Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

é letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé …

Recita così la splendida poesia di Eugenio Montale, Voce giunta con le folaghe, che mi è venuta in mente con estrema naturalezza leggendo il racconto di Filippo D’Eliso, La fatica del ricordo (RPlibri 10€), in cui protagonista indiscussa è la memoria, una memoria lesionata dai ricordi.

È la storia di un uomo, indicato alla maniera di Kafka con una semplice lettera dell’alfabeto, E., che vive murato in una stanza, arredata spartanamente con un letto, una scrivania, un armadio e qualche sedia. Si intravede qualche vaga analogia con Il carcere di Cesare Pavese e poco importa che la quarta parete qui non sia rappresentata dal mare ma dalle montagne che incombono minacciose. E. non è stato mandato al confino dal regime come Stefano, il protagonista de Il carcere, ma si è autocondannato all’isolamento, preda della vecchiaia, forse della malattia certamente del tempo che scorre inesorabile. La stanza in cui vive sembra una cella e i graffiti che E. disegna con la punta di un coltello sulla parete a cui è appoggiato il letto confermano questa impressione; sono disegni indistinti che rimandano a volti umani o figure animalesche, a un mondo perduto o quanto meno lontano nello spazio e nel tempo. Di E. non si sa nulla, né il nome né l’età e neppure la professione. Probabilmente è un sopravvissuto alla vita e a sé stesso. Relegato in quella stanza, dove tempo e spazio sembrano sovrapporsi e annullarsi, E. trascina la sua esistenza grama attraverso una serie di gesti sempre uguali; non frequenta nessuno e le sue giornate sono scandite dall’avvicendarsi del giorno e della notte, meglio ancora della luce e del buio. L’incontro occasionale con un bambino, F., a cui E. in uno slancio di inaspettata generosità ripara una catenina spezzata, spazza le ragnatele che tengono avviluppata la sua memoria e fa affiorare il ricordo di una figura femminile e di un’estate lontana che aveva fatto da sfondo a un loro breve idillio. La catenina spezzata, all’interno del racconto, e la successiva carezza del bambino a mo’ di ringraziamento svolgono una funzione analoga alla madeleine di Proust, in quanto provocano un’intermittenza del cuore o, per dirla con Joyce, un’epifania. Riaffiora dal passato, sia pure brevemente, un amore giovanile che ha la purezza adamantina e la leggerezza di un sogno incantato. Da ciò si evince che una persona, un luogo, un sentimento o un’emozione ci appartengono veramente solo quando, sottratti alla contingenza e alla casualità, rivivono nel ricordo. Solo allora ne prendiamo veramente coscienza e possiamo assaporarlo fino in fondo. Siamo ancora à côté di Proust. Si tratta però di un ricordo effimero, di breve durata come ci confermano questi altri versi, tratti da Cigola la carrucola, di Eugenio Montale che in questo racconto Filippo D’Eliso sembra voler assumere come punto di riferimento:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Non a caso il racconto si conclude con queste parole che segnano la distanza che ci separa dal passato:

Uscì di casa. Si sedette sulla panchina arrugginita. A occhi chiusi respirò profondamente. Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.

E se in quel silenzio E. trova la pace, in quel respiro c’è il tentativo, disperato e destinato a fallire, di fermare il tempo; la conclusione è a canone sospeso come si rileva dal dubbio finale dell’autore.

Il racconto di Filippo D’Eliso, frutto di una ricerca paziente e certosina sul linguaggio, è di una delicatezza estrema e di una non comune eleganza. A livello lessicale l’autore gioca con sapienza e perizia con diversi registri linguistici, passando con grande disinvoltura da convincenti descrizioni paesaggistiche, in cui musica e colore si sposano perfettamente, a dialoghi concisi e scattanti e a proposizioni ellittiche di predicato ridotte, nella sua volontà di una scrittura sempre più scarnificata, ottenuta per sottrazione alla maniera di Biamonti, a semplici ma icastiche parole, quasi flash accesi sullo schermo della memoria.

La fatica del ricordo è un vero gioiello, per la sua trasparenza e purezza, potremmo dire un cristallo di rocca, da maneggiare con delicatezza ma da leggere assolutamente.

Luca Perrone: “Galleggiamento” (Rivista Quarta Corda)

di Filippo D’Eliso (2020)

Galleggiamento.

Un’opera folgorante partorita dalla mente geniale di Luca Perrone.

Sì, Luca Perrone è una mente geniale. Questo è il mio punto di vista.

Già Elle, pubblicato dalla RPlibri nel 2018, e Vivi e lascia morire, nel 2019 da Infinito edizioni, rivelano una rara capacità di scrittura, niente affatto comune e poco incline a compromessi.

La sensibilità dotata non solo di “capacità sensoriale” ma anche di osservazione e spirito critico, immediatamente individua una risonanza, appunto “essere nelle corde”. 

Non poteva quindi la Rivista Sulla Quarta Corda non prendere in considerazione un’opera letteraria così audace ed originale come Galleggiamento di Luca Perrone. 

Il genio ha varie morfologie per presentarsi agli occhi di chi lo possa considerare. 

Si può essere geniali per delle attitudini, ma anche per quella sorprendente manifestazione di sviluppo del talento. Il grande musicista Arnold Schönberg affermò, con straordinaria intelligenza, che il talento è capacità di apprendere e il genio è capacità di svilupparsi”.

Ricordiamo che “il simile sceglie il simile” ossia il simile entra in risonanza con tutto ciò che gli fa da “specchio”. 

È chiaro che una simile ‘scintillazione espressiva’ produce miracoli culturali e meravigliose con­nes­sioni di crescita collettiva. La Cultura autentica è tutto ciò. 

Luca Perrone manda in risonanza le intelligenze e le sensibilità culturali che lo circondano e che lo seguono attraverso le sue pubblicazioni. 

Ilaria Palomba e Francesco Improta rispondono all’appello interagendo in prima persona all’interno di questa interessantissima operazione culturale che vede la luce grazie alla lungimiranza di una rivista audace e coraggiosa proprio per i suoi scopi di fondazione. 

Tre intelligenze in perfetta sinergia sottolineano l’originalità degli intenti. 

Sfondare il muro di una cultura ormai morta e seppellita, un tempo già agonizzante e quindi indifferente, inutile a garantire consapevolezza e crescita. Una umanità che necessita di una profonda e dirompente scossa atta a tagliar via la stantia e deleteria forma di manipolazione e narcosi indotta a livello globale dal potere, feroce e spietato, che tutto fagocita schiavizzando e falcidiando qualsiasi azione di opposizione, senza alcuna remora.

