Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Filippo D’Eliso (2019)

Quel miracolo di nome Nico Orengo

Nico Orengo, poeta della pagina e della vita, inserito nella collana Le Memorie di Fusta edizioni (€ 16,90), è un autorevole tributo al grande scrittore, poeta e romanziere, autore di filastrocche e libri per ragazzi, e curatore per circa un ventennio dell’inserto culturale Tuttolibri, dopo aver lavorato alla casa editrice Einaudi.

I due curatori, Alberto Cane e Francesco Improta, hanno raccolto aneddoti, ricordi e testimonianze, contributi critici, ricette e musica tracciando un esauriente panorama dell’attività creativa dell’Enfant terrible che con la sua “mitica infanzia”, come osserva Federica Lorenzi, invita gli adulti a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà ovvero a essere disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo. In ogni sua pagina, il libro trasuda vita e amore per essa. “La vita è storta”, folgorante citazione da L’intagliatore di noccioli di pesca, apre gli obiettivi allo sguardo profondo e accorato degli amici che in Liguria e Piemonte lo hanno amato e seguito,richiamando alla mente il grande Pierre Louÿs che nel suo celebre romanzo Aphrodite, pubblicato nel 1896, dice:“Amore è vedere una linea storta dove c’è semplicemente una linea retta”.

Il suo slancio alla vita, sregolata ed intensa, fu tale da far percepire prematura la sua dipartita, avvenuta il 30 maggio 2009. Potremmo dire, citando G. G. Márquez, che la sua fu una morte annunciata, per le sue precarie condizioni di salute e per l’intolleranza a qualsiasi restrizione o prescrizione medica.

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Tra le testimonianze più toccanti e poetiche del libro, di indubbia stima e amicizia, c’è quella di Bruno Quaranta, premesso che – e vale la pena ripeterlo – ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto: Nico, o dell’ossimoro e del suo coraggioso paradosso che malgrado colpisca allo stomaco senza lasciar alcuna traccia esterna ci segna profondamente dentro, è la testimonianza dell’eterna guerra di detrazione all’inferno di pasoliniana memoria della bellezza della vita. Con illuminata scrittura Nico è ritratto marchese rampante nella giungla, estroso Robinson Crusoe, fanciullo destinato alla fiaba, che con l’arte di spugneggiare reinventa, riecheggia, restaura sot­traendo agli sterpi e ai rovi una cartolina, una filastrocca: una caccia a chi gli aveva rubato il verde, la verginità di un’infanzia spensierata, le zolle che nutrono l’ulivo, ed ora, oltre il tenue muro, bisticcia con Pavese lì dove l’Amore è A-mors e l’infinita sigaretta divora anche quell’ultima sigaretta di Zeno/Svevo che, a dispetto delle rassicurazioni ad Alberto Sinigaglia, gli fu compagna per tutta la vita. Per quel corsaro felpato dal bagliore che perdura tra parole ed alfabeti, scartate e scartati come caramelle e golosamente aspirate e aspirati come Conrad che si fabbricava le sigarette arrotolando le pagine della Bibbia, la maturità non è tutto, ribaltando scandalosamente il motto Shakespeariano. La sua arte ha lo slancio cinematografico: il gusto per la regia e il montaggio sono il frutto dei rapporti intensi e fecondi tra cinema e letteratura, a conferma del suo viscerale e profondo amore per la decima musa trasmessogli dal padre Vladi, come ci sottolinea con stupefacenti connessioni Francesco Improta. Il Ponente ligure vanta scrittori di eccellenza. Vittorio Coletti cita Calvino, Biamonti, Conte, Magliani. Nico si distingueva da loro per il suo modo di guardare la Riviera: appunto con amore e poesia. Solo Conte in versi ha fatto qualcosa di simile, ma ha visto in essa, come tutti gli altri,la speculazione, la corruzione, l’abbandono, il dolore. Per Nico la Liguria è cosmopolitismo dove per gli altri è perdita di identità. La Liguria è rimasta per Orengo la terra dell’infanzia, delle estati, dei giochi, spazio libero tra mondi, epoche, vite, luogo di conforto e di meditazione non oscurato dal male di vivere di Montale.Nico, ci racconta Giuseppe Conte, aveva per questa terra, questo mare, questa vegetazione un amore multisensoriale, totale, illimitato. Fu il primo a leggere, ancora in manoscritto, Francesco Biamonti e ad innamorarsene. Una sensibilità tale, e Ugo Giletta lo afferma con illuminata sintesi ungarettiana, da ascoltare il lamento del mare, la sua voce, la memoria, l’immenso spazio unico ed irripetibile in quella striscia di terra apolide dove Marco De Carolis lo ricorda per l’umanità profondissima e quel suo modo affettuoso di donargli il libro su cui aveva posato gli occhi il giorno prima.

