Rita Pacilio: “Pretesti danteschi per riflettere di sociologia” (Guida Editori, 2021)

di Filippo D’Eliso (2021)

Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (Guida editori, 2021, €14) è un libro trasversale.

Rita Pacilio traccia, dal proprio centro di osservazione, 20 raggi omnidirezionali e dimostra una serie di teoremi concernenti argomentazioni che fanno parte non solo del proprio bagaglio di esperienze, ma dispiegano tesi che riguardano la società, ossia un insieme di individui, artisti e non artisti inclusi, in relazione tra loro.

Senza racchiudersi e né chiudersi in mera sociologia, terreno per addetti ai lavori e di cui l’autrice ha specifica competenza per le innumerevoli attività che svolge, qui a mio avviso, con occhio attento e sensibile è in primis la poetessa a parlare e ogni suo sguardo, avendo per ipotesi un verso o pensiero di Dante ossia un pretesto, indica ai lettori una via possibile di redenzione alla stessa stregua dello stesso Dante con la Divina Commedia.

Il primo pretesto è pubblicare nel 2021. Autori ed Editori sono molto motivati a pubblicare sotto l’azione di una ricorrenza in quanto è un momento di forte condivisione e compartecipazione e tutti ne traggono un reale beneficio. La ricorrenza, come ogni rituale, assurge soprattutto ad azione di concepimento metabolizzando la vita stessa a far da pretesto: non si può non citare cosa abbia passato, ad esempio, Jean-Luc Godard con Je vous salue, Marie, film del 1985 prosciolto integralmente con la motivazione di aver attualizzato il mistero e il dogma dell’Immacolata Concezione partendo dallo spunto offerto dalla lettura de I vangeli alla luce della psicoanalisi di Françoise Dolto, nota pediatra e psicanalista francese. In sostanza, è il voler mettere a nudo il mondo a scandalizzare e ogni pretesto spesso diviene oggetto inquisitorio.

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna, ultima tappa del suo lungo esilio, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 ed è impossibile esaurire le tematiche che il sommo poeta offre al mondo per genialità e completezza di vedute. Basti pensare ai profetici versi 22/23/24 del XVII Canto del Paradiso: dette mi fuor di mia vita futura / parole gravi, avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura…

In sintesi, non è possibile eludere Dante in Letteratura come non è possibile eludere Bach in Musica.

Ma cosa c’entra Bach? Semplice: è un pretesto! E a maggior ragione bisogna esser tetragoni assolutamente! Confrontarsi con Dante oggi è come voler toccare i fili dell’alta tensione illudendosi di voler rimanere indenni da una immediata folgorazione.

Il termine  pretesto è di una forza quasi inestimabile e il quasi è solo nell’assurdo, tenendo presente che i termini absurdus, stonato, surdus, sordo o absŭrdu(m), dissonante, indicano una contrologica, che, per azione contraddittoria, genera da un lato un senso di ridicolo e quindi di annientamento – vedi chi trova nell’operazione stessa una difficoltà di accettazione o predisposizione all’ascolto – e dall’altro, un senso di creativa illuminazione in un atteggiamento altamente risonante alle possibili connessioni e agli agganci alla cultura del momento, ossia del calarsi nella realtà del proprio tempo. Mi sovviene Stéphane Mallarmé con Un colpo di dadi mai abolirà il caso, il suo voler carpire i legami segreti che tengono unite le cose, una realtà pregnante che gradualmente lascia il posto all’assoluto. Ma anche Carlo Gesualdo da Venosa che con i suoi madrigali esprime uno stato d’animo che richiama alla mente un Caravaggio ante litteram in quanto gli stessi testi del Tasso, unici ad avere valore letterario, furono sostituiti da brevi testi personali che assurgono a pretesto per fare musica caratterizzata da una intensa espressività e ricerca.  

Così con questa pubblicazione, unica nella collana Guida Editore a esser presente in relazione a Dante, Rita Pacilio offre al lettore una possibile apertura al valore in sé della connessione esperienziale, personale oltre che collettiva, con la vita stessa. L’originalità dell’operazione è proprio nella mancanza di pretenziosità e sia l’Editore che l’Autrice agiscono utilizzando l’azione della pretestuosità come elemento neutro, posto tra azione e reazione, fulcro privo di forza storiografica, perché di Dante e della sua epoca in 700 anni si conoscono vita, morte e miracoli e qualsiasi riferimento, come fonti e note, non fanno testo, anzi risultano roba di scarto.

Le argomentazioni scorrono discorsive toccando uno dopo l’altro punti di riflessione in cui il lettore è invitato a compiere l’operazione di mettersi all’ascolto dell’altro e di sé stesso, stabilendo con i versi un codice comunicativo quasi parossistico ed estremo che va oltre il significato letterale/letterario/retorico.

Operazione niente affatto semplice in quanto si invita il lettore a un giudizio motivato che, per essere espresso, necessita del prerequisito della lingua, appunto il codice. D’altra parte, essendo il testo poetico polisemico, vige il principio di indeterminazione dove sebbene il significato di base possa essere generalmente concorde, ogni lettore, proprio in relazione alla cultura e sensibilità che lo denotano e connotano, ci ritrova qualcosa sempre di nuovo o divergente.

È chiaro che il pretesto ha la stessa forza di un frattale: si ripete nella sua stessa forma su scale diverse e allo stesso tempo con proprietà di correlazione e autocorrelazione.

In parole povere, un pretesto genera pretesti in una libertà d’azione tipica della capacità artistica dell’arte di fagocitare arte: punto di fuoco dell’intero lavoro della Pacilio.

Gli argomenti trattati sono correlati come in una matrioska senza la pretesa di esaurire le potenziali e infinite connessioni espresse dall’uomo nelle sue molteplici azioni sociali.

Si potrebbe pensare che il poeta sia il cuore dell’intero discorso con la sua voce di pascoliana memoria che denota e connota e, calato nell’interazione del vivere, può aprire varchi ai sensi di colpa, alla vergogna, all’idea di morte, alla psicosi o aprirsi all’altruismo e alla percezione profonda fino a calarsi nell’arte con la capacità di risucchiare in sé il passato e rendere visibile il futuro o fondersi col proprio simile toccando persino la crisi come indice supremo di scelta dove, coppia o rapporto genitoriale che sia, la donna in quanto femmina è attrazione di opposti e centro motore dell’intero sistema propulsivo della vita.

