sono prerogativa di Agnoloni, da sempre instancabile viaggiatore ed esperto di narrativa odeporica, mentre il buio e la nebbia che scendono sull’Europa sono correlativi oggettivi della cecità degli uomini, delle incertezze e delle paure che li assalgono. Vale la pena ricordare che la nebbia ci riporta alla mente, fatte le debite differenze, due cult-movie: The mist di Frank Darabont e Fog di John Carpenter anche se questi film sono da catalogare nel genere horror.

Lo spin off che segue racchiude due brevi racconti ambientati rispet­tivamente ad Amsterdam e a Firenze, lo scenario, quindi, si allarga ulteriormente. Nel primo un giornalista è sulle tracce di un assassino reo di aver ucciso un assicuratore italiano e finisce col rimanere coinvolto in una partita d’anime (da cui il titolo) che cercano di ricucire il tessuto lacero delle proprie esistenze. Nel secondo uno scrittore si aggira per le strade meno conosciute di Firenze, lontane dagli itinerari turistici tradizionali, in cerca del suo perduto amore. Ha pienamente ragione Giorgio Galli quando afferma che in questa tetralogia ogni personaggio ha perso qualcosa: chi la memoria, chi la famiglia, chi un amore sparito nel nulla e spesso i personaggi sono soltanto nomi o semplici ossessioni, ne consegue che tutti hanno perso il contatto con sé stessi parzialmente o totalmente, da qui la necessità di risalire alla Fonte per ritrovarsi anche se risulta estremamente difficile in un mondo così scisso e frammentario.

Con il terzo libro, il più spiazzante e inquietante, siamo nel 2027, due anni dopo il crollo di Internet. Gli Anonimi, oppositori del sistema, hanno causato il collasso della Rete nel Nord dell’America e dell’Africa; in questo scenario globale si stagliano le vicende di alcuni personaggi, estranei gli uni agli altri. Un olandese cerca invano di raggiungere l’Italia; Tarek percorre le strade degli States per recuperare i ricordi di un passato sommerso (siamo à-côté del road novel); in Marocco Ahmed combatte con i propri fantasmi che gli impediscono di raggiungere la verità, a Firenze, una Firenze non molto diversa dalla Trieste di Senilità, Emanuela e Aurelio incrociano i loro destini.

Nell’ultimo libro della tetralogia, Internet è crollato da quasi quattro anni in Europa (siamo infatti nel 2029), e la crisi della comunicazione si è ormai estesa anche alla telefonia, mentre le principali città sono state gra­dualmente invase da ologrammi intelligenti, capaci se non di dettare di orientare il comportamento delle persone. Negli Stati Uniti il sabotaggio della Rete ordito dal movimento degli Anonimi è fallito, e Internet è rinato grazie a un progetto di copertura wireless mediante l’uso di droni. All’interno di questo contesto si svolgono le vicende di Kasper Van der Maart, che avevamo già incontrato nel libro precedente, e che si è spinto fino a New York sulle tracce della scrittrice Kristine Klemens, e di quattro affiliati degli Anonimi impegnati nella ricerca delle fonti di misteriosi segnali elet­tromagnetici, possibili sorgenti di una nuova Rete europea: Emanuela esplora la Bosnia, Aurelio attraversa il Portogallo, e i fratelli Ahmed e Amina, finiscono nel Sud Italia. Queste indagini incrociate porteranno alla luce sorprendenti verità, legate al contesto politico e tecnologico generale ma anche al passato dei protagonisti. E qui ci fermiamo.

Da rilevare come lo stile di Agnoloni chiaro, efficace e realistico qual è nei primi due libri divenga, in sintonia con le mutate atmosfere della parte conclusiva, sempre più astratto e rarefatto, diafano e raffinato. Mi sembra doveroso riportare due brevi stralci a conferma di quanto appena affermato:

Era stato un enorme bluff. Avevano regalato a un’Europa sfinita l’illusione che tutto fosse possibile, che un nuovo benessere fosse a portata di mano per i cittadini sfiancati dalla disoccupazione, dall’inflazione e dalla povertà crescente. Ma quell’inganno era servito solo ad asservire le menti. Poi avevano staccato la spina al loro giocattolo.

E in conclusione:

Lungo tutta la sua struttura vibra una sonorità invisibile, un’onda intima, che sembra ispirare il moto lento e regolare delle acque.

 La sua impalpabile melodia è un coro di innumerevoli voci, di vivi e di morti. Impegnate in un’unica, incessante comunicazione.

Giovanni Agnoloni è un cittadino del mondo come si evince dall’amore e dall’attenzione con cui guarda e descrive nazioni e città, scenari non solo di questa tetralogia distopica ma di tutta la sua produzione, eppure nel suo cuore continua a occupare un posto di rilievo Firenze, la sua città di origine, verso la quale, come tutti i fiorentini, a partire da Dante, nutre un sen­timento ossimorico di odio e amore. Da sottolineare l’abilità e la pa­dronanza con cui l’autore riesce a maneggiare un materiale narrativo complesso, labirintico, talvolta difficile ma mai ostico, ricorrendo alle tecniche più disparate dalla diegesi alla mimesi, dal metaromanzo al cinema, dallo stile epistolare a quello onirico; cambia di conseguenza anche il punto di vista passando dall’eterodiegetico all’omodiegetico e viceversa. E tutto concorre alla costruzione di un edificio narrativo che rimarrà a lungo nella mente e nel cuore di chi legge.