“L’arte è un miracolo. Voglio scegliere, avere il diritto di vita e di morte”. Così Giovanni Tamburelli ritrae Nico in attesa che le muse e il mistero lo visitino: solo allora la penna si rianima. Sandra Reberschacklo definisce cavaliere armato di lessico in difesa del territorio sottolineando il suo l’amore per la bellezza, continuamente cercata nella vita come nell’arte, patendone ogni sottrazione come un affronto irreparabile. Monica lo interessava più dei tostini e Antonio Ricci lo sapeva bene anche quando “una fica secca” di finlandese lo silurò in occasione del premio “Un autore per l’Europa” nel settembre del ’92.La Via del sale, il premio Hanbury, il premio per la difesa del territorio, furono la testimonianza dell’affetto profondo di Nico, guerriero e filosofo, sognatore e prosatore elegante, per questi territori dove l’immaginazione prende il volo, come confermano Silvana Peira, Paolo Pejrone e Bruno Murialdo ora che, nel ricordo di Laura Guglielmi, non c’è più nel Ponente a far la guardia. Il paesaggio fu la sua seconda casa, come ci ricorda Aldo Molinengo, a tal punto da rassicurare l’amico Mario Rigon Stern. I luoghi sono destino, evidenzia Albina Malerba, lì dove, come Nico ha scritto, l’avventura è essenzialmente frontiera.Mirella Appiotti, Mauro Bersani, Luciano Bertello, che lo conobbe grazie a Giovanni Tesio,ne tracciano l‘onestà intellettuale, la capacità di creare architetture e ponti tra mondi diversi. Pippo Bessone legge in lui una tristezza, ma non ebbe mai il coraggio di domandare perché Nico in fondo fosse un invincibile che non combatteva più,ed ora Yves Bosio ne sente il canto tra gli angeli che ha amato. Claudia Claudiano ne sottolinea la leggerezza: quell’essere leggeri come un uccello e non come una piuma come Paul Valery affermava. Nico rapiva ciò che luccicava per covarlo in attesa di racconto. Per Nico la vita era leggera e tale si doveva cercare di renderla. Una leggerezza che, come Calvino descrive, deve rendere il linguaggio “un tessuto verbale senza peso”. Leggerezza espressa con sorridente consiglio anche da Paolo Mauri quando chiese a Nico cosa stesse scrivendo e Calvino, divertito, rispose: “Un libro pieno di puttanate” e Mauri replica: “Lascia le puttanate e butta via il libro”.Marco Cassini declama: “Spesso abbiamo cercato di vivere come personaggi di un tuo romanzo”. Il picNico e le performance ne furono espressione accorata sotto la fedele e sentita organizzazione di Alberto Cane. Giuseppe Giacomelli in nome de Il Salto dell’acciuga mangiò per sei mesi acciughe dopo ogni presentazione e Paolo Veziano ebbe il “culo” dei principianti nel catturare un’anguilla ottuagenaria finita nel taccuino di Nico a nutrimento del suo romanzo Islabonita. Eynard e Palluda, con ricette dedicate, ne confermano il fine palato e la musica di Allavena brinda con un allegro salto di sesta in Ciapa l’anghila. Roberta Cento Croce ricorda che non si usa violenza agli indifesi e Luisella Berrino vede Nico cancellare con una gomma, alla stessa stregua di un Man Ray o Emilio Isgrò,la tigre che ora corre dove il tempo è bello. Tutto sembrava impossibile da realizzare, ma alla fine erano sempre loro, gli amici per la promozione dei suoi libri, a doversi ricredere.

Ciao Nico.

 

Carla De Angelis: “Mi fido del mare”, (Fara ed. 2017) – 13/10/2018

recensione di Stefania Di Lino (2018)

La bellezza è come una gemma preziosa, per la quale la migliore montatura è la più semplice.
(Francesco Bacone)

 

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie.

(Giovanni Pascoli)

 

Ogni poesia ci pone di fronte l’alfabeto di un dolore, che, come un aculeo, giace conficcato in qualche organo del corpo.  Si tratta di una crocefissione interiore, che non è dato vedere  a sguardi superficiali. E nessuna lingua, parola,  o diagnosi, possono  eviscerare descrivere, riferire, l’assurdità del male, l’incongruità straniante di quell’incidente di percorso legato al caso, che determina uno o più destini e fa di noi, come disse Ungaretti in un suo famoso distico, foglie sugli alberi, in autunno.

