Muri a Secco a cura di M. Bellini e P. Loreto

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a cura di Marco Bellini e Paola Loreto

L’antologia Muri a secco prende origine dal lavoro svolto negli ultimi cinque anni dall’Associazione Artistico Culturale Artee20 che opera sul territorio meratese. In questo periodo molti sono stati i poeti, provenienti da varie regioni italiane, che hanno avuto modo, grazie a questa iniziativa, di entrare in dialogo con la comunità brianzola portando la propria poesia e, spesso, un linguaggio e uno sguardo sul mondo assolutamente peculiari. Partendo da questa esperienza si è deciso di rinnovare lo scambio invitando dieci poeti, tra quelli già ospitati, a partecipare con tre liriche inedite alla realizzazione dell’antologia. Proprio perché si è scelto di dare valore alle differenze, si sono coinvolti autori provenienti, come detto, da regioni, ed anche generazioni, diverse. Si è inoltre preferito non definire un tema, consentendo, in questo modo, la piena libertà di espressione. Appare chiaro, quindi, come lo sguardo portato da questa antologia sul panorama della poesia italiana contemporanea rappresenti una campionatura assolutamente parziale. […]

 

Autori inseriti:

 

Sebastiano Aglieco

Corrado Bagnoli

Corrado Benigni

Anna Maria Farabbi

Stefano Guglielmin

Vivian Lamarque

Annalisa Manstretta

Riccardo Olivieri

Paolo Pistoletti

Francesco Tomada

Marco Bellini

Paola Loreto

Piero Marelli

Edoardo Zuccato


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 125

Codice Isbn: 9788885781252


Traduzione in lingua romena della scheda de Muri a Secco

Recensione di Muri a Secco a cura di Fabrizio Bregoli per “Il Sussidiario”

Recensione di Muri a Secco a cura di Sebastiano Aglieco per “Lunarionuovo”

Sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, Lino Agiuli parla di Muri a Secco 

Recensione di Muri a Secco a cura di Marco Rota per “Compitu Re Vivi Officinae”

Recensione di Muri a Secco a cura di Giuseppe Vetromile per il “Taccuino Anastasiano”

15 Febbraio 2020 – Gli autori presentano Muri a Secco a Merate

Da una lettera di Carlo Di Legge all’Editrice:

Per le antologie poetiche (L’arte sottile dell’elusione – RPlibri, 2019; Muri a secco – RPlibri, 2019) vale in generale quel che penso per i libri editi dalla tua casa. Mi sembrano eleganti nella loro sobrietà, per come graficamente si presentano. Per quanto riguarda Muri a secco, non mi soffermo sulla scelta di tradurre in lombardo tutti i brani; vale meglio che siano stati accolti autori di ogni parte d’Italia. A mio parere, si tratta di poetiche diverse, d’un insieme di criteri discordanti, che però del libro fanno la ricchezza e, infine, rendono la concordia discordantium canonum: tutti i poeti sono validi, o quasi, e, laddove forse non è presente la freschezza dei versi, almeno soccorre il mestiere. Un libro comunque godibile, nel senso che è serio e fruibile da parte del lettore.

Recensione di Muri a Secco a cura di Melania Panico per “Laboratori Poesia”

Recensione di Muri a Secco a cura di Anita Piscazzi per “ClanDestino”

Erri De Luca: “Impossibile” (Feltrinelli ed. 2019)

recensione di Francesco Improta (2019)

Impossibile di Erri De Luca (Feltrinelli, 13€) è, a mio avviso, un libro necessario, imprescindibile, che tutti dovrebbero leggere, in quanto affronta tematiche che riguardano più o meno da vicino la nostra vita, le nostre convinzioni e il nostro passato cancellato con un atto di forza, con un colpo di spugna ma non ancora del tutto redento, mi riferisco ai cosiddetti anni di piombo.

Il libro ha una struttura molto originale: si tratta di un dialogo serrato, meglio ancora di un vero e proprio interrogatorio tra un giovane giudice per le indagini preliminari e un uomo anziano accusato di aver fatto precipitare in un burrone un vecchio compagno di lotta politica, che successivamente si era dissociato denunciando i compagni di tante battaglie e condannandoli così alla galera. Per il magistrato la vittima (dell’incidente o dell’omicidio?) era un collaboratore di giustizia, per l’indiziato un traditore e già sull’utilizzo dei termini si accende una diatriba tra i due contendenti che spinge l’indiziato ad affermare:

La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso.

E il tradimento non può essere confuso con il ravvedimento che, a detta del protagonista – dietro il quale non è difficile riconoscere lo stesso autore – appartiene alla sfera intima e non fa commercio di se stesso, mentre il delatore con la sua denuncia mira al conseguimento di un profitto, di un vantaggio immediato: lo sconto della pena o l’assoluzione totale.

