Chiara Tortorelli: “Noi due punto zero” (Homo Scrivens Ed.)

di Francesco Improta (2019)

Ho letto con imperdonabile ritardo Noi due punto zero (Homo Scrivens editore, € 15) e me ne rammarico non diversamente da chi sa di essere mancato a un appuntamento importante. A lettura ultimata, mi sono sentito frastornato, meglio ancora tramortito dalla pienezza di immagini, idee e parole racchiuse nel libro. C’è tanta roba, forse troppa. Una tale gremitezza di oggetti, sentimenti ed emozioni che riempie tutto o quasi lo spazio narrativo e non solo la protagonista che nella sua ansia di effusione e di assoluto finisce con l’essere vittima delle proprie pulsioni e della propria sfrenata immaginazione. C’è un gioco raffinatissimo di rimandi, riverberi e rifrazioni per cui i personaggi finiscono con l’identificarsi tra di loro e con il moltiplicarsi di continuo, come se la loro immagine fosse riflessa da una lunga teoria di specchi, scambiandosi spesso anche i ruoli. Emma – quanto della Bovary c’è nella sua inadeguatezza, oltre che nel nome! – si confonde, sovrapponendosi, con la madre Eva, nei cui confronti, ancora bambina, assume comportamenti, premure e tenerezze materne, salvo poi sentirsi in età adulta quella bambina che non era mai stata per il comportamento irresponsabile della madre; infatti a quarant’anni, divor­ziata e madre di una figlia, Alice, affidata alla suocera, si comporta come se ne avesse venti e anche meno: irresponsabile, sbarazzina e con minigonne vertiginose, e a un certo punto afferma con un pizzico di compiacimento e  di sofferenza al contempo: “Un culo puoi metterlo in mostra, l’anima no”. La vicenda di Emma si lega strettamente, a doppio filo, a quella di Soniha, donna sola con una figlia a carico: vittime entrambe di violenze maschili, poco importa che, a differenza di quella di Soniha, la violenza subita da Emma non lasci sul corpo lividi ed ematomi ma ferite profonde nell’animo, trattandosi di violenza psicologica. Non basta in Soniha, che trascura la figlia è possibile ravvisare Eva, la madre di Emma e in Irene, la figlia, la stes­sa Emma bambina. Non si esaurisce qui il gioco di rimandi e di scambi; Emma, infatti, nella sua immaginazione s’identifica con l’eroina di Tolstoj, Anna Karenina, divisa tra l’amore per Vronskij e il figlio Serёža, vivendo anche lei un’esperienza analoga (l’amore per Pietro e per la figlia Alice) e anche in conclusione, prima che cali il sipario, si ritrovano in ospedale da un lato, accomunati dallo stesso destino, Pietro ed Emma e dall’altro Anna e Paolo, ex marito di Emma e padre di Alice.

Il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle potenzialmente in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere l’armonia interiore. Cosa che av­viene raramente alla protagonista per la presenza di quel buio in cui precipita spesso e volentieri, anche dopo orgasmi reali o fantastici, un buco nero capace di inghiottire ogni cosa. Il romanzo prende l’abbrivio da un racconto di Tabù, (una silloge di racconti, pubblicata con successo dalla Tortorelli nel 2014) intitolato Black out, in cui si parla di questa singolare e reiterata esperienza della protagonista, nonché del suo amante immaginario, spunto che viene dilatato a dismisura diventando oggetto di un romanzo complesso e apparentemente contraddittorio, in quanto al ro­manticismo di fondo – l’amore assoluto, l’ansia di infinito, il desiderio di effusione e di espansione per chi si sente stretto e costretto nella finitezza della nostra condizione umana – si contrappongono la ricerca dell’armonia interiore, dell’atarassia (non è un caso che venga citato Epicuro) e un certo fatalismo tipico della tragedia greca, di cui, infatti, si riportano in vita i cori e da cui sono tratti molti eserghi. Se Eschilo, Euripide e Plutarco (bellissimo l’esergo di quest’ultimo: “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”) rimandano alla formazione e cultura classica della Tortorelli, Brontё e Dickinson in letteratura e Kandinskij e soprattutto Escher in pittura rappresentano l’ansia d’infinito con quelle costruzioni e quelle scale che sembrano bucare il cielo e proiettarci lontano. Queste due istanze con­trapposte vengono poi fuse in una scrittura postmoderna basata sull’intertestualità che gioca con sé stessa e utilizza i linguaggi più disparati.