Le mie più vive congratulazioni a Giovanni Agnoloni e alla casa editrice Galaad che ha realizzato questo ardito progetto, in un momento oltretutto di crisi del mercato librario.

Moder & Pierri: “Pietre d’inciampo” (Battello Stampatore Ed., 2020)

di Francesco Improta (2021)

Straordinario poemetto incentrato sulla figura immortale di Don Chisciotte della Mancia, che in groppa al suo cavallo Ronzinante e affiancato dal fedele Sancho Panza decide di partire in cerca di avventure, per riparare ai mali del mondo e conquistare il cuore di Dulcinea.

Il libro, in versi, comprende 9 sonetti di struttura regolare (quartine a rima incrociata e terzine a rima ripetuta – e 15 canti. L’incipit, nel rispetto della tradizione cavalleresca (cfr. Matteo Maria Boiardo e l’Orlando inna­morato), è un invito all’uditorio ad avvi­cinarsi e a prestare attenzione:

    Gente fatevi intorno prestate orecchio // alle Avventure in forma di canzone // di don Chisciotte dritto sull’arcione // di Ronzinante che regge ancora il vecchio…

Vi porterò in note a storie strane // assurde per ogni sentir comune // lasciatevi andar alla musica del cuore.

A ciò si aggiungano le illustrazioni, tutte ad acquerelli, di Ugo Pierri che con i loro colori slavati e le loro linee stilizzate accrescono l’impalpabile sostanza di questo impenitente sognatore che risponde al nome di Don Chisciotte che ha una sua nobile dignità e una struggente tristezza, forse perché destinato irri­mediabilmente alla sconfitta nello scontro con la cruda realtà. Naufragano, infatti, tutti i suoi sogni di gloria e di amore. Dulcinea, la donna di cui Don Chisciotte è invaghito, appare irraggiungibile e l’inguaribile hidalgo, memore dei versi dolcissimi e strazianti di Jaufrè Rudel, finisce col rinnovare, non potendo conquistare l’oggetto del suo desiderio, il mito dell’amor de lonh. Il Don Chisciotte di Moder vaga nello spazio e nel tempo, attraversa oceani ed epoche differenti, incontra una folla di perdenti, di oppressi, di vinti dalla vita e dalla storia. Personaggi famosi e illustri sconosciuti, perlopiù di sesso femminile perché Dulcinea rimane l’oggetto, la meta e l’essenza della sua quête. Sono tutti vittime del nazismo, del razzismo, di una cieca e brutale violenza, esercitata con sadismo e arroganza dal potere, ma anche personaggi famosi come Salvator Allende, Giordano Bruno ed Emily Dickinson non si sottraggono alla loro sorte ingrata.

Il titolo del libro rimanda ad un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig che nel 1992 volle ricordare con queste targhette d’ottone dalle dimensioni di un sanpietrino, poste dinanzi alle loro abitazioni, i deportati nei campi di concentramento. A ben guardare sono tessere di un mo­numento della memoria in continua espansione. Nel libro in esame queste pietre d’inciampo (Stolpersteine) commemorano questo esercito di dan­nati, famosi o del tutto misconosciuti, vittime di ingiustizie, sopraffazioni e violenze:

  Pietre dorate d’inciampo per via // ci sbatte il piede ma le avverte il cuore // qui Don Chisciotte lottò per amore // errante cavaliere di fantasia. // Qui a Dulcinea offrì la sua storia // con Ronzinante la polvere a sollevare // su chi a tutto vien tolto anche il sperare // qui vinse qui perse ne resti memoria.

Sono soprattutto le donne colte nel quotidiano, costrette a trascinare con i denti le loro povere e lise esistenze, a combattere per i figli a cui manca il necessario per sopravvivere, indotte dalla povertà più nera, dalla disperazione, dalla cieca violenza dei padri o mariti-padroni a togliersi la vita, sono queste che muovono a compassione Don Chisciotte desideroso di regalare loro un sogno, un’illusione ma inutilmente, perché dinanzi a loro “si arena ogni nobile gesto”. Per non parlare dei negri che negli Usa sono linciati o massacrati senza ragione per il solo colore della pelle; violenze restate impunite perché la Giustizia è bianca e giudica in una sola direzione.

Le coordinate spazio-temporali sono, come abbiamo già detto, le più disparate: si passa dalla Sierra Morena dove l’hidalgo incontra la filosofa Maria Zambrano e rimane affascinato dalla sua idea eversiva della conoscenza poetica a Sarajevo dove anche Ronzinante nitrisce di pietà per le migliaia di morti, perlopiù donne e bambini, in quei 1200 giorni di idiozia che è stata la guerra serbo-bosniaca con il tacito consenso dell’Europa intera. Il viaggio continua dalla mitica isola di Thule all’Honduras, una terra saccheggiata per molti anni, dalle multinazionali e dal loro braccio armato: gli squadroni della morte. Affiora il ricordo di Berta Càceres, una militante ecologista, morta ammazzata a colpi di machete nel 2016, un anno dopo gli attentati di Parigi e la strage del Bataclan.

Don Chisciotte è stanco troppo s’è speso // in duelli tenzoni salvataggi // per giuste cause o solo dei miraggi // ora si sente imbelle e incompreso // e se ne va in un eremo lontano // da ogni cavalleresca fola // Ronzinante un’anima sola // e a scrivere a sé stesso dà di mano.

