Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.

A cura di Paolo Veziano: “La libera Repubblica di Pigna” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Dinanzi a un libro come La libera Repubblica di Pigna. Una parentesi di democrazia (Fusta editore, 18€) a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e Graziano Mamone, anche il recensore più esperto e navigato finirebbe col trovarsi in difficoltà. Non che manchino argomenti, fatti o personaggi di cui discutere, anzi il libro, frutto di una lunga e accurata ricerca archivistica e della sinergia di esperienze diverse, si presenta corposo, particolareggiato e ricco di informazioni e di fotografie. La verità è che il libro, che si avvale della prefazione come al solito illuminante di Alberto Cavaglion e di una robusta premessa dello stesso curatore, è in sé compiuto e definito e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti o indicazioni critiche.

Mi limiterò, pertanto, ad alcune osservazioni: innanzitutto il libro nelle intenzioni di chi lo ha concepito e realizzato vuole sopperire a una mancanza della storiografia dell’Italia repubblicana che non ha mai prestato la dovuta attenzione alle repubbliche partigiane in generale e a quella di Pigna in particolare, come sostiene Armando Izzo, uno dei protagonisti di quell’esperienza, probabilmente perché i partigiani della V Brigata che operava nell’Alta Val Nervia erano tutti garibaldini col fazzoletto rosso al collo. Eppure, essi hanno combattuto strenuamente, tenendo testa, nonostante lo scarso equipaggiamento, per quasi due mesi alle truppe tedesche che si sono servite persino dell’artiglieria per snidarli e annientarli. Non avevano mezzi e armi ma avevano in sé un’inestinguibile sete di libertà e il progetto di una società più equa e solidale. La descrizione di questi combattimenti è talmente accurata, mossa e particolareggiata che dalle pagine esala insieme al sudore, alla polvere e al sangue l’odore stesso della morte o meglio delle morti che la guerra ha disseminato in quelle zone e non solo. Ed è qui che s’impone la seconda osservazione: Paolo Veziano, storico scrupoloso e rigoroso, che ha alle spalle due opere di notevole spessore, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista e Ombre al confine, ha acquisito non comuni doti di narratore che gli consentono di utilizzare un linguaggio preciso ed evocativo al contempo, scientifico ed emozionale per cui si può affermare, senza tema di smentite, che con lui la Storia si fa Letteratura, mentre con Italo Calvino di cui Veziano ricorda Il sentiero dei nidi di ragno e due racconti minori, Castelvittorio, paese delle nostre montagne e Le battaglie del comandante Erven, entrambi confluiti in L’epopea dell’esercito scalzo, è la Letteratura a farsi Storia. Ed è sempre da Calvino che Veziano mutua la damnatio memoriae, il timore che i ricordi rintanati “come anguille nelle pozze della memoria” possano essere inquinati, sbiaditi o legati non alla realtà ma a una soggettiva e parziale lettura di essa. Problema questo non solo tecnico o storico, ma anche morale. Il Lockdown ha imposto la chiusura degli archivi e delle librerie o un uso molto limitato degli stessi per cui va dato merito a Veziano che ha dovuto fare di necessità virtù confrontando i documenti di cui disponeva sull’argomento, secernendo ciò che era attendibile da ciò che era poco credibile o eccessivamente enfatizzato ed eliminando al tempo stesso quella sterile retorica che non giova a nessuno. Problema quest’ultimo ripreso, come vedremo, anche da Graziano Mamone nella sezione conclusiva del libro quella dedicata alla stele commemorativa della Repubblica di Pigna eretta nel 1985, su cui torneremo successivamente. Anche Veziano spesso si avvale di interventi extradiegetici in cui rivolgendosi ai lettori – che ci si augura più dei venticinque di memoria manzoniana – anticipa fatti che verranno descritti successivamente per mantenere inalterato l’equilibrio del libro e ciò conferma ancora una volta qualora ce ne fosse bisogno la confidenza e familiarità di Veziano con pratiche e tecniche narratologiche.

Va rilevato, inoltre, il dovizioso apparato iconografico, proveniente dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (ISERCIM che ha commissionato l’opera con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Pigna) e da collezioni private – cospicua a tal proposito quella di Giorgio Caudano. Apparato iconografico composto da documenti, mappe, cartine topografiche e fotografie, che non hanno un valore esornativo ma vanno a rimpolpare, arricchire ed esemplificare il testo e diventano, quindi, parte integrante dell’opera.

Giorgio Caudano non si è limitato a fornire fotografie ma ha contribuito attivamente alla realizzazione dell’opera con mirati cenni storici sul comune di Pigna, dalla sua nascita fino alla II guerra mondiale, e con la descrizione dettagliata delle forze tedesche e repubblichine operanti nella Val Nervia tra giugno e ottobre del 1944; e non si può non rilevare la sua ampia conoscenza storica e tecnica.

Graziano Mamone, invece, nella parte conclusiva del libro si sofferma sul monumento commemorativo eretto nel 1985 alle porte di Pigna; ne traccia tutte le fasi dal progetto iniziale alle successive modifiche fino alla realizzazione definitiva, mettendolo a confronto non solo con il monumento eretto a Castelvittorio, messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste, ma anche con tutti i monumenti eretti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e rimarcando il differente intento con cui erano stati progettati: questi ultimi miravano a celebrare i ricordi e le imprese di guerra, perpetuando quella retorica che ancora avvolge la Grande Guerra (la guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso, non è grande né piccola, ma sempre e soltanto atroce e oscena) e infatti i monumenti eretti dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno carattere di celebrazione ma di denuncia o quanto meno di riflessione sulle atrocità e le aberrazioni della guerra.

Sulla quarta di copertina si legge testualmente:

Il mondo ignora ancora come in Val Nervia sia stato creato un solido fronte, la Linea Vittò, tenuta da un gruppo di eroi; un fronte che il soldato tedesco non riesce a infrangere nemmeno con l’artiglieria e che la fede, il coraggio, la perizia pongono il partigiano italiano fra i più valorosi combattenti della guerra.

Paul Norton

Testimonianza di un corrispondente di guerra canadese che, trovatosi in quel periodo nell’Alta Val Nervia, conobbe e strinse amicizia con alcuni partigiani della V Brigata e raccolse le sue memorie in diversi articoli di cui otto furono cestinati perché ritenuti incompleti e mutilati dalla censura. Egli stesso fu definito un bugiardo, nonostante molti anni dopo il Commodoro Holsworth abbia confermato l’autenticità della storia, cadde, pertanto, in una profonda crisi depressiva da cui non si sollevò più. Una storia nella Storia che conferisce un tocco di umanità e di vita vissuta a quegli anni così difficili e tormentati:

Un omaggio dovuto a un uomo coraggioso che, Sten in spalla, raggiunse i garibaldini durante l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi e disse loro in una singolare miscela linguistica: “Vous avez eté magnifique, une very well bataille, viva garibaldini”. Pochi giorni dopo depose il mitra che lo accompagnò nella breve ma avventurosa parentesi italiana: non abbandonò mai, la sua seconda arma, la penna dalla quale non nacque – come a lungo sostennero i suoi detrattori – un romanzo ma scomode verità.