Le coordinate spaziali sono facilmente riconoscibili: Milano in cui si svolge la maggior parte della vicenda, vista da dietro un vetro o attraversata in fretta con un senso di estraneità o addirittura di rigetto; “Milano è una metropoli senza più un’identità, in certi momenti potresti essere benissimo a Londra o a Pechino o a Tokyo”. Nel cuore della protagonista distilla, invece, la bellezza invadente e incomparabile di Napoli: Milano fuori e Napoli dentro e in un angolino la pace idilliaca di Tursi, con la vecchia casa avita, turbata o meglio sconvolta dalla morte improvvisa della sorellina di Eva, caduta nel fiume e il tonfo nell’acqua si riverbera nella mente e nel cuore del lettore. Più difficile cogliere le coordinate temporali; passato e presente si accavallano e si confondono per poi slittare in una terza dimensione, quella onirica. Il tempo in questo romanzo sembra un elastico che si allunga e si restringe prima di spezzarsi e di catapultarci in una nuova dimensione quella ciclica dell’eterno ritorno.

Si tratta, a ben guardare, di una sinfonia di morte di cui il buio è espressione fin troppo eloquente. Emma è tanatofobica e per esorcizzare questa sua paura si abbarbica disperatamente all’amore, quale che sia la sua natura, vio­lento, carnale, tenero o misterioso, come nella favola di Amore e Psiche, raccontataci da Apuleio e immortalata nel marmo da Canova, “… perché è l’unica cosa che mi salva dalla morte, che mi dà un pretesto per restare – dice la protagonista – L’amore mi dà senso, non il senso assoluto della vita, ma quello costruito sui tasselli minuti di uno spasmodico desiderio. È il desiderio che distingue la vita dalla morte, il desiderio ti costringe a esserci e a tornare, la voglia di ripetere la sinfonia di ciò che hai già vissuto…”

Si ripresenta il tema dell’eterno ritorno insieme alla consapevolezza della labilità della nostra esistenza che genera la paura della perdita e il senso della perdita finisce col coincidere con la perdita di senso per cui precarietà e insignificanza del vivere si identificano perfettamente. Paure, ossessioni e fobie sono la spia del disagio esistenziale della protagonista e ne determinano il rapporto distonico con la realtà. La distonia si rileva anche a livello comunicativo: più che dialoghi sono monologhi in cui ognuno segue le proprie traiettorie mentali ed emozionali. Il comun denominatore è una tristezza profonda che assume sfumature diverse a seconda delle differenze caratteriali; l’unica a esserne immune è Carla, malata di pragmatismo. E queste note dolenti si rilevano fin dall’inizio nei versi che precedono il prologo in cui il vento maligno, il vento del tempo, si diverte a scompigliare le carte lungo quel viaggio che è la nostra vita e ritornano nella parte conclusiva, in cui i personaggi (le dramatis personae) entrano in scena, accompagnati dal coro, per recitare la propria parte, per raccontare il proprio rapporto con la protagonista e, di conseguenza, la propria storia.

Il romanzo, che ha una struttura circolare (incipit ed epilogo coincidono), va, a mio avviso, letto e riletto non solo per cogliere tutte le implicazioni e le valenze nascoste sotto la mole delle parole, delle citazioni e dei riferimenti espliciti e impliciti ma per assaporarne tutta la bellezza che, come si legge a un certo punto, “… non è fatta di forme ma di chiaroscuri”.

Cristaldi e Malaspina: “Drammaturgia degli invissuti” (Fallone Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni…” Quest’affermazione di Italo Calvino (cfr. Le città invisibili) possiede un’indiscutibile verità e la lettura di Drammaturgia degli invissuti, di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina (Fallone editore, 15€) lo conferma in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un contrappunto musicale, come direbbe un musicologo, o meglio ancora di una corrispondenza amebea, di un canto a due voci, antico come il mondo da cui traspaiono la sofferenza, la solitudine e la disperazione di chi, relegato ai margini dell’esistenza, non ha mai vissuto.