Il linguaggio, sempre appropriato e arricchito da una ricca strumentazione retorica, è impreziosito da un velo di arcaica raffinatezza. È la patina che il tempo deposita sugli uomini e sulle cose e che la memoria nella sua vaghezza non riesce a sollevare del tutto. Parole come fola, donzella, scudiero, tenzone hanno la forza e la capacità di trasportarci in un mondo altro, lontano nel tempo e nello spazio ma vicino al nostro sentire o, come direbbe la Zambrano, “ragionar sentendo”. Da ricordare inoltre i bellissimi acquerelli che non hanno una funzione esornativa ma sono parte integrante del testo, meglio ancora hanno ispirato i versi con­tribuendo a vagheggiare quel mondo di sogni, di illusioni, di sana im­prescindibile locura che si contrappone al mondo reale e alla bestialità che lo governa nella ricerca esasperata della produttività e del profitto. Libro da non perdere al pari della superba performance attoriale di Adriana Giacchetti, Gianluca Paciucci e Leonardo Stevanin nella trasposizione in video di Pietre d’inciampo di Matteo Moder.

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.

A cura di Paolo Veziano: “La libera Repubblica di Pigna” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Dinanzi a un libro come La libera Repubblica di Pigna. Una parentesi di democrazia (Fusta editore, 18€) a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e Graziano Mamone, anche il recensore più esperto e navigato finirebbe col trovarsi in difficoltà. Non che manchino argomenti, fatti o personaggi di cui discutere, anzi il libro, frutto di una lunga e accurata ricerca archivistica e della sinergia di esperienze diverse, si presenta corposo, particolareggiato e ricco di informazioni e di fotografie. La verità è che il libro, che si avvale della prefazione come al solito illuminante di Alberto Cavaglion e di una robusta premessa dello stesso curatore, è in sé compiuto e definito e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti o indicazioni critiche.

Mi limiterò, pertanto, ad alcune osservazioni: innanzitutto il libro nelle intenzioni di chi lo ha concepito e realizzato vuole sopperire a una mancanza della storiografia dell’Italia repubblicana che non ha mai prestato la dovuta attenzione alle repubbliche partigiane in generale e a quella di Pigna in particolare, come sostiene Armando Izzo, uno dei protagonisti di quell’esperienza, probabilmente perché i partigiani della V Brigata che operava nell’Alta Val Nervia erano tutti garibaldini col fazzoletto rosso al collo. Eppure, essi hanno combattuto strenuamente, tenendo testa, nonostante lo scarso equipaggiamento, per quasi due mesi alle truppe tedesche che si sono servite persino dell’artiglieria per snidarli e annientarli. Non avevano mezzi e armi ma avevano in sé un’inestinguibile sete di libertà e il progetto di una società più equa e solidale. La descrizione di questi combattimenti è talmente accurata, mossa e particolareggiata che dalle pagine esala insieme al sudore, alla polvere e al sangue l’odore stesso della morte o meglio delle morti che la guerra ha disseminato in quelle zone e non solo. Ed è qui che s’impone la seconda osservazione: Paolo Veziano, storico scrupoloso e rigoroso, che ha alle spalle due opere di notevole spessore, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista e Ombre al confine, ha acquisito non comuni doti di narratore che gli consentono di utilizzare un linguaggio preciso ed evocativo al contempo, scientifico ed emozionale per cui si può affermare, senza tema di smentite, che con lui la Storia si fa Letteratura, mentre con Italo Calvino di cui Veziano ricorda Il sentiero dei nidi di ragno e due racconti minori, Castelvittorio, paese delle nostre montagne e Le battaglie del comandante Erven, entrambi confluiti in L’epopea dell’esercito scalzo, è la Letteratura a farsi Storia. Ed è sempre da Calvino che Veziano mutua la damnatio memoriae, il timore che i ricordi rintanati “come anguille nelle pozze della memoria” possano essere inquinati, sbiaditi o legati non alla realtà ma a una soggettiva e parziale lettura di essa. Problema questo non solo tecnico o storico, ma anche morale. Il Lockdown ha imposto la chiusura degli archivi e delle librerie o un uso molto limitato degli stessi per cui va dato merito a Veziano che ha dovuto fare di necessità virtù confrontando i documenti di cui disponeva sull’argomento, secernendo ciò che era attendibile da ciò che era poco credibile o eccessivamente enfatizzato ed eliminando al tempo stesso quella sterile retorica che non giova a nessuno. Problema quest’ultimo ripreso, come vedremo, anche da Graziano Mamone nella sezione conclusiva del libro quella dedicata alla stele commemorativa della Repubblica di Pigna eretta nel 1985, su cui torneremo successivamente. Anche Veziano spesso si avvale di interventi extradiegetici in cui rivolgendosi ai lettori – che ci si augura più dei venticinque di memoria manzoniana – anticipa fatti che verranno descritti successivamente per mantenere inalterato l’equilibrio del libro e ciò conferma ancora una volta qualora ce ne fosse bisogno la confidenza e familiarità di Veziano con pratiche e tecniche narratologiche.