Prefazione e postfazione trovano nelle attente considerazioni della Palomba e di Improta eccellenti riferimenti e accostamenti letterari e culturali:


Luca Perrone assurge a reincarnazione di Antonin Artaud, con pari capacità di scuotere e sconvolgere lo spettatore/lettore, riesumando nello stesso tempo la bellezza della beat generation e il fallimento dell’ottimismo americano rappresentato magistralmente da Allen Ginsberg e la spregiudicata necessità dell’agire artistico in relazione all’essere l’artefice che dà vita al testo drammatico o poetico che sia, come lo fu per Carmelo Bene. In un intreccio di tesi ed antitesi, si avviluppano esalazioni di Joy Division, Doors, James Douglas Morrison oltre a W. Benjamin, Camus, Nietzsche e Pasolini con la sua Salò oltre a Teorema. Campana, Rosselli, Deleuze e Joyce con la purezza del ritmo che, nella sua catarsi, coniuga la parola in perfetta simbiosi con il titolo dell’“ipnotica, visionaria e allucinatoria” creazione di Luca Perrone. Così anche il non citato Foscolo, in un ciclo perenne di distruzione e di rinascita, di amore e morte in questo scenario sepolcrale entra in una risonanza magmatica con Galleggiamento che, sullo sfondo di un memorabile riferimento all’esperienza di floating per raggiungere l’isolamento e liberarsi da ogni sensazione non più consona al proprio sentire, immergendosi appunto nella vasca di deprivazione sensoriale inventata alla fine degli anni Cinquanta dal dott. John Lilly, si esplica, con 52 strofe di 7 versi ciascuna per un totale di 364 versi, come mantra da recitarsi uno al giorno per un intero anno, condannati come siamo alla totale schiavitù, affermandosi decisamente opera di assoluta novità culturale del nostro tempo.

Angelo Cannavacciuolo: “SacrAmerica” (Ad Est dell’Equatore Ed., 2018)

di Vincenzo Postiglione (2020)

Prima di iniziare ritengo opportuno chiarire alcune cose:

La mia non vuole essere una recensione in senso classico ma esclusivamente il tentativo di mettere su carta tutto quello che mi ha comunicato la lettura del romanzo. Inoltre, essendo stato alla presentazione dello stesso presso la libreria “Feltrinelli” in Napoli ed avendo ascoltato lo stesso autore e le persone intervenute ( ivi compresa la Prof. Emma Giammattei, mia prima esaminatrice all’università Federico 2°), ed avendo letto la recensione di Francesco Improta, mio maestro (di scuola e di vita), ho ritenuto che non ci fossero i presupposti di “purezza e verginità” nel giudizio, che devono necessariamente accompagnare una recensione. “In primis” le opere, soleva dire il mio compianto prof. A.Palermo, e poi tutto il resto.

Non starò quindi a descrivere, come meriterebbe, la trama del romanzo (pur nella sua complessità ed abbondanza), ma solo a raccontare le emozioni che esso mi ha generato, cercherò di incanalare il flusso di sensazioni senza che elementi “patogeni” esterni lo possano contaminare.

     Pensieri su “SacrAmerica” di Angelo Cannavacciuolo

“SacrAmerica” di Angelo Cannavacciuolo è una storia di “storie”, storie che si rincorrono, che si avviluppano e che si allontanano, ma che poi ritornano ad avvinghiarsi.

Lo spunto narrativo è l’eterno conflitto fra l’uomo e lo scrittore che attanaglia uno dei protagonisti Nanni Giuffrida quando decide di “sopprimere” lo scrittore per far posto finalmente all’uomo, quando decide cioè di riprendere in mano le redini della sua vita, a suo dire annientata da anni di dedizione assoluta alla scrittura. A questa decisione concorrono una serie di fattori, la morte del padre, una certa avversità verso un mondo(quello culturale e letterario non sembra sfuggire a questa regola) che inizia a disgustarlo per la totale mancanza di valori e per l’attaccamento esclusivo ad un edonismo sfrenato verso cui mostra un’insofferenza “malcelata”. Queste tematiche appartengono da sempre alla fragile e complessa eterogeneità dell’animo umano e suscitano in me, oltre che simpatia ed affetto, una “malcelata” aria di Romanticismo.La vicenda si svolge a cavallo  fra Italia, Messico e Stati Uniti , ma in effetti tutto il romanzo è permeato( sicuramente in maniera autobiografica) di una “globalità” intesa in senso buono, di come dovrebbe essere cioè, di come tutti noi dovremmo sentirci (pur mostrando, e ci mancherebbe, il giusto legame con le proprie radici) “cittadini” del Mondo, capaci di passare con indifferenza da una cultura all’altra, in un unico abbraccio di fraternità e gioia(sto fantasticando lo so, ma io ci credo).

La motivazione che spinge Nanni ad attraversare l’oceano è l’incontro, fatto di sguardi di “stilnovesca” memoria con una americana, tale “Barbie Burns”, incontrata a Roma e poi inseguita e raggiunta in California. Non a caso ho menzionato la “stilnovesca” memoria, l’incrocio degli sguardi era la scintilla che faceva scoccare l’Amore, e così è stato anche in questo caso, solo che questo amore si è rivelato abbastanza “problematico” se mi è concesso il termine. Barbie è una donna che ha attraversato quasi tutte le nefandezze che la vita può riservare, una donna depressa (e vorrei vedere), una donna che si rimpinza di farmaci,una donna che non si ama abbastanza, e mentre pare risorgere dalle proprie ceneri, ripiomba negli abissi della propria disperazione; per di più vive in una società che insegue i falsi miti del denaro, della contrapposizione fra la sfolgorante ricchezza dell’America californiana e la miseria del popolo messicano, da tempo rassegnato ad un ruolo di succubo, dell’eterna giovinezza, dell’apparire piuttosto che dell’essere, del pettegolezzo maligno(come imparerà a sue spese), una donna che “ha cambiato pelle” più volte e a cui il destino sta per riservare un amaro finale. Per un certo periodo la scintilla d’amore che è scoccata fra lei e Nanni pare avere un’azione salvifica per entrambi, ma non è facile(anche se non impossibile) liberarsi del proprio passato e del proprio vissuto, matrimoni falliti, una ricerca ossessiva di uomini a cui accompagnarsi, in una sorta di tentativo catartico o, più probabilmente, in un tentativo di annullarsi completamente. Bisognerebbe soffermarsi un po’ anche sui nomi dei protagonisti del romanzo, sicuramente densi di significati più o meno chiari, come ad esempio quello di Giovanni Malcelati, critico letterario, primo recensore del Nostro, a cui lui si rivolge per affidargli una sorta di testamento letterario, ma che, alla fine, si rivelerà come l’incontro di due anime incomplete, con la prima che trova nell’amore per Barbie e di Barbie una inaspettata felicità e quell’oblio come scrittore da tanto tempo agognato. Il prof. Malcelati invece, rimane sempre di più affascinato da quella strana figura di scrittore, fino ad esaltarne più volte anche l’avvenenza fisica, e da quel suo modo di essere totalmente diverso dagli altri autori che lo accompagnano, una figura quella di Nanni che ha in se’ le caratteristiche dell’uomo “globale”, mezzo siciliano, mezzo inglese, mezzo napoletano, insomma cittadino del mondo.