E di fronte al male siamo presi da un peso insostenibile e da un senso intollerabile  di ingiustizia,  in cui la domanda più ricorrente è: perché?

 

Allora, laddove il pensiero logico-razionale è costretto ad arrendersi,  per mancanza di risposte – non esiste un perché – ecco che avanza il poeta come l’utopia all’orizzonte.

Infatti solo alla parola poetica, per misteriosi percorsi, è dato,  il compito di scandagliare il fondo scabroso del dolore, di grattarlo, scavarlo, di mettere sotto lente cocci e reperti, l’organico e l’inorganico, che l’essere in vita comporta.

 

Ai poeti veri, assidui frequentatori  degli abissi umani,  palombari delle voragini come delle vene aperte, a loro competono  i ripetuti tentativi di scrivere per de-finire il dolore  – pre- definirlo anche nel senso etimologico del termine, cioè stabilire un limite, un confine, un contenimento – attenzione: non un conforto! –, e anche,  in questo caso, di soppesare in punta di penna  l’entità di un dolore, misurare meticolosamente per prevenire quasi sillabicamente il punto di crisi e baricentrare l’equilibrio dei versi.

 

E, a proposito di misure ed equilibri , viene in mente per analogia, un corrispettivo spaziale della poesia di Carla: le sculture volanti di Alexander Calder, i ‘mobiles’ che si librano leggeri nell’aria, ma solo dopo che l’artista, valutando attentamente le forze contrastanti,  pressioni che se opposte e diseguali andrebbero a confliggere, riesce a trovarne l’esatto punto di equilibrio con cui dar vita autonoma alle sue opere aeriformi.

Analogo bilanciamento,  e studiata leggerezza, si notano evidenti, anche per la brevità dei versi, nella poesia della De Angelis, come a paventare, – a torto o a ragione, in questa sede non è importante -, in una severa autodisciplina, il rischio dell’invadenza causata da una logorrea, da un flusso eccessivo di parole. Infatti così chiude una poesia: ‘… educare la volontà a/ contare la distanza tra il pensiero e la parola’ (pag.66).

 

Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.

(Silvya Plath)

 

E allora, sin dalle prime pagine di questa raccolta di Carla De Angelis,   anzi direi già dal primo testo introduttivo –  si viene catturati dalla bellezza, liberati da ogni corazza sovrastrutturale, disarmati dalla semplicità e  pervasi dalla convinzione di essere immersi nella trama di un tessuto testuale di ottima matrice.

C’è un filo d’argento che conduce il lettore tra i versi, un filo sottile ma resistente, capace di suturare crepe e rammendare lacerazioni, tanto è vero che il termine “filo” ricorre spesso, anche con dei richiami mentali: ‘Intreccio reti’ infatti, è la bella chiusa che troviamo nella breve poesia che segue (pag. 44):

 

Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.
(Charles Bukowski)

 

Si tratta di una poesia raffinata, elegante, che si porge nuda e aggraziata nell’apparente semplicità della costruzione del verso, ma di quella semplicità, –  come diceva Picasso a proposito della sua arte -,  intesa come frutto di una macerazione interiore e di una lunga profonda elaborazione intellettuale ed emotiva. Insomma una complessa semplicità – e non è un ossimoro – che racchiude in sé un coagulo di sangue, una stilla di cui da sempre,  il poeta è donatore (pag. 54):

 

‘Ruberò ancora un poco

d’aria al vento poi

cederò i miei colori a

chi è meno fortunato’

 

Nel suo candore espressivo, la poesia di Carla De Angelis,  si annuncia di alto lignaggio; solo in apparenza è mite e rassegnata al fato che ‘pone e dispone’ delle nostre vite. In realtà si tratta di una poesia forte e determinata, rodiata com’è dalla sofferenza vera, e per questo è una poesia autentica. La climax  pur fluida,  alterna momenti di fanciullesca meraviglia, a picchi e invocazioni verso l’’Alto, ‘Al Dio che ogni giorno chiamo in giudizio […]’ (pag.97), ‘[…]Padre nostro/Padre nostro/ Padre nostro […]’(pag.102).

E una confessione umana, importante e sincera: ‘Padre non so perdonare[…]’(pag.100).