Va rilevato, inoltre, il dovizioso apparato iconografico, proveniente dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (ISERCIM che ha commissionato l’opera con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Pigna) e da collezioni private – cospicua a tal proposito quella di Giorgio Caudano. Apparato iconografico composto da documenti, mappe, cartine topografiche e fotografie, che non hanno un valore esornativo ma vanno a rimpolpare, arricchire ed esemplificare il testo e diventano, quindi, parte integrante dell’opera.

Giorgio Caudano non si è limitato a fornire fotografie ma ha contribuito attivamente alla realizzazione dell’opera con mirati cenni storici sul comune di Pigna, dalla sua nascita fino alla II guerra mondiale, e con la descrizione dettagliata delle forze tedesche e repubblichine operanti nella Val Nervia tra giugno e ottobre del 1944; e non si può non rilevare la sua ampia conoscenza storica e tecnica.

Graziano Mamone, invece, nella parte conclusiva del libro si sofferma sul monumento commemorativo eretto nel 1985 alle porte di Pigna; ne traccia tutte le fasi dal progetto iniziale alle successive modifiche fino alla realizzazione definitiva, mettendolo a confronto non solo con il monumento eretto a Castelvittorio, messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste, ma anche con tutti i monumenti eretti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e rimarcando il differente intento con cui erano stati progettati: questi ultimi miravano a celebrare i ricordi e le imprese di guerra, perpetuando quella retorica che ancora avvolge la Grande Guerra (la guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso, non è grande né piccola, ma sempre e soltanto atroce e oscena) e infatti i monumenti eretti dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno carattere di celebrazione ma di denuncia o quanto meno di riflessione sulle atrocità e le aberrazioni della guerra.

Sulla quarta di copertina si legge testualmente:

Il mondo ignora ancora come in Val Nervia sia stato creato un solido fronte, la Linea Vittò, tenuta da un gruppo di eroi; un fronte che il soldato tedesco non riesce a infrangere nemmeno con l’artiglieria e che la fede, il coraggio, la perizia pongono il partigiano italiano fra i più valorosi combattenti della guerra.

Paul Norton

Testimonianza di un corrispondente di guerra canadese che, trovatosi in quel periodo nell’Alta Val Nervia, conobbe e strinse amicizia con alcuni partigiani della V Brigata e raccolse le sue memorie in diversi articoli di cui otto furono cestinati perché ritenuti incompleti e mutilati dalla censura. Egli stesso fu definito un bugiardo, nonostante molti anni dopo il Commodoro Holsworth abbia confermato l’autenticità della storia, cadde, pertanto, in una profonda crisi depressiva da cui non si sollevò più. Una storia nella Storia che conferisce un tocco di umanità e di vita vissuta a quegli anni così difficili e tormentati:

Un omaggio dovuto a un uomo coraggioso che, Sten in spalla, raggiunse i garibaldini durante l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi e disse loro in una singolare miscela linguistica: “Vous avez eté magnifique, une very well bataille, viva garibaldini”. Pochi giorni dopo depose il mitra che lo accompagnò nella breve ma avventurosa parentesi italiana: non abbandonò mai, la sua seconda arma, la penna dalla quale non nacque – come a lungo sostennero i suoi detrattori – un romanzo ma scomode verità.

Un’opera, nel complesso, di pregevole fattura nel contenuto e nello stile, di cui si sentiva la necessità. Un libro che non può mancare nelle librerie di chi vuole mantenere viva la memoria storica.

Giovanni Agnoloni: “Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Con Berretti Erasmus (Fusta editore, €15,90) siamo nell’alveo di quella narrativa difficile da catalogare, in quanto Giovanni Agnoloni si sbarazza facilmente di tutti i generi consolidati e convenzionali e ci offre un’opera decisamente nuova, muovendosi con estrema libertà e padronanza tra letteratura memorialistica, odeporica, autoanalitica e romanzo di formazione. L’autore ci si presenta sotto una duplice veste: io narrante e io agente e l’incipit, nella sua nuda semplicità, a mio avviso, è folgorante:

   C’era nebbia, quella domenica pomeriggio. Passeggiavo lungo l’argine della Greve

Mi è venuto in mente immediatamente il capitolo XIX della Vita Nova di Dante: “Avvegna che passando per un cammino lungo lo quale sen giva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire.” L’accostamento non sembri azzardato né irriverente, dal momento che ci sono alcuni indiscutibili punti di contatto: innanzitutto sono entrambi fiorentini di origine ma non di costumi, come ha detto il Divin Poeta nella lettera a Cangrande della Scala e come più volte ha ribadito Giovanni Agnoloni, in secondo luogo in entrambe le opere, esclusivamente nella Vita Nova, prevalentemente in Berretti Erasmus si discute di amore e, infine, entrambi dimostrano in maniera inequivocabile che quella che impropriamente viene chiamata ispirazione non è altro  che un’occasione, in cui un colore, un suono, un’immagine o una parola provocano l’urgenza di dire, di scrivere, di dare forma a emozioni, ricordi, sentimenti. È quello che succede al nostro autore/personaggio; la tranquillità del posto, la coltre protettiva della nebbia e il mormorio dell’acqua scatenano la memoria involontaria. Senza scomodare Proust, credo che si possa convenire con Erri De Luca quando afferma che la memoria è come un ghiacciaio in cui talvolta si apre un crepaccio che ci consente di cogliere nel fondo un barlume o un brandello su cui ricostruire una storia. Dal passato di Agnoloni emergono luoghi, volti e impressioni; decide allora di ricomporre questi frammenti e di raccontare le sue esperienze di soggiorno all’estero per motivi di studio o di lavoro, fin dal Duemila, quando da studente di legge, fruendo del programma Erasmus, si reca in Inghilterra e precisamente a Leicester per un soggiorno di studio (si giustifica così il sottotitolo Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa).