La narrazione è estremamente ricercata e godibile; il lettore viene letteralmente “bombardato” da migliaia di particolari(con precisione assoluta, frutto di ricerche sicuramente faticose) che riguardano la natura,i nomi delle piante, le architetture, i nomi delle strade, i cibi, le bevande,la descrizione dei palazzi, degli interni, delle luci, non oso immaginare quanta lavoro ci sia dietro a tutto ciò. Questa abbondanza “abbondante” di particolari potrebbe far sorgere in taluno il sospetto di un espediente letterario(ma non solo, lo si fa anche in musica, ad esempio) volto non solo ad abbellire e ad infiorare il racconto, ma magari anche a colmarne le lacune. Signori, questo non è il nostro caso, qui di “sostanza” ce n’è tanta , oltre alla “bardatura”, e tutto questo non fa altro che accrescere il valore dell’opera e dell’autore (fra l’altro molto ben descritte le scene di sesso, mai volgari). Personalmente avrei preferito una narrazione leggermente più “snella”, anche per una questione di “ritmo” narrativo, che a me piace un po’ più spedito, così come avrei diversificato un tantino di più il linguaggio letterario di Barbie, troppo simile a quello dell’autore, ma qua rientriamo nei gusti personali e quindi “De gustibus non est disputandum”.

La capacità evocativa dell’autore ha, per certi versi, sicuramente un piglio poetico, ma ancor di più , vista l’opulenza delle immagini, un piglio cinematografico e non mi stupirei se ne uscisse fuori un “film”, le immagini ci sono già,ci sono già tutte ed anche le inquadrature, e questo sicuramente non è un caso.

La figura retorica dominante della dicotomia permea e cementa tutta la struttura tissutale del racconto, ma cos’è in fondo se non la rappresentazione delle quotidiane dicotomie in cui ci dibattiamo? Oggi tutti vanno contro tutti, in una esasperante ricerca di una improbabile felicità, ma forse dovrei dire in una esasperante lotta per la sopravvivenza.

Riguardo al finale, tragico, visto che si conclude con la morte (fisica) della protagonista femminile e con quella probabile dell’anima del protagonista maschile, direi che era stato abbondantemente preannunciato più volte nel corso della narrazione, non so perché, lo dovremmo chiedere all’autore, e questo gli ha tolto un po’ di sana ansiosa attesa e trepidazione…

La cosa che più mi sento di dire infine ad Angelo Cannavacciuolo è che “SacrAmerica” mi ha proiettato con un vortice dentro di se’, come quei moti ondosi che iniziano piano piano e poi ti trascinano in un gorgo da cui non puoi più uscire,mi ha fatto sentire di essere lì ma, soprattutto, mi ha fatto venire la voglia di essere lì.

p.s.: anche questo vorrei chiedere all’autore:

la figura di  Francesco Improta, a cui si è data una “malcelata” importanza nel racconto, è sparita poi un po’ troppo in fretta…… ce lo ritroveremo magari in un altro racconto?

È destinato a diventare un protagonista o ad assumere chissà quale ruolo?

“populi meditati sunt”…

Bruno Vallepiano: “Trappola per lupi” (Golem Edizioni, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Sta per arrivare in libreria Trappola per i lupi (Golem edizioni, euro 13,90) l’ultimo romanzo di Bruno Vallepiano, giornalista, scrittore e sce­neggiatore. La veste tipografica, propria della collana Le vespe, ricorda i famosi gialli Mondadori, ma, a ben guardare, si tratta più di un noir che di un giallo classico e più precisamente di un noir mediterraneo, in cui la bellezza del paesaggio contrasta con i crimini e i misfatti raccontati. Vallepiano, non diversamente da J. C. Izzo, B. Morchio, A. Camilleri e altri ancora, è profondamente legato alla propria terra, di cui racconta senza infingimenti, con un linguaggio crudo e diretto, splendori e miserie. Poco importa che le storie di questi ultimi siano intrise di salsedine per la presenza costante del mare e impreziosite da cieli tersi e luminosi, mentre quelle di Vallepiano si inerpicano lungo pareti rocciose, boschi di conifere e rovesci di pioggia, essendo ambientate sulle alture della provincia di Cuneo. Per alcuni aspetti (ambiente e personaggi) Bruno Vallepiano mi ha ricordato Pierre Magnan, lo scrittore di Manosque. In tutti gli scrittori di noir, inoltre, ci sono implicazioni di carattere sociologico, in quanto quel che interessa allo scrittore, al di là del crimine commesso, è il contesto in cui esso è maturato.  

In Trappola per lupi ci sono esplicite implicazioni o velate allusioni alla società in cui viviamo o in cui hanno vissuto i nostri antenati. A pagina 155 si legge testualmente:

Viviamo nell’epoca dei paradossi, Mauro… oggi abbiamo più comodità, ma sempre meno tempo per noi stessi; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non siamo in grado di aggiungere vita ai nostri anni.

A parlare è Guido ultra-nonagenario, saggio e scapestrato, che ama condire i suoi discorsi con riflessioni antropologiche e morali. E sarà proprio Guido, che si definisce un treno a fine corsa, a chiudere il sipario su questa storia con alcune considerazioni tanto lucide quanto amare sul tempo che passa, sull’abbandono dei paesi di montagna o di campagna, sulla bellezza che sfiorisce e sul crollo degli ideali, palazzi d’oro costruiti sulla sabbia. Mauro, il suo interlocutore, è il protagonista del romanzo, nonché io narrante, personaggio noto ai lettori di Vallepiano, in quanto è alla sua quinta indagine investigativa. Ma procediamo con ordine.