Un’opera, nel complesso, di pregevole fattura nel contenuto e nello stile, di cui si sentiva la necessità. Un libro che non può mancare nelle librerie di chi vuole mantenere viva la memoria storica.

Giovanni Agnoloni: “Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Con Berretti Erasmus (Fusta editore, €15,90) siamo nell’alveo di quella narrativa difficile da catalogare, in quanto Giovanni Agnoloni si sbarazza facilmente di tutti i generi consolidati e convenzionali e ci offre un’opera decisamente nuova, muovendosi con estrema libertà e padronanza tra letteratura memorialistica, odeporica, autoanalitica e romanzo di formazione. L’autore ci si presenta sotto una duplice veste: io narrante e io agente e l’incipit, nella sua nuda semplicità, a mio avviso, è folgorante:

   C’era nebbia, quella domenica pomeriggio. Passeggiavo lungo l’argine della Greve

Mi è venuto in mente immediatamente il capitolo XIX della Vita Nova di Dante: “Avvegna che passando per un cammino lungo lo quale sen giva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire.” L’accostamento non sembri azzardato né irriverente, dal momento che ci sono alcuni indiscutibili punti di contatto: innanzitutto sono entrambi fiorentini di origine ma non di costumi, come ha detto il Divin Poeta nella lettera a Cangrande della Scala e come più volte ha ribadito Giovanni Agnoloni, in secondo luogo in entrambe le opere, esclusivamente nella Vita Nova, prevalentemente in Berretti Erasmus si discute di amore e, infine, entrambi dimostrano in maniera inequivocabile che quella che impropriamente viene chiamata ispirazione non è altro  che un’occasione, in cui un colore, un suono, un’immagine o una parola provocano l’urgenza di dire, di scrivere, di dare forma a emozioni, ricordi, sentimenti. È quello che succede al nostro autore/personaggio; la tranquillità del posto, la coltre protettiva della nebbia e il mormorio dell’acqua scatenano la memoria involontaria. Senza scomodare Proust, credo che si possa convenire con Erri De Luca quando afferma che la memoria è come un ghiacciaio in cui talvolta si apre un crepaccio che ci consente di cogliere nel fondo un barlume o un brandello su cui ricostruire una storia. Dal passato di Agnoloni emergono luoghi, volti e impressioni; decide allora di ricomporre questi frammenti e di raccontare le sue esperienze di soggiorno all’estero per motivi di studio o di lavoro, fin dal Duemila, quando da studente di legge, fruendo del programma Erasmus, si reca in Inghilterra e precisamente a Leicester per un soggiorno di studio (si giustifica così il sottotitolo Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa).

A spingere l’autore verso l’Europa iperborea non è solo il desiderio di viaggiare, di conoscere nuove culture, di stabilire una comunione di intenti e di affetti con studenti di provenienza diversa ma anche la volontà sempre più impellente di allontanarsi dalla sua città, l’odiosa/amata Firenze (altro punto di contatto con l’Alighieri), che gli appare stretta, provinciale e superba, nonché la speranza di incontrare la donna-anima, la possibilità, cioè, di incontrare l’altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti secondo le teorie di Jung con cui Agnoloni si sente in sintonia. Da qui la lunga teoria di donne incontrate in questi soggiorni: Yamira, Rosa, Marta accostate, corteggiate e poi irrimedia­bilmente svanite, perché fatte dell’impalpabile materia di cui sono fatti i nostri sogni. Storie, quindi, materiate di sguardi, di saluti, di sfioramenti, e nient’altro solo quella con Marta, conosciuta in Lituania e rivista dopo alcuni mesi a Jesolo, si conclude in un letto di albergo. Una notte ardente ma troppo breve per poter costituire quella svolta vagheggiata dal protagonista. A Firenze però, nel 2007, avviene l’incontro decisivo con Agnieszka, venuta in Italia con il programma Erasmus. Tutto sembra andare per il verso giusto tanto da pensare alle nozze, dopo aver convissuto quasi tre anni prima in Irlanda, patria di elezione di Agnoloni, e poi in Polonia a Cracovia ma… non sarò certo io a svelare come si conclude questa scorribanda della memoria e della fantasia sentimentale.

Mi sembra, invece, doveroso rilevare lo sguardo attento e rispettoso con cui Giovanni Agnoloni perlustra le città in cui soggiorna evidenziando tradizioni, monumenti, costumi di vita quotidiana. Le passeggiate del protagonista in solitaria per cogliere lo spiritus loci, per entrare in sintonia con l’ambiente, realizzando in questo modo, in pieno, lo spirito dell’Erasmus sono, a mio avviso, le cose più belle del libro e se la descrizione che segue conferma l’amore profondo per l’isola di smeraldo:

… l’Irlanda, la terra degli elfi e dei druidi, dal fascino sottile e confortante delle croci di pietra nel verde e della luce solare in un cielo che pare un affresco vivo in eterno movimento […] È un’isola che procede per rapidi sbalzi di memoria, scatti d’immaginazione e premonizioni di futuro.

È nella descrizione della Cornovaglia che l’autore entra in simbiosi con sé stesso e la Natura, unica interlocutrice attendibile.

Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare, appena mosso davanti a me e il tramonto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

Ed è il presupposto ineludibile per un ulteriore passaggio che porterà l’autore, alquanto scettico in materia religiosa, ad avvicinarsi, attraverso la meditazione nel Cortile delle Beghine ad Amsterdam e l’accesso alla chiesa francescana a Visby, al sacro e al metafisico, a renderlo più possibilista e meno scettico in materia di fede.

Come a Dublino sono frequenti e irrinunciabili i riferimenti a James Joyce e ad Amsterdam, indirettamente, a Marino Magliani, autore di uno splendido libretto Amsterdam come una farfalla, in Cornovaglia Agnoloni accenna alla villa in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita Daphne Du Maurier, scrittrice inglese i cui romanzi sono stati spesso trasportati sul grande schermo (La taverna della Giamaica; Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, diretti tutti da Sir Alfred Hitchcock). Ed è appunto il cinema che si affaccia prepotente tra le citazioni e i riferimenti culturali nel libro di Agnoloni: da Ridley Scott (Il gladiatore), Roland Joffé (Mission), Stanley Kubrick (Shining), Michelangelo Antonioni (Al di là delle nuvole), Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide) Cedric Klapisch (L’appartamento spagnolo, modellino in scala ridotta del libro che stiamo analizzando) e Ingmar Bergman, la cui tomba nell’isoletta di Fårö in Svezia è meta di un religioso pellegrinaggio da parte di Giovanni Agnoloni, suggestionato dalla “lunarità” di quel paesaggio caratterizzato da un senso di vuoto e di assenza, come del resto si evince dagli stessi capolavori del Maestro svedese. Fa un po’ sorridere ma non dispiace che in tale nobile consesso figuri Carlo Verdone di cui viene citata una tra le sue commedie più riuscite, Maledetto il giorno che ti ho incontrato.