A spingere l’autore verso l’Europa iperborea non è solo il desiderio di viaggiare, di conoscere nuove culture, di stabilire una comunione di intenti e di affetti con studenti di provenienza diversa ma anche la volontà sempre più impellente di allontanarsi dalla sua città, l’odiosa/amata Firenze (altro punto di contatto con l’Alighieri), che gli appare stretta, provinciale e superba, nonché la speranza di incontrare la donna-anima, la possibilità, cioè, di incontrare l’altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti secondo le teorie di Jung con cui Agnoloni si sente in sintonia. Da qui la lunga teoria di donne incontrate in questi soggiorni: Yamira, Rosa, Marta accostate, corteggiate e poi irrimedia­bilmente svanite, perché fatte dell’impalpabile materia di cui sono fatti i nostri sogni. Storie, quindi, materiate di sguardi, di saluti, di sfioramenti, e nient’altro solo quella con Marta, conosciuta in Lituania e rivista dopo alcuni mesi a Jesolo, si conclude in un letto di albergo. Una notte ardente ma troppo breve per poter costituire quella svolta vagheggiata dal protagonista. A Firenze però, nel 2007, avviene l’incontro decisivo con Agnieszka, venuta in Italia con il programma Erasmus. Tutto sembra andare per il verso giusto tanto da pensare alle nozze, dopo aver convissuto quasi tre anni prima in Irlanda, patria di elezione di Agnoloni, e poi in Polonia a Cracovia ma… non sarò certo io a svelare come si conclude questa scorribanda della memoria e della fantasia sentimentale.

Mi sembra, invece, doveroso rilevare lo sguardo attento e rispettoso con cui Giovanni Agnoloni perlustra le città in cui soggiorna evidenziando tradizioni, monumenti, costumi di vita quotidiana. Le passeggiate del protagonista in solitaria per cogliere lo spiritus loci, per entrare in sintonia con l’ambiente, realizzando in questo modo, in pieno, lo spirito dell’Erasmus sono, a mio avviso, le cose più belle del libro e se la descrizione che segue conferma l’amore profondo per l’isola di smeraldo:

… l’Irlanda, la terra degli elfi e dei druidi, dal fascino sottile e confortante delle croci di pietra nel verde e della luce solare in un cielo che pare un affresco vivo in eterno movimento […] È un’isola che procede per rapidi sbalzi di memoria, scatti d’immaginazione e premonizioni di futuro.

È nella descrizione della Cornovaglia che l’autore entra in simbiosi con sé stesso e la Natura, unica interlocutrice attendibile.

Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare, appena mosso davanti a me e il tramonto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

Ed è il presupposto ineludibile per un ulteriore passaggio che porterà l’autore, alquanto scettico in materia religiosa, ad avvicinarsi, attraverso la meditazione nel Cortile delle Beghine ad Amsterdam e l’accesso alla chiesa francescana a Visby, al sacro e al metafisico, a renderlo più possibilista e meno scettico in materia di fede.

Come a Dublino sono frequenti e irrinunciabili i riferimenti a James Joyce e ad Amsterdam, indirettamente, a Marino Magliani, autore di uno splendido libretto Amsterdam come una farfalla, in Cornovaglia Agnoloni accenna alla villa in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita Daphne Du Maurier, scrittrice inglese i cui romanzi sono stati spesso trasportati sul grande schermo (La taverna della Giamaica; Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, diretti tutti da Sir Alfred Hitchcock). Ed è appunto il cinema che si affaccia prepotente tra le citazioni e i riferimenti culturali nel libro di Agnoloni: da Ridley Scott (Il gladiatore), Roland Joffé (Mission), Stanley Kubrick (Shining), Michelangelo Antonioni (Al di là delle nuvole), Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide) Cedric Klapisch (L’appartamento spagnolo, modellino in scala ridotta del libro che stiamo analizzando) e Ingmar Bergman, la cui tomba nell’isoletta di Fårö in Svezia è meta di un religioso pellegrinaggio da parte di Giovanni Agnoloni, suggestionato dalla “lunarità” di quel paesaggio caratterizzato da un senso di vuoto e di assenza, come del resto si evince dagli stessi capolavori del Maestro svedese. Fa un po’ sorridere ma non dispiace che in tale nobile consesso figuri Carlo Verdone di cui viene citata una tra le sue commedie più riuscite, Maledetto il giorno che ti ho incontrato.

La scrittura è sempre chiara, fluida ed incisiva, come risulta dagli esempi succitati. I ricordi dapprima sbiaditi, indistinti come tessere di un puzzle, una volta collocati nel loro contesto, dalla mano esperta dell’autore che si serve per tenerli insieme di alcune cerniere (complessivamente cinque: casa, bagagli, contemplazione notturna, dal letto e risveglio) appaiono in tutto il loro scintillante nitore e danno vita a un organismo compatto e omogeneo, che rappresenta una indiscutibile conquista umana, culturale e artistica dell’autore.

