Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Enzo Rega (2020)

Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Nico Orengo (1944-2009), un aristocratico – era un marchese – allo stesso tempo alla mano –, un dandy dei nostri tempi (Bruno Murialdo) e della letteratura italiana coeva, può rimediare leggendo questo piacevole libro a lui dedicato, Nico Orengo. Poeta della pagina della vita, a cura di Alberto Cane e Francesco Improta, Fusta Editore, Saluzzo 2019, che riporta Aneddoti, Ricordi e testimonianze e Contributi critici, più un’appendice di Ricette e Musica (queste rispettivamente le sezioni in cui il volume risulta diviso). Ricco poi l’apparato iconografico che documenta soprattutto i soggiorni liguri di Orengo, come del resto le stesse testimonianze. Filippo D’Eliso recensendo esaustivamente il libro afferma che “ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto” (rplibri.com, 12 agosto 2019).

A proposito dell’affabilità e disponibilità umana, voglio portare un seppur minimo contributo Scrissi a Orengo a inizio anni Duemila, prima per un eventuale pezzo su un uliveto in Calabria: “Tuttolibri”, sulla base della passione stessa di Orengo, dava spazio allora a questioni di questo tipo. Poi gli inviai un mio libro di saggi, uscito sempre in quei tempi per una recensione. Non se ne fece nulla né dell’una né dell’altra cosa. Però ci scambiammo diverse mail: credo ci avesse messo in contatto Marco De Carolis, a cui dovevo già la conoscenza (in quel caso personale) di Francesco Biamonti. Orengo rispondeva però sempre subito e garbatamente, e prendemmo a parlare di altre cose. Purtroppo, non trovo traccia nell’archivio della mia posta di quello scambio.

Bene, di quest’affabilità, nonché di certe spigolosità del carattere di Orengo, e di altro, si dà conto in questo libro. Da uno scambio di mail comincia l’amicizia tra Orengo e Alberto Cane, uno dei curatori del volume. Torinese di nascita, ma ligure di origine e di vocazione (la Liguria è la terra dell’infanzia), grazie ad Alberto, Nico conosce un’altra Liguria: “lo convincemmo addirittura, lui che non amava la montagna, a fare scampagnate nei boschi lassù in alto, e così scoprì, con stupefatta meraviglia, lati della Liguria interna che non immaginava” (p. 16). In Liguria, Orengo scende di volta in volta a presentare i suoi libri, e si organizza addirittura una finta pesca di un’enorme anguilla colorata, nel fiume Nervia a Isolabona, nelle cui vicinanze successivamente, su suggerimento di Nico, verrà riproposta una rappresentazione in costume de Il barone rampante di Italo Calvino.

È soprattutto la Liguria a essere presente nei libri di Orengo. Marco Cassini (per cominciare a dare direttamente la parola a qualcuno degli amici) ricorda, in Dogana d’amore (1986), il paese di Latte, il Roja, i Balzi Rossi; la Val Nervia è invece presente in Ribes (1988). Ed è Cassini a ricordare anche com’era nata la ricerca di una location del Barone calviniano, ricerca che porta a una vera escursione e poi alla performance menzionata.

Roberta Cento Croce parla invece un certo distacco di Orengo nei confronti di luoghi che aveva conosciuto vergini e ritrova ora contaminati da un certo tipo di sviluppo che anche lui, come Calvino prima e Biamonti dopo, condannava. Roberta organizza una giornata del Fai a Latte tra le ville della via Romana e invita con entusiasmo Nico, ma rimane delusa dalla sua reazione: “Fu invece una doccia fredda. Sentii l’amarezza di chi ormai la magia di Latte l’aveva data per persa, il dolore di chi aveva conosciuto una bellezza tanto speciale e la ritrovava snaturata da quegli interventi innovativi che lui aveva denunciato con forza” (p. 27).

Ma in Liguria Orengo aveva costruito il suo buen retiro, ristrutturando la villa de La Mortola, affacciata sui Giardini Hanbury un tempo appartenuti alla sua famiglia. Ne dà un ricordo, tra gli altri, Marco De Carolis (è sua la Cinquecento dalla quale, nell’immagine di copertina, esce sorridendo Nico). L’amico ricorda come Nico gli dicesse, quando era ospite in quella villa, “Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina”. Ecco, chiosa Marco, in questo modo Nico sottolineava “ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui Giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso. Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima” (p. 28).

A La Riviera di Nico è dedicato uno degli interventi specificamente critici, quello di Vittorio Coletti, il quale accosta il nome di Orengo ad altri cantori del Ponente Ligure, i già ricordati Calvino e Biamonti, ma anche il poeta e scrittore Giuseppe Conte, al quale per certi aspetti Orengo sarebbe più vicino. Gli altri scrittori ponentini (ma anche il Conte narratore), a partire da Giovanni Boine che parlò della Crisi degli Ulivi in Liguria, sono soprattutto impegnati a denunciare le devastazioni subite dalla Riviera. Coletti vuole però evidenziare uno scatto di Orengo rispetto agli altri autori, e che lo avvicinerebbe piuttosto al Conte poeta. Scrive Coletti: “Non è che il pericolo, il male in agguato dietro i cieli sereni e il mare tenero, Nico non li abbia visti, né che li abbia taciuti (basti pensare a L’autunno della signora Waal). Ma lui ha raccontato soprattutto le acque, i fiori, i cieli. Se la terra Ligure è per i suoi amici scrittori arida e pesante, per lui è friabile e leggera” (p. 107). Laddove altri scrittori hanno visto una perdita d’identità, Orengo, continua Coletti, ha invece visto cosmopolitismo, come in Hotel Angleterre, il suo penultimo libro del 2007. In Liguria infatti sono passati scrittori, nobili più o meno ricchi, attori e giocatori. È dunque una terra aperta. Se in altri scrittori sembra prevalere il pessimismo, Orengo, secondo Coletti, guarda a questa terra con “ostinata felicità e ironia, come ne L’intagliatore di noccioli di pesca” (p. 108), libro del 2004. Per Orengo la Liguria è sempre terra dell’infanzia, dell’estate e dei giochi: gli altri la guardano con gli occhi di chi vi è rimasto, Nico con quelli di chi è andato via, anche se per farvi frequenti ritorni. Lo stesso rapporto che lega Montale alla Riviera di Levante, con la differenza che la poesia del genovese è segnata dal male di vivere. In definitiva, Orengo è stato uno scrittore piemontese col cuore però in Liguria, una Liguria che è stata il suo baricentro umano e artistico mentre Torino quello intellettuale e professionale.

Tuttavia, se La Liguria sembra il luogo principale d’ispirazione, Orengo ha lasciato pagine anche sul Piemonte, almeno in Di viole e liquirizia (2005) nel quale espone i nuovi miti della Langa e del vino. Su questo si sofferma Luciano Bertello nel suo intervento, geograficamente intitolato Nico fra Langa e Roero. La questione riguarda adesso la valorizzazione delle colline e dei vini di queste zone: “colline che amava profondamente e che vedeva ferite nel paesaggio, modificate da colonizzazione culturali o da localistiche chiusure autoreferenziali, stravolte dall’arroganza del denaro” (pp. 53-54). Così nasce l’avventura di Albalibri, di una “cultura rispettosa del territorio, nell’intreccio e nel dialogo con tutte le forze culturali di Langa e Roero, con la sua naturale predilezione per il nuovo e per i giovani” (pp. 54-55). Bertello mette inoltre in evidenza (tema ricorrente in altre pagine) come Orengo non disdegnasse la buona tavola.