Mauro Bignami, professore di Storia e Filosofia, in un liceo di Mondovì, torna a Gariola, paese della Provincia Granda, dalle vacanze in Croazia in compagnia della moglie Cecilia e del figlioletto Idris e non essendo ancora disponibile, per lavori in corso, la propria abitazione si sistema nel B&B di Paolo e Clotilde. Qui conosce tre americani i cui antenati, contadini originari di Gariola, erano emigrati in America del Sud e tre giovani tedeschi. Contemporaneamente a Washington su un campo da golf viene ucciso con un fucile di precisione un caddy e le indagini vengono affidate a un detective di nome Arvin, dall’aspetto ruvido e scostante, trasandato nell’abbigliamento, sempre stazzonato, non diversamente dal tenente Colombo. Apparentemente le due storie, narrate con montaggio parallelo e con una diversa angolazione, omodiegetica la prima ed eterodiegetica la seconda, sembrano non aver nulla in comune finché il ritrovamento casuale di una ragazza rimasta intrappolata con una gamba in un’enorme tagliola per lupi, lascia intravedere nuove piste su cui per la sua innata curiosità e per un non comune senso di giustizia si inoltrerà Mauro Bignami. Sono sicuro che il cognome del detective dilettante faccia sorridere tutti quegli studenti che in prossimità di un esame, non avendo alle spalle un’adeguata preparazione, si siano tuffati su compendi di Letteratura, di Storia o di Filosofia.

Non racconteremo certo gli sviluppi né tantomeno la conclusione della vicenda – sarebbe per l’autore e soprattutto per i lettori un crimine imperdonabile – ci limiteremo, quindi, ad alcune considerazioni a mio avviso molto significative.

Innanzitutto nel romanzo accanto a considerazioni di carattere socioeconomico – penso alla povertà dei contadini, al notevole ritardo con cui è stato riconosciuto loro il diritto alla pensione, al fenomeno delle migrazioni nella speranza di trovare un futuro migliore o quanto meno un’occasione di lavoro – ci sono anche precisi riferimenti storici e politici. Si parla, infatti, del colpo di Stato del generale Pinochet in Cile nel 1973 e delle tante efferatezze perpetrate da funzionari e militari ai suoi ordini, mi riferisco in particolare a Sergio Arellano Stark, uno dei più crudeli e sanguinari aguzzini del regime di Pinochet. Alla stessa stregua vengono stigmatizzate le “sporche” manovre dell’Intelligence (CIA) per screditare il nemico sia nella guerra del Golfo che in Afganistan e per legittimare la strombazzata propaganda degli USA di esportare la democrazia nel mondo. Si rilevano anche legittime rivendicazioni animaliste nei confronti di bracconieri, privi di scrupoli, che disseminano il terreno di trappole e tagliole, contribuendo alla decimazione di animali in via di estinzione.

Né si possono dimenticare le tante figure femminili, tutte belle e affascinanti, talune segnate dalla malattia, come Clo, la moglie di Paolo che combatte contro il cancro, una bestia più pericolosa di un lupo famelico, altre che non perdono occasione per esercitare il loro potere seduttivo senza ottenere comunque risultati concreti, è il caso di Netty che fino all’ultimo cerca di sedurre Mauro. A ben guardare queste hanno nell’economia del romanzo una funzione prevalentemente esornativa, mentre l’escort russa, l’avvocato, moglie del caddy ucciso sul green di Washington e la ragazza vittima della tagliola hanno un ruolo più importante e decisivo nella vicenda, come si scoprirà successivamente.

Tutte le implicazioni di carattere sociale, politico ed economico cui abbiamo accennato non inficiano, però, il plot narrativo, ricco di colpi di scena e di depistaggi, che ha un ritmo agile e incalzante, ed è sorretto da dialoghi frizzanti e allusivi e da alcune belle, intense ed efficaci descrizioni come quella dell’acquazzone e l’ultima che ripropongo nella sua interezza:

Gli alberi che rivestivano il versante della montagna di fronte avevano assunto le colorazioni autunnali; i ciliegi selvatici erano esplosi con le loro chiome rosse ed erano un urlo in mezzo a una tavolozza che variava dal giallo acceso al verde cupo, fino all’ocra. Il bosco era in un momento di sontuoso splendore. Uno spettacolo fugace da cogliere al volo; sarebbe bastata una giornata di pioggia per trasformare ogni cosa e sospingere il marrone e il verde opaco verso la conquista dell’intero scenario, il rosso sarebbe svanito spegnendosi anch’esso verso la fase ultima, prima del risolutivo denudarsi degli alberi.

Un’orgia di colori degna di un pittore impressionista.

Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Enzo Rega (2020)

Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Nico Orengo (1944-2009), un aristocratico – era un marchese – allo stesso tempo alla mano –, un dandy dei nostri tempi (Bruno Murialdo) e della letteratura italiana coeva, può rimediare leggendo questo piacevole libro a lui dedicato, Nico Orengo. Poeta della pagina della vita, a cura di Alberto Cane e Francesco Improta, Fusta Editore, Saluzzo 2019, che riporta Aneddoti, Ricordi e testimonianze e Contributi critici, più un’appendice di Ricette e Musica (queste rispettivamente le sezioni in cui il volume risulta diviso). Ricco poi l’apparato iconografico che documenta soprattutto i soggiorni liguri di Orengo, come del resto le stesse testimonianze. Filippo D’Eliso recensendo esaustivamente il libro afferma che “ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto” (rplibri.com, 12 agosto 2019).

A proposito dell’affabilità e disponibilità umana, voglio portare un seppur minimo contributo Scrissi a Orengo a inizio anni Duemila, prima per un eventuale pezzo su un uliveto in Calabria: “Tuttolibri”, sulla base della passione stessa di Orengo, dava spazio allora a questioni di questo tipo. Poi gli inviai un mio libro di saggi, uscito sempre in quei tempi per una recensione. Non se ne fece nulla né dell’una né dell’altra cosa. Però ci scambiammo diverse mail: credo ci avesse messo in contatto Marco De Carolis, a cui dovevo già la conoscenza (in quel caso personale) di Francesco Biamonti. Orengo rispondeva però sempre subito e garbatamente, e prendemmo a parlare di altre cose. Purtroppo, non trovo traccia nell’archivio della mia posta di quello scambio.