La scrittura è sempre chiara, fluida ed incisiva, come risulta dagli esempi succitati. I ricordi dapprima sbiaditi, indistinti come tessere di un puzzle, una volta collocati nel loro contesto, dalla mano esperta dell’autore che si serve per tenerli insieme di alcune cerniere (complessivamente cinque: casa, bagagli, contemplazione notturna, dal letto e risveglio) appaiono in tutto il loro scintillante nitore e danno vita a un organismo compatto e omogeneo, che rappresenta una indiscutibile conquista umana, culturale e artistica dell’autore.

Ilaria Palomba: “Città metafisiche” (Edizioni Ensemble, 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Dinanzi a questa silloge, pubblicata da Ensemble (12€), sono rimasto folgorato ed esterrefatto. Folgorato dalla bellezza di questi versi, dalla luce abbacinante che emana da essi ed esterrefatto dinanzi alla loro perfezione. Tralasciando alcune prove giovanili (I buchi neri divorano le stelle) questa è la terza raccolta di poesie di Ilaria Palomba dopo Mancanza e Deserto e ne costituisce il suggello e al tempo stesso, come dice Gabriele Galloni nella bella e succinta prefazione, l’apertura verso nuovi orizzonti. La Palomba ha raggiunto un livello di concentrazione e di condensazione lirica diffi­cilmente immaginabile.  Ciò che di composito e di farraginoso l’urgenza del dire portava con sé viene qui completamente accantonato o si scioglie magicamente in un dettato lirico di straordinaria efficacia e resa artistica. Questa silloge nasce da un processo di prosciu­gamento e di politezza. Eliminato, come ho già detto, tutto il superfluo, prevalgono la brevitas alessandrina e al contempo la condensazione ungarettiana. Splendida sintesi di antico, nel senso di classico, e di moderno, che non può e non deve meravigliarci, vista la padronanza con cui maneggia coppie oppo­sizionali e a livello concettuale e a livello figurativo.

I temi di fondo sono quelli dettati dalla drammatica realtà di questi ultimi mesi, mi riferisco alla pandemia da Covid e al lockdown imposto dalle autorità ma, anche quelli che fanno parte del suo vissuto e che si sono raggrumati nella memoria e nel sangue: l’infanzia e la maturità; il rapporto conflittuale con i genitori e con la figura paterna in particolare (Padre, tu sei la colpa // e il perdono smarrito, // inquietudine oscena…), il buio che spaventa e attrae allo stesso tempo; la luce in grado di trasformare il sorriso in pianto, di scorporare lo spazio e, priva di vibrazioni atmosferiche, di solidificare i colori (Si aprono fiori nella luce // una luce senza fondo // rovina sulle nostre ombre, // una luce oscena // devia il gioco del mondo // in una sfilata di addii.); il nero funereo e luttuoso e il bianco sullo sfondo come promessa o solo speranza d’innocenza; la città come un inferno nel quale ci si compiace di vivere calati (Cfr. Pasolini e Calvino) e la provincia come giardino edenico con i suoi giochi, i suoi profumi e le sue strambe figure parentali (Margherita di Savoia, zia I. vestiva di nero, // mandava giù Whisky e veleno. Aveva una luce sinistra // in quegli occhi così chiari.); il mare come una tomba d’acqua a cui affidiamo le memorie da custodire (Che il mare sia solo il mare // chi potrebbe accertarlo // io dico che il mare è //un insieme di ricordi // rimasti lì per tutti questi anni) e il cielo come possibilità di attingere l’infinito; la vocazione per la scrittura e la paura di fallire e di vedere calpestati o ridotti in cenere i propri sogni:

Soltanto il lucore // dei tramonti sul Gianicolo, // una veglia terrificante. // Roma mi ha uccisa, //, lo ha fatto lentamente //promettendomi tesori, // aperto il baule // ho trovato serpenti, // antichi veleni // e gallerie di strappi.

La silloge comprende quarantacinque componimenti incorniciati, oltre che da un esergo tratto da Friedrich Hölderlin in cui si prende congedo dall’adolescenza e dai sogni che ci fanno compagnia in quella stagione della vita, da una dedica e da una poesia di commiato entrambe rivolte a Giordano Tedoldi e a Gabriele Galloni; va osservato, però, che del primo si rimarca, nella poesia di commiato, l’amore per la musica classica, nel caso specifico Bach o chi per lui (esistono ancora dubbi sulla paternità de La passione secondo Luca) mentre il secondo ci appare sotto le fragili spoglie di Icaro, al cui tragico volo si era già accennato nella dedica.

Il titolo della silloge poetica, Città metafisiche, si ricollega da un lato all’aspetto surreale che le città deserte mostravano di sé al tempo del lockdown generalizzato ma è riconducibile dall’altro alla pittura metafisica (penso alle piazze vuote di Giorgio de Chirico) e alla filosofia che la sottende, quella di Martin Heidegger, secondo il quale l’arte ha il potere di squarciare il velo di Maja e di mostrarci la verità, ma nel momento stesso in cui la svela la nasconde di nuovo, in quanto le tenebre in cui il mondo è immerso non saranno mai del tutto dissipate:

Le strade vuote sono così belle // da apparire devastanti, adesso mi manca // persino la gazzarra. Resisterò // guardando il vecchio ponte, // è eterno il Tevere con le foglie e i cigni, // non sono che ricordi. // Nella crudele bellezza del silenzio // il desiderio di una primavera.

Non si possono dimenticare tra i motivi di questi componimenti la solitudine e l’amore. Amori dimenticati, anonimi senza volto che affiorano tra le nebbie del passato oppure consumati brevemente in pineta, dietro un tronco d’albero a ribadire probabilmente un’incapacità di amare. Potente al contrario è il fascino esercitato dalla solitudine, il richiamo dell’abisso da cui ci si sente risucchiati e altrettanto forte è la paura di vivere:

…Mi viene da ridere // pensando al futuro, c’è tutto un // gioco di sfide che non voglio // affrontare. Lasciami cadere, // lasciami, lasciami, non parlare, // non entrare, non dirmi cose inutili // non ha più senso scrivere //…

Sembrerebbe un congedo dal mondo e dalla scrittura e sotto questo aspetto mi tornano alla mente le parole di chiusura de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario a cui lo scrittore piemontese ha affidato tutte le sue pene e i suoi dubbi di uomo ed artista: “Non scriverò più”. Per sua e nostra fortuna Ilaria Palomba continuerà a scrivere perché per lei la scrittura non è solo una professione, ma la passione di tutta la vita, anche se, e non potrebbe essere diversamente, persisteranno in lei momenti di buio e solitudine ed è proprio scrivendo della solitudine che la Palomba ha raggiunto, a mio avviso, uno degli esiti più alti di questa silloge:

Hai ragione, deridi // questa mia nuda vita // incapace a fermarsi // che s’interrompe prima // di aver bevuto il sole. // Tutto ciò che ho da dirti, // solitudine amata, // è questo cuore vivo // che, a volte, sordo, muore.

Raffinata e icastica l’elezione lessicale, originale la punteggiatura, che graffia i versi o li scolpisce a seconda dei casi, mentre il ritmo come moto ondoso lambisce le parole o le trascina con sé come foglie spazzate dal vento.   

Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.

Anna Folli: “La casa dalle finestre sempre accese” (Neri Pozza Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

La casa dalle finestre sempre accese di Anna Folli (Neri Pozza, 18€) è un libro di cui si sentiva la necessità perché, come si legge nella quarta di copertina, “di quella generazione di scrittori, poeti, artisti e intellettuali investiti da una vocazione che coincideva con la loro esistenza, si stava perdendo persino il ricordo”. Mi riferisco a quel gruppo di intellettuali, amici e sodali, che ha animato la Torino degli anni Venti, all’indomani di quella che non senza retorica viene indicata come la Grande Guerra (u­na guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso non è grande né piccola è soltanto atroce e oscena). Di questo gruppo di intellettuali facevano parte Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno, che proprio in quegli anni si affacciavano al mondo della cultura e dell’arte, rivelando un precoce talento, e Giacomo De Benedetti che, insieme alla moglie Renata Orengo, diventerà il protagonista e il punto di riferimento di questa avventura intellettuale e culturale, durata quasi mezzo secolo. Ripercorrerne tutte le tappe è impresa ardua se non impossibile e per questo dobbiamo rivolgere un plauso alla Folli che, muovendosi tra pubblico e privato, ha raccolto una mole enorme di testimonianze e di documenti e ci ha lasciato un quadro completo ed eloquente di quel periodo.

Noi ci limiteremo ad evidenziare alcuni punti salienti di questa biografia.

Innanzitutto, l’incontro, avvenuto al teatro Regio di Torino, fra Giacomo De Benedetti e Renata Orengo che gli fu accanto come moglie devota e premurosa a dispetto delle debolezze, dei tradimenti e delle crisi del marito. Renata, discendente da una nobile famiglia di origini russe, era una donna sensibile, intelligente e aperta a tutte le novità culturali e sarà lei non solo a risollevare il marito dallo stato di prostrazione in cui era caduto, negli anni terribili delle leggi razziali prima e delle delusioni profes­sionali poi, ma anche ad assumersi la curatela, alla morte del marito, degli inediti di Giacomo, quelli che gli diedero la fama consacrandolo come il più grande critico del Novecento (Il personaggio uomo; Il romanzo del Novecento; La poesia italiana del Novecento e Verga e il naturalismo).

Tornando al periodo giovanile trascorso a Torino, va sottolineata la ferma convinzione con cui Giacomo riuscì a sottrarsi al dogmatismo e alla dittatura culturale esercitata da Benedetto Croce, appoggiato in questa sua azione di affrancamento da Mario Soldati e da Gianfranco Contini il quale in seguito affermerà, evidenziandone una specifica peculiarità, che nessuno come Giacomo “aveva piegato nell’esercizio della critica le qualità di un autentico scrittore”. Sempre in questo periodo strinse amicizia con Umberto Saba, al quale rimase legato tutta la vita anche per le comuni origini ebraiche, e partecipò attivamente alla nascita e alla diffusione di alcune riviste culturali aperte ai venti di novità che venivano dall’Europa, non ci dimentichiamo del suo amore per Proust e dell’interesse per la psicanalisi prima freudiana e poi junghiana.

Fondò Primo Tempo, insieme a Sergio Solmi e Mario Gromo, collaborò al Baretti di Pietro Gobetti e a Solaria di Alberto Carocci, che ebbe il merito di portare in Italia, in un periodo di autarchia anche culturale, le prime notizie della grande letteratura americana del primo Novecento. La passione assoluta per Proust, nelle cui opere Giacomo si rifletteva come in uno specchio, lo indusse ad assumere atteggiamenti che agli occhi dei più sembrarono snobistici ma che in realtà rispecchiavano alcune sue esigenze interiori: ricerca ossessiva del bello, rifiuto della volgarità, indifferenza per il danaro e amore assoluto, totalizzante, per l’autore della Recherche, che egli considerava suo fratello spirituale. Non a caso per i suoi primi articoli Giacomo scelse come nome de plume Swann.

Diventa difficile, a questo punto, comprendere la sua iscrizione nel 1946 al Partito Comunista Italiano, a cui rimase fedele anche dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, quando altri intellettuali, Calvino e Vittorini in primis, delusi uscirono dal partito. Si pensi alla famosa polemica dello scrittore di Siracusa con Mario Alicata, responsabile delle politiche culturali del PCI che si concluse con la famosa affermazione di Vittorini:

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

“Io non voglio suonare il piffero per la rivoluzione”.

Anche per Giacomo De Benedetti la cultura non poteva e non doveva essere strumentalizzata dalla politica e questa sua convinzione finisce col giustificare anche qualche lieve cedimento al fascismo, mi riferisco alla sua collaborazione, al fianco del direttore Pier Maria Bardi, al Meridiano di Roma, un’impresa editoriale esplici­tamente legata alla politica culturale del fascismo. A Roma collaborò a Cinema, la rivista, fondata da De Feo, nel 1936, e diretta a partire dal 1938 da Vittorio Mussolini, lavorando a questa rivista conobbe Mario Alicata, Pietro Ingrao e Luchino Visconti il regista e l’intellettuale più vicino a Giacomo, segnato pure lui da antinomie e lacerazioni profonde, anche in lui convivevano l’amore per Proust, che inutilmente cercò di portare sullo schermo, e l’ideologia comunista, quarti di nobiltà e attenzione per la più cruda realtà. È noto l’interesse di entrambi per Verga, mi riferisco a La terra trema di L. Visconti e Verga e il Verismo di G. De Benedetti. Tornando all’adesione di Giacomo al comunismo va detto che essa fu dettata dal desiderio di superare il trauma del fascismo e della persecuzione razziale, di liberarsi del peso di un passato ingombrante e doloroso e di sentirsi parte di un gruppo che gli consentisse di vincere un’innata fragilità e insicurezza. Certo è che dagli intellettuali legati al partito fu sempre considerato non allineato e guardato con diffidenza se non con sospetto e dai borghesi che frequentavano la sua casa come un intellettuale “atipico, strano e indecifrabile” così finì col trovarsi in una situazione di completo isolamento in quanto si sentiva rifiutato dagli uni e dagli altri, non diversamente dal protagonista di Una vita di Italo Svevo (altro scrittore amato da Giacomo), Alfonso Nitti, di origini contadine che, andato in città per inseguire i suoi sogni di gloria, non viene accettato dalla ricca borghesia imprenditoriale che a Trieste gestiva ormai anche la cultura ma, ritornato in campagna per la morte della madre, non riconosce più luoghi e figure della sua adolescenza, per cui si sente solo e disperato a tal punto da togliersi la vita.

Non è certo il caso di Giacomo anche se il suo isolamento si accentua e la sua delusione aumenta a dismisura quando per ben tre volte gli viene negata una cattedra universitaria, sebbene nel breve periodo di professore incaricato, prima a Messina e poi a Roma, avesse rivelato straordinarie doti didattiche, come dice chiaramente Alfonso Berardinelli che insieme a Enzo Siciliano, Mario Lavagetto, Franco Cordelli, Paolo Mauri è stato suo allievo:

“Non era solo il docente affascinante, il grande critico da cui eravamo un po’ ipnotizzati. Ai nostri occhi lui non era solo la critica, era la letteratura. Si capiva subito che avevamo davanti uno scrittore che aiuta anche gli altri scrittori a capire meglio sé stessi”.