Se in generale viene tratteggiato il legame dell’uomo con i suoi paesaggi, è Francesco Improta a evidenziare pur attraverso il territorio l’aspetto cosmopolita (già sottolineato da Coletti) della cultura e della letteratura di Orengo, portandolo oltre i confini di Liguria e Piemonte, e oltre gli steccati stessi della pratica letteraria. Il denso intervento critico di Improta s’intitola infatti Nico Orengo tra letteratura e cinema. Afferma subito Improta: “Nella narrativa di Nico Orengo anche il lettore più distratto non può fare a meno di rilevare reminiscenze, citazioni, e persino tecniche specificamente cinematografiche” (p. 111). Nella Liguria – vero “cronotopo” alla Bachtin, una Liguria frequentata per esempio da Hemingway, tra gli scrittori più “saccheggiati” dall’industria cinematografica americana, e da Chaplin e Grace Kelly – Orengo ambienta le sue storie intrise di quella terra ma con un occhio a quel mondo internazionale. Così, prosegue Improta, il resoconto delle riprese di Caccia al ladro di Hitchcock, girato tra Montecarlo e dintorni (quindi poco oltre il confine), diventa un vero e proprio racconto nel racconto all’interno de La guerra del basilico (1994), dove si parla della scomparsa di Grace Kelly dal set del film: queste vicende s’intrecciano con quelle dei bizzarri personaggi del Tropicana Hotel nel quale avrebbe soggiornato anche la Kelly nei quattro giorni in cui è mancata dal set. Annota Improta: “Qui il Cinema nella sua accezione più ampia entra in punta di piedi ma si espande trasformandosi in racconto autonomo, location, paesaggio, pretesto narrativo, spunto di riflessione e… magia” (p. 113). Ne Le rose di Evita (1992) l’intreccio si realizza invece con Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens: Marco, l’adolescente protagonista del romanzo, si specchia in Joey facendo come lui una figura ideale di Shane, appunto il cavaliere del film. Altrove invece è la tecnica narrativa stessa di Orengo a essere cinematografica: “La curva del Latte – segnala sempre Improta con riferimento al romanzo pubblicato nel 2002 – ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine estate un grido, violento e insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case, sparse della valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda” (p. 115). Infine, secondo Improta, la terza modalità cinematografica di Orengo – l’omaggio più sentito – non è nelle citazioni e reminiscenze o nella tecnica, ma nelle atmosfere: così, nell’ultimo romanzo, Islabonita del 2009 (che prende il nome dal paese ligure di Isolabona), ritroviamo una spy-story che ricorda quelle dello scrittore e sceneggiatore Eric Ambler.

Interessante il modo con il quale Federica Lorenzi nel suo intervento L’enfant terrible fa dell’infanzia la cifra stilistica fondamentale della scrittura di Orengo, sia per la rievocazione e mitizzazione della propria infanzia, sia per il fatto che inizialmente abbia scritto proprio per i più piccoli: “Anche se la produzione di componimenti per bambini è limitata gli anni Settanta, questa esperienza ha fortemente segnato lo stile dell’autore: egli si serve del modello formale della filastrocca in tutta la sua successiva produzione poetica per adulti e talvolta in quella in prosa, recuperando la cadenza ritmica e le sonorità della filastrocca per facilitare la scorrevolezza e il piacere della lettura e veicolare insegnamenti sulla natura, esattamente come aveva fatto in Canzonette. Ma non è l’unica ragione. L’utilizzo di queste forme poetiche infantili nella produzione per adulti vuole essere un invito a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà, tipico dell’età infantile. In questo senso vanno letti anche gli incoraggiamenti a giocare con il linguaggio. Si rivolge nelle introduzioni delle sue raccolte di poesie per bambini ai lettori di tutte le età, mettendo a disposizione i suoi segreti compositivi. Egli attribuisce una grande importanza all’esercizio della creatività e della fantasia perché li considera strumenti indispensabili per illuminare la realtà, immaginarla diversamente e cambiarla. La speranza di Orengo non è riposta solo nei bambini, ma anche negli adulti, se questi ultimi sono disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo (…) Segno che lo scrittore avverte come sempre più pressante la necessità che la società degli adulti recuperi un approccio più autentico nei confronti della realtà” (pp. 122-123).

Una chiave questa (e perciò ho riportato la lunga citazione) per capirne la letteratura, ma anche il personaggio Orengo, quale ci viene tratteggiato anche negli altri interventi di questo aureo libretto, interventi che, per quanto a loro volta stimolanti, dobbiamo necessariamente condensare. Luisella Berrino ci informa della passione per i capperi e i suoi fiori simili alle orchidee. Giuseppe Giacomelli racconta di quando a Torino, alla redazione de “La Stampa” gli portava le sigarette individuandolo a fatica tra le pile di libri e giornali. Aldo Molinengo è tra coloro che sottolineano l’importanza del territorio per Orengo (“Il paesaggio per Nico era la sua seconda casa”, p. 33), e il costante riferimento nei libri ai nomi di piante e alberi, un interesse che sfocia nel premio che prende il nome dai Giardini Hanbury. Alberto Sinigaglia lo ricorda a Torino, nella funzione di “segretario” per Einaudi, a tavola con Sciascia e Soldati. Anche Paolo Veziano lo ricorda a tavola, insieme a Tesio e Improta, alle prese con un’anguilla di oltre due chili e con una bottiglia di Vermentino. Mirella Appiotti lo ricorda di nuovo a Torino tra “La Stampa” e “Tuttolibri”: “Nico o dell’essenzialità: poche parole dietro le quali spuntano progetti, opportunità, scoperte” (p. 45). Mauro Bersani rievoca la benevolenza con cui Giulio Einaudi accolse in casa editrice il giovane Orengo, al tempo ancora ventenne, rimanendovi sempre legato. Pippo Bessone ci riconduce di nuovo al paesaggio ligure tra piante e mare, e dello scrittore dice: “Nico aveva un modo di scandire, che le parole suonavano nobili” (p. 57). Di Yves Bosio si riproduce una lettera manoscritta che ne piange la scomparsa avvenuta “senza un preavviso”. Claudia Claudiano ne ricorda la leggerezza calviniana e come, al modo di Calvino, abbia con la penna difeso il proprio lembo di terra ligure. Laura Guglielmi lo ricorda, con Ernesto Ferrero, Antonio Ricci e Marco De Carolis, oltre lei stessa, nella giuria del Premio dell’Olio a Badalucco in Valle Argentina, con il quale Nico “Voleva sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli” (p. 67): in quell’unica edizione viene premiato il genovese Renzo Piano. Albina Malerba, partendo da La Mortola, a Mùrtura, elenca, con un poetico gioco di suoni, una serie di luoghi orenghiani in quest’angolo di Liguria che sembra già Provenza: “La Mortola, il mirteto, il luogo dei mirti nonancoratrovati: tra gli Hanbury e Cacciairui, tra Mamante e le Case Canun, dai Perugin a la Bagarina, dalla Croce ai Ciotti a Grimaldi, dalla Punta a Baia Beniamin, dalla spiaggia del Cannone alla vecchia frontiera di Ponte san Luigi e sotto i Balzi Rossi, poi giù verso Latte e le Calandre, e Ventimiglia, e su verso Dolceacqua, Apricale, Garavan, Mentone, Castellar, Roquebrune… fino a Nizza” (p. 71); una “geografia del cuore”. Paolo Mauri ricostruisce l’incontro a Roma a casa di Toti Scialoja, poi a Torino con Calvino e infine la discesa in Liguria nella terra di Orengo, con l’epicentro de la Mortola, e le cene con Biamonti nei paesini dell’entroterra: il giornalista rievoca ancora un viaggio ad Aix, all’atelier di Cézanne (Nico raccoglieva materiale per Gli spiccioli di Montale uscito nel 1992). Silvia Peira menziona le sette edizioni della Via del sale, un percorso di arte contemporanea che nel tempo conosce diverse denominazioni: ecco, nella seconda edizione del 2003, gli artisti creare con il sale un grande disegno collettivo a Bossolasco. Paolo Pejrone ci ricorda le altre iniziative per la tutela del patrimonio naturale, come il premio per la difesa del Paesaggio e il premio dell’Enoteca del Roero, questi in favore del mondo agricolo piemontese, e non solo. Antonio Ricci dà conto della gestazione del “libro tecnico” sul programma Striscia la notizia che comportò una non facile convivenza, una vera “operazione di logoramento” (p.88), a partire dalle dispute per la scelta del vino, tra il Vermentino e il “traditore” Pigato. Sandra Reberschack lo definisce cavaliere armato non di spada ma di lessico in difesa del territorio, amante della bellezza, nell’arte come nella vita: dotatone lui stesso come testimoniano le foto giovanili, le sue donne e i figli. Ugo Giletta contribuisce con due foto del mare e il commento: “Quando il lamento del mare diventa voce, la memoria è di immensi spazi mai più ripetibili (p. 97). E Giovanni Tamburelli ci dice che il Mar Ligure, con l’aria aromatica delle erbe e il cibo profumato, era il suo salotto. Paola, Maria, Ida, Simonetta e Stefania dell’ufficio stampa dell’Einaudi in gruppo ricordano quanto fosse bello, anche se non sempre facile, lavorare alla promozione dei suoi libri. Nell’ultimo intervento, prima delle ricette, Bruno Quaranta inanella una serie di aggettivi: “Nico, o dell’ossimoro, tessuto, arabescato, cullato. Cortesemente efferato. Sapientemente ignaro. Elegantemente disadorno. ordinatamente disordinato. Amorevolmente disamorato. Svogliatamente vigile…” (p. 124).