Bene, di quest’affabilità, nonché di certe spigolosità del carattere di Orengo, e di altro, si dà conto in questo libro. Da uno scambio di mail comincia l’amicizia tra Orengo e Alberto Cane, uno dei curatori del volume. Torinese di nascita, ma ligure di origine e di vocazione (la Liguria è la terra dell’infanzia), grazie ad Alberto, Nico conosce un’altra Liguria: “lo convincemmo addirittura, lui che non amava la montagna, a fare scampagnate nei boschi lassù in alto, e così scoprì, con stupefatta meraviglia, lati della Liguria interna che non immaginava” (p. 16). In Liguria, Orengo scende di volta in volta a presentare i suoi libri, e si organizza addirittura una finta pesca di un’enorme anguilla colorata, nel fiume Nervia a Isolabona, nelle cui vicinanze successivamente, su suggerimento di Nico, verrà riproposta una rappresentazione in costume de Il barone rampante di Italo Calvino.

È soprattutto la Liguria a essere presente nei libri di Orengo. Marco Cassini (per cominciare a dare direttamente la parola a qualcuno degli amici) ricorda, in Dogana d’amore (1986), il paese di Latte, il Roja, i Balzi Rossi; la Val Nervia è invece presente in Ribes (1988). Ed è Cassini a ricordare anche com’era nata la ricerca di una location del Barone calviniano, ricerca che porta a una vera escursione e poi alla performance menzionata.

Roberta Cento Croce parla invece un certo distacco di Orengo nei confronti di luoghi che aveva conosciuto vergini e ritrova ora contaminati da un certo tipo di sviluppo che anche lui, come Calvino prima e Biamonti dopo, condannava. Roberta organizza una giornata del Fai a Latte tra le ville della via Romana e invita con entusiasmo Nico, ma rimane delusa dalla sua reazione: “Fu invece una doccia fredda. Sentii l’amarezza di chi ormai la magia di Latte l’aveva data per persa, il dolore di chi aveva conosciuto una bellezza tanto speciale e la ritrovava snaturata da quegli interventi innovativi che lui aveva denunciato con forza” (p. 27).

Ma in Liguria Orengo aveva costruito il suo buen retiro, ristrutturando la villa de La Mortola, affacciata sui Giardini Hanbury un tempo appartenuti alla sua famiglia. Ne dà un ricordo, tra gli altri, Marco De Carolis (è sua la Cinquecento dalla quale, nell’immagine di copertina, esce sorridendo Nico). L’amico ricorda come Nico gli dicesse, quando era ospite in quella villa, “Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina”. Ecco, chiosa Marco, in questo modo Nico sottolineava “ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui Giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso. Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima” (p. 28).

A La Riviera di Nico è dedicato uno degli interventi specificamente critici, quello di Vittorio Coletti, il quale accosta il nome di Orengo ad altri cantori del Ponente Ligure, i già ricordati Calvino e Biamonti, ma anche il poeta e scrittore Giuseppe Conte, al quale per certi aspetti Orengo sarebbe più vicino. Gli altri scrittori ponentini (ma anche il Conte narratore), a partire da Giovanni Boine che parlò della Crisi degli Ulivi in Liguria, sono soprattutto impegnati a denunciare le devastazioni subite dalla Riviera. Coletti vuole però evidenziare uno scatto di Orengo rispetto agli altri autori, e che lo avvicinerebbe piuttosto al Conte poeta. Scrive Coletti: “Non è che il pericolo, il male in agguato dietro i cieli sereni e il mare tenero, Nico non li abbia visti, né che li abbia taciuti (basti pensare a L’autunno della signora Waal). Ma lui ha raccontato soprattutto le acque, i fiori, i cieli. Se la terra Ligure è per i suoi amici scrittori arida e pesante, per lui è friabile e leggera” (p. 107). Laddove altri scrittori hanno visto una perdita d’identità, Orengo, continua Coletti, ha invece visto cosmopolitismo, come in Hotel Angleterre, il suo penultimo libro del 2007. In Liguria infatti sono passati scrittori, nobili più o meno ricchi, attori e giocatori. È dunque una terra aperta. Se in altri scrittori sembra prevalere il pessimismo, Orengo, secondo Coletti, guarda a questa terra con “ostinata felicità e ironia, come ne L’intagliatore di noccioli di pesca” (p. 108), libro del 2004. Per Orengo la Liguria è sempre terra dell’infanzia, dell’estate e dei giochi: gli altri la guardano con gli occhi di chi vi è rimasto, Nico con quelli di chi è andato via, anche se per farvi frequenti ritorni. Lo stesso rapporto che lega Montale alla Riviera di Levante, con la differenza che la poesia del genovese è segnata dal male di vivere. In definitiva, Orengo è stato uno scrittore piemontese col cuore però in Liguria, una Liguria che è stata il suo baricentro umano e artistico mentre Torino quello intellettuale e professionale.

Tuttavia, se La Liguria sembra il luogo principale d’ispirazione, Orengo ha lasciato pagine anche sul Piemonte, almeno in Di viole e liquirizia (2005) nel quale espone i nuovi miti della Langa e del vino. Su questo si sofferma Luciano Bertello nel suo intervento, geograficamente intitolato Nico fra Langa e Roero. La questione riguarda adesso la valorizzazione delle colline e dei vini di queste zone: “colline che amava profondamente e che vedeva ferite nel paesaggio, modificate da colonizzazione culturali o da localistiche chiusure autoreferenziali, stravolte dall’arroganza del denaro” (pp. 53-54). Così nasce l’avventura di Albalibri, di una “cultura rispettosa del territorio, nell’intreccio e nel dialogo con tutte le forze culturali di Langa e Roero, con la sua naturale predilezione per il nuovo e per i giovani” (pp. 54-55). Bertello mette inoltre in evidenza (tema ricorrente in altre pagine) come Orengo non disdegnasse la buona tavola.