Una preghiera a volte pudicamente sussurrata, il cui grido, spesso trattenuto e sotteso, si manifesta palese, in alcuni passaggi (pagg.65):

 

‘Ad ogni giorno che muore

affido una parola che squilla

che strilla: perché qui adesso?’

 

Parliamo di una scrittura di esperienza, quindi e in quanto tale, attraversata  inevitabilmente da dubbi e incertezze. Ricorrente è infatti il punto interrogativo che troviamo in diversi testi presenti nel libro; interrogazioni usate anche come figure retoriche, che aprono ulteriori vastità interiori senza attendere risposte- non umane almeno.  Domande profonde, che a volte sottendono metafore, ma che conducono sempre alla ricerca di un senso. Una poesia che dopo le brevi calibrate righe di introduzione – (tutto il volume, come dicevo, si presenta con una sua attenta calibrata organicità espressiva) – si apre con il primo testo che interroga e denuncia, da subito, l’elaborazione di un lutto forse mai finito, di una perdita talmente grave di cui si incolpa addirittura una luna malvagia e  tanto invidiosa della bellezza trovata in una sola creatura, al punto di farle del male.

 

Gli accidenti, cercare di cambiarli è impossibile. L’accidentale rivela l’uomo.

(Pablo Picasso)

 

La  luna nera, nella lettura dei  tarocchi simboleggia una mancanza, una perdita sofferta. Si denuncia un ratto, – nel senso di rapimento -, la sottrazione di un bene prezioso e insostituibile al punto che la nostra poetessa si chiede, nell’ultimo verso di questa toccante poesia   se il bene prezioso che qualcuno, o qualcosa, ha portato via “basterà la vita per ritrovarlo?” (pag.13).

 

E inoltre (pag. 98):

 

‘Questo dolore così intimo

così grande che non lo sento

 

Ci vorrebbe il sorriso di una zingara

che mentre legge la mano promette

 

Ci sarà un’alba dove i mali fuggiranno

come farfalle a un sole troppo caldo

 

Ci sarà ci sarà’

 

Nel panorama internazionale, per comparazione,  sovviene la poesia interrogante di Juan Gelman (1930-2014), grande poeta argentino, la cui biografia personale è pervasa da lutti e tragiche sparizioni filiali subite sotto il regime dittatoriale del generale Videla, il quale affermava: “ Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà, senza timori”.

 

E di versi interroganti nella raccolta della De Angelis se ne incontrano. sono versi contadini, che sanno di terra e di erba, aerei eppure terrestri,  che si rivolgono al cielo quanto alla terra e alla sua cura. Ne cito solo alcuni:

 

‘non mi sottraggo al dubbio/ la differenza è nel seme o nella terra?’ (pag. 16)

 

‘Uccelli che fate? Mangiate il seme?’ (pag.17)

 

‘Come può riposare il corpo/devastato dalle cose del mondo?’ (pag.21)

 

‘Posso evitare le faville?/Ognuna mi rivolge uno sguardo diverso/ ognuna pretende di essere tutta.’ (pag,40)

 

‘Tutto cambia lo sguardo si ferma su una frase:/Perché ha detto che i ciechi vedranno?’(pag.57)

 

La poetessa Carla interroga con i suoi versi, senza avere la pretesa di dare risposte esaurienti. Tutt’al più troviamo un tentativo di ridimensionamento, una sdrammatizzazione  della propria sofferenza – e mai, si badi bene, di quella altrui (pag.58):

 

Come ho fatto a far cadere gocce
senza soffrire?

Erano solo acqua

le lacrime son altro

 

e interrogandosi, la poetessa si sottrae a una fin troppo facile retorica del caso; sfugge alla banalizzazione del dolore, sempre e comunque con la forza asciutta della sua parola, driblando agilmente la banalizzazione di ogni stereotipo, indagando in quelle schegge impazzite, sofferte e sofferenti, intrise di umanità che, vivendo, ci si ritrova tra le mani.  Scintille d’amore che riescono a conferire al dolore la sua dimensione universale e sacrale. Perché il dolore di un poeta è sacro, in quanto è dolore del mondo.

 

In tal senso i versi poetici di Carla De Angelis, prescindono, e vanificano di gran lunga, qualsiasi etichettatura  di religiosità comunemente intesa, per attestarsi nella sfera del Sacro, – a tutto quello, cioè, che attiene al trascendente nell’immanente.  Anzi quest’ultima dimensione, l’immanenza appunto,  sembra essere conditio sine qua non, per quella propulsione verso l’Alto, ovvero verso il Padre, tanto spesso invocato  e interrogato mediante la manifestazione dell’immanente.  Paradossalmente, per  Carla,  potremmo  parlare di una dimensione pre-religiosa, prima cioè dell’invenzione delle religioni,  poiché l’origine da cui i suoi versi traggono forza espressiva, fondendo il Sacro e il Profano, si trovano nella medesima terra, in cui Spirito e Materia sono fuse nel medesimo Corpo e qui si fanno Logos.