A negargli quella cattedra che Giacomo tanto ambiva furono, tra gli altri, alcuni dei professori iscritti al PCI che lo hanno sempre boicottato, salvo poi a far sventolare le bandiere rosse, durante i suoi funerali in Campo dei Fiori a Roma il 22 gennaio del 1967.

Nel libro della Folli, corredato da una ricca sezione iconografica, c’è molto altro: la clandestinità a Cegliolo, di cui parla dettagliatamente Renata Orengo nel suo diario; i premi letterari, in particolare il Viareggio e lo Strega; i salotti letterari di Alba De Céspedes e di Maria Bellonci; l’incontro con lo psicanalista Bernhard; l’ebraismo al quale, pur non essendo osservante, rimase fedele per tutta la vita; lo studio “matto e disperatissimo” come viene definito dall’autrice nel ricordo di un grandissimo poeta che condivide con De Benedetti il nome, Giacomo Leopardi.

Ho detto all’inizio di queste mie brevi osservazioni che La casa delle finestre sempre accese è un libro necessario, ora mi sembra giusto sottolineare che è anche un libro imprescindibile, almeno per tutti coloro che sono interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo che hanno avuto in Giacomo De Benedetti e in Renata Orengo due grandi protagonisti. E ciò grazie alla ricerca accurata, allo scrupolo storico e alla scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace, di Anna Folli, che ha già pubblicato nel 2018 per i tipi di Neri Pozza Morante Moravia. Storia di un amore.

Un’ultima doverosa osservazione: tutte le case che Giacomo De Benedetti e Renata Orengo hanno abitato, prima a Torino e poi a Roma, sono ben presto diventate luoghi di incontro, di confronto e talvolta di scontro tra alcuni degli artisti geniali e delle più vivide intelligenze del tempo, ma sempre in un’atmosfera di serena, sincera e disinteressata amicizia. Il titolo del libro, però, si riferisce alla casa di Torino, situata tra Corso San Maurizio e Lungo Po Cadorna, che fino a tarda notte con le sue luci accese richiamava l’attenzione dei rari passanti.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

Bruno Vallepiano: “Trappola per lupi” (Golem Edizioni, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Sta per arrivare in libreria Trappola per i lupi (Golem edizioni, euro 13,90) l’ultimo romanzo di Bruno Vallepiano, giornalista, scrittore e sce­neggiatore. La veste tipografica, propria della collana Le vespe, ricorda i famosi gialli Mondadori, ma, a ben guardare, si tratta più di un noir che di un giallo classico e più precisamente di un noir mediterraneo, in cui la bellezza del paesaggio contrasta con i crimini e i misfatti raccontati. Vallepiano, non diversamente da J. C. Izzo, B. Morchio, A. Camilleri e altri ancora, è profondamente legato alla propria terra, di cui racconta senza infingimenti, con un linguaggio crudo e diretto, splendori e miserie. Poco importa che le storie di questi ultimi siano intrise di salsedine per la presenza costante del mare e impreziosite da cieli tersi e luminosi, mentre quelle di Vallepiano si inerpicano lungo pareti rocciose, boschi di conifere e rovesci di pioggia, essendo ambientate sulle alture della provincia di Cuneo. Per alcuni aspetti (ambiente e personaggi) Bruno Vallepiano mi ha ricordato Pierre Magnan, lo scrittore di Manosque. In tutti gli scrittori di noir, inoltre, ci sono implicazioni di carattere sociologico, in quanto quel che interessa allo scrittore, al di là del crimine commesso, è il contesto in cui esso è maturato.  

In Trappola per lupi ci sono esplicite implicazioni o velate allusioni alla società in cui viviamo o in cui hanno vissuto i nostri antenati. A pagina 155 si legge testualmente:

Viviamo nell’epoca dei paradossi, Mauro… oggi abbiamo più comodità, ma sempre meno tempo per noi stessi; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non siamo in grado di aggiungere vita ai nostri anni.

A parlare è Guido ultra-nonagenario, saggio e scapestrato, che ama condire i suoi discorsi con riflessioni antropologiche e morali. E sarà proprio Guido, che si definisce un treno a fine corsa, a chiudere il sipario su questa storia con alcune considerazioni tanto lucide quanto amare sul tempo che passa, sull’abbandono dei paesi di montagna o di campagna, sulla bellezza che sfiorisce e sul crollo degli ideali, palazzi d’oro costruiti sulla sabbia. Mauro, il suo interlocutore, è il protagonista del romanzo, nonché io narrante, personaggio noto ai lettori di Vallepiano, in quanto è alla sua quinta indagine investigativa. Ma procediamo con ordine.

Mauro Bignami, professore di Storia e Filosofia, in un liceo di Mondovì, torna a Gariola, paese della Provincia Granda, dalle vacanze in Croazia in compagnia della moglie Cecilia e del figlioletto Idris e non essendo ancora disponibile, per lavori in corso, la propria abitazione si sistema nel B&B di Paolo e Clotilde. Qui conosce tre americani i cui antenati, contadini originari di Gariola, erano emigrati in America del Sud e tre giovani tedeschi. Contemporaneamente a Washington su un campo da golf viene ucciso con un fucile di precisione un caddy e le indagini vengono affidate a un detective di nome Arvin, dall’aspetto ruvido e scostante, trasandato nell’abbigliamento, sempre stazzonato, non diversamente dal tenente Colombo. Apparentemente le due storie, narrate con montaggio parallelo e con una diversa angolazione, omodiegetica la prima ed eterodiegetica la seconda, sembrano non aver nulla in comune finché il ritrovamento casuale di una ragazza rimasta intrappolata con una gamba in un’enorme tagliola per lupi, lascia intravedere nuove piste su cui per la sua innata curiosità e per un non comune senso di giustizia si inoltrerà Mauro Bignami. Sono sicuro che il cognome del detective dilettante faccia sorridere tutti quegli studenti che in prossimità di un esame, non avendo alle spalle un’adeguata preparazione, si siano tuffati su compendi di Letteratura, di Storia o di Filosofia.

Non racconteremo certo gli sviluppi né tantomeno la conclusione della vicenda – sarebbe per l’autore e soprattutto per i lettori un crimine imperdonabile – ci limiteremo, quindi, ad alcune considerazioni a mio avviso molto significative.