Ilaria Palomba: “Città metafisiche” (Edizioni Ensemble, 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Dinanzi a questa silloge, pubblicata da Ensemble (12€), sono rimasto folgorato ed esterrefatto. Folgorato dalla bellezza di questi versi, dalla luce abbacinante che emana da essi ed esterrefatto dinanzi alla loro perfezione. Tralasciando alcune prove giovanili (I buchi neri divorano le stelle) questa è la terza raccolta di poesie di Ilaria Palomba dopo Mancanza e Deserto e ne costituisce il suggello e al tempo stesso, come dice Gabriele Galloni nella bella e succinta prefazione, l’apertura verso nuovi orizzonti. La Palomba ha raggiunto un livello di concentrazione e di condensazione lirica diffi­cilmente immaginabile.  Ciò che di composito e di farraginoso l’urgenza del dire portava con sé viene qui completamente accantonato o si scioglie magicamente in un dettato lirico di straordinaria efficacia e resa artistica. Questa silloge nasce da un processo di prosciu­gamento e di politezza. Eliminato, come ho già detto, tutto il superfluo, prevalgono la brevitas alessandrina e al contempo la condensazione ungarettiana. Splendida sintesi di antico, nel senso di classico, e di moderno, che non può e non deve meravigliarci, vista la padronanza con cui maneggia coppie oppo­sizionali e a livello concettuale e a livello figurativo.

I temi di fondo sono quelli dettati dalla drammatica realtà di questi ultimi mesi, mi riferisco alla pandemia da Covid e al lockdown imposto dalle autorità ma, anche quelli che fanno parte del suo vissuto e che si sono raggrumati nella memoria e nel sangue: l’infanzia e la maturità; il rapporto conflittuale con i genitori e con la figura paterna in particolare (Padre, tu sei la colpa // e il perdono smarrito, // inquietudine oscena…), il buio che spaventa e attrae allo stesso tempo; la luce in grado di trasformare il sorriso in pianto, di scorporare lo spazio e, priva di vibrazioni atmosferiche, di solidificare i colori (Si aprono fiori nella luce // una luce senza fondo // rovina sulle nostre ombre, // una luce oscena // devia il gioco del mondo // in una sfilata di addii.); il nero funereo e luttuoso e il bianco sullo sfondo come promessa o solo speranza d’innocenza; la città come un inferno nel quale ci si compiace di vivere calati (Cfr. Pasolini e Calvino) e la provincia come giardino edenico con i suoi giochi, i suoi profumi e le sue strambe figure parentali (Margherita di Savoia, zia I. vestiva di nero, // mandava giù Whisky e veleno. Aveva una luce sinistra // in quegli occhi così chiari.); il mare come una tomba d’acqua a cui affidiamo le memorie da custodire (Che il mare sia solo il mare // chi potrebbe accertarlo // io dico che il mare è //un insieme di ricordi // rimasti lì per tutti questi anni) e il cielo come possibilità di attingere l’infinito; la vocazione per la scrittura e la paura di fallire e di vedere calpestati o ridotti in cenere i propri sogni:

Soltanto il lucore // dei tramonti sul Gianicolo, // una veglia terrificante. // Roma mi ha uccisa, //, lo ha fatto lentamente //promettendomi tesori, // aperto il baule // ho trovato serpenti, // antichi veleni // e gallerie di strappi.

La silloge comprende quarantacinque componimenti incorniciati, oltre che da un esergo tratto da Friedrich Hölderlin in cui si prende congedo dall’adolescenza e dai sogni che ci fanno compagnia in quella stagione della vita, da una dedica e da una poesia di commiato entrambe rivolte a Giordano Tedoldi e a Gabriele Galloni; va osservato, però, che del primo si rimarca, nella poesia di commiato, l’amore per la musica classica, nel caso specifico Bach o chi per lui (esistono ancora dubbi sulla paternità de La passione secondo Luca) mentre il secondo ci appare sotto le fragili spoglie di Icaro, al cui tragico volo si era già accennato nella dedica.

Il titolo della silloge poetica, Città metafisiche, si ricollega da un lato all’aspetto surreale che le città deserte mostravano di sé al tempo del lockdown generalizzato ma è riconducibile dall’altro alla pittura metafisica (penso alle piazze vuote di Giorgio de Chirico) e alla filosofia che la sottende, quella di Martin Heidegger, secondo il quale l’arte ha il potere di squarciare il velo di Maja e di mostrarci la verità, ma nel momento stesso in cui la svela la nasconde di nuovo, in quanto le tenebre in cui il mondo è immerso non saranno mai del tutto dissipate:

Le strade vuote sono così belle // da apparire devastanti, adesso mi manca // persino la gazzarra. Resisterò // guardando il vecchio ponte, // è eterno il Tevere con le foglie e i cigni, // non sono che ricordi. // Nella crudele bellezza del silenzio // il desiderio di una primavera.