Pitagora, padre dell’acusmatica, e Kandinskij padre dell’astrattismo, aprono il varco alla spiritualità. Illusione e sostanza si compenetrano in una relazione solvente-soluto come chiarezza e oscurità si relazionano in assenza e mancanza. In questo gioco di ombre il poeta si erge e rivela il logos dell’anima, ne assorbe la malattia lì dove P.P. Pasolini canterebbe le lodi dell’amare, perché solo l’amare conta. L’amore è doping: estasi o possessione che sia è in grado di scardinare ogni tentativo di resistenza alterando qualsiasi stato della coscienza e mettendo in atto l’arte del ricevere come condizione fondamentale della saggezza che ritorna alle proprie origini.

Avremmo bisogno di vecchiaia autentica e vera, quella che non cade sotto i colpi dell’oblio e con sapienza veda oltre la schizofrenia e il suo linguaggio creativo, oltre il vuoto e le sue possibili vie senza uscita e senza ritorno. Così come la voce non mente, le emozioni possono essere ascoltate, se solo si scorga con intelligenza e consapevolezza, l’infinita bellezza della luce, quella cercata da Goethe, quella trovata da Dante.

Memorie del mio incontro con Francesco Biamonti

di Filippo D’Eliso (2021)

L’affetto, l’amicizia e la stima che mi legano a Francesco Improta – mio professore di liceo agli inizi degli anni Ottanta – sono note e tutt’oggi tengono sempre deste le personali vicendevoli attenzioni alle novità letterarie, cinematografiche (sua grande passione), musicali (essendo io un musicista) e culturali in genere.

Erano gli inizi degli anni ‘90 e, dopo la pubblicazione del secondo romanzo Vento largo, fu per la prima volta che sentii parlare di Francesco Biamonti: il mio “vecchio” professore ne aveva intuito la straordinaria grandezza e mi aveva subito trasmesso il suo entusiasmo, ma in quel periodo non ebbi modo di approfondire.

Solo nell’agosto del 1993 ne acquistai il primo romanzo, L’angelo di Avrigue. Poi ci fu una grande pausa dovuta ad alcuni miei impegni indifferibili. Nel frattempo erano stati pubblicati Attesa sul mare e Le parole la notte, ma l’avvenimento fondamentale fu l’affermarsi da subito di un’autentica amicizia tra Biamonti ed Improta, ormai divenuto tenace divulgatore della sua opera e del suo pensiero.

Così nel novembre del 1998 tre ex studenti tra i ‘fedelissimi’ del ‘professore’ partirono alla volta di Ventimiglia. Il 26 novembre prima di mettermi in viaggio acquistai Le parole la notte. Eravamo stati informati che avremmo incontrato Francesco Biamonti a cena in uno di quei pochi giorni della nostra permanenza ospiti del professore. Indubbiamente era un evento straordinario, e mai avrei immaginato, prima di quel momento, di avere l’opportunità di trascorrere una tranquilla e piacevole serata tra amici in sua compagnia.

A quasi due anni dalla scomparsa, alla luce delle testimonianze e dei numerosi articoli e tributi postumi, avverto il sottile dolore del non essersi più rincontrati da quel lontano novembre del 1998. Come se nella attesa di una nuova sinfonia, la sua musica avesse cessato improvvisamente di esistere per cedere il passo allo spaventoso vuoto de Il silenzio dove si fa “la musica delle parole stesse” affrontando “la realtà del nostro tempo senza più consolazioni”, senza abbandonarsi “alla musicalità dei passaggi temporali e geografici”.

Andare “nel cuore dell’uomo, del suo inferno, musicalmente”.

Biamonti, nell’intervista rilasciata ad Antonella Viale e pubblicata ne Il silenzio conferma la sua eccellente sensibilità musicale.

I suoi occhi azzurri s’illuminavano durante la nostra conversazione. Attentissimo ascoltatore,  lasciò che esprimessi alcune considerazioni musicali. Già il suo tono di voce scorrevole e calmo, incantevole a sentirsi, denotava una sottile capacità di riprendere i paesaggi sonori nella loro molteplice espressione.  Il suo mare mi rimandava a La mer di Debussy che egli amava profondamente. E non poteva essere diversamente perché quel sospeso mondo sonoro prodotto dalle scale esatonali (ossia a toni interi) e l’assenza di semitoni, cioè di quei suoni più vicini alla loro possibile risoluzione, imprimono alle composizioni un clima precario e fragile in un’atmosfera quasi di sogno. Non c’è più la stessa gravità. La natura vacilla. Tutto è sospeso ed alleggerito del suo peso.

Il mare è il primo elemento che per sua natura si presta alla precarietà del mondo. La sua eterna irrequietezza ed apparente calma trovò nel linguaggio musicale di Debussy la sua più consona rappresentazione e non mera descrizione. E questo Biamonti lo aveva intuito ed affrontato concretamente imprimendo al suo linguaggio uno stile personale e rivoluzionario traslato dalla musica.

Compositori russi come Glinka (molto prima di Debussy) usavano la scala a toni interi per rappresentare episodi “soprannaturali” e “storie incantate”.

Non mi meravigliano, quindi, coloro che hanno accusato Biamonti di poca aderenza alla realtà perché questi non ne hanno assolutamente colto la geniale sensibilità.

I suoni e la loro organizzazione costituiscono un mondo inafferrabile ed ineffabile in quanto destinati a priori al silenzio, dato lo scorrere inesorabile del tempo, e contemporaneamente rimandano ad una molteplicità di sensazioni da essere infinitamente definibili e quindi indescrivibili.

Inoltre – e ciò fu ulteriore approfondimento della nostra conversazione – bastava sottrarre delle zone di suono, cambiare ritmo o tempo per far emergere accenti diversi dal flusso sonoro. L’emozione degli ascoltatori subisce imprevedibili caratterizzazioni. Ad una variazione del tempo corrisponde una contrazione o dilatazione dello spazio.  È sottratta la possibilità di avere riferimenti di certezza percettiva.