Se in generale viene tratteggiato il legame dell’uomo con i suoi paesaggi, è Francesco Improta a evidenziare pur attraverso il territorio l’aspetto cosmopolita (già sottolineato da Coletti) della cultura e della letteratura di Orengo, portandolo oltre i confini di Liguria e Piemonte, e oltre gli steccati stessi della pratica letteraria. Il denso intervento critico di Improta s’intitola infatti Nico Orengo tra letteratura e cinema. Afferma subito Improta: “Nella narrativa di Nico Orengo anche il lettore più distratto non può fare a meno di rilevare reminiscenze, citazioni, e persino tecniche specificamente cinematografiche” (p. 111). Nella Liguria – vero “cronotopo” alla Bachtin, una Liguria frequentata per esempio da Hemingway, tra gli scrittori più “saccheggiati” dall’industria cinematografica americana, e da Chaplin e Grace Kelly – Orengo ambienta le sue storie intrise di quella terra ma con un occhio a quel mondo internazionale. Così, prosegue Improta, il resoconto delle riprese di Caccia al ladro di Hitchcock, girato tra Montecarlo e dintorni (quindi poco oltre il confine), diventa un vero e proprio racconto nel racconto all’interno de La guerra del basilico (1994), dove si parla della scomparsa di Grace Kelly dal set del film: queste vicende s’intrecciano con quelle dei bizzarri personaggi del Tropicana Hotel nel quale avrebbe soggiornato anche la Kelly nei quattro giorni in cui è mancata dal set. Annota Improta: “Qui il Cinema nella sua accezione più ampia entra in punta di piedi ma si espande trasformandosi in racconto autonomo, location, paesaggio, pretesto narrativo, spunto di riflessione e… magia” (p. 113). Ne Le rose di Evita (1992) l’intreccio si realizza invece con Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens: Marco, l’adolescente protagonista del romanzo, si specchia in Joey facendo come lui una figura ideale di Shane, appunto il cavaliere del film. Altrove invece è la tecnica narrativa stessa di Orengo a essere cinematografica: “La curva del Latte – segnala sempre Improta con riferimento al romanzo pubblicato nel 2002 – ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine estate un grido, violento e insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case, sparse della valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda” (p. 115). Infine, secondo Improta, la terza modalità cinematografica di Orengo – l’omaggio più sentito – non è nelle citazioni e reminiscenze o nella tecnica, ma nelle atmosfere: così, nell’ultimo romanzo, Islabonita del 2009 (che prende il nome dal paese ligure di Isolabona), ritroviamo una spy-story che ricorda quelle dello scrittore e sceneggiatore Eric Ambler.

Interessante il modo con il quale Federica Lorenzi nel suo intervento L’enfant terrible fa dell’infanzia la cifra stilistica fondamentale della scrittura di Orengo, sia per la rievocazione e mitizzazione della propria infanzia, sia per il fatto che inizialmente abbia scritto proprio per i più piccoli: “Anche se la produzione di componimenti per bambini è limitata gli anni Settanta, questa esperienza ha fortemente segnato lo stile dell’autore: egli si serve del modello formale della filastrocca in tutta la sua successiva produzione poetica per adulti e talvolta in quella in prosa, recuperando la cadenza ritmica e le sonorità della filastrocca per facilitare la scorrevolezza e il piacere della lettura e veicolare insegnamenti sulla natura, esattamente come aveva fatto in Canzonette. Ma non è l’unica ragione. L’utilizzo di queste forme poetiche infantili nella produzione per adulti vuole essere un invito a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà, tipico dell’età infantile. In questo senso vanno letti anche gli incoraggiamenti a giocare con il linguaggio. Si rivolge nelle introduzioni delle sue raccolte di poesie per bambini ai lettori di tutte le età, mettendo a disposizione i suoi segreti compositivi. Egli attribuisce una grande importanza all’esercizio della creatività e della fantasia perché li considera strumenti indispensabili per illuminare la realtà, immaginarla diversamente e cambiarla. La speranza di Orengo non è riposta solo nei bambini, ma anche negli adulti, se questi ultimi sono disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo (…) Segno che lo scrittore avverte come sempre più pressante la necessità che la società degli adulti recuperi un approccio più autentico nei confronti della realtà” (pp. 122-123).

Una chiave questa (e perciò ho riportato la lunga citazione) per capirne la letteratura, ma anche il personaggio Orengo, quale ci viene tratteggiato anche negli altri interventi di questo aureo libretto, interventi che, per quanto a loro volta stimolanti, dobbiamo necessariamente condensare. Luisella Berrino ci informa della passione per i capperi e i suoi fiori simili alle orchidee. Giuseppe Giacomelli racconta di quando a Torino, alla redazione de “La Stampa” gli portava le sigarette individuandolo a fatica tra le pile di libri e giornali. Aldo Molinengo è tra coloro che sottolineano l’importanza del territorio per Orengo (“Il paesaggio per Nico era la sua seconda casa”, p. 33), e il costante riferimento nei libri ai nomi di piante e alberi, un interesse che sfocia nel premio che prende il nome dai Giardini Hanbury. Alberto Sinigaglia lo ricorda a Torino, nella funzione di “segretario” per Einaudi, a tavola con Sciascia e Soldati. Anche Paolo Veziano lo ricorda a tavola, insieme a Tesio e Improta, alle prese con un’anguilla di oltre due chili e con una bottiglia di Vermentino. Mirella Appiotti lo ricorda di nuovo a Torino tra “La Stampa” e “Tuttolibri”: “Nico o dell’essenzialità: poche parole dietro le quali spuntano progetti, opportunità, scoperte” (p. 45). Mauro Bersani rievoca la benevolenza con cui Giulio Einaudi accolse in casa editrice il giovane Orengo, al tempo ancora ventenne, rimanendovi sempre legato. Pippo Bessone ci riconduce di nuovo al paesaggio ligure tra piante e mare, e dello scrittore dice: “Nico aveva un modo di scandire, che le parole suonavano nobili” (p. 57). Di Yves Bosio si riproduce una lettera manoscritta che ne piange la scomparsa avvenuta “senza un preavviso”. Claudia Claudiano ne ricorda la leggerezza calviniana e come, al modo di Calvino, abbia con la penna difeso il proprio lembo di terra ligure. Laura Guglielmi lo ricorda, con Ernesto Ferrero, Antonio Ricci e Marco De Carolis, oltre lei stessa, nella giuria del Premio dell’Olio a Badalucco in Valle Argentina, con il quale Nico “Voleva sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli” (p. 67): in quell’unica edizione viene premiato il genovese Renzo Piano. Albina Malerba, partendo da La Mortola, a Mùrtura, elenca, con un poetico gioco di suoni, una serie di luoghi orenghiani in quest’angolo di Liguria che sembra già Provenza: “La Mortola, il mirteto, il luogo dei mirti nonancoratrovati: tra gli Hanbury e Cacciairui, tra Mamante e le Case Canun, dai Perugin a la Bagarina, dalla Croce ai Ciotti a Grimaldi, dalla Punta a Baia Beniamin, dalla spiaggia del Cannone alla vecchia frontiera di Ponte san Luigi e sotto i Balzi Rossi, poi giù verso Latte e le Calandre, e Ventimiglia, e su verso Dolceacqua, Apricale, Garavan, Mentone, Castellar, Roquebrune… fino a Nizza” (p. 71); una “geografia del cuore”. Paolo Mauri ricostruisce l’incontro a Roma a casa di Toti Scialoja, poi a Torino con Calvino e infine la discesa in Liguria nella terra di Orengo, con l’epicentro de la Mortola, e le cene con Biamonti nei paesini dell’entroterra: il giornalista rievoca ancora un viaggio ad Aix, all’atelier di Cézanne (Nico raccoglieva materiale per Gli spiccioli di Montale uscito nel 1992). Silvia Peira menziona le sette edizioni della Via del sale, un percorso di arte contemporanea che nel tempo conosce diverse denominazioni: ecco, nella seconda edizione del 2003, gli artisti creare con il sale un grande disegno collettivo a Bossolasco. Paolo Pejrone ci ricorda le altre iniziative per la tutela del patrimonio naturale, come il premio per la difesa del Paesaggio e il premio dell’Enoteca del Roero, questi in favore del mondo agricolo piemontese, e non solo. Antonio Ricci dà conto della gestazione del “libro tecnico” sul programma Striscia la notizia che comportò una non facile convivenza, una vera “operazione di logoramento” (p.88), a partire dalle dispute per la scelta del vino, tra il Vermentino e il “traditore” Pigato. Sandra Reberschack lo definisce cavaliere armato non di spada ma di lessico in difesa del territorio, amante della bellezza, nell’arte come nella vita: dotatone lui stesso come testimoniano le foto giovanili, le sue donne e i figli. Ugo Giletta contribuisce con due foto del mare e il commento: “Quando il lamento del mare diventa voce, la memoria è di immensi spazi mai più ripetibili (p. 97). E Giovanni Tamburelli ci dice che il Mar Ligure, con l’aria aromatica delle erbe e il cibo profumato, era il suo salotto. Paola, Maria, Ida, Simonetta e Stefania dell’ufficio stampa dell’Einaudi in gruppo ricordano quanto fosse bello, anche se non sempre facile, lavorare alla promozione dei suoi libri. Nell’ultimo intervento, prima delle ricette, Bruno Quaranta inanella una serie di aggettivi: “Nico, o dell’ossimoro, tessuto, arabescato, cullato. Cortesemente efferato. Sapientemente ignaro. Elegantemente disadorno. ordinatamente disordinato. Amorevolmente disamorato. Svogliatamente vigile…” (p. 124).