Il libro di 93 pagine strutturalmente si divide in 18 sezioni, in cui si confrontano su uno stesso tema i due autori, utilizzando stile e veste grafica diversi: Malaspina per la sua scrittura più allusiva ed evocativa, spesso decisamente poetica, ricorre al corsivo e Cristaldi che affonda il bisturi nella carne viva e palpitante di chi soffre usa il carattere tondo. Entrambi sono animati da uno sdegno sincero, l’indignatio non del mo­ralista ma dell’uomo intellettualmente onesto, nei confronti delle discri­minazioni, delle ingiustizie e delle prevaricazioni presenti nella nostra società. Entrambi appartengono a quella tradizione di militanza politica che ha avuto i suoi ultimi e più degni rappresentanti in Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini e attualmente in Gianluca Paciucci (cfr. Rictus delle verità sociali). E non diversamente dalle opere di costoro anche Drammaturgia degli invissuti è permeata da una passione profonda e da una straordinaria lucidità in cui coesistono istanze solo in apparenza contrapposte: cronaca e storia, natura e cultura, etica ed estetica.

L’intento dei due autori non è solo quello di denunciare situazioni di vita degradata, ai limiti quasi della sopravvivenza, se non addirittura bestiale ma anche di dare voce a chi non ne ha mai avuta sia egli un tossico­dipendente, un malato terminale di tumore per esalazioni di rifiuti tossici o di sostanze cancerogene, come l’amianto o la plastica; un immigrato clandestino sbattuto qua e là come carne da macello o meglio merce avariata, una ragazza stuprata dal padre, venduta ad un pappone e costretta a battere. Le dramatis personae (non a caso si tratta di una drammaturgia) non solo non hanno voce ma spesso neppure un nome, hanno però un unico volto quello della sofferenza e della desolazione; penso al vecchietto, ormai disperatamente solo, in un paese, Castro, dove “d’inverno la frusta della salsedine ti spacca il viso […] e si piega in due dal dolore pure la luna” che dopo la morte della moglie si attacca al televisore e poi alla stufa, la cui sparizione affranto denuncia in caserma all’appuntato dei carabinieri.

Sullo sfondo c’è anche la contrapposizione tra Sud e Nord ma senza accenti particolarmente polemici, perché la sofferenza è la stessa dovunque e rifugge da connotazioni regionalistiche o campanilistiche, a parte il fatto che nel Salento “l’inverno non si paga e le nuvole non sono di metallo”, mentre a Torino il sole non s’impiglia nelle pale di fichi d’India e Venere è una catena di montaggio. Nella quinta sezione, il cui titolo, Se una notte d’inverno un disgraziato, conferma come nelle corde degli autori ci sia pure il Calvino che durante il soggiorno parigino aveva aderito all’OuLiPo, il protagonista è un giovane impasticcato, paranoico che si sente braccato dai suoi stessi fantasmi che si moltiplicano come ratti e s’infilano dap­pertutto. Novello Don Chisciotte, armato di bastone, ingaggia la sua battaglia contro le proprie paure distruggendo tutto ciò che lo circonda, gli specchi della casa e i sedili della sua automobile prima di morire in una pineta con un involucro di estasi conficcato nel cavo orale.

Tutti questi personaggi, che hanno deposto anche la rabbia, in quanto, come dice Pasolini, è un’emozione che non può durare a lungo, e che si macerano continuamente in un odio impotente verso il mondo e verso sé stessi, sono per rimanere nella metafora iniziale i dannati della terra, spogliati della dignità, della speranza, e persino del desiderio, non meraviglia, quindi, che molti di loro scelgano la strada del suicidio.

Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina con Drammaturgia degli invissuti hanno registrato senza enfasi, con puntualità e precisione, questa situazione sempre più generalizzata e allarmante, ma il valore del libro non è solo nella denuncia, che pure ha una sua indiscutibile forza dirompente, ma anche nella pasta sonora, musicale del testo, e in questo credo che abbia giocato un ruolo fondamentale la formazione musicale di Oliviero Malaspina, penso alla lunga e proficua collaborazione con Fabrizio De André. Un testo oltretutto impreziosito da una ricca strumentazione retorica e sorretto da una lingua concreta ed evocativa al tempo stesso, che accosta sapientemente e spesso fonde, in Cristaldi, l’italiano al dialetto salentino, a testimonianza di un’appartenenza viscerale al profondo Sud e di un sentire profondo e condiviso, capace di trasmettere valenze, significati e implicazioni anche laddove si ricorre al dialetto più stretto. Una lingua varia ma efficace, ora affilata e tagliente come un bisturi ora leggera e sognante come un chiaro di luna.