Si pensi a quanta gravità Biamonti ha sottratto al peso del mondo ormai alla deriva e condannato al silenzio.

Italo Calvino, cultore della leggerezza, – basti vedere le sue Lezioni americane – non potrà rimanerne indifferente: è sempre all’interno della struttura linguistica che nascono energie creative degne di apportare nuova linfa alle innumerevoli miserie del mondo. Il linguaggio eredita dalla realtà tutte le sue contraddizioni ed incertezze filtrandone la percezione con luce primigenia. Un mondo visibile che si fa suono ed un mondo sonoro che si fa luce.

Claude Debussy affermava: “La musica che desidero deve essere abbastanza agile da adattarsi alle effusioni liriche dell’anima ed alla fantasia dei sogni”. […] “Poiché amo la musica appassionatamente, cerco di liberarla da tradizioni sterili che la soffocano. È un’arte libera, che zampilla, un’arte per l’aria aperta, un’arte sconfinata come gli elementi, come il vento, il cielo, il mare!” ed inoltre “Quanto bisogna prima trovare, quanto si deve eliminare, per giungere alla viva carne dell’emozione!”

E Biamonti: “… creare un mondo omologo a quello reale che ha, però, la mobilità di un sogno”.

Si parla di mobilità, quindi di ritmi, di linguaggio libero da formule fisse, di un’arte che – come affermava Debussy – “Non deve mai venir rinchiusa e diventare accademica” e non può per la sua stessa sopravvivenza cristallizzarsi.

E Biamonti: … “ho lavorato per sottrazione” per “dipingere la cosa ma anche l’emozione che essa dà”. Sottrarre è dimenticare per elaborare e portare alla luce l’invisibile ossia il perduto dialogo “fra gli uomini e le cose”.

I riferimenti alla musica nei romanzi di Francesco Biamonti sono molteplici ed anzi posso affermare, per le ragioni suddette, che le sue opere sono musica.

Dietro ogni apparente citazione c’è una profonda consapevolezza della lacerazione che essa comporta.

Due domande rilevanti mi pose: “Conosci Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen?” e “La tua condizione di musicista?”

Ma dietro queste, così strettamente legate, si affermò il suo acuto sguardo sul mondo.

Messiaen affermava: “Considero il ritmo il primo, e forse il più essenziale, costituente della musica”. E Pierre Boulez, suo allievo, “la musica era molto di più di un lavoro d’arte, era un modo di esistere, un fuoco inestinguibile.

Messiaen amava la natura e lo espresse attraverso il suo interesse per i canti degli uccelli: fonte inesauribile di melodie. Per certi aspetti prese le mosse dalle innovazioni di Debussy e s’indirizzò verso strutture asimmetriche, ossia: “Una musica ritmica che trascura la ripetizione, la rigidità e la suddivisione regolare, una musica cioè che è ispirata dal movimento della natura, un movimento di durate libere e ineguali.

E fu proprio l’inverno del 1940 a trovare Messiaen nel campo tedesco Stalag VIII A, in Sassonia. In quelle circostanze così drammatiche fu presentato il Quatuor pour la fin du temps ispirato da un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, Capitolo X, 1-2, 5-7:

“Poi vidi un altro angelo possente che scendeva dal cielo avvolto da una nube; sopra al capo aveva un arcobaleno, il suo volto era come il sole e le gambe come colonne di fuoco. Egli aveva in mano un piccolo libro aperto, e pose il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra…Poi l’angelo che avevo visto in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli…che non vi sarà più tempo, ma nei giorni in cui si farà sentire la voce del settimo angelo e quando egli suonerà la tromba del Mistero di Dio sarà compiuto come ha profetizzato per bocca dei profeti suoi servi”.

Così in Le parole la notte, capitolo decimo:

“Cos’è quello scheletro sospeso nell’aria, quello scheletro d’uccello?” […] “Aveva ascoltato anche la musica, il Quatuor pour la fin du temp. Non era molto diversa dal canto del tordo, che sere prima, aveva intonato la liturgia del tramonto. La stessa doppia voce, lo stesso calmo andamento, e le rive di silenzio. Un violino rispondeva alle invocazioni di un pianoforte e se ne andava sempre più in alto, lontano dalla terra” […] “Gli sembrava che anche per quelle viti, come per quelle terre nei bagliori del sole, il Quatuor fosse già cominciato.”

Ed al capitol ventisettesimo:

“-Se tu dovessi dipingere, – chiese Eugenio, – dove ti  attaccheresti?  – Dove c’è più silenzio. […] Scuoteva il capo, guidando, come se avesse accompagnato un’interna musica.  – Hai visto Veronique com’è cambiata? […] – Io continuo a sentirla un po’ flautata. E forse lei non l’ho mai vista. -Che intendi dire? -Non è mai stata una cosa tra le cose.

Inoltre al capitolo quattordici de L’angelo di Avrigue nel dialogo tra il monaco e Gregorio:

“-E cosa dipingeva? -Donne al pianoforte col mare sullo sfondo. -Strano. Ma era vero. Le donne le dipingeva di colpo, così il piano, e intorno al mare ci si perdeva. La donna era sempre la stessa, il mare mutava.” […] Il frate disse con candore che una volta aveva sentito sul mare l’Ave Maria di Schubert. Faceva negli spazi sterminati una grande impressione. Gregorio rimpianse. […] L’aveva sentita nel locale più malfamato di Barcellona.

Ormai tutto si è polverizzato ed anche la musica assume nuove funzioni espressive cedendo al silenzio.

“Dalla macchia mediterranea saliva un canto austero; canto breve, perché il vento dalle rocce si sollevò tra le nuvole”

(da – Il silenzio – pag. 24)

Ricordammo, infine, due casi particolari di musicisti a lui familiari in quanto conosciuti attraverso i suoi contatti editoriali con Einaudi a Torino. Le tormentate intenzioni di Ludovico Einaudi di dar corpo ad un linguaggio musicale che restituisse al mondo una perduta forza emotiva e la radicale scelta di Robert Schneider che, scegliendo la via della letteratura dopo anni di studi musicali, si affermò a livello internazionale con Le voci del mondo, scritto nel 1992 e tradotto da Einaudi nel 1994, ma dovette sublimare, se non proprio eclissare, il suo essere musicista dando forma in un altro linguaggio alle sue emozioni.