 

Una poesia dunque, che a furberie lessicali e a ornati bizantineggianti, specchietti per

sprovvedute allodole, oppone la potenza della parola ‘sola’ poetica. Semplicemente.

 

Stefania Di Lino, 11 ottobre 2018

 

Carla De Angelis è nata e vive a Roma. Sue poesie e racconti sono presenti in riviste e antologie edite da Perrone, Estroverso, David&Matthaus,  Delta3, Pagine, Aletti.  Ha ricevuto premi e riconoscimenti. Con Fara ha pubblicato: Salutami il mare (2006), A dieci minuti da Urano (2010), I giorni e le strade (2014). Con Stefano Martello ha realizzato i saggi: Diversità apparenti (2007), Il resto (parziale) della storia (2008), Il valore dello scarto (2016). I suoi versi nelle antologie Il silenzio della poesia (2007), Poeti profeti? (2008), Chi scrive ha fede? (2013) e nelle antologie del Concorso “Come farfalle diventeremo immensità” (ultima Il coraggio del bene, 2017). Nel 2011  esce Mi vestirei di mare (Progetto Cultura). Ha ideato e curato le antologie Corviale cerca poeti per la Biblioteca di Roma “Renato Nicolini”, con la quale collabora tutt’ora.

 

 

Stefania Di Lino vive a Roma, è poetessa e artista visiva.

Allieva di Pericle Fazzini e del poeta critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’ Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in tecniche incisorie alla Calcografia Nazionale, per il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali. Inoltre si abilita all’insegnamento di materie artistiche negli Istituti Superiori. Occupandosi anche di formazione, é autrice di percorsi e progetti formativi per la scuola pubblica, denominati Educare con l’arte.

Espone i suoi lavori dal 1989, in gallerie private e luoghi istituzionali, con mostre personali e collettive.  E’ presente in numerose antologie, in importanti riviste specializzate, tra cui I fiori del del male, periodico diretto dal poeta scrittore Antonio Coppola, nell’ultimo numero, 2016/2017; Bibbia d’Asfalto, rivista d’arte contemporanea;  Valentina Meloni (Nanita) blog Poesie sugli alberi, e  altri  blog letterari. Ha partecipato a numerosi reading di poesia, coniugando spesso la parola all’immagine.

Dal 2012, e per diverse edizioni consecutive, aderisce al progetto World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo, partecipando come artista e poeta, e organizzando diversi eventi multidisciplinari nel suo Studio d’Arte di via Monte Giordano, a Roma.

E’ promotrice culturale, ideatrice e curatrice di esposizioni e incontri poetico – letterari .

Nel 2013 pubblica la sua prima silloge poetica dal titolo Percorsi di vetro, con De-Comporre Edizioni, casa editrice di Gaeta, prefazione dlla scrittrice Agnese Moro, post fazione della poetessa scritrice, Sandra Cervone;  nel 2017 la sua seconda raccolta, La parola detta, prefata dalla poetessa scrittrice Cinzia Marulli, edita da La Vita Felice, di Milano.

 

 

Parla de ‘L’immenso è semplice’ di Paola Venezia Fumiyo Tamegaia

Fumiyo Tamegaia (artista di Tokio che ha illustrato 4 Haiku del libro)

E` difficile di trovare le parole per me che possono esprimere il mio sentimento così fine.

Adesso unica frase con cui posso esprimere la mia anima é “amo Paola Venezia”.
E davvero tu sei una grande artista e poeta.
Io fino la morte vorrei stare con te artisticamente.

Scusami, sono toroppo emmoziata.
Non posso scrivere bene in italiano.
Spero che tu mi capisca.

Renzo Paris per Melamangiai di Daniela Matronola

Ho letto le tue poesie e sono stato contagiato dalla tua ansia del presente, dal non star bene, dal voler sparire.

“Sono sempre sull’orlo”, dici dopo aver scoperto che “tutto è sparito”, il mondo agropastorale.

Sono versi lucidi, che vorrebbero dialogare “e ridete!” sia pure restando nascosti.

Del resto è la poesia che deve restare, non il corpo, che la falce prima o poi abbatterà.

 

Renzo Paris