E in conclusione ricordiamo che il libro prende il titolo dall’intervento di Giuseppe Conte che ne sintetizza aspetti personali e letterari: “Le qualità che mi colpirono in Nico, quando cominciai a frequentarlo, furono subito la grazia mondana e l’ironia, che nascondevano e quasi proteggevano una passione gelosa e vitale per la poesia e la letteratura” (p. 63). Aristocratico torinese – precisa Conte – Orengo si sentiva principalmente ligure, del fazzoletto di terra che va, come ormai sappiamo, da Ventimiglia alla frontiera. “Nico era uno scrittore completo, come in Italia ce ne sono stati pochi”, e con le sue parole possiamo riassumere quanto finora sentito da tante voci: “Completo, generoso, continuo, coraggioso, fedele alla propria ispirazione. È stato autore di deliziosi libri per l’infanzia, di raccolte originali di poesie, di saggi importanti, di romanzi che si sono evoluti verso una sempre più forte, chiara, godibile comunicatività” (p. 64). Dei suoi libri Conte dice di averne amato due in particolare, l’uno di ambientazione ligure, L’intagliatore dei noccioli di pesca, e l’altro piemontese, Di viole e liquirizia.

Conte riconosce a Orengo di avere letto per primo, ancora in manoscritto, L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (che poi avrebbe presentato a Calvino) contribuendo forse a creare la leggenda dello scrittore coltivatore di mimose.

E li vediamo tutt’e tre a cena, nei paesini dell’entroterra, Beppe, Nico e Francesco.

Enzo Rega: “La Linea dei Passi. Prose sulle città e il viaggio” (Helicon Ed.)

di Francesco Improta (2020)

In questa situazione di drammatica emergenza e di reclusione forzata rovistare tra gli scaffali della libreria in cerca di un libro ignorato o dimenticato diventa un esercizio necessario per riempire il vuoto e ammazzare il tempo, quando, però, tra le mani ti capita un vero gioiello come La linea dei passi di Enzo Rega, l’esercizio acquista ben altro significato e la giornata che correva il rischio di srotolarsi noiosa e ripetitiva si apre a più luminose e gratificanti prospettive. Il libro in questione appartiene a quella letteratura odeporica che ha avuto tanti cultori illustri, si pensi senza risalire indietro nel tempo a Chatwin, a Kerouac, a Terzani e Piovene. È un tipo di letteratura di cui è difficile fissare criteri e confini, in quanto comprende racconti, diari di viaggio, reportage e al limite guide turistiche. Al centro c’è sempre il viaggio con tutte le esperienze oggettive e soggettive che esso comporta; il viaggio come scoperta e illustrazione, descrizione e narrazione, ma anche come ricerca di sé stesso e delle proprie potenzialità, poche o molte che siano. Un viaggio, quindi, ondivago senza una meta precisa, in quanto il viaggio non è un mezzo ma un fine non a caso il primo dei tanti eserghi del libro, tutti puntuali e illuminanti, tratto da F. Pessoa recita testualmente così: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.” Ne La linea dei passi c’è anche di più, ricordi, lettere, brani di racconti già scritti (Ritorno all’albergo del Rosso) o da scrivere, incantesimi, aforismi e la contrap­posizione tutta pavesiana tra città e campagna, esplicitata soprattutto nel I capitolo con le luci in lontananza della città e quel ponte che divide e congiunge e con lo struggente desiderio del ritorno che si accompagna sempre al viaggio e lo nobilita, altrimenti sarebbe, come dice F. Biamonti, anche lui presente tra gli eserghi, un semplice spostamento fisico. Nel terzultimo capitolo dei ventuno che compongono il libro (sempre che si possano chiamare capitoli), quello in cui Rega si richiama a Le città invisibili di I. Calvino, l’autore dice testualmente: “… d’una città non godi le bellezze, ma in essa cerchi una risposta… e più avanti il tuo avanzare è sbilenco, il capo è sempre volto all’indietro. Sì, in fondo il tuo viaggio si svolge sempre nel passato e, sotto diversi nomi, si cela sempre la stessa città.

Leggendo il libro sembra di avvertire la frenesia dei passi che procede parallelamente al desiderio, all’urgenza di raccontare, perché le cose esistono solo quando trovano forma in un racconto; e anche la donna che ha un ruolo importante in questo “diario” di viaggio acquista identità e spessore nel momento in cui si fonde con la natura circostante, si fa paesaggio o si innerva nelle solide costruzioni di una città. Le città poi descritte minuziosamente nella loro tetraggine, come Amsterdam dalle costruzioni scure e dai canali maleodoranti, oppure nella pretenziosa ambizione di sentirsi metropoli non diversamente da New York come Londra, rimandano a letterati, pittori o musicisti; questi ultimi come Webern e Schönberg sono entrambi riconducibili alla musica dodecafonica, cioè alla compresenza delle dodici note all’interno dello stesso agglomerato sonoro. Dei pittori, invece, vengono citati esplicitamente P. Mondrian dinanzi all’esuberanza dei colori e implicitamente E. Munch tramite quella ragazza sul Ponte di Pietra (Karluv most) con la bocca spalancata che appare e scompare continuamente senza emettere parole o suoni quasi ectoplasma scaturito dall’atmosfera incantata di quella Praga magica descritta da Angelo Maria Ripellino. De Chirico, invece, ci viene incontro nel momento in cui Rega si accinge a raccontarci Torino con le vie e le piazze squadrate dal sapore vagamente metafisico e a De Chirico si associano naturalmente C. Pavese, che a Torino si diede la morte, e Nietzsche che si ricollega a Erasmo da Rotterdam e L’elogio della pazzia, a cui Rega attribuisce il potere di spazzare via le insulse banalità dal mondo. A Genova, infine, dove l’aria s’impregna di salsedine dopo le cime innevate o l’acqua dolce dei fiumi che attraversano le pagine, l’omaggio implicito, citando Boccadasse è rivolto a Fabrizio De André, e a Genova il libro termina, ma, viste le premesse, il viaggio continua…

Tralasciamo ora l’elenco degli scrittori a cui l’autore attinge o ruba ingordamente, dal momento che ce ne parla lui stesso nell’ultimo capitolo invitandoci o sfidandoci a cogliere tutti gli echi, le reminiscenze e i rimandi presenti ne La linea dei passi, dando vita, sulla scia di Calvino, a una sorta di letteratura combinatoria, per soffermarci sugli interessi, le competenze cinema­to­grafiche di Enzo Rega che utilizza un linguaggio filmico per montare e smontare la “pellicola” di immagini, suoni e colori, utilizzando dissolvenze incrociate o snodi narrativi. Del resto vengono citati esplicitamente Luchino Visconti, di cui Rega va a visitare la casa in devoto pellegrinaggio durante il soggiorno lavorativo a Milano, e Wim Wenders, a cui sembra aver rubato, tra le altre cose, il sembiante (impressionante la somiglianza) e il tema del viaggio-identità, centrale nell’opera del regista tedesco e soprattutto in Falso movi­mento.

Prima di concludere vorrei citare due immagini e qualche aforisma che mi hanno particolarmente colpito.

“… potrei vivere in questa città, con quella lunga biscia viscida che la spacca in due come le grandi labbra di una vulva palpitante con l’orrendo e mostruoso clitoride metallico? Ed ecco Piazza della Concordia, distesa come un ventre vuoto

È il dialetto che ha coltivato queste terre – distese davanti a me, oltre la gabbia delle galline, e sconosciute nella luce del tramonto: una striscia di sangue lungo l’orizzonte straripa nell’aria sino a investire anche noi, e le galline, e le pozzanghere piene di fanghiglia che non possono fare da specchio al rosso che invece imporpora anche le nuvole.”

“È difficile tenere in ordine la propria vita, anche se in essa non vi è vero disordine.”

“Tutte le città finiscono per negarsi, per non darsi. Così Bergamo. La distaccata bellezza della città alta, la squadrata confusione della città bassa.”