Ed oggi, nel libro Le parole la notte leggo

Ventimiglia, nov.98

A Filippo

alla sua musica teoretica

Con molti auguri ed anche amicizia questo libro notturno

Francesco

Grazie di cuore, Francesco.

Filippo D’Eliso

Napoli, 26 settembre 2003


Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020. Nel 2021 la collaborazione con la casa editrice RPlibri si rafforza, diventando Curatore della Sezione “Quaderni di Musica“. É Autore della colonna sonora del film Terra Infelix realizzato da Letizia & Giordano e presentato nel 2020 al 74° Festival Internazionale del Cinema di Salerno.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Vincenzo Postiglione

Amor animi arbitrio sumitur, non ponitur      

Publio Sirio

La fatica del ricordo” ultimo prodotto letterario del maestro Filippo D’ Eliso è il racconto di un amore perduto e di una vita volutamente votata alla solitudine. Il protagonista, indicato semplicemente con una sola lettera, E., vive una vita spartana in una stanza altrettanto spartanamente arredata, in un luogo presumibilmente di bassa montagna, probabilmente in un piccolo centro o paese. La sua è una  vita fatta di rinunce e di auto isolamento che trascorre inesorabile verso la fine, fino a quando un incontro fortuito con un bambino, anch’esso denominato con una sola lettera, F., risveglia in lui una scintilla di gioia, nonché ricordi di un passato felice. L’occasione creatasi con l’aiuto prestato a F. nel risistemare una catenina (dono della mamma) che si era rotta, squarcia l’oscurità autoimposta ed alza il velo sulle nebbie del passato, riportando alla luce il ricordo di un amore giovanile, di quelli fugaci che solitamente compaiono in luoghi di vacanza e dalla durata troppo breve, durata che però non impedisce che essi si fissino in qualche oscuro meandro della nostra memoria. La vicenda si conclude felicemente per F. , che, invitato dal protagonista a casa per risolvere il problema della catenina, può tornare felice dalla mamma. Dopo questo breve incontro la vita di E. torna a scorrere sui binari che egli stesso ha tracciato, presumibilmente verso la fine, ma, anche in questo caso, l’autore ha lasciato spazio alla fantasia del lettore, volutamente,  con  un finale indefinito ed aperto.

Tutta l’opera è permeata da questo velo che lascia intuire ma non dice, lo si può notare già nella descrizione del luogo, o meglio, dei luoghi, la stanza è spoglia ed anonima, l’autore gioca con maestria con la luce e le ombre, un breve accenno temporale, ma anch’esso indefinito…” Un atteggiamento, in pratica, molto comune a quei tempi”…quali tempi non è dato di sapere. Non possiamo fare a meno di sottolineare però la perizia con cui egli gioca, le immagini di questo luogo fatto di sfumature di luce hanno sicuramente del poetico; le descrizioni sono meticolose ed il linguaggio ricco di particolari…”Il nasino ben dritto e la bocca che rifletteva un colore simile a quello di un cielo baciato da un bellissimo tramonto”…

Non mancano garbati ed eleganti accenni di sensualità…” Mangiò l‘uva cercando di imitare ciò che aveva visto fare da lei. Per ritrovare la sensualità e il piacere delle sue labbra carnose. Pensava. Sognava. Immaginava. Cadde la notte.”…

Particolare attenzione posta sul linguaggio ed uso consapevole di figure retoriche che non sfuggono ad occhi attenti: Adynaton, Climax, Asindeto, Iperbole… e si potrebbe continuare.

L’ attenzione ai particolari, le descrizioni minuziose, momenti di pura poesia…”Sembrava respirasse il momento…Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.… rappresentano il momento più alto della narrazione.

A livello personale, ma si tratta di sfumature dovute ai gusti, avrei preferito un linguaggio più fanciullesco di F., avrei insistito meno sulle abbondanti descrizioni dei particolari, avrei riportato indietro nel tempo la sua espressività.

Nelle opere del Nostro ci sono elementi che si ripetono e su cui varrebbe probabilmente la pena di fare un discorso a parte; mi riferisco, in particolare, al rimpianto, alla solitudine, ad una certa malinconia, ad una “stanchezza di vivere”, ad un amore perduto, e, in quest’ultimo caso, anche ad una paternità mai vissuta che l’incontro con F. ha risvegliato dall’oblio dei sensi. L’abbraccio surreale , “motu proprio” spontaneo di F. dovuto alla gioia, scatena una tempesta di emozioni da troppo tempo sopite. L’espediente narrativo è chiaro ed esatto, d’altra parte anche i dialoghi rendono molto bene l’intensità delle emozioni che roteano vorticosamente circondando i nostri protagonisti.

In definitiva, “La fatica del ricordo” rappresenta l’ennesima, riuscita opera di Filippo D’Eliso, che , anche quando si cimenta in territori non propriamente suoi ( ma chi stabilisce quali territori sono propri e quali no? ) riesce a rendere godibile il frutto del suo ingegno ai più, maggiormente in questo caso perché :

… era importante custodire le sensazioni legate ai ricordi”.

“La fatica del ricordo” è una bellissima storia d’Amore, perché di questo si tratta, e, come dice il Poeta :

Nisi qui ipse amavit, aegre amantis ingenium inspicit

Monica Pezzella: “Binari” (TerraRossa Edizioni, 2020)

di Filippo D’Eliso (2020)

Binari di Monica Pezzella, (TerraRossa Edizioni ©2020, 13€), opera di esordio dell’audace scrittrice, è il frutto di una matura attività artistica. Monica Pezzella rivela una formazione salda e ben connaturata per la sperimentazione e le collaborazioni trasversali nella pratica di linguaggi altri. La sua scrittura, infatti, ad un’analisi attenta, trae origine, forza, vigore e sviluppo dalla tecnica musicale presente finanche con le connotazioni proprie del silenzio che troviamo come elemento acusmatico e diegetico lungo l’opera letteraria.

Copertina di “Binari”

Artefice di questa coniugazione è un pretesto di nomenclatura desunto dalla Suite n. 3 di Johann Sebastian Bach formata da cinque movimenti: Ouverture, Aria, Gavotta I e II, Bourrée I e II e la Giga conclusiva e scritta per tre trombe, timpani, due oboi, due violini, viola e basso continuo il cui secondo movimento, l’Aria, prevede un organico solamente di archi, ed è proprio questa Aria che è stata soprannominata Aria sulla quarta corda (Air on the G String) dopo che il celebre violinista tedesco August Wilhelmj ne fece un arrangiamento per violino e pianoforte.

La scrittura di J.S. Bach è contrappuntistica ossia una scrittura orizzontale multi livello da cui nascono armonie in perfetto allineamento verticale e dove l’aumento di densità dei flussi crea pressioni che spingono i significanti linguistici ad assumere significato: rimarchevole matrice linguistica presente in Binari.

Come nella bellezza di un teorema matematico, il senso è nell’armonia che possiamo definire “pressione verticale su un flusso orizzontale”.

Il violinista tedesco August Wilhelmj per poter dar corpo all’arrangiamento applicò un trasporto di tonalità, da Re a Do, quindi abbassando di una ottava l’intera tessitura la melodia poté essere interamente eseguita sulla corda di SOL, la quarta corda del violino. Da qui il soprannome Aria sulla quarta corda.

Quindi il cerchio si chiude sempre di più a far luce su come Monica Pezzella abbia creato ed intrapreso un percorso confluente e condensato in questa sua opera letteraria dopo aver fondato appunto la rivista Quarta Corda.

D’altra parte superare sé stessi o semplicemente superare un ‘limite’ permette di tendere all’asintoto matematico, matrice di limite finito o infinito che sia, ma concretamente e letteralmente irraggiungibile perché superare le colonne d’Ercole per oltrepassarle è calarsi nell’ignoto dove è possibile un varco allo scandalo ché solo il non essere informati, oggi più che mai, come l’immenso P.P. Pasolini ci ha indicato profeticamente a suo tempo, in un mondo iperconnesso, è prerogativa al nuovo che in quanto tale ha forza di scandalo e non è casuale che la rivista Quarta Corda possa ospitare a sua volta Galleggiamento di Luca Perrone con Prefazione e Postfazione di Ilaria Palomba e Francesco Improta: rilevanti testimonianze del genio di Luca Perrone, autore già presente nel catalogo RPlibri di Rita Pacilio. 

La vera novità di Binari è un originale elemento acusmatico non diegetico: la presenza di una Voce che partecipa alla narrazione proprio come una musica che accompagna l’azione ma che non è udita dai personaggi Marcel ed Ale e che in virtù di una attrazione ridotta ad una prosciugata ed insaziabile sete di sesso non lascia traccia.

Mi sovviene anche qui la potente poetica di P.P. Pasolini che in Supplica a mia madre pone l’accento in una “infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima” il cui unico scambio consentito è di liquidi corporei nella più totale effrazione del cuore.

Il titolo “Binari” svela il legame tra i due protagonisti che proprio attraverso i binari della linea di un tram si raggiungono, ma che è anche punto di non incontro in quanto tra due rette parallele non ci sono possibilità di intersezione. La geometria e l’architettura – Marcel è infatti architetto – piombano prepotentemente nella struttura dell’opera. Le quattro parti – come quattro movimenti di un’opera sinfonica, a superamento di ogni limite e con l’apparente tecnica dodecafonica della retrogradazione, ossia Binari comincia con il segmento “Fine” e termina con il segmento “Inizio” – in realtà sono costruite con una struttura a spirale: le quattro sezioni o segmenti, inizio-prima-dopo-fine, seguono l’ordine fine-prima-dopo-inizio.           

Proprio l’idea di verticalità e di “lettura verticale”, formulata da Simone Barillari attraverso un ciclo di seminari tenuto a Roma nel 2018, ha aperto la strada verso il limite estremo a cui tendono sia la rivista Quarta Corda e sia il linguaggio adoperato da Monica Pezzella in Binari in perfetta assonanza di stile che potremmo benissimo definire cinematografico.  Non a caso a dieci anni dalla morte di Stanley Kubrick avvenuta il 7 marzo 1999 fu pubblicato nel 2009 per minimum fax il libro Con Kubrick  curato dallo stesso Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket nella Traduzione di Nefeli Misuraca.

Un caso? Niente affatto. Kubrick ossessionato a livello maniacale dalla musica faceva sgorgare ogni fotogramma dei suoi capolavori cinematografici dalla profonda e sensoriale architettura sonora di veri e propri di capolavori musicali. Limiti superati con audacia e bellezza indescrivibili.

Ora se avete il coraggio di superare in qualità di lettori i vostri limiti, dimostratelo!

Leggete Binari! Se è un libro da non perdere, tenete assolutamente presente che chi rischia di perdersi siete voi!  

Semplice! Tenere le luci accese!

di Filippo D’Eliso

Francesco Improta ha la capacità ad ogni sua recensione, di riaccendermi puntualmente lo “stupore infantile”, come direbbe Elemire Zolla [tra i miei intellettuali preferiti, in assoluto, del ‘900].

Questa volta tocca a La casa dalle finestre accese di Anna Folli su Giacomo De Benedetti e la cultura italiana della prima metà del Ventesimo secolo.

Anna Folli, con “una scrittura chiara e fluida, spesso elegante sempre efficace”, traccia un quadro epocale straordinario.

Nella Torino degli anni Venti, all’indomani della I guerra mondiale, opera una schiera di intellettuali come Sergio Solmi, Carlo Levi, Piero Gobetti, Eugenio Montale, Mario Soldati, Natalino Sapegno che, colmi di talento, si muovono intorno alla figura irrequieta di Giacomo De Benedetti.

Costui, grazie alla moglie Renata Orengo, donna sensibile, intelligente e di grande slancio culturale, è consacrato, attraverso la pubblicazione dei suoi inediti, come il più grande critico letterario del Novecento.