Per concludere: un libro da leggere assolutamente che ti toglie il respiro come un pugno bene assestato alla bocca dello stomaco ma ti costringe ad aprire gli occhi dinanzi a situazioni volutamente dimenticate o censurate da una classe politica miope e incapace e da un’opinione pubblica spesso addormentata.

Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Filippo D’Eliso (2019)

Quel miracolo di nome Nico Orengo

Nico Orengo, poeta della pagina e della vita, inserito nella collana Le Memorie di Fusta edizioni (€ 16,90), è un autorevole tributo al grande scrittore, poeta e romanziere, autore di filastrocche e libri per ragazzi, e curatore per circa un ventennio dell’inserto culturale Tuttolibri, dopo aver lavorato alla casa editrice Einaudi.

I due curatori, Alberto Cane e Francesco Improta, hanno raccolto aneddoti, ricordi e testimonianze, contributi critici, ricette e musica tracciando un esauriente panorama dell’attività creativa dell’Enfant terrible che con la sua “mitica infanzia”, come osserva Federica Lorenzi, invita gli adulti a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà ovvero a essere disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo. In ogni sua pagina, il libro trasuda vita e amore per essa. “La vita è storta”, folgorante citazione da L’intagliatore di noccioli di pesca, apre gli obiettivi allo sguardo profondo e accorato degli amici che in Liguria e Piemonte lo hanno amato e seguito,richiamando alla mente il grande Pierre Louÿs che nel suo celebre romanzo Aphrodite, pubblicato nel 1896, dice:“Amore è vedere una linea storta dove c’è semplicemente una linea retta”.

Il suo slancio alla vita, sregolata ed intensa, fu tale da far percepire prematura la sua dipartita, avvenuta il 30 maggio 2009. Potremmo dire, citando G. G. Márquez, che la sua fu una morte annunciata, per le sue precarie condizioni di salute e per l’intolleranza a qualsiasi restrizione o prescrizione medica.

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Tra le testimonianze più toccanti e poetiche del libro, di indubbia stima e amicizia, c’è quella di Bruno Quaranta, premesso che – e vale la pena ripeterlo – ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto: Nico, o dell’ossimoro e del suo coraggioso paradosso che malgrado colpisca allo stomaco senza lasciar alcuna traccia esterna ci segna profondamente dentro, è la testimonianza dell’eterna guerra di detrazione all’inferno di pasoliniana memoria della bellezza della vita. Con illuminata scrittura Nico è ritratto marchese rampante nella giungla, estroso Robinson Crusoe, fanciullo destinato alla fiaba, che con l’arte di spugneggiare reinventa, riecheggia, restaura sot­traendo agli sterpi e ai rovi una cartolina, una filastrocca: una caccia a chi gli aveva rubato il verde, la verginità di un’infanzia spensierata, le zolle che nutrono l’ulivo, ed ora, oltre il tenue muro, bisticcia con Pavese lì dove l’Amore è A-mors e l’infinita sigaretta divora anche quell’ultima sigaretta di Zeno/Svevo che, a dispetto delle rassicurazioni ad Alberto Sinigaglia, gli fu compagna per tutta la vita. Per quel corsaro felpato dal bagliore che perdura tra parole ed alfabeti, scartate e scartati come caramelle e golosamente aspirate e aspirati come Conrad che si fabbricava le sigarette arrotolando le pagine della Bibbia, la maturità non è tutto, ribaltando scandalosamente il motto Shakespeariano. La sua arte ha lo slancio cinematografico: il gusto per la regia e il montaggio sono il frutto dei rapporti intensi e fecondi tra cinema e letteratura, a conferma del suo viscerale e profondo amore per la decima musa trasmessogli dal padre Vladi, come ci sottolinea con stupefacenti connessioni Francesco Improta. Il Ponente ligure vanta scrittori di eccellenza. Vittorio Coletti cita Calvino, Biamonti, Conte, Magliani. Nico si distingueva da loro per il suo modo di guardare la Riviera: appunto con amore e poesia. Solo Conte in versi ha fatto qualcosa di simile, ma ha visto in essa, come tutti gli altri,la speculazione, la corruzione, l’abbandono, il dolore. Per Nico la Liguria è cosmopolitismo dove per gli altri è perdita di identità. La Liguria è rimasta per Orengo la terra dell’infanzia, delle estati, dei giochi, spazio libero tra mondi, epoche, vite, luogo di conforto e di meditazione non oscurato dal male di vivere di Montale.Nico, ci racconta Giuseppe Conte, aveva per questa terra, questo mare, questa vegetazione un amore multisensoriale, totale, illimitato. Fu il primo a leggere, ancora in manoscritto, Francesco Biamonti e ad innamorarsene. Una sensibilità tale, e Ugo Giletta lo afferma con illuminata sintesi ungarettiana, da ascoltare il lamento del mare, la sua voce, la memoria, l’immenso spazio unico ed irripetibile in quella striscia di terra apolide dove Marco De Carolis lo ricorda per l’umanità profondissima e quel suo modo affettuoso di donargli il libro su cui aveva posato gli occhi il giorno prima.