E in conclusione ricordiamo che il libro prende il titolo dall’intervento di Giuseppe Conte che ne sintetizza aspetti personali e letterari: “Le qualità che mi colpirono in Nico, quando cominciai a frequentarlo, furono subito la grazia mondana e l’ironia, che nascondevano e quasi proteggevano una passione gelosa e vitale per la poesia e la letteratura” (p. 63). Aristocratico torinese – precisa Conte – Orengo si sentiva principalmente ligure, del fazzoletto di terra che va, come ormai sappiamo, da Ventimiglia alla frontiera. “Nico era uno scrittore completo, come in Italia ce ne sono stati pochi”, e con le sue parole possiamo riassumere quanto finora sentito da tante voci: “Completo, generoso, continuo, coraggioso, fedele alla propria ispirazione. È stato autore di deliziosi libri per l’infanzia, di raccolte originali di poesie, di saggi importanti, di romanzi che si sono evoluti verso una sempre più forte, chiara, godibile comunicatività” (p. 64). Dei suoi libri Conte dice di averne amato due in particolare, l’uno di ambientazione ligure, L’intagliatore dei noccioli di pesca, e l’altro piemontese, Di viole e liquirizia.

Conte riconosce a Orengo di avere letto per primo, ancora in manoscritto, L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (che poi avrebbe presentato a Calvino) contribuendo forse a creare la leggenda dello scrittore coltivatore di mimose.

E li vediamo tutt’e tre a cena, nei paesini dell’entroterra, Beppe, Nico e Francesco.

Raffaele Urraro: “Il Lato Oscuro delle Cose” (RPlibri Ed., 2019)

di Elio Andriuoli (2020) 

Da sempre i poeti hanno cercato di guardare al di là delle apparenze, per cogliere il senso profondo della realtà, che ai più non è dato vedere. Non è da meravigliarsi dunque che Raffaele Urraro abbia intitolato la sua nuova raccolta di versi Il lato oscuro delle cose, a significare quale è stato il percorso della sua ricerca poetica degli ultimi anni.

È infatti la sua una poesia assorta e meditativa, volta ad indagare il significato del mondo, che si accende di stupore per ciò che scopre dischiudersi al suo sguardo, come una stella che appare nella vastità del cielo; il che avviene in L’immaginazione che conforta: “A mezzanotte in punto / una stella si accosta lentamente / alla luna…” o in Il cane fermo nel cortile, dove un cane che “si alza e se ne va / chiuso nel suo silenzio / portandosi con sé / il segreto dei suoi pensieri”, fa nascere nel poeta nuove meditazioni.

Stupisce Urraro anche il silenzio che talora lo avvolge, dato che egli scrive in una di queste poesie, intitolata Abitare il silenzio: “Abitare il silenzio / e ascoltare soltanto i rumori delle stelle / e la cosmica armonia / che c’intride di sé”; così come lo stupisce “un punto nero sulla pagina bianca” che emerge dalla poesia Un punto nero o “l’onda che si alza e se ne va / per le immense praterie del mare / senza neanche sapere / se ti ha lambito la mano” (L’onda del mare).

Emblematica di questo libro è una poesia come La sfida del tempo, nella quale “I granelli della clessidra” che “pigiando si affollano all’uscita” suscitano nell’autore profondi pensieri sul significato del nostro vivere, sospeso tra il prima ed il poi, e sullo scorrere del tempo, l’“irreparabile tempus” oraziano, che tutto travolge.

Certo, l’affacciarsi al nostro sguardo delle apparenze costituisce un mistero, così come costituisce un mistero il loro sparire dal nostro orizzonte, come quello della “falena che sembra morta / mentre culla nel cuore / il seme delle sue speranze” (Dorme la falena e sembra morta).