“Scrivere non è un atto di lucidità. È un lavoro all’interno del generale fingere. Ci si finge scrittori, e si scrive. Gli oggetti dello scrivere sono le nostre finzioni quotidiane. Il tema è la finzione, non come tale, ma come vita.”

Credo di poter affermare senza mezzi termini che il libro di Enzo Rega meriti di essere letto assolutamente; si tratta infatti, a dispetto di una certa lungaggine nella parte centrale, di una vera gemma e qual è la gemma che non ha qualche lieve impurità?

Rita Pacilio: “L’amore casomai” (LVF Ed., 2018)

di Francesco Improta (2020)

Ho letto L’amore casomai con profondo interesse e, a tratti, con grande stupore. Non sono racconti e non sono poesie, si tratta, a mio avviso, di immagini cromatiche, di pulsioni viscerali, di un concentrato di emozioni e di allusioni. Ci sono dietro, in quanto facenti parte del background dell’autrice, Lacan, Barthes e altri guru della cultura francese del Novecento e anche L’odore del sangue (esplicitamente citato nel testo) di Goffredo Parise o di Mario Martone, volendo assegnare alla trasposizione cinematografica di quest’ultimo una sua indiscussa autonomia e originalità. E non a caso, dal momento che spesso queste immagini, meglio ancora questi flash, sono grumi di sangue che conservano il loro odore dolciastro e metallico, anche e soprattutto nei momenti di ferina intimità. Odore al tempo stesso delle origini della vita, della condizione prenatale, dell’inviluppo dei corpi, del mestruo, ma anche livido e tumefatto, quando la vita langue, e diventa presagio di malattia e di morte. Del resto, l’antinomico connubio ancestrale, Eros e Thanatos, è presente in maniera esplicita o latente in ogni rigo di questa originale composizione che talvolta procede spedita, utilizzando con abilità e precisione linguaggi moderni come gli SMS, e talvolta in maniera sincopata e frammentaria, quasi ansimando, nei momenti, a mio avviso, di maggiore felicità creativa.
Molto bella la conclusione con quella sera intrisa di luce lunare e di nostalgia; e in quella diafana trasparenza scompare anche l’io narrante: io non c’ero.

 

Disintossicarsi

Guardare la luna. Seduta sul marmo del balcone. Scalza.

Spostare il baricentro poggiando la mano sul pavimento.

Quella strana scia di un aereo come stella in cammino. Bere

birra fresca e canticchiare Moon river.

Entrai in casa

crederla mia. Era settembre

poi una fotografia in bianco e nero

forse il libro sulla scrivania

chissà quale pagina appartenuta a un’altra.

Quella canzone, il vino rosso

un tavolo per due. E io non c’ero.


Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarraQuel grido raggrumatoIl suono per obbedienzaPrima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

Ilaria Palomba: “Brama” (Giulio Perrone Ed. 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Il romanzo decolla con studiata lentezza ma poi prende quota e non si ferma più, vola altissimo. Se mi si chiedesse un’opinione a caldo di Brama, ultima fatica letteraria di Ilaria Palomba (Giulio Perrone editore, 16 €), credo che mi esprimerei in questi termini.

Il libro, però, ha una struttura complessa per la molteplicità delle tematiche affrontate, di natura prevalentemente filosofica o estetica, per l’acca­vallarsi dei piani narrativi, per le continue analessi, per i frequenti slittamenti nella dimensione onirica e necessita quindi di una disamina più articolata e approfondita.

«Al centro del romanzo, che sarebbe più corretto definire un’au­tofiction, c’è un personaggio femminile a tutto tondo, Bianca, con tutti i problemi, le ansie, le frustrazioni della donna post-moderna. Una donna border-line che ha tentato tre volte il suicidio e ha evitato tutte le volte il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per l’intervento tempestivo dei genitori nei cui confronti Bianca ha un rapporto di odio/amore che affonda le radici nel passato, in un’adolescenza solo apparentemente felice. Lo stesso nome, Bianca, rivela la contraddizione di fondo che la connota; suona come un’antifrasi, contrasta, infatti, con l’inferno a cui è ridotta la sua esistenza, un buco nero che sembra volerla continuamente inghiottire, eppure al tempo stesso rimanda a quella innocenza e quella purezza che rimangono in lei solo allo stato di anelito. L’incontro con Carlo Brama, libero docente di filosofia e saggista di un certo valore, se da un lato le consente di arricchire il proprio bagaglio culturale, dall’altro rende ancora più precaria e instabile la sua esistenza. Mi sembra superfluo rilevare che il cognome del filosofo riconduce direttamente al titolo del libro e sottolinea la centralità del personaggio, deuteragonista e antagonista al tempo stesso. Inizia per la protagonista un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle ragioni che hanno determinato la sua labilità psichica. Il rapporto tra loro due è quello che spesso si instaura tra maestro e discepolo, Carlo, novello Pigmalione, dai gusti aristocratici, la introduce alla musica e alla pittura classica, al cibo raffinato e a un elegante stile di vita. Nasce con­temporaneamente tra di loro una storia d’a­more, confusa, disordinata fra attrazioni e ripulse, un amore che si potrebbe definire “malato” nell’accezione più ampia del termine e che avrà sviluppi imprevedibili.»

Trattandosi di autofiction la vicenda ha una focalizzazione interna, il narratore è la protagonista stessa. Ed è da una sua confessione, oltre che dal primo dei due eserghi, tratto da La nostra anima di Alberto Savinio (l’altro rimanda direttamente a Il libro rosso di C.G. Jung) che il titolo del romanzo acquista chiarezza e significazione:

«Ciò che mi lacerava era la brama: bramare attenzioni, un riconoscimento, voler essere qualcosa per qualcuno, per mio padre in primo luogo. Annientando la brama vivevo in pace, prossima alla morte ero piena di gioia, era l’unico modo in cui riuscissi a provarla.»

Bianca, però, non aspira solo a essere oggetto di desiderio, ella è anche soggetto desiderante nei confronti perlopiù di uomini più grandi di età, come Carlo, sostituti della figura paterna, che possano farle da guida e sui quali riversa un amore possessivo ed esclusivo che la induce a guardare con sospetto, rosa dalla gelosia, tutte le figure femminili che attraversano la sua strada e che potrebbero appropriarsi sia pure parzialmente o tempora­ne­amente dell’oggetto del suo desiderio. Sono rivali, presunte o reali, tutte giovanissime che accentuano la sua paura d’invecchiare e la lotta contro il tempo che passa e lascia segni visibili sul suo corpo. Non aiuta, certo, l’uso di psicofarmaci, che scandiscono in una sorta di liturgia le ore del giorno, né il ricorso all’alcol e alle droghe e neppure l’amica del cuore, Francesca, anch’ella oggetto del desiderio di Bianca, che non disdegna i rapporti omosessuali, può essere di aiuto o di consolazione perché sta ancora elaborando, non senza difficoltà, il lutto per il suicidio del suo compagno. Elena, invece, collega di Carlo, bella ed elegante, introdotta nel mondo “che conta” rappresenta ciò che manca a Bianca, in preda ai suoi demoni e alle sue ossessioni, sicurezza, disinvoltura e gratificazioni. Tutti gli altri personaggi o sono figure sbiadite, lontane nel tempo, o come Giorgio, presenze soltanto funzionali allo sviluppo della vicenda. Ombre indistinte, senza volto e senza nome, sono anche le vittime della sua smania erotomanica, donne e uomini sposati, che conducono o si illudono di condurre un’esistenza normale e sui quali Bianca esercita non tanto la voglia di fare sesso quanto il suo potere seduttivo. Un potere seduttivo, alimentato e corroborato dal suo sado­masochismo:

«Sono una belva. Mi piace pascermi del vostro dolore, dei vostri desideri inconfessati, con me tradite le vostre noiose consorti, vi illudete per un paio d’ore di dare un guizzo di brio a un’esistenza monotona come un fotogramma ripetuto in eterno, un disco rotto, un giro sulla stessa auto scassata nella stessa piazza dello stesso paese in cui siete nati.»