Innanzitutto nel romanzo accanto a considerazioni di carattere socioeconomico – penso alla povertà dei contadini, al notevole ritardo con cui è stato riconosciuto loro il diritto alla pensione, al fenomeno delle migrazioni nella speranza di trovare un futuro migliore o quanto meno un’occasione di lavoro – ci sono anche precisi riferimenti storici e politici. Si parla, infatti, del colpo di Stato del generale Pinochet in Cile nel 1973 e delle tante efferatezze perpetrate da funzionari e militari ai suoi ordini, mi riferisco in particolare a Sergio Arellano Stark, uno dei più crudeli e sanguinari aguzzini del regime di Pinochet. Alla stessa stregua vengono stigmatizzate le “sporche” manovre dell’Intelligence (CIA) per screditare il nemico sia nella guerra del Golfo che in Afganistan e per legittimare la strombazzata propaganda degli USA di esportare la democrazia nel mondo. Si rilevano anche legittime rivendicazioni animaliste nei confronti di bracconieri, privi di scrupoli, che disseminano il terreno di trappole e tagliole, contribuendo alla decimazione di animali in via di estinzione.

Né si possono dimenticare le tante figure femminili, tutte belle e affascinanti, talune segnate dalla malattia, come Clo, la moglie di Paolo che combatte contro il cancro, una bestia più pericolosa di un lupo famelico, altre che non perdono occasione per esercitare il loro potere seduttivo senza ottenere comunque risultati concreti, è il caso di Netty che fino all’ultimo cerca di sedurre Mauro. A ben guardare queste hanno nell’economia del romanzo una funzione prevalentemente esornativa, mentre l’escort russa, l’avvocato, moglie del caddy ucciso sul green di Washington e la ragazza vittima della tagliola hanno un ruolo più importante e decisivo nella vicenda, come si scoprirà successivamente.

Tutte le implicazioni di carattere sociale, politico ed economico cui abbiamo accennato non inficiano, però, il plot narrativo, ricco di colpi di scena e di depistaggi, che ha un ritmo agile e incalzante, ed è sorretto da dialoghi frizzanti e allusivi e da alcune belle, intense ed efficaci descrizioni come quella dell’acquazzone e l’ultima che ripropongo nella sua interezza:

Gli alberi che rivestivano il versante della montagna di fronte avevano assunto le colorazioni autunnali; i ciliegi selvatici erano esplosi con le loro chiome rosse ed erano un urlo in mezzo a una tavolozza che variava dal giallo acceso al verde cupo, fino all’ocra. Il bosco era in un momento di sontuoso splendore. Uno spettacolo fugace da cogliere al volo; sarebbe bastata una giornata di pioggia per trasformare ogni cosa e sospingere il marrone e il verde opaco verso la conquista dell’intero scenario, il rosso sarebbe svanito spegnendosi anch’esso verso la fase ultima, prima del risolutivo denudarsi degli alberi.

Un’orgia di colori degna di un pittore impressionista.

Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Enzo Rega (2020)

Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Nico Orengo (1944-2009), un aristocratico – era un marchese – allo stesso tempo alla mano –, un dandy dei nostri tempi (Bruno Murialdo) e della letteratura italiana coeva, può rimediare leggendo questo piacevole libro a lui dedicato, Nico Orengo. Poeta della pagina della vita, a cura di Alberto Cane e Francesco Improta, Fusta Editore, Saluzzo 2019, che riporta Aneddoti, Ricordi e testimonianze e Contributi critici, più un’appendice di Ricette e Musica (queste rispettivamente le sezioni in cui il volume risulta diviso). Ricco poi l’apparato iconografico che documenta soprattutto i soggiorni liguri di Orengo, come del resto le stesse testimonianze. Filippo D’Eliso recensendo esaustivamente il libro afferma che “ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto” (rplibri.com, 12 agosto 2019).

A proposito dell’affabilità e disponibilità umana, voglio portare un seppur minimo contributo Scrissi a Orengo a inizio anni Duemila, prima per un eventuale pezzo su un uliveto in Calabria: “Tuttolibri”, sulla base della passione stessa di Orengo, dava spazio allora a questioni di questo tipo. Poi gli inviai un mio libro di saggi, uscito sempre in quei tempi per una recensione. Non se ne fece nulla né dell’una né dell’altra cosa. Però ci scambiammo diverse mail: credo ci avesse messo in contatto Marco De Carolis, a cui dovevo già la conoscenza (in quel caso personale) di Francesco Biamonti. Orengo rispondeva però sempre subito e garbatamente, e prendemmo a parlare di altre cose. Purtroppo, non trovo traccia nell’archivio della mia posta di quello scambio.

Bene, di quest’affabilità, nonché di certe spigolosità del carattere di Orengo, e di altro, si dà conto in questo libro. Da uno scambio di mail comincia l’amicizia tra Orengo e Alberto Cane, uno dei curatori del volume. Torinese di nascita, ma ligure di origine e di vocazione (la Liguria è la terra dell’infanzia), grazie ad Alberto, Nico conosce un’altra Liguria: “lo convincemmo addirittura, lui che non amava la montagna, a fare scampagnate nei boschi lassù in alto, e così scoprì, con stupefatta meraviglia, lati della Liguria interna che non immaginava” (p. 16). In Liguria, Orengo scende di volta in volta a presentare i suoi libri, e si organizza addirittura una finta pesca di un’enorme anguilla colorata, nel fiume Nervia a Isolabona, nelle cui vicinanze successivamente, su suggerimento di Nico, verrà riproposta una rappresentazione in costume de Il barone rampante di Italo Calvino.

È soprattutto la Liguria a essere presente nei libri di Orengo. Marco Cassini (per cominciare a dare direttamente la parola a qualcuno degli amici) ricorda, in Dogana d’amore (1986), il paese di Latte, il Roja, i Balzi Rossi; la Val Nervia è invece presente in Ribes (1988). Ed è Cassini a ricordare anche com’era nata la ricerca di una location del Barone calviniano, ricerca che porta a una vera escursione e poi alla performance menzionata.

Roberta Cento Croce parla invece un certo distacco di Orengo nei confronti di luoghi che aveva conosciuto vergini e ritrova ora contaminati da un certo tipo di sviluppo che anche lui, come Calvino prima e Biamonti dopo, condannava. Roberta organizza una giornata del Fai a Latte tra le ville della via Romana e invita con entusiasmo Nico, ma rimane delusa dalla sua reazione: “Fu invece una doccia fredda. Sentii l’amarezza di chi ormai la magia di Latte l’aveva data per persa, il dolore di chi aveva conosciuto una bellezza tanto speciale e la ritrovava snaturata da quegli interventi innovativi che lui aveva denunciato con forza” (p. 27).

Ma in Liguria Orengo aveva costruito il suo buen retiro, ristrutturando la villa de La Mortola, affacciata sui Giardini Hanbury un tempo appartenuti alla sua famiglia. Ne dà un ricordo, tra gli altri, Marco De Carolis (è sua la Cinquecento dalla quale, nell’immagine di copertina, esce sorridendo Nico). L’amico ricorda come Nico gli dicesse, quando era ospite in quella villa, “Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina”. Ecco, chiosa Marco, in questo modo Nico sottolineava “ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui Giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso. Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima” (p. 28).