“L’arte è un miracolo. Voglio scegliere, avere il diritto di vita e di morte”. Così Giovanni Tamburelli ritrae Nico in attesa che le muse e il mistero lo visitino: solo allora la penna si rianima. Sandra Reberschacklo definisce cavaliere armato di lessico in difesa del territorio sottolineando il suo l’amore per la bellezza, continuamente cercata nella vita come nell’arte, patendone ogni sottrazione come un affronto irreparabile. Monica lo interessava più dei tostini e Antonio Ricci lo sapeva bene anche quando “una fica secca” di finlandese lo silurò in occasione del premio “Un autore per l’Europa” nel settembre del ’92.La Via del sale, il premio Hanbury, il premio per la difesa del territorio, furono la testimonianza dell’affetto profondo di Nico, guerriero e filosofo, sognatore e prosatore elegante, per questi territori dove l’immaginazione prende il volo, come confermano Silvana Peira, Paolo Pejrone e Bruno Murialdo ora che, nel ricordo di Laura Guglielmi, non c’è più nel Ponente a far la guardia. Il paesaggio fu la sua seconda casa, come ci ricorda Aldo Molinengo, a tal punto da rassicurare l’amico Mario Rigon Stern. I luoghi sono destino, evidenzia Albina Malerba, lì dove, come Nico ha scritto, l’avventura è essenzialmente frontiera.Mirella Appiotti, Mauro Bersani, Luciano Bertello, che lo conobbe grazie a Giovanni Tesio,ne tracciano l‘onestà intellettuale, la capacità di creare architetture e ponti tra mondi diversi. Pippo Bessone legge in lui una tristezza, ma non ebbe mai il coraggio di domandare perché Nico in fondo fosse un invincibile che non combatteva più,ed ora Yves Bosio ne sente il canto tra gli angeli che ha amato. Claudia Claudiano ne sottolinea la leggerezza: quell’essere leggeri come un uccello e non come una piuma come Paul Valery affermava. Nico rapiva ciò che luccicava per covarlo in attesa di racconto. Per Nico la vita era leggera e tale si doveva cercare di renderla. Una leggerezza che, come Calvino descrive, deve rendere il linguaggio “un tessuto verbale senza peso”. Leggerezza espressa con sorridente consiglio anche da Paolo Mauri quando chiese a Nico cosa stesse scrivendo e Calvino, divertito, rispose: “Un libro pieno di puttanate” e Mauri replica: “Lascia le puttanate e butta via il libro”.Marco Cassini declama: “Spesso abbiamo cercato di vivere come personaggi di un tuo romanzo”. Il picNico e le performance ne furono espressione accorata sotto la fedele e sentita organizzazione di Alberto Cane. Giuseppe Giacomelli in nome de Il Salto dell’acciuga mangiò per sei mesi acciughe dopo ogni presentazione e Paolo Veziano ebbe il “culo” dei principianti nel catturare un’anguilla ottuagenaria finita nel taccuino di Nico a nutrimento del suo romanzo Islabonita. Eynard e Palluda, con ricette dedicate, ne confermano il fine palato e la musica di Allavena brinda con un allegro salto di sesta in Ciapa l’anghila. Roberta Cento Croce ricorda che non si usa violenza agli indifesi e Luisella Berrino vede Nico cancellare con una gomma, alla stessa stregua di un Man Ray o Emilio Isgrò,la tigre che ora corre dove il tempo è bello. Tutto sembrava impossibile da realizzare, ma alla fine erano sempre loro, gli amici per la promozione dei suoi libri, a doversi ricredere.

Ciao Nico.