Fra i tanti i temi toccati nel libro – la morte, il destino, l’arte, la famiglia, l’amicizia – gli homeless e i clochard sono l’unico argomento di carattere socio­politico insieme alle simpatie anarchiche e rivoluzionarie del padre di Bianca che in gioventù amava ascoltare il bombarolo De André dall’album Storia di un impiegato. Non manca tra i tanti riferimenti e reminiscenze letterarie e filosofiche il gusto della autocitazione e se in Disturbi di luminosità c’era un riferimento esplicito a Mancanze, qui implicitamente si fa riferimento a Deserto, la seconda silloge della trilogia poetica in fieri della Palomba, titoli che illustrano ancora meglio la landa desolata a cui è ridotta l’esistenza di Bianca.

Anche qui, come nelle opere precedenti di Ilaria Palomba, c’è un atteg­giamento ambivalente e solo in parte contraddittorio nei confronti del corpo che viene continuamente profanato prima di essere consacrato a tempio dello spirito e della bellezza e… del sapere. Anche qui la predilezione per gli ambienti degradati, periferie dimenticate o locali di infimo ordine, che diventano il correlativo oggettivo del suo mondo interiore ridotto a un panorama di macerie in cui si muovono demoni spaventosi, presenze fantasmatiche e belve fameliche, che frugano tra la polvere e la sporcizia.

Nella parte centrale dell’autofiction acquista particolare importanza il Libro rosso di C. G. Jung, che Bianca e Francesca cominciano a leggere insieme e che si rivela soprattutto per la protagonista illuminante e chiarificatore, laddove lo psicanalista austriaco contrappone alla rigidità mortuaria del pensiero la capacità vitalistica del sentire. Bianca, infatti, finisce con lo specchiarsi nella Salomè di cui parla Jung e che nella vita reale aveva assunto le fattezze di Sabina Špil’rejn, come risulta anche dal film di R. Faenza, Prendimi l’anima, in cui si narra, banalizzandola (si tratta, infatti, di un film scolastico e didascalico), questa storia d’amore tra paziente e analista, storia che, a mio avviso, viene raccontata sempre per immagini molto meglio da David Cronenberg in A Dangerous Method, una messa in scena inappuntabile. Certo è che dalla lettura de Il libro rosso e dalla visione del film, Bianca capisce di essere la Salomè di cui parla Jung e da cui Carlo, il pensatore solitario, fugge, in quanto teme l’amore e la violenza delle passioni. E non solo Carlo, perché ogni uomo fugge la sua Salomè, la sua icona distruttrice, la sua temibile madre assassina. Ed è sempre da Jung, come risulta dal secondo esergo, che deriva l’argomento più scottante e spinoso del libro: il cannibalismo. Un tema dai complessi risvolti biologici e antropologici che la società civile ha cancellato o censurato ma che, nelle sue forme reali, fantastiche o rituali, ha origini antichissime e non solo nelle società tribali, si pensi alla mitologia greca, alle vicende di Atreo e Tieste e di Progne e Filomela, in entrambi i casi vengono imbandite le tenere e innocenti carni dei figli solo per vendetta, nel Satyricon di Petronio, invece, e ne Il compianto per la morte di ser Blacatz di Sordello da Goito l’atto cannibalico nasce dal desiderio di acquisire le qualità e le virtù del defunto. Anche nella cinematografia europea ci sono esempi del genere penso in particolare a due film: La carne del regista italiano più provocatorio e irriverente, Marco Ferreri, dove la pulsione a “mangiare l’altro” nasce dalla volontà di inglobarlo per possederlo completamente, e il capolavoro di Peter Greenaway Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, un’orgia di colori, di suoni, di luci e di movimenti di macchina.

La scrittura di Ilaria Palomba asseconda e scandisce le varie situazioni, le complesse dinamiche psicologiche e i differenti stati d’animo, mostrandosi disordinata e ripetitiva, quando Bianca inciampa nelle sue paure e barcolla sotto il peso degli avvenimenti o delle sue ossessioni, per diventare potente, icastica e incisiva quando prende o crede di prendere in mano le redini della sua vita. Allora non diversamente da un coltello affilato la scrittura di Ilaria scalfisce la pagina, la pelle, gli occhi (cfr. Un chien andalou di Luis Buñuel) e l’anima dei suoi lettori. Allora le parole si fanno carne, sangue e lasciano il segno a differenza di chi le pronuncia che vorrebbe invece scomparire, immergersi nella grande vasca di acqua calda che simboleggia il liquido amniotico in cui galleggiava all’interno del con­fortevole e rassicurante utero materno.

Valga questo esempio di scrittura, nitida ed efficace, nel disegnare una felicità solo apparente nella sua famiglia di origine:

«Nella gioia illusoria della nostra famiglia si ottundeva una latente melanconia e la sentivo sciabordare nella stanchezza della domenica mattina, nella consunzione dei gesti; mia madre che prepara la colazione con affanno e le si scolpiscono due grandi rughe attorno alle labbra, mia madre che guarda il soffitto raggomitolata sulla sedia e beve il caffellatte con aria di sconforto. Mio padre che parla di letteratura e lei non lo ascolta, ciascuno rinchiuso nel suo inespugnabile regno.»

Oppure il brano che segue in cui Bianca fa una specie di consuntivo della sua vita:

«Ho cercato solo la gloria, l’altrui approvazione, perché la coscienza era ridotta in macerie. L’ambizione era un idolo di cartapesta pieno di buchi.   Voglio restare nei buchi, abitare i vuoti, ridonarmi alla vita senza nulla pretendere, tanto nulla arriva se non è scritto. Io nella luce ho scritto un nome che non era il mio e nel mio nome un’altra da sempre si rivolta e dice a suo padre: Sono libera, e a sua madre: Non sono tua. Non sono una vostra proprietà. Sono viva, anche se ho guardato in faccia la morte.»

In conclusione, Brama è un libro bello, importante e sconvolgente, come tutte le opere di Ilaria Palomba, con cui bisogna necessariamente confrontarsi.

Marco Candida: “Incendio nel Bosco” (Tarka Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Quando la narrativa, impregnata per giunta di cultura scientifica, sposa la letteratura, nell’accezione più qualificata del termine, il piacere della lettura, di cui parla R. Barthes, aumenta in maniera considerevole; ed è quello che io ho provato leggendo Incendio del bosco di Marco Candida (casa editrice Tarka, 14,50 €). Eppure c’è qualcosa che, a lettura ultimata, mi ha lasciato alquanto perplesso, ma procediamo con ordine.

Il romanzo in questione fa parte di una nuova collana, curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, il cui fine è quello di riscoprire, raccontare e valorizzare la dorsale appenninica, che attraversa l’Italia da nord a sud, e che si presenta come un crogiuolo non solo di biodiversità ma anche di storie, culture e tradizioni diverse, come dimostra la bella e circostanziata pubblicazione L’Appennino piemontese a cura di Rocco Morandi e il contributo dell’alessandrino Marco Grassano.

La storia si svolge in un breve lasso di tempo e ha come protagonisti Fiore e Rosa, innamorati fin dai tempi della loro adolescenza ma costretti a vivere il loro amore nella clan­destinità, in quanto Rosa aveva nel frattempo sposato Silvano, un imprenditore facoltoso e avanti negli anni, in cui Rosa, bisognosa di protezione e di sicurezza, aveva intravisto un sostituto della figura paterna, scomparsa prema­turamente. In un bosco sul monte Argentea nell’Appennino ligure, Fiore e Rosa stanno facendo un pic-nic e godendosi un po’ di intimità, quando nelle vicinanze scoppia un incendio che assume ben presto dimen­sioni colossali. Viene in mente il verso di Dante “Poca favilla gran fiamma seconda” che pur avendo nel Paradiso dantesco un significato prevalen­temente metaforico, in quanto allude alla possibilità che un piccolo gesto di indiscusso valore possa trovare uno stuolo di imitatori, rende bene l’idea che un incendio di proporzioni gigantesche possa nascere da una semplice scintilla così come uno smottamento, una frana o addirittura una valanga possa avere origine da un calcio tirato inconsapevolmente a un sassolino, mi viene in mente – e lo dico perché nel romanzo di Marco Candida sono frequenti le reminiscenze letterarie – Don Abbondio che scalcia i ciottoli che incontra nel suo cammino, la sera del 7 novembre del 1628, di ritorno alla sua canonica. I due giovani, accortisi in ritardo dell’incendio, cominciano a scappare inseguiti dalle fiamme che vorrebbero morderli, ghermirli. A questo punto credo che sia opportuno fermarsi per non svelare la conclusione non priva di colpi di scena.