Un libro avvincente, e, come ci sottolinea Francesco Improta, necessario ed imprescindibile per tutti coloro interessati alle vicende culturali e politiche dell’Italia del Ventesimo Secolo.

Giacomo De Benedetti e Renata Orengo due grandi protagonisti che, nella loro casa a Torino prima e poi a Roma, fino a tarda notte con le sue luci accese, richiamavano l’attenzione dei curiosi e dei rari passanti.

Ma qual è la funzione del critico letterario?

Semplice! Tenere sempre le luci accese!

Gli artisti, i poeti, gli scrittori, i musicisti senza una critica approfondita, capace di valorizzare la loro produzione, brancolano nel buio pesto.  

I lettori, che nel mondo odierno, si assottigliano a collezionisti e gli artisti a “vetrinisti”, vivono ormai in una cultura del declino perché il mondo intero ha mercificato tutto appiattendo il talento e il genio dei creativi ad una becera azione di persuasione e preghiera di essere “visti”.

Allora diventa chiaro il motivo per cui la CULTURA è FONDAMENTALE per uscire dal BUIO e TUTTI, nolenti o volenti, DOBBIAMO IMPUGNARE LE ARMI DELLA SAPIENZA E DELLA RICCHEZZA ESPRESSA in ogni Forma Artistica e DIFENDERCI DALLA BARBARIE DELL’IGNORANZA incendiando il Mondo.

Dedico questo post a tutti, amici (consonanti)

e nemici (dissonanti), ricordando ciò che Arnold Schönberg

disse: “La dissonanza è semplicemente una consonanza lontana”.

Uno speciale ringraziamento al critico letterario Francesco Improta

e alla RPlibri della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

che ne ha pubblicato la recensione.

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

Luca Perrone: “Galleggiamento” (Rivista Quarta Corda)

di Filippo D’Eliso (2020)

Galleggiamento.

Un’opera folgorante partorita dalla mente geniale di Luca Perrone.

Sì, Luca Perrone è una mente geniale. Questo è il mio punto di vista.

Già Elle, pubblicato dalla RPlibri nel 2018, e Vivi e lascia morire, nel 2019 da Infinito edizioni, rivelano una rara capacità di scrittura, niente affatto comune e poco incline a compromessi.

La sensibilità dotata non solo di “capacità sensoriale” ma anche di osservazione e spirito critico, immediatamente individua una risonanza, appunto “essere nelle corde”. 

Non poteva quindi la Rivista Sulla Quarta Corda non prendere in considerazione un’opera letteraria così audace ed originale come Galleggiamento di Luca Perrone. 

Il genio ha varie morfologie per presentarsi agli occhi di chi lo possa considerare. 

Si può essere geniali per delle attitudini, ma anche per quella sorprendente manifestazione di sviluppo del talento. Il grande musicista Arnold Schönberg affermò, con straordinaria intelligenza, che il talento è capacità di apprendere e il genio è capacità di svilupparsi”.

Ricordiamo che “il simile sceglie il simile” ossia il simile entra in risonanza con tutto ciò che gli fa da “specchio”. 

È chiaro che una simile ‘scintillazione espressiva’ produce miracoli culturali e meravigliose con­nes­sioni di crescita collettiva. La Cultura autentica è tutto ciò. 

Luca Perrone manda in risonanza le intelligenze e le sensibilità culturali che lo circondano e che lo seguono attraverso le sue pubblicazioni. 

Ilaria Palomba e Francesco Improta rispondono all’appello interagendo in prima persona all’interno di questa interessantissima operazione culturale che vede la luce grazie alla lungimiranza di una rivista audace e coraggiosa proprio per i suoi scopi di fondazione. 

Tre intelligenze in perfetta sinergia sottolineano l’originalità degli intenti. 

Sfondare il muro di una cultura ormai morta e seppellita, un tempo già agonizzante e quindi indifferente, inutile a garantire consapevolezza e crescita. Una umanità che necessita di una profonda e dirompente scossa atta a tagliar via la stantia e deleteria forma di manipolazione e narcosi indotta a livello globale dal potere, feroce e spietato, che tutto fagocita schiavizzando e falcidiando qualsiasi azione di opposizione, senza alcuna remora.

Prefazione e postfazione trovano nelle attente considerazioni della Palomba e di Improta eccellenti riferimenti e accostamenti letterari e culturali:


Luca Perrone assurge a reincarnazione di Antonin Artaud, con pari capacità di scuotere e sconvolgere lo spettatore/lettore, riesumando nello stesso tempo la bellezza della beat generation e il fallimento dell’ottimismo americano rappresentato magistralmente da Allen Ginsberg e la spregiudicata necessità dell’agire artistico in relazione all’essere l’artefice che dà vita al testo drammatico o poetico che sia, come lo fu per Carmelo Bene. In un intreccio di tesi ed antitesi, si avviluppano esalazioni di Joy Division, Doors, James Douglas Morrison oltre a W. Benjamin, Camus, Nietzsche e Pasolini con la sua Salò oltre a Teorema. Campana, Rosselli, Deleuze e Joyce con la purezza del ritmo che, nella sua catarsi, coniuga la parola in perfetta simbiosi con il titolo dell’“ipnotica, visionaria e allucinatoria” creazione di Luca Perrone. Così anche il non citato Foscolo, in un ciclo perenne di distruzione e di rinascita, di amore e morte in questo scenario sepolcrale entra in una risonanza magmatica con Galleggiamento che, sullo sfondo di un memorabile riferimento all’esperienza di floating per raggiungere l’isolamento e liberarsi da ogni sensazione non più consona al proprio sentire, immergendosi appunto nella vasca di deprivazione sensoriale inventata alla fine degli anni Cinquanta dal dott. John Lilly, si esplica, con 52 strofe di 7 versi ciascuna per un totale di 364 versi, come mantra da recitarsi uno al giorno per un intero anno, condannati come siamo alla totale schiavitù, affermandosi decisamente opera di assoluta novità culturale del nostro tempo.