A La Riviera di Nico è dedicato uno degli interventi specificamente critici, quello di Vittorio Coletti, il quale accosta il nome di Orengo ad altri cantori del Ponente Ligure, i già ricordati Calvino e Biamonti, ma anche il poeta e scrittore Giuseppe Conte, al quale per certi aspetti Orengo sarebbe più vicino. Gli altri scrittori ponentini (ma anche il Conte narratore), a partire da Giovanni Boine che parlò della Crisi degli Ulivi in Liguria, sono soprattutto impegnati a denunciare le devastazioni subite dalla Riviera. Coletti vuole però evidenziare uno scatto di Orengo rispetto agli altri autori, e che lo avvicinerebbe piuttosto al Conte poeta. Scrive Coletti: “Non è che il pericolo, il male in agguato dietro i cieli sereni e il mare tenero, Nico non li abbia visti, né che li abbia taciuti (basti pensare a L’autunno della signora Waal). Ma lui ha raccontato soprattutto le acque, i fiori, i cieli. Se la terra Ligure è per i suoi amici scrittori arida e pesante, per lui è friabile e leggera” (p. 107). Laddove altri scrittori hanno visto una perdita d’identità, Orengo, continua Coletti, ha invece visto cosmopolitismo, come in Hotel Angleterre, il suo penultimo libro del 2007. In Liguria infatti sono passati scrittori, nobili più o meno ricchi, attori e giocatori. È dunque una terra aperta. Se in altri scrittori sembra prevalere il pessimismo, Orengo, secondo Coletti, guarda a questa terra con “ostinata felicità e ironia, come ne L’intagliatore di noccioli di pesca” (p. 108), libro del 2004. Per Orengo la Liguria è sempre terra dell’infanzia, dell’estate e dei giochi: gli altri la guardano con gli occhi di chi vi è rimasto, Nico con quelli di chi è andato via, anche se per farvi frequenti ritorni. Lo stesso rapporto che lega Montale alla Riviera di Levante, con la differenza che la poesia del genovese è segnata dal male di vivere. In definitiva, Orengo è stato uno scrittore piemontese col cuore però in Liguria, una Liguria che è stata il suo baricentro umano e artistico mentre Torino quello intellettuale e professionale.

Tuttavia, se La Liguria sembra il luogo principale d’ispirazione, Orengo ha lasciato pagine anche sul Piemonte, almeno in Di viole e liquirizia (2005) nel quale espone i nuovi miti della Langa e del vino. Su questo si sofferma Luciano Bertello nel suo intervento, geograficamente intitolato Nico fra Langa e Roero. La questione riguarda adesso la valorizzazione delle colline e dei vini di queste zone: “colline che amava profondamente e che vedeva ferite nel paesaggio, modificate da colonizzazione culturali o da localistiche chiusure autoreferenziali, stravolte dall’arroganza del denaro” (pp. 53-54). Così nasce l’avventura di Albalibri, di una “cultura rispettosa del territorio, nell’intreccio e nel dialogo con tutte le forze culturali di Langa e Roero, con la sua naturale predilezione per il nuovo e per i giovani” (pp. 54-55). Bertello mette inoltre in evidenza (tema ricorrente in altre pagine) come Orengo non disdegnasse la buona tavola.

Se in generale viene tratteggiato il legame dell’uomo con i suoi paesaggi, è Francesco Improta a evidenziare pur attraverso il territorio l’aspetto cosmopolita (già sottolineato da Coletti) della cultura e della letteratura di Orengo, portandolo oltre i confini di Liguria e Piemonte, e oltre gli steccati stessi della pratica letteraria. Il denso intervento critico di Improta s’intitola infatti Nico Orengo tra letteratura e cinema. Afferma subito Improta: “Nella narrativa di Nico Orengo anche il lettore più distratto non può fare a meno di rilevare reminiscenze, citazioni, e persino tecniche specificamente cinematografiche” (p. 111). Nella Liguria – vero “cronotopo” alla Bachtin, una Liguria frequentata per esempio da Hemingway, tra gli scrittori più “saccheggiati” dall’industria cinematografica americana, e da Chaplin e Grace Kelly – Orengo ambienta le sue storie intrise di quella terra ma con un occhio a quel mondo internazionale. Così, prosegue Improta, il resoconto delle riprese di Caccia al ladro di Hitchcock, girato tra Montecarlo e dintorni (quindi poco oltre il confine), diventa un vero e proprio racconto nel racconto all’interno de La guerra del basilico (1994), dove si parla della scomparsa di Grace Kelly dal set del film: queste vicende s’intrecciano con quelle dei bizzarri personaggi del Tropicana Hotel nel quale avrebbe soggiornato anche la Kelly nei quattro giorni in cui è mancata dal set. Annota Improta: “Qui il Cinema nella sua accezione più ampia entra in punta di piedi ma si espande trasformandosi in racconto autonomo, location, paesaggio, pretesto narrativo, spunto di riflessione e… magia” (p. 113). Ne Le rose di Evita (1992) l’intreccio si realizza invece con Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens: Marco, l’adolescente protagonista del romanzo, si specchia in Joey facendo come lui una figura ideale di Shane, appunto il cavaliere del film. Altrove invece è la tecnica narrativa stessa di Orengo a essere cinematografica: “La curva del Latte – segnala sempre Improta con riferimento al romanzo pubblicato nel 2002 – ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine estate un grido, violento e insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case, sparse della valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda” (p. 115). Infine, secondo Improta, la terza modalità cinematografica di Orengo – l’omaggio più sentito – non è nelle citazioni e reminiscenze o nella tecnica, ma nelle atmosfere: così, nell’ultimo romanzo, Islabonita del 2009 (che prende il nome dal paese ligure di Isolabona), ritroviamo una spy-story che ricorda quelle dello scrittore e sceneggiatore Eric Ambler.

Interessante il modo con il quale Federica Lorenzi nel suo intervento L’enfant terrible fa dell’infanzia la cifra stilistica fondamentale della scrittura di Orengo, sia per la rievocazione e mitizzazione della propria infanzia, sia per il fatto che inizialmente abbia scritto proprio per i più piccoli: “Anche se la produzione di componimenti per bambini è limitata gli anni Settanta, questa esperienza ha fortemente segnato lo stile dell’autore: egli si serve del modello formale della filastrocca in tutta la sua successiva produzione poetica per adulti e talvolta in quella in prosa, recuperando la cadenza ritmica e le sonorità della filastrocca per facilitare la scorrevolezza e il piacere della lettura e veicolare insegnamenti sulla natura, esattamente come aveva fatto in Canzonette. Ma non è l’unica ragione. L’utilizzo di queste forme poetiche infantili nella produzione per adulti vuole essere un invito a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà, tipico dell’età infantile. In questo senso vanno letti anche gli incoraggiamenti a giocare con il linguaggio. Si rivolge nelle introduzioni delle sue raccolte di poesie per bambini ai lettori di tutte le età, mettendo a disposizione i suoi segreti compositivi. Egli attribuisce una grande importanza all’esercizio della creatività e della fantasia perché li considera strumenti indispensabili per illuminare la realtà, immaginarla diversamente e cambiarla. La speranza di Orengo non è riposta solo nei bambini, ma anche negli adulti, se questi ultimi sono disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo (…) Segno che lo scrittore avverte come sempre più pressante la necessità che la società degli adulti recuperi un approccio più autentico nei confronti della realtà” (pp. 122-123).