I nomi dei tre personaggi che abbiamo citato (Fiore, Rosa e Silvano) rivelano l’interesse o meglio l’amore di Candida per la natura in generale e per la botanica e l’ornitologia in particolare. Nella descrizione dell’incendio, che occupa l’intero primo capitolo legittimando in questo modo il titolo del romanzo, si rileva nei confronti di tutti gli alberi, le piante, le erbe e gli abitanti, grandi o piccoli che siano, del bosco una attenzione affettuosa, partecipata, minuziosa, esatta in maniera scientifica e ciò conferma la formazione dello scrittore e il suo desiderio di non generalizzare e di attribuire a ogni elemento preso in esame una sua precisa identità. Mi si è affacciato alla memoria Nico Orengo che in Miramare si sofferma a descrivere con altrettanto amore e tenerezza le varietà di piante presenti nei Giardini Hanbury a Ventimiglia, con la sola differenza che lo sguardo di Nico è meravigliato e gioioso dinanzi al tripudio di colori e di odori della natura in fiore quello di Candida è velato e terrorizzato di fronte alla natura distrutta e incenerita dalle fiamme. E accanto a Orengo non poteva mancare, tra le fonti e i modelli dell’autore, l’altro dioscuro del Ponente ligure, Francesco Biamonti con il quale Marco Candida ha in comune un profondo senso di pietà, nei confronti della natura e degli esseri animati, una pietà laica che viene da lontano, penso a Lucrezio e ancor più a Virgilio: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”. Mi riferisco al gabbiano morto, impigliato nei rami di un rovo, dinanzi al quale Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, si toglie il cappello, mentre nel romanzo che stiamo analizzando il gabbiano falciato dalle eliche dell’impianto per l’energia eolica sul monte Turchino viene raccolto amorevolmente da Rosa, adolescente, adagiato in una scatola di cartone e sotterrato nel giardino di casa. Lo stile, però, è diametralmente opposto: Francesco Biamonti tende a levare, a sottrarre, a scarnificare, in linea con la tradizione ligure che ha il suo vertice in E. Montale; Marco Candida, invece, tende ad accumulare, a riempire, non è un caso che la figura dominante in L’incendio del bosco è l’enumerazione, per asindeto o polisindeto poco importa. Ci sono lunghi elenchi che riempiono gli occhi e occupano la mente, affaticandola, ed è questo il motivo della perplessità a cui facevo riferimento inizialmente. C’è, e a mio avviso va sottolineato, un uso eccessivo dello stile nominale, una tendenza della prosa a gonfiarsi in maniera talvolta esagerata, penso alla presenza ingombrante e non del tutto giustificata di numeri, ma probabilmente dietro questa prolissità di dettagli numerici si nasconde l’intenzione dello scrittore di sottolinearne gli aspetti sempre più di catalogazione e di esclusione a cui siamo quotidianamente sottoposti.

A impreziosire la prosa ci sono, invece, le frequenti analessi con cui si rievocano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Rosa, penso al suo bellissimo rapporto con il padre, che la porta con sé in campagna, nei boschi e nei musei e chiamando le cose con il loro nome consente alla figlia di appropriarsi della realtà circostante e di afferrarne, assaporandola, la bellezza. Ed è qui il tema di fondo del romanzo la difesa della bellezza in tutte le sue forme e la denuncia di chi questa bellezza umilia, soffoca e uccide non solo attraverso gli incendi boschivi, lo sconsiderato disboscamento o la rottura continuata dell’eco-sistema ma anche con l’indifferenza, la mancanza di responsabilità e la collera, vera e propria mot clef, non a caso ritorna frequentemente nella descrizione dell’incendio sterminatore. Alla luce di quanto abbiamo detto e a salvaguardia della bellezza, che forse non riuscirà a salvare il mondo ma che ci dà una mano a sopravvivere in questo mondo alla deriva, si giustificano e si legittimano i tanti inserti poetici, tutti di grande spessore: C. Baudelaire, W. Blake, G. Leopardi, E. Montale e G. Pascoli in ordine rigorosamente alfabetico, mentre a supporto di chi contribuisce alla morte della bellezza e a conferma della rabbia distruttiva che da sempre l’uomo esercita nei confronti dei suoi simili, del mondo in cui vive e inconsapevolmente quindi di sé stesso, vengono citati condottieri e tiranni da  Alessandro Magno a Giulio Cesare, a  Gengis Khane a Tamerlano.

Vorrei concludere queste mie riflessioni riportando parte dell’incipit, per molti versi emblematico:

Viene alla luce su un letto di ramoscelli ai piedi di un abete rosso […] In questo momento seminale il fuoco è focolare. Sprigiona calore materno, primigenio, incantevole allo sguardo. Scontorna le cose intorno sì che a guardarle sembrano immagini di un sogno e viene da dubitare della loro consistenza stessa. Poi…

Quel focolare s’infuria.

Giovanni Agnoloni: “Viale dei Silenzi” (Arkadia Editore)

di Francesco Improta (2019)

Giovanni Agnoloni, fiorentino di origine ma cittadino del mondo per elezione, impenitente girovago dalla poliedrica personalità culturale, dopo aver scritto una tetralogia distopica di discreto successo, con Viale dei silenzi (casa editrice ArKadia, 15 €) approda al romanzo psicologico, anche se, come vedremo in seguito, sarebbe preferibile evitare qualsiasi ag­gettivo.

Il protagonista Roberto è ormai da tre mesi a Varsavia per focalizzarsi sulla scrittura del suo ultimo romanzo e per trovarvi un’adeguata con­clusione. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati propriamente felici: la scomparsa inspiegabile del padre al quale era molto legato, nonostante le sue continue assenze per motivi di lavoro, l’allontanamento della madre, chiusa in un ostinato riserbo e del tutto anaffettiva e la fine del suo breve matrimonio con Valeria lo hanno gettato in uno stato di profonda pro­strazione da cui non riesce a risollevarsi. Non riconosce più né i luoghi né le persone della sua città e opta per un taglio netto, anche se in questa bolla di solitudine e di silenzio in cui ha la sensazione di galleggiare spesso affiorano, a volte nitidi altre volte ovattati, ricordi recenti e remoti del suo passato a Scandicci o a Marina di Pietrasanta. A Varsavia, dove quattro anni prima era in compagnia del padre e dove era stato abbandonato da costui senza una parola, Roberto decide di mettersi sulle tracce del genitore e l’incontro, solo apparentemente fortuito, con una ragazza irlandese di nome Erin rafforza la sua decisione…

Ha inizio la ricerca del padre che procede parallelamente alla ultimazione del romanzo che Roberto sta scrivendo, di cui riporta alcuni brani in corsivo e dove il padre, col quale immagina di dialogare, ha un ruolo im­portante. Si potrebbe, quindi, parlare di metaromanzo e in subordine di autoanalisi ma, come abbiamo anticipato, è la quête il tema di fondo che fa di questo libro un romanzo di avventura, fisica, intellettuale e morale. Oggetti di questa inchiesta sono il padre, lo scioglimento del mistero che ne avvolge la scomparsa, l’identificazione di questa ragazza, Erin, che ha fatto irru­zione nella sua vita e lo scongelamento del “cuore in inverno” del pro­tagonista, ancora più gelido dopo il fallimento della breve esperienza matrimoniale e l’allontanamento definitivo della madre con la quale non c’era mai stata un’effettiva corrispondenza di amorosi sensi. Tutti questi oggetti però non sono che dei pretesti in quanto da sempre ogni ricerca è ricerca di sé stesso. E Roberto, novello Ulisse, inizia un lento cabotaggio lungo i liti rupestri del suo inconscio, riesumando, attraverso la memoria volontaria o involontaria, ricordi ed episodi della sua vita trascorsa in maniera disordinata e confusa da non distinguere sempre il passato prossimo da quello remoto; il tempo appare allungato e sfilacciato come un elastico troppo usato e gli aderisce in maniera appiccicosa o gli crea, a seconda dei luoghi e degli stati d’animo, una bolla protettiva che lo allontana dal frastuono del mondo e dal ruminare incessante della sua mente.

