Collezione di Dischi Volanti di Daniel Skatar

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di Daniel Skatar

… L’autore, inoltre, muove i propri versi “geograficamente” anche per collocazione sistematica: versi in tondo e in corsivo si dipanano sulla pagina, alternandosi tra margine destro e sinistro, creando una voce nella voce interiore, una specie di doppio che, a seconda dell’occasione, amplifica o esonda, anticipa o ritorna su e per l’azione. Ed è in questo caso l’azione di dire, tramite la poesia, la superficie delle cose, per scandagliare la realtà con apparente freddezza utilizzando un’accurata mossa di autodifesa, perché l’autore pare rendersi conto di essere solo nel mondo, con il suo scrivere che lo rende alieno dai sentimenti più rozzi dell’umanità, ma vicino alla bellezza rarefatta del mondo.

Dalla prefazione di Antonio Bux

 

Lo sconforto dei riconosciuti

 

per una notte

polare

 

rimangono

 

sotto l’orizzonte,

aggrappati allo spirito;

 

i punti di vista

impetuosi sotto di loro,

 

impotenti

 

quanto i soccorritori

sul ciglio della gola

 

Daniel Skatar, nato nell’ex Iugoslavia, rientra nella Generazione X. Ha pubblicato Pallapoesia (Europa Edizioni, 2013), Paroliere (puntoacapo Editrice, 2016), Zircone (Campanotto Editore, 2018). Vive a Bratislava.


Prezzo di copertina euro 12,00
Pag. 48
Codice ISBN 9788885781153


Traduzione in lingua romena di Collezione di Dischi Volanti” 


Il blog Transiti Poetici recensisce “Collezione di Dischi Volanti”


Mariano Ciarletta recensisce “Collezione di Dischi Volanti” per il blog Poesie e Versi

Una Preposizione stabilisce il Pensiero …

di Luigi D’Alessio

 

Una preposizione stabilisce il pensiero,

e la psicologia.

Il 22 aprile del 1941 un grande poeta,

firmandosi Grillo,

chiude una lettera alla moglie con “Salutami a Sandro.”

In napoletano si dice Viene a cca.

Vieni a qui.

Non esiste il Vieni qui.

La sorpresa è in alcuni testi del ‘700.

Vi si legge, Viene ‘a cca.

Vieni da qui.

Viene a cca e Viene ‘a cca hanno identica pronuncia,

eppure nella lingua scritta rappresentano due opposizioni.

Ma l’ultima espressione denota del napoletano

la più intrinseca mentalità “disquisitrice”.

 

 

Piccolo fuori testo:

cca, etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; nell’idioma napoletano, così come il corrispettivo “qua” italiano, va scritto senza alcun segno diacritico.

Non va accentato perché da monosillabo non ingenera confusione con altri, come ad esempio col pronome o la congiunzione ca/che.

È altrettanto errore scrivere l’avverbio con l’apocope (cca’):

non c’è nessuna sillaba finale caduta, e bisognosa di segno.

Rancura – Rancurare: una parola e un verbo singolari, compositi, alchemici

Ci sono parole antiche magnifiche di significanza: parole non consuete che immettono, dal momento che le pronunciamo anche solo mentalmente, nello spazio della reminiscenza immaginativa.

La parola che ha questa natura seduttiva è rancura:  lo scrittore e critico letterario Romano Luperini l’ha impiegata per il titolo del suo romanzo La rancura. E ha fatto benissimo: il termine, che anche il poeta Eugenio Montale ha usato nei versi splendenti di Giunge a volte, repente …, Ossi di seppia, e ancora prima Guido Guinizzelli e Dante Alighieri, conserva alchemicamente sentimenti contrastanti, un istinto fortissimo di contrapposizione e affermazione, un sottile astio di cui si prova senso di colpa, angoscia. Una parola di genere femminile che sostituisce il maschile ‘rancore’ che ha suono sordo, ottuso, persecutorio; una parola che evoca un movimento psichico di macerazione e volizione, una vaga sensazione di protezione proiettata al futuro.

Nella lingua veneta esiste la forma verbale rancurare: conservo dalla mia infanzia il suono del verbo che sentivo pronunciare dai miei nonni veneti con voce di protezione e al tempo stesso di preoccupazione, di difesa, perché quella parola ha il senso composito e complesso di ‘raccogliere con sollecitudine e conservare con cuore, cuor di leone, strenuamente’ ciò che è proprio, ciò che rappresenta un bene, serve, ci radica nell’affetto e nella responsabilità.

Ora, rancura declina flessioni del verbo e predilige quelle che riportano a una forma di belligeranza e credo che connotarsi solo in alcune delle parti originali sia la sorte delle parole che discendono da verbi con forte caratteristica psichica: manifestano, nella luccicanza del particolare, lo splendore dell’intero.

Ebbene, contro l’uso di termini omologati, comuni e pedissequi, cerchiamo e usiamo nel nostro dire e scrivere quelli che sono un globo di rimandi, una tessitura finissima di sentimento e ragione: non si tratta di parlare e scrivere forbito, accademico e arcaico, ma di attribuire valore ai contenuti di un discorso, di un testo, e che inizia dal valore di una singola parola.

Adriana Gloria Marigo

Luino, 15 ottobre 2018

 

Gloria_ufficiale

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali, dirige la collana di poesia AlabasterperCaosfera Edizioni di Vicenza.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012;Impermanenza, plaquette per le edizioni Pulcinoelefante, 2015; Senza il mio nome,Campanotto Editore, 2015; Santa Caterina d’Arazzo, plaquette per GaEle Edizioni, 2017; 15 Poesie da Senza il mio nome e una poesia inedita, plaquette per Caosfera Edizioni, 2017; Minimalia, Campanotto Editore, 2017.