Una chiave questa (e perciò ho riportato la lunga citazione) per capirne la letteratura, ma anche il personaggio Orengo, quale ci viene tratteggiato anche negli altri interventi di questo aureo libretto, interventi che, per quanto a loro volta stimolanti, dobbiamo necessariamente condensare. Luisella Berrino ci informa della passione per i capperi e i suoi fiori simili alle orchidee. Giuseppe Giacomelli racconta di quando a Torino, alla redazione de “La Stampa” gli portava le sigarette individuandolo a fatica tra le pile di libri e giornali. Aldo Molinengo è tra coloro che sottolineano l’importanza del territorio per Orengo (“Il paesaggio per Nico era la sua seconda casa”, p. 33), e il costante riferimento nei libri ai nomi di piante e alberi, un interesse che sfocia nel premio che prende il nome dai Giardini Hanbury. Alberto Sinigaglia lo ricorda a Torino, nella funzione di “segretario” per Einaudi, a tavola con Sciascia e Soldati. Anche Paolo Veziano lo ricorda a tavola, insieme a Tesio e Improta, alle prese con un’anguilla di oltre due chili e con una bottiglia di Vermentino. Mirella Appiotti lo ricorda di nuovo a Torino tra “La Stampa” e “Tuttolibri”: “Nico o dell’essenzialità: poche parole dietro le quali spuntano progetti, opportunità, scoperte” (p. 45). Mauro Bersani rievoca la benevolenza con cui Giulio Einaudi accolse in casa editrice il giovane Orengo, al tempo ancora ventenne, rimanendovi sempre legato. Pippo Bessone ci riconduce di nuovo al paesaggio ligure tra piante e mare, e dello scrittore dice: “Nico aveva un modo di scandire, che le parole suonavano nobili” (p. 57). Di Yves Bosio si riproduce una lettera manoscritta che ne piange la scomparsa avvenuta “senza un preavviso”. Claudia Claudiano ne ricorda la leggerezza calviniana e come, al modo di Calvino, abbia con la penna difeso il proprio lembo di terra ligure. Laura Guglielmi lo ricorda, con Ernesto Ferrero, Antonio Ricci e Marco De Carolis, oltre lei stessa, nella giuria del Premio dell’Olio a Badalucco in Valle Argentina, con il quale Nico “Voleva sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli” (p. 67): in quell’unica edizione viene premiato il genovese Renzo Piano. Albina Malerba, partendo da La Mortola, a Mùrtura, elenca, con un poetico gioco di suoni, una serie di luoghi orenghiani in quest’angolo di Liguria che sembra già Provenza: “La Mortola, il mirteto, il luogo dei mirti nonancoratrovati: tra gli Hanbury e Cacciairui, tra Mamante e le Case Canun, dai Perugin a la Bagarina, dalla Croce ai Ciotti a Grimaldi, dalla Punta a Baia Beniamin, dalla spiaggia del Cannone alla vecchia frontiera di Ponte san Luigi e sotto i Balzi Rossi, poi giù verso Latte e le Calandre, e Ventimiglia, e su verso Dolceacqua, Apricale, Garavan, Mentone, Castellar, Roquebrune… fino a Nizza” (p. 71); una “geografia del cuore”. Paolo Mauri ricostruisce l’incontro a Roma a casa di Toti Scialoja, poi a Torino con Calvino e infine la discesa in Liguria nella terra di Orengo, con l’epicentro de la Mortola, e le cene con Biamonti nei paesini dell’entroterra: il giornalista rievoca ancora un viaggio ad Aix, all’atelier di Cézanne (Nico raccoglieva materiale per Gli spiccioli di Montale uscito nel 1992). Silvia Peira menziona le sette edizioni della Via del sale, un percorso di arte contemporanea che nel tempo conosce diverse denominazioni: ecco, nella seconda edizione del 2003, gli artisti creare con il sale un grande disegno collettivo a Bossolasco. Paolo Pejrone ci ricorda le altre iniziative per la tutela del patrimonio naturale, come il premio per la difesa del Paesaggio e il premio dell’Enoteca del Roero, questi in favore del mondo agricolo piemontese, e non solo. Antonio Ricci dà conto della gestazione del “libro tecnico” sul programma Striscia la notizia che comportò una non facile convivenza, una vera “operazione di logoramento” (p.88), a partire dalle dispute per la scelta del vino, tra il Vermentino e il “traditore” Pigato. Sandra Reberschack lo definisce cavaliere armato non di spada ma di lessico in difesa del territorio, amante della bellezza, nell’arte come nella vita: dotatone lui stesso come testimoniano le foto giovanili, le sue donne e i figli. Ugo Giletta contribuisce con due foto del mare e il commento: “Quando il lamento del mare diventa voce, la memoria è di immensi spazi mai più ripetibili (p. 97). E Giovanni Tamburelli ci dice che il Mar Ligure, con l’aria aromatica delle erbe e il cibo profumato, era il suo salotto. Paola, Maria, Ida, Simonetta e Stefania dell’ufficio stampa dell’Einaudi in gruppo ricordano quanto fosse bello, anche se non sempre facile, lavorare alla promozione dei suoi libri. Nell’ultimo intervento, prima delle ricette, Bruno Quaranta inanella una serie di aggettivi: “Nico, o dell’ossimoro, tessuto, arabescato, cullato. Cortesemente efferato. Sapientemente ignaro. Elegantemente disadorno. ordinatamente disordinato. Amorevolmente disamorato. Svogliatamente vigile…” (p. 124).

E in conclusione ricordiamo che il libro prende il titolo dall’intervento di Giuseppe Conte che ne sintetizza aspetti personali e letterari: “Le qualità che mi colpirono in Nico, quando cominciai a frequentarlo, furono subito la grazia mondana e l’ironia, che nascondevano e quasi proteggevano una passione gelosa e vitale per la poesia e la letteratura” (p. 63). Aristocratico torinese – precisa Conte – Orengo si sentiva principalmente ligure, del fazzoletto di terra che va, come ormai sappiamo, da Ventimiglia alla frontiera. “Nico era uno scrittore completo, come in Italia ce ne sono stati pochi”, e con le sue parole possiamo riassumere quanto finora sentito da tante voci: “Completo, generoso, continuo, coraggioso, fedele alla propria ispirazione. È stato autore di deliziosi libri per l’infanzia, di raccolte originali di poesie, di saggi importanti, di romanzi che si sono evoluti verso una sempre più forte, chiara, godibile comunicatività” (p. 64). Dei suoi libri Conte dice di averne amato due in particolare, l’uno di ambientazione ligure, L’intagliatore dei noccioli di pesca, e l’altro piemontese, Di viole e liquirizia.

Conte riconosce a Orengo di avere letto per primo, ancora in manoscritto, L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (che poi avrebbe presentato a Calvino) contribuendo forse a creare la leggenda dello scrittore coltivatore di mimose.

E li vediamo tutt’e tre a cena, nei paesini dell’entroterra, Beppe, Nico e Francesco.