Noi non sappiamo perché sul nostro capo ruotino gli astri, inseguendo una meta che si perde nell’infinito; né sappiamo perché nascano in noi “i mostri dell’anima” (I mostri dell’anima) né perché sorga in noi la poesia (Da dove arriva la poesia?). E invero il sorgere della parola poetica, che trema tra il Tutto e il Nulla, costituisce un grande miracolo, riuscendo ad esprimere i più segreti sentimenti che s’affacciano al nostro animo.

Tutto ciò Urraro lo dice in versi limpidi e intensi, che gli sono suggeriti dalle apparenze, come una nuvola che naviga silenziosa nel cielo, un’ombra che passa o i rintocchi di una campana, che suscita in lui il pensiero della morte: “Quando per me i rintocchi / scandiranno il sopraggiungere dell’ora / mi troverò confuso e smarrito” (Un tom-tom metafisico).

Sono in fondo gli eterni pensieri dell’uomo, il quale ignora il senso della sua avventura sul mondo, così come ignora “il lato oscuro delle cose”, che soltanto al poeta è dato indagare e magari in parte cogliere perché, come dice il filosofo, ciò che scopre lo scopre non con la ragione, ma con l’intuizione e con il sentimento.

Noi “abitiamo per anni / nella casa della nostra esistenza” senza penetrare “delle cose / il seme più interno / e inesplorabile” scrive Urraro nella poesia Chi lo sa? che chiude il suo libro. È questo il limite dell’uomo: quello di non sapere ed è pure il suo destino.

Raffaele Urraro ha meditato a lungo su tutto ciò e ne ha tratto la materia per questo suo nuovo libro, che ora ci presenta, quale frutto delle sue fatiche e dei suoi pensieri. E si tratta di pensieri da lui tradotti in pagine di schietta poesia.

Enzo Rega: “La Linea dei Passi. Prose sulle città e il viaggio” (Helicon Ed.)

di Francesco Improta (2020)

In questa situazione di drammatica emergenza e di reclusione forzata rovistare tra gli scaffali della libreria in cerca di un libro ignorato o dimenticato diventa un esercizio necessario per riempire il vuoto e ammazzare il tempo, quando, però, tra le mani ti capita un vero gioiello come La linea dei passi di Enzo Rega, l’esercizio acquista ben altro significato e la giornata che correva il rischio di srotolarsi noiosa e ripetitiva si apre a più luminose e gratificanti prospettive. Il libro in questione appartiene a quella letteratura odeporica che ha avuto tanti cultori illustri, si pensi senza risalire indietro nel tempo a Chatwin, a Kerouac, a Terzani e Piovene. È un tipo di letteratura di cui è difficile fissare criteri e confini, in quanto comprende racconti, diari di viaggio, reportage e al limite guide turistiche. Al centro c’è sempre il viaggio con tutte le esperienze oggettive e soggettive che esso comporta; il viaggio come scoperta e illustrazione, descrizione e narrazione, ma anche come ricerca di sé stesso e delle proprie potenzialità, poche o molte che siano. Un viaggio, quindi, ondivago senza una meta precisa, in quanto il viaggio non è un mezzo ma un fine non a caso il primo dei tanti eserghi del libro, tutti puntuali e illuminanti, tratto da F. Pessoa recita testualmente così: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.” Ne La linea dei passi c’è anche di più, ricordi, lettere, brani di racconti già scritti (Ritorno all’albergo del Rosso) o da scrivere, incantesimi, aforismi e la contrap­posizione tutta pavesiana tra città e campagna, esplicitata soprattutto nel I capitolo con le luci in lontananza della città e quel ponte che divide e congiunge e con lo struggente desiderio del ritorno che si accompagna sempre al viaggio e lo nobilita, altrimenti sarebbe, come dice F. Biamonti, anche lui presente tra gli eserghi, un semplice spostamento fisico. Nel terzultimo capitolo dei ventuno che compongono il libro (sempre che si possano chiamare capitoli), quello in cui Rega si richiama a Le città invisibili di I. Calvino, l’autore dice testualmente: “… d’una città non godi le bellezze, ma in essa cerchi una risposta… e più avanti il tuo avanzare è sbilenco, il capo è sempre volto all’indietro. Sì, in fondo il tuo viaggio si svolge sempre nel passato e, sotto diversi nomi, si cela sempre la stessa città.

Leggendo il libro sembra di avvertire la frenesia dei passi che procede parallelamente al desiderio, all’urgenza di raccontare, perché le cose esistono solo quando trovano forma in un racconto; e anche la donna che ha un ruolo importante in questo “diario” di viaggio acquista identità e spessore nel momento in cui si fonde con la natura circostante, si fa paesaggio o si innerva nelle solide costruzioni di una città. Le città poi descritte minuziosamente nella loro tetraggine, come Amsterdam dalle costruzioni scure e dai canali maleodoranti, oppure nella pretenziosa ambizione di sentirsi metropoli non diversamente da New York come Londra, rimandano a letterati, pittori o musicisti; questi ultimi come Webern e Schönberg sono entrambi riconducibili alla musica dodecafonica, cioè alla compresenza delle dodici note all’interno dello stesso agglomerato sonoro. Dei pittori, invece, vengono citati esplicitamente P. Mondrian dinanzi all’esuberanza dei colori e implicitamente E. Munch tramite quella ragazza sul Ponte di Pietra (Karluv most) con la bocca spalancata che appare e scompare continuamente senza emettere parole o suoni quasi ectoplasma scaturito dall’atmosfera incantata di quella Praga magica descritta da Angelo Maria Ripellino. De Chirico, invece, ci viene incontro nel momento in cui Rega si accinge a raccontarci Torino con le vie e le piazze squadrate dal sapore vagamente metafisico e a De Chirico si associano naturalmente C. Pavese, che a Torino si diede la morte, e Nietzsche che si ricollega a Erasmo da Rotterdam e L’elogio della pazzia, a cui Rega attribuisce il potere di spazzare via le insulse banalità dal mondo. A Genova, infine, dove l’aria s’impregna di salsedine dopo le cime innevate o l’acqua dolce dei fiumi che attraversano le pagine, l’omaggio implicito, citando Boccadasse è rivolto a Fabrizio De André, e a Genova il libro termina, ma, viste le premesse, il viaggio continua…

Tralasciamo ora l’elenco degli scrittori a cui l’autore attinge o ruba ingordamente, dal momento che ce ne parla lui stesso nell’ultimo capitolo invitandoci o sfidandoci a cogliere tutti gli echi, le reminiscenze e i rimandi presenti ne La linea dei passi, dando