Non si possono dimenticare tra i motivi di questi componimenti la solitudine e l’amore. Amori dimenticati, anonimi senza volto che affiorano tra le nebbie del passato oppure consumati brevemente in pineta, dietro un tronco d’albero a ribadire probabilmente un’incapacità di amare. Potente al contrario è il fascino esercitato dalla solitudine, il richiamo dell’abisso da cui ci si sente risucchiati e altrettanto forte è la paura di vivere:

…Mi viene da ridere // pensando al futuro, c’è tutto un // gioco di sfide che non voglio // affrontare. Lasciami cadere, // lasciami, lasciami, non parlare, // non entrare, non dirmi cose inutili // non ha più senso scrivere //…

Sembrerebbe un congedo dal mondo e dalla scrittura e sotto questo aspetto mi tornano alla mente le parole di chiusura de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario a cui lo scrittore piemontese ha affidato tutte le sue pene e i suoi dubbi di uomo ed artista: “Non scriverò più”. Per sua e nostra fortuna Ilaria Palomba continuerà a scrivere perché per lei la scrittura non è solo una professione, ma la passione di tutta la vita, anche se, e non potrebbe essere diversamente, persisteranno in lei momenti di buio e solitudine ed è proprio scrivendo della solitudine che la Palomba ha raggiunto, a mio avviso, uno degli esiti più alti di questa silloge:

Hai ragione, deridi // questa mia nuda vita // incapace a fermarsi // che s’interrompe prima // di aver bevuto il sole. // Tutto ciò che ho da dirti, // solitudine amata, // è questo cuore vivo // che, a volte, sordo, muore.

Raffinata e icastica l’elezione lessicale, originale la punteggiatura, che graffia i versi o li scolpisce a seconda dei casi, mentre il ritmo come moto ondoso lambisce le parole o le trascina con sé come foglie spazzate dal vento.   

Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.

Anna Folli: “La casa dalle finestre sempre accese” (Neri Pozza Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

La casa dalle finestre sempre accese di Anna Folli (Neri Pozza, 18€) è un libro di cui si sentiva la necessità perché, come si legge nella quarta di copertina, “di quella generazione di scrittori, poeti, artisti e intellettuali investiti da una vocazione che coincideva con la loro esistenza, si stava perdendo persino il ricordo”. Mi riferisco a quel gruppo di intellettuali, amici e sodali, che ha animato la Torino degli anni Venti, all’indomani di quella che non senza retorica viene indicata come la Grande Guerra (u­na guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso non è grande né piccola è soltanto atroce e oscena). Di questo gruppo di intellettuali facevano parte Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno, che proprio in quegli anni si affacciavano al mondo della cultura e dell’arte, rivelando un precoce talento, e Giacomo De Benedetti che, insieme alla moglie Renata Orengo, diventerà il protagonista e il punto di riferimento di questa avventura intellettuale e culturale, durata quasi mezzo secolo. Ripercorrerne tutte le tappe è impresa ardua se non impossibile e per questo dobbiamo rivolgere un plauso alla Folli che, muovendosi tra pubblico e privato, ha raccolto una mole enorme di testimonianze e di documenti e ci ha lasciato un quadro completo ed eloquente di quel periodo.

Noi ci limiteremo ad evidenziare alcuni punti salienti di questa biografia.

Innanzitutto, l’incontro, avvenuto al teatro Regio di Torino, fra Giacomo De Benedetti e Renata Orengo che gli fu accanto come moglie devota e premurosa a dispetto delle debolezze, dei tradimenti e delle crisi del marito. Renata, discendente da una nobile famiglia di origini russe, era una donna sensibile, intelligente e aperta a tutte le novità culturali e sarà lei non solo a risollevare il marito dallo stato di prostrazione in cui era caduto, negli anni terribili delle leggi razziali prima e delle delusioni profes­sionali poi, ma anche ad assumersi la curatela, alla morte del marito, degli inediti di Giacomo, quelli che gli diedero la fama consacrandolo come il più grande critico del Novecento (Il personaggio uomo; Il romanzo del Novecento; La poesia italiana del Novecento e Verga e il naturalismo).

Tornando al periodo giovanile trascorso a Torino, va sottolineata la ferma convinzione con cui Giacomo riuscì a sottrarsi al dogmatismo e alla dittatura culturale esercitata da Benedetto Croce, appoggiato in questa sua azione di affrancamento da Mario Soldati e da Gianfranco Contini il quale in seguito affermerà, evidenziandone una specifica peculiarità, che nessuno come Giacomo “aveva piegato nell’esercizio della critica le qualità di un autentico scrittore”. Sempre in questo periodo strinse amicizia con Umberto Saba, al quale rimase legato tutta la vita anche per le comuni origini ebraiche, e partecipò attivamente alla nascita e alla diffusione di alcune riviste culturali aperte ai venti di novità che venivano dall’Europa, non ci dimentichiamo del suo amore per Proust e dell’interesse per la psicanalisi prima freudiana e poi junghiana.

Fondò Primo Tempo, insieme a Sergio Solmi e Mario Gromo, collaborò al Baretti di Pietro Gobetti e a Solaria di Alberto Carocci, che ebbe il merito di portare in Italia, in un periodo di autarchia anche culturale, le prime notizie della grande letteratura americana del primo Novecento. La passione assoluta per Proust, nelle cui opere Giacomo si rifletteva come in uno specchio, lo indusse ad assumere atteggiamenti che agli occhi dei più sembrarono snobistici ma che in realtà rispecchiavano alcune sue esigenze interiori: ricerca ossessiva del bello, rifiuto della volgarità, indifferenza per il danaro e amore assoluto, totalizzante, per l’autore della Recherche, che egli considerava suo fratello spirituale. Non a caso per i suoi primi articoli Giacomo scelse come nome de plume Swann.