Il titolo, Viale dei silenzi, non a caso senza aggettivo determinativo, indica più luoghi, fisici e simbolici, esterni e interiori, che determinano l’attivarsi della memoria involontaria, alla maniera di Joyce e non poteva essere diversamente in quanto buona parte della vicenda si svolge in Irlanda. Tra i numi tutelari di Giovanni Agnoloni si possono ravvisare per la loro indiscussa influenza Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, per la sua assidua esplorazione della memoria e soprattutto Giorgio Manganelli, per essere stato un instancabile viaggiatore e un inesausto speri­mentatore, una delle voci più qualificate della Neoavanguardia, di cui tra l’altro viene riportata in esergo una frase piuttosto significativa che finisce coll’offrire una chiave di lettura.

I personaggi che incontra in questa sua odissea, contrassegnata nella seconda parte anche da una discreta dose di suspense, sono pochi ed evane­scenti, se si esclude Erin che appare e scompare senza preavviso, gli altri sono funzionali allo sviluppo diegetico del romanzo, fanno perlopiù da rac­cordo, mancano, cioè, di un loro specifico spessore. Non meraviglia, pertanto, che i veri protagonisti della storia siano i luoghi di cui l’autore riesce a cogliere lo spirito con una sensibilità rafforzata e raffinata dal suo perenne girovagare, valga per tutte la bellissima descrizione dell’Irlanda, non a caso da lui considerata patria d’elezione per l’aria che si respira umida, fresca e libera, senza compromessi:

Le campagne d’Irlanda sono un mare, e le sue colline onde. Questo è un pensiero che mi si è impresso nella mente fin dall’inizio. Ammesso che parlare di inizio, qui, abbia un senso. Perché tutto in questa terra antichissima, esiste da sempre. Tutto è remoto e insieme prossimo, come le rocce della scogliera o l’altro mare […] Quell’oceano smisurato che, specchiandosi col suo entroterra, produce un’infinita concentrazione, un vertiginoso precipizio che sembra espandere indefinitamente gli spazi contenuti nell’isola.”

Affiora nel romanzo una costante e diffusa vena di tristezza che sfocia talvolta nella nostalgia, nel rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Emergono allora brandelli sfilacciati di memorie, sequenze di film, per lo più comici (Amici miei e Un sacco bello) capaci di restituirgli il sorriso quando da adolescente sentiva più forte l’assenza del padre e la distanza affettiva della madre. L’Italia, però, rappresentata in quei film è ormai irrimediabilmente scomparsa, come si legge chiaramente:

I veloci, ultimi decenni, con le loro folate di tecnologia, povertà ed emigrazione, avevano resettato lo stesso immaginario del paese. Ne restavano in circolazione solo frammenti impazziti, presenze itineranti come in fondo ero anche io. Pellegrini laici di un’Europa disgregata.”

E questa luce crepuscolare che avvolge “Viale dei silenzi” potrebbe suggerire e legittimare anche una lettura del romanzo in chiave psicoanalitica di tramonto, cioè, della figura paterna, che dagli anni Sessanta in poi per molteplici motivi di natura culturale, sociale ed economica si è sempre più indebolita. Non mi sembra il caso, però, di aprire parentesi che ci porterebbero troppo lontano e probabilmente fuori strada per cui concludo queste mie brevi osservazioni con un doveroso elogio della scrittura di Giovanni Agnoloni: ricercata, elegante ed evocativa, capace di cogliere la realtà e ciò che vi è oltre, le cose e le loro intime vibrazioni e non ultime le risonanze che esse hanno nel suo animo e in quello dei suoi lettori.

È stata per me, e mi auguro che lo sia anche per voi, una sorpresa piacevolissima e inaspettata da parte di chi finora aveva calpestato, sia pure con passo sicuro, quasi esclusivamente i territori del fantasy.

Chiara Tortorelli: “Noi due punto zero” (Homo Scrivens Ed.)

di Francesco Improta (2019)

Ho letto con imperdonabile ritardo Noi due punto zero (Homo Scrivens editore, € 15) e me ne rammarico non diversamente da chi sa di essere mancato a un appuntamento importante. A lettura ultimata, mi sono sentito frastornato, meglio ancora tramortito dalla pienezza di immagini, idee e parole racchiuse nel libro. C’è tanta roba, forse troppa. Una tale gremitezza di oggetti, sentimenti ed emozioni che riempie tutto o quasi lo spazio narrativo e non solo la protagonista che nella sua ansia di effusione e di assoluto finisce con l’essere vittima delle proprie pulsioni e della propria sfrenata immaginazione. C’è un gioco raffinatissimo di rimandi, riverberi e rifrazioni per cui i personaggi finiscono con l’identificarsi tra di loro e con il moltiplicarsi di continuo, come se la loro immagine fosse riflessa da una lunga teoria di specchi, scambiandosi spesso anche i ruoli. Emma – quanto della Bovary c’è nella sua inadeguatezza, oltre che nel nome! – si confonde, sovrapponendosi, con la madre Eva, nei cui confronti, ancora bambina, assume comportamenti, premure e tenerezze materne, salvo poi sentirsi in età adulta quella bambina che non era mai stata per il comportamento irresponsabile della madre; infatti a quarant’anni, divor­ziata e madre di una figlia, Alice, affidata alla suocera, si comporta come se ne avesse venti e anche meno: irresponsabile, sbarazzina e con minigonne vertiginose, e a un certo punto afferma con un pizzico di compiacimento e  di sofferenza al contempo: “Un culo puoi metterlo in mostra, l’anima no”. La vicenda di Emma si lega strettamente, a doppio filo, a quella di Soniha, donna sola con una figlia a carico: vittime entrambe di violenze maschili, poco importa che, a differenza di quella di Soniha, la violenza subita da Emma non lasci sul corpo lividi ed ematomi ma ferite profonde nell’animo, trattandosi di violenza psicologica. Non basta in Soniha, che trascura la figlia è possibile ravvisare Eva, la madre di Emma e in Irene, la figlia, la stes­sa Emma bambina. Non si esaurisce qui il gioco di rimandi e di scambi; Emma, infatti, nella sua immaginazione s’identifica con l’eroina di Tolstoj, Anna Karenina, divisa tra l’amore per Vronskij e il figlio Serёža, vivendo anche lei un’esperienza analoga (l’amore per Pietro e per la figlia Alice) e anche in conclusione, prima che cali il sipario, si ritrovano in ospedale da un lato, accomunati dallo stesso destino, Pietro ed Emma e dall’altro Anna e Paolo, ex marito di Emma e padre di Alice.

Il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle potenzialmente in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere l’armonia interiore. Cosa che av­viene raramente alla protagonista per la presenza di quel buio in cui precipita spesso e volentieri, anche dopo orgasmi reali o fantastici, un buco nero capace di inghiottire ogni cosa. Il romanzo prende l’abbrivio da un racconto di Tabù, (una silloge di racconti, pubblicata con successo dalla Tortorelli nel 2014) intitolato Black out, in cui si parla di questa singolare e reiterata esperienza della protagonista, nonché del suo amante immaginario, spunto che viene dilatato a dismisura diventando oggetto di un romanzo complesso e apparentemente contraddittorio, in quanto al ro­manticismo di fondo – l’amore assoluto, l’ansia di infinito, il desiderio di effusione e di espansione per chi si sente stretto e costretto nella finitezza della nostra condizione umana – si contrappongono la ricerca dell’armonia interiore, dell’atarassia (non è un caso che venga citato Epicuro) e un certo fatalismo tipico della tragedia greca, di cui, infatti, si riportano in vita i cori e da cui sono tratti molti eserghi. Se Eschilo, Euripide e Plutarco (bellissimo l’esergo di quest’ultimo: “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”) rimandano alla formazione e cultura classica della Tortorelli, Brontё e Dickinson in letteratura e Kandinskij e soprattutto Escher in pittura rappresentano l’ansia d’infinito con quelle costruzioni e quelle scale che sembrano bucare il cielo e proiettarci lontano. Queste due istanze con­trapposte vengono poi fuse in una scrittura postmoderna basata sull’intertestualità che gioca con sé stessa e utilizza i linguaggi più disparati.