La fatica del ricordo di Filippo D’Eliso

Acquista La fatica del ricordo

di Filippo D’Eliso

Estratto del racconto:

[…] Le guardava gli occhi. Taceva. Sembrava respirasse il momento. Lo assaporava come un’ostia consacrata. Era felice. E lei si sentiva a suo agio senza preoccuparsi di essere giudicata. Disse: «Non ti dimenticherò mai!» e gli modellò con una graffetta un cuore di metallo. Glielo appuntò sul taschino. Lo abbracciò a sé. Lo baciò. Fecero l’amore. A lungo, con dolcezza. Poi rientrarono. […]

Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020. Nel 2021 la collaborazione con la casa editrice RPlibri si rafforza, diventando Curatore della Sezione “Quaderni di Musica“. É Autore della colonna sonora del film Terra Infelix realizzato da Letizia & Giordano e presentato nel 2020 al 74° Festival Internazionale del Cinema di Salerno.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 20

Codice ISBN: 9788885781405


Recensione a cura di Francesco Improta

Recensione a cura di Vincenzo Postiglione

Lì un Tempo Fioriva il mio Cuore di Filippo D’Eliso

Acquista Lì un tempo fioriva il mio cuore

di Filippo D’Eliso

Poesia. Amore viscerale espresso nell’età dell’innocenza. Recitata, declamata tra i banchi di scuola. Sulle mani, solchi musicali, consumati a quattro anni con corde di chitarra rosso fuoco prometeico. Percezione della bellezza. Ascoltare, ascoltarsi. Suoni e assonanze, rime dell’infanzia. Appoggiare la parola. I modi alternati. Sentir nascere in sé il desiderio, la voglia, l’iniziazione all’estetica, al senso etico del mondo. Nessuna morale, atto primigenio ancestrale, espressione del racconto, dell’affabulazione, del godere la creazione universale. Cielo e terra fusi. Non è dato conoscere per chi o per cosa. Presenza ed esistenza, estatica la vita scorre piena e assume densità consistente. Maturità precoce si potrebbe dire, ma non senza lo svantaggio dell’inseguimento. Col fiato addosso non conviene girarsi a guardare. Si rischia il panta rei. Liquefa il mondo sin dagli albori. Incandescente l’attesa a raffreddarsi. Si svuotano gli spazi. Si cercano adattamenti, complementi, supplementi. Sommatorie d’angoli. Geometrie degli asintoti. Polifonie. Sintonie. Sinfonie. Tutto risuona. Da soli non si va da nessuna parte. Questo è certo. La certezza racchiude l’intera probabilità. La probabilità è indeterminazione. Coesistenza di opposti e intermediazione.

Dall’Introduzione dell’autore

Coscienza

Cosa potrei raccontare

a me stesso se non potessi sentire

più il tormento?

Questo brusio di foglie

che fanno ombra alla luce del sole

tramontata svanisce a poco a poco.

Non vedo più dove si perdono

le urla: certo non oltre l’azzurro.

E voi, impavide nubi

perché il vostro silenzio

è così mortale? Possano

le vostre acque bagnarmi l’anima

deserta.

Non rimane che la fioca luce

di uno sguardo tra monti e distese,

lì un tempo fioriva il mio cuore.

 […] Dalla quarta di copertina

Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 58

Codice ISBN: 9788885781344


Sergio Carlacchiani legge ed interpreta alcuni versi tratti da Lì un tempo fioriva il mio cuore

di Lì un tempo fioriva il mio cuore a cura di Francesco Improta per la rivista Prisma

Una lettera per Lì un tempo fioriva il mio cuore a cura di Mariano Lizzadro pubblicata sul blog di poesia Transiti Poetici

Recensione di Lì un tempo fioriva il mio cuore a cura di Marisa Papa Ruggiero per Limina Mundi

Recensione di Lì un tempo fioriva il mio cuore per il blog “Transiti Poetici”

Recensione di Lì un tempo fioriva il mio cuore per il blog di Salvatore Sblando “La rosa in più”

Lì un tempo fioriva il mio cuore appare tra i consigli di lettura di Ilaria Palomba

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Filippo D’Eliso (2019)

Quel miracolo di nome Nico Orengo

Nico Orengo, poeta della pagina e della vita, inserito nella collana Le Memorie di Fusta edizioni (€ 16,90), è un autorevole tributo al grande scrittore, poeta e romanziere, autore di filastrocche e libri per ragazzi, e curatore per circa un ventennio dell’inserto culturale Tuttolibri, dopo aver lavorato alla casa editrice Einaudi.

I due curatori, Alberto Cane e Francesco Improta, hanno raccolto aneddoti, ricordi e testimonianze, contributi critici, ricette e musica tracciando un esauriente panorama dell’attività creativa dell’Enfant terrible che con la sua “mitica infanzia”, come osserva Federica Lorenzi, invita gli adulti a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà ovvero a essere disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo. In ogni sua pagina, il libro trasuda vita e amore per essa. “La vita è storta”, folgorante citazione da L’intagliatore di noccioli di pesca, apre gli obiettivi allo sguardo profondo e accorato degli amici che in Liguria e Piemonte lo hanno amato e seguito,richiamando alla mente il grande Pierre Louÿs che nel suo celebre romanzo Aphrodite, pubblicato nel 1896, dice:“Amore è vedere una linea storta dove c’è semplicemente una linea retta”.

Il suo slancio alla vita, sregolata ed intensa, fu tale da far percepire prematura la sua dipartita, avvenuta il 30 maggio 2009. Potremmo dire, citando G. G. Márquez, che la sua fu una morte annunciata, per le sue precarie condizioni di salute e per l’intolleranza a qualsiasi restrizione o prescrizione medica.