Diventa difficile, a questo punto, comprendere la sua iscrizione nel 1946 al Partito Comunista Italiano, a cui rimase fedele anche dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, quando altri intellettuali, Calvino e Vittorini in primis, delusi uscirono dal partito. Si pensi alla famosa polemica dello scrittore di Siracusa con Mario Alicata, responsabile delle politiche culturali del PCI che si concluse con la famosa affermazione di Vittorini:

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

Anche per Giacomo De Benedetti la cultura non poteva e non doveva essere strumentalizzata dalla politica e questa sua convinzione finisce col giustificare anche qualche lieve cedimento al fascismo, mi riferisco alla sua collaborazione, al fianco del direttore Pier Maria Bardi, al Meridiano di Roma, un’impresa editoriale esplici­tamente legata alla politica culturale del fascismo. A Roma collaborò a Cinema, la rivista, fondata da De Feo, nel 1936, e diretta a partire dal 1938 da Vittorio Mussolini, lavorando a questa rivista conobbe Mario Alicata, Pietro Ingrao e Luchino Visconti il regista e l’intellettuale più vicino a Giacomo, segnato pure lui da antinomie e lacerazioni profonde, anche in lui convivevano l’amore per Proust, che inutilmente cercò di portare sullo schermo, e l’ideologia comunista, quarti di nobiltà e attenzione per la più cruda realtà. È noto l’interesse di entrambi per Verga, mi riferisco a La terra trema di L. Visconti e Verga e il Verismo di G. De Benedetti. Tornando all’adesione di Giacomo al comunismo va detto che essa fu dettata dal desiderio di superare il trauma del fascismo e della persecuzione razziale, di liberarsi del peso di un passato ingombrante e doloroso e di sentirsi parte di un gruppo che gli consentisse di vincere un’innata fragilità e insicurezza. Certo è che dagli intellettuali legati al partito fu sempre considerato non allineato e guardato con diffidenza se non con sospetto e dai borghesi che frequentavano la sua casa come un intellettuale “atipico, strano e indecifrabile” così finì col trovarsi in una situazione di completo isolamento in quanto si sentiva rifiutato dagli uni e dagli altri, non diversamente dal protagonista di Una vita di Italo Svevo (altro scrittore amato da Giacomo), Alfonso Nitti, di origini contadine che, andato in città per inseguire i suoi sogni di gloria, non viene accettato dalla ricca borghesia imprenditoriale che a Trieste gestiva ormai anche la cultura ma, ritornato in campagna per la morte della madre, non riconosce più luoghi e figure della sua adolescenza, per cui si sente solo e disperato a tal punto da togliersi la vita.

Non è certo il caso di Giacomo anche se il suo isolamento si accentua e la sua delusione aumenta a dismisura quando per ben tre volte gli viene negata una cattedra universitaria, sebbene nel breve periodo di professore incaricato, prima a Messina e poi a Roma, avesse rivelato straordinarie doti didattiche, come dice chiaramente Alfonso Berardinelli che insieme a Enzo Siciliano, Mario Lavagetto, Franco Cordelli, Paolo Mauri è stato suo allievo:

“Non era solo il docente affascinante, il grande critico da cui eravamo un po’ ipnotizzati. Ai nostri occhi lui non era solo la critica, era la letteratura. Si capiva subito che avevamo davanti uno scrittore che aiuta anche gli altri scrittori a capire meglio sé stessi”.

A negargli quella cattedra che Giacomo tanto ambiva furono, tra gli altri, alcuni dei professori iscritti al PCI che lo hanno sempre boicottato, salvo poi a far sventolare le bandiere rosse, durante i suoi funerali in Campo dei Fiori a Roma il 22 gennaio del 1967.

Nel libro della Folli, corredato da una ricca sezione iconografica, c’è molto altro: la clandestinità a Cegliolo, di cui parla dettagliatamente Renata Orengo nel suo diario; i premi letterari, in particolare il Viareggio e lo Strega; i salotti letterari di Alba De Céspedes e di Maria Bellonci; l’incontro con lo psicanalista Bernhard; l’ebraismo al quale, pur non essendo osservante, rimase fedele per tutta la vita; lo studio “matto e disperatissimo” come viene definito dall’autrice nel ricordo di un grandissimo poeta che condivide con De Benedetti il nome, Giacomo Leopardi.

Ho detto all’inizio di queste mie brevi osservazioni che La casa delle finestre sempre accese è un libro necessario, ora mi sembra giusto sottolineare che è anche un libro imprescindibile, almeno per tutti coloro che sono interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo che hanno avuto in Giacomo De Benedetti e in Renata Orengo due grandi protagonisti. E ciò grazie alla ricerca accurata, allo scrupolo storico e alla scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace, di Anna Folli, che ha già pubblicato nel 2018 per i tipi di Neri Pozza Morante Moravia. Storia di un amore.

Un’ultima doverosa osservazione: tutte le case che Giacomo De Benedetti e Renata Orengo hanno abitato, prima a Torino e poi a Roma, sono ben presto diventate luoghi di incontro, di confronto e talvolta di scontro tra alcuni degli artisti geniali e delle più vivide intelligenze del tempo, ma sempre in un’atmosfera di serena, sincera e disinteressata amicizia. Il titolo del libro, però, si riferisce alla casa di Torino, situata tra Corso San Maurizio e Lungo Po Cadorna, che fino a tarda notte con le sue luci accese richiamava l’attenzione dei rari passanti.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.