Le coordinate spaziali sono facilmente riconoscibili: Milano in cui si svolge la maggior parte della vicenda, vista da dietro un vetro o attraversata in fretta con un senso di estraneità o addirittura di rigetto; “Milano è una metropoli senza più un’identità, in certi momenti potresti essere benissimo a Londra o a Pechino o a Tokyo”. Nel cuore della protagonista distilla, invece, la bellezza invadente e incomparabile di Napoli: Milano fuori e Napoli dentro e in un angolino la pace idilliaca di Tursi, con la vecchia casa avita, turbata o meglio sconvolta dalla morte improvvisa della sorellina di Eva, caduta nel fiume e il tonfo nell’acqua si riverbera nella mente e nel cuore del lettore. Più difficile cogliere le coordinate temporali; passato e presente si accavallano e si confondono per poi slittare in una terza dimensione, quella onirica. Il tempo in questo romanzo sembra un elastico che si allunga e si restringe prima di spezzarsi e di catapultarci in una nuova dimensione quella ciclica dell’eterno ritorno.

Si tratta, a ben guardare, di una sinfonia di morte di cui il buio è espressione fin troppo eloquente. Emma è tanatofobica e per esorcizzare questa sua paura si abbarbica disperatamente all’amore, quale che sia la sua natura, vio­lento, carnale, tenero o misterioso, come nella favola di Amore e Psiche, raccontataci da Apuleio e immortalata nel marmo da Canova, “… perché è l’unica cosa che mi salva dalla morte, che mi dà un pretesto per restare – dice la protagonista – L’amore mi dà senso, non il senso assoluto della vita, ma quello costruito sui tasselli minuti di uno spasmodico desiderio. È il desiderio che distingue la vita dalla morte, il desiderio ti costringe a esserci e a tornare, la voglia di ripetere la sinfonia di ciò che hai già vissuto…”

Si ripresenta il tema dell’eterno ritorno insieme alla consapevolezza della labilità della nostra esistenza che genera la paura della perdita e il senso della perdita finisce col coincidere con la perdita di senso per cui precarietà e insignificanza del vivere si identificano perfettamente. Paure, ossessioni e fobie sono la spia del disagio esistenziale della protagonista e ne determinano il rapporto distonico con la realtà. La distonia si rileva anche a livello comunicativo: più che dialoghi sono monologhi in cui ognuno segue le proprie traiettorie mentali ed emozionali. Il comun denominatore è una tristezza profonda che assume sfumature diverse a seconda delle differenze caratteriali; l’unica a esserne immune è Carla, malata di pragmatismo. E queste note dolenti si rilevano fin dall’inizio nei versi che precedono il prologo in cui il vento maligno, il vento del tempo, si diverte a scompigliare le carte lungo quel viaggio che è la nostra vita e ritornano nella parte conclusiva, in cui i personaggi (le dramatis personae) entrano in scena, accompagnati dal coro, per recitare la propria parte, per raccontare il proprio rapporto con la protagonista e, di conseguenza, la propria storia.

Il romanzo, che ha una struttura circolare (incipit ed epilogo coincidono), va, a mio avviso, letto e riletto non solo per cogliere tutte le implicazioni e le valenze nascoste sotto la mole delle parole, delle citazioni e dei riferimenti espliciti e impliciti ma per assaporarne tutta la bellezza che, come si legge a un certo punto, “… non è fatta di forme ma di chiaroscuri”.

Cristaldi e Malaspina: “Drammaturgia degli invissuti” (Fallone Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni…” Quest’affermazione di Italo Calvino (cfr. Le città invisibili) possiede un’indiscutibile verità e la lettura di Drammaturgia degli invissuti, di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina (Fallone editore, 15€) lo conferma in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un contrappunto musicale, come direbbe un musicologo, o meglio ancora di una corrispondenza amebea, di un canto a due voci, antico come il mondo da cui traspaiono la sofferenza, la solitudine e la disperazione di chi, relegato ai margini dell’esistenza, non ha mai vissuto.

Il libro di 93 pagine strutturalmente si divide in 18 sezioni, in cui si confrontano su uno stesso tema i due autori, utilizzando stile e veste grafica diversi: Malaspina per la sua scrittura più allusiva ed evocativa, spesso decisamente poetica, ricorre al corsivo e Cristaldi che affonda il bisturi nella carne viva e palpitante di chi soffre usa il carattere tondo. Entrambi sono animati da uno sdegno sincero, l’indignatio non del mo­ralista ma dell’uomo intellettualmente onesto, nei confronti delle discri­minazioni, delle ingiustizie e delle prevaricazioni presenti nella nostra società. Entrambi appartengono a quella tradizione di militanza politica che ha avuto i suoi ultimi e più degni rappresentanti in Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini e attualmente in Gianluca Paciucci (cfr. Rictus delle verità sociali). E non diversamente dalle opere di costoro anche Drammaturgia degli invissuti è permeata da una passione profonda e da una straordinaria lucidità in cui coesistono istanze solo in apparenza contrapposte: cronaca e storia, natura e cultura, etica ed estetica.

L’intento dei due autori non è solo quello di denunciare situazioni di vita degradata, ai limiti quasi della sopravvivenza, se non addirittura bestiale ma anche di dare voce a chi non ne ha mai avuta sia egli un tossico­dipendente, un malato terminale di tumore per esalazioni di rifiuti tossici o di sostanze cancerogene, come l’amianto o la plastica; un immigrato clandestino sbattuto qua e là come carne da macello o meglio merce avariata, una ragazza stuprata dal padre, venduta ad un pappone e costretta a battere. Le dramatis personae (non a caso si tratta di una drammaturgia) non solo non hanno voce ma spesso neppure un nome, hanno però un unico volto quello della sofferenza e della desolazione; penso al vecchietto, ormai disperatamente solo, in un paese, Castro, dove “d’inverno la frusta della salsedine ti spacca il viso […] e si piega in due dal dolore pure la luna” che dopo la morte della moglie si attacca al televisore e poi alla stufa, la cui sparizione affranto denuncia in caserma all’appuntato dei carabinieri.

Sullo sfondo c’è anche la contrapposizione tra Sud e Nord ma senza accenti particolarmente polemici, perché la sofferenza è la stessa dovunque e rifugge da connotazioni regionalistiche o campanilistiche, a parte il fatto che nel Salento “l’inverno non si paga e le nuvole non sono di metallo”, mentre a Torino il sole non s’impiglia nelle pale di fichi d’India e Venere è una catena di montaggio. Nella quinta sezione, il cui titolo, Se una notte d’inverno un disgraziato, conferma come nelle corde degli autori ci sia pure il Calvino che durante il soggiorno parigino aveva aderito all’OuLiPo, il protagonista è un giovane impasticcato, paranoico che si sente braccato dai suoi stessi fantasmi che si moltiplicano come ratti e s’infilano dap­pertutto. Novello Don Chisciotte, armato di bastone, ingaggia la sua battaglia contro le proprie paure distruggendo tutto ciò che lo circonda, gli specchi della casa e i sedili della sua automobile prima di morire in una pineta con un involucro di estasi conficcato nel cavo orale.

Tutti questi personaggi, che hanno deposto anche la rabbia, in quanto, come dice Pasolini, è un’emozione che non può durare a lungo, e che si macerano continuamente in un odio impotente verso il mondo e verso sé stessi, sono per rimanere nella metafora iniziale i dannati della terra, spogliati della dignità, della speranza, e persino del desiderio, non meraviglia, quindi, che molti di loro scelgano la strada del suicidio.

Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina con Drammaturgia degli invissuti hanno registrato senza enfasi, con puntualità e precisione, questa situazione sempre più generalizzata e allarmante, ma il valore del libro non è solo nella denuncia, che pure ha una sua indiscutibile forza dirompente, ma anche nella pasta sonora, musicale del testo, e in questo credo che abbia giocato un ruolo fondamentale la formazione musicale di Oliviero Malaspina, penso alla lunga e proficua collaborazione con Fabrizio De André. Un testo oltretutto impreziosito da una ricca strumentazione retorica e sorretto da una lingua concreta ed evocativa al tempo stesso, che accosta sapientemente e spesso fonde, in Cristaldi, l’italiano al dialetto salentino, a testimonianza di un’appartenenza viscerale al profondo Sud e di un sentire profondo e condiviso, capace di trasmettere valenze, significati e implicazioni anche laddove si ricorre al dialetto più stretto. Una lingua varia ma efficace, ora affilata e tagliente come un bisturi ora leggera e sognante come un chiaro di luna.

Per concludere: un libro da leggere assolutamente che ti toglie il respiro come un pugno bene assestato alla bocca dello stomaco ma ti costringe ad aprire gli occhi dinanzi a situazioni volutamente dimenticate o censurate da una classe politica miope e incapace e da un’opinione pubblica spesso addormentata.

Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.