cop orengo2

Tra le testimonianze più toccanti e poetiche del libro, di indubbia stima e amicizia, c’è quella di Bruno Quaranta, premesso che – e vale la pena ripeterlo – ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto: Nico, o dell’ossimoro e del suo coraggioso paradosso che malgrado colpisca allo stomaco senza lasciar alcuna traccia esterna ci segna profondamente dentro, è la testimonianza dell’eterna guerra di detrazione all’inferno di pasoliniana memoria della bellezza della vita. Con illuminata scrittura Nico è ritratto marchese rampante nella giungla, estroso Robinson Crusoe, fanciullo destinato alla fiaba, che con l’arte di spugneggiare reinventa, riecheggia, restaura sot­traendo agli sterpi e ai rovi una cartolina, una filastrocca: una caccia a chi gli aveva rubato il verde, la verginità di un’infanzia spensierata, le zolle che nutrono l’ulivo, ed ora, oltre il tenue muro, bisticcia con Pavese lì dove l’Amore è A-mors e l’infinita sigaretta divora anche quell’ultima sigaretta di Zeno/Svevo che, a dispetto delle rassicurazioni ad Alberto Sinigaglia, gli fu compagna per tutta la vita. Per quel corsaro felpato dal bagliore che perdura tra parole ed alfabeti, scartate e scartati come caramelle e golosamente aspirate e aspirati come Conrad che si fabbricava le sigarette arrotolando le pagine della Bibbia, la maturità non è tutto, ribaltando scandalosamente il motto Shakespeariano. La sua arte ha lo slancio cinematografico: il gusto per la regia e il montaggio sono il frutto dei rapporti intensi e fecondi tra cinema e letteratura, a conferma del suo viscerale e profondo amore per la decima musa trasmessogli dal padre Vladi, come ci sottolinea con stupefacenti connessioni Francesco Improta. Il Ponente ligure vanta scrittori di eccellenza. Vittorio Coletti cita Calvino, Biamonti, Conte, Magliani. Nico si distingueva da loro per il suo modo di guardare la Riviera: appunto con amore e poesia. Solo Conte in versi ha fatto qualcosa di simile, ma ha visto in essa, come tutti gli altri,la speculazione, la corruzione, l’abbandono, il dolore. Per Nico la Liguria è cosmopolitismo dove per gli altri è perdita di identità. La Liguria è rimasta per Orengo la terra dell’infanzia, delle estati, dei giochi, spazio libero tra mondi, epoche, vite, luogo di conforto e di meditazione non oscurato dal male di vivere di Montale.Nico, ci racconta Giuseppe Conte, aveva per questa terra, questo mare, questa vegetazione un amore multisensoriale, totale, illimitato. Fu il primo a leggere, ancora in manoscritto, Francesco Biamonti e ad innamorarsene. Una sensibilità tale, e Ugo Giletta lo afferma con illuminata sintesi ungarettiana, da ascoltare il lamento del mare, la sua voce, la memoria, l’immenso spazio unico ed irripetibile in quella striscia di terra apolide dove Marco De Carolis lo ricorda per l’umanità profondissima e quel suo modo affettuoso di donargli il libro su cui aveva posato gli occhi il giorno prima.

“L’arte è un miracolo. Voglio scegliere, avere il diritto di vita e di morte”. Così Giovanni Tamburelli ritrae Nico in attesa che le muse e il mistero lo visitino: solo allora la penna si rianima. Sandra Reberschacklo definisce cavaliere armato di lessico in difesa del territorio sottolineando il suo l’amore per la bellezza, continuamente cercata nella vita come nell’arte, patendone ogni sottrazione come un affronto irreparabile. Monica lo interessava più dei tostini e Antonio Ricci lo sapeva bene anche quando “una fica secca” di finlandese lo silurò in occasione del premio “Un autore per l’Europa” nel settembre del ’92.La Via del sale, il premio Hanbury, il premio per la difesa del territorio, furono la testimonianza dell’affetto profondo di Nico, guerriero e filosofo, sognatore e prosatore elegante, per questi territori dove l’immaginazione prende il volo, come confermano Silvana Peira, Paolo Pejrone e Bruno Murialdo ora che, nel ricordo di Laura Guglielmi, non c’è più nel Ponente a far la guardia. Il paesaggio fu la sua seconda casa, come ci ricorda Aldo Molinengo, a tal punto da rassicurare l’amico Mario Rigon Stern. I luoghi sono destino, evidenzia Albina Malerba, lì dove, come Nico ha scritto, l’avventura è essenzialmente frontiera.Mirella Appiotti, Mauro Bersani, Luciano Bertello, che lo conobbe grazie a Giovanni Tesio,ne tracciano l‘onestà intellettuale, la capacità di creare architetture e ponti tra mondi diversi. Pippo Bessone legge in lui una tristezza, ma non ebbe mai il coraggio di domandare perché Nico in fondo fosse un invincibile che non combatteva più,ed ora Yves Bosio ne sente il canto tra gli angeli che ha amato. Claudia Claudiano ne sottolinea la leggerezza: quell’essere leggeri come un uccello e non come una piuma come Paul Valery affermava. Nico rapiva ciò che luccicava per covarlo in attesa di racconto. Per Nico la vita era leggera e tale si doveva cercare di renderla. Una leggerezza che, come Calvino descrive, deve rendere il linguaggio “un tessuto verbale senza peso”. Leggerezza espressa con sorridente consiglio anche da Paolo Mauri quando chiese a Nico cosa stesse scrivendo e Calvino, divertito, rispose: “Un libro pieno di puttanate” e Mauri replica: “Lascia le puttanate e butta via il libro”.Marco Cassini declama: “Spesso abbiamo cercato di vivere come personaggi di un tuo romanzo”. Il picNico e le performance ne furono espressione accorata sotto la fedele e sentita organizzazione di Alberto Cane. Giuseppe Giacomelli in nome de Il Salto dell’acciuga mangiò per sei mesi acciughe dopo ogni presentazione e Paolo Veziano ebbe il “culo” dei principianti nel catturare un’anguilla ottuagenaria finita nel taccuino di Nico a nutrimento del suo romanzo Islabonita. Eynard e Palluda, con ricette dedicate, ne confermano il fine palato e la musica di Allavena brinda con un allegro salto di sesta in Ciapa l’anghila. Roberta Cento Croce ricorda che non si usa violenza agli indifesi e Luisella Berrino vede Nico cancellare con una gomma, alla stessa stregua di un Man Ray o Emilio Isgrò,la tigre che ora corre dove il tempo è bello. Tutto sembrava impossibile da realizzare, ma alla fine erano sempre loro, gli amici per la promozione dei suoi libri, a doversi ricredere.

Ciao Nico.