Il dialogo anche a livello tipografico rimanda ai verbali degli interrogatori giudiziari, con domande all’inizio secche e stentoree e con risposte altret­tanto concise e pungenti, nei giorni successivi, però, la discussione si amplia e si approfondisce toccando temi di interesse comune e di carattere universale: la libertà, l’uguaglianza, principi irrinunciabili, insieme alla fratellanza, per l’autore a cui il giovane magistrato contrappone la giustizia strumento e fine della sua stessa professione. Sono due mondi che si parlano ma non si incontrano né si stringono la mano e alla libertà di cui spesso ci priva lo Stato con le sue leggi e i suoi talvolta incomprensibili regolamenti Erri De Luca contrappone la libertà interiore che persiste anche nella solitudine della reclusione e che è fatta di volontà e di costanza.

Nel dialogo serrato che ora ha i toni della diatriba accesa ora della schermaglia dialettica ora, infine, della pacata conversazione e che finisce coll’assumere le sembianze di un conflitto fra l’individuo e lo Stato, si rilevano riferimenti o allusioni letterarie e cinematografiche da I. B. Singer, da cui è tratto l’esergo, a L. Sciascia, a B. Pascal, a G. Carofiglio, a Moravia e a P.P. Pasolini dal quale Erri prende le distanze per l’attenzione costante dell’intellettuale bolognese al sottoproletariato urbano e mondiale, privo di una coscienza di classe. Per quanto riguarda la decima arte gli accenni sono tutti al cinema politico degli anni Settanta (Petri, Costa-Gavras, Leone, Peckinpah), a Kurosawa, a Le lezioni di cinema di S. Lumet e tramite l’immagine della cerva a Il cacciatore di M. Cimino.

All’interrogatorio si alternano, in una sorta di montaggio parallelo, sette lettere d’amore a una donna il cui nome, alla pari di quello degli altri personaggi, non viene mai citato e infatti le lettere principiano con un dolcissimo ma struggente Ammoremio. Il tono cambia radicalmente anche nel riferire gli argomenti dibattuti in sede d’interrogatorio, ed è qui che affiorano insieme al lirismo dell’autore, il pudore e la delicatezza con cui egli, forse per la prima volta, se si escludono gli innamoramenti puerili di Tu mio e I pesci non chiudono gli occhi, affronta l’amore adulto, un amore che non conosce spazio o tempo né tantomeno la gelosia, frutto di una distorta concezione amorosa, basata sul possesso e non sulla corrispon­denza, ma solo una grande tenerezza che si nutre di premure e di tante piccole attenzioni.

Sullo sfondo l’altro grande amore dell’autore la montagna che dà corpo non solo al suo desiderio di solitudine ma anche alla sua ansia d’infinito, di perdersi, lui essere minuscolo, nell’immensità della natura, la montagna che nel suo punto più alto “confina con l’aria così come la riva confina con il mare”. Ed è la montagna, che pur essendo immobile, costituisce il movente di tutta la vicenda: è dalla Cengia del Bandiarac che precipita l’ex collaboratore di giustizia, il pentito o il traditore a seconda dei punti di vista, ed è lì che si stava inerpicando il suo vecchio compagno di tante battaglie politiche, spesso condotte nella clandestinità, nell’esercizio di una esperienza abituale che è esperienza di se stessi senza alcun vantaggio o tornaconto, come sostiene Lionel Terray in I conquistatori dell’inutile, vero e proprio paradigma dell’alpinismo. La presenza nello stesso luogo dei due vecchi compagni a distanza di più di quarant’anni è stata frutto di coincidenza o di premeditazione? Ed è questo che il magistrato cercherà di scoprire e che certo io non vi anticiperò.

Mi preme, invece, sottolineare che, dopo alcuni pamphlet e opuscoli in cui si era misurato con la cronaca politica (la Tav) o il dramma epocale dell’immigrazione, dismessi i panni del polemista che gli hanno procurato non pochi guai giudiziari, Erri De Luca torna alla grande letteratura che pur attingendo alla realtà immanente la trascende in una dimensione universale e simbolica valida per tutti.

L’attualità in questo libro c’è ed è deflagrante, mi riferisco ai missili vilissimi che in medio-oriente distruggono interi quartieri mietendo vittime inno­centi, perlopiù donne e bambini, e alle cosiddette morti bianche che i mass-media e le istituzioni si ostinano a definire incidenti sul lavoro mentre sono veri e propri omicidi causati da macchinari usurati e da mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Questi riferimenti, però, si inseriscono nell’originalissimo stile di De Luca fatto di pensieri randagi e di soprassalti della memoria come risulta soprattutto dalle lettere scritte al suo amore nella cella di isolamento, dove nel silenzio più assoluto egli ha la possibilità di amplificare l’udito e di cogliere i rumori più lievi e indistinti: gli scarafaggi che strisciano sul pavimento, il battito cardiaco e la densità dell’aria che varia e pesa sul petto. E ciò non può e non deve meravigliarci perché Erri De Luca ha sempre dichiarato che nella sua attività di scrittore si è servito più dell’udito che della vista. Nel suo vagabondare di uomo e di artista ha utilizzato prevalentemente le orecchie, dove rimanevano impigliate, le storie da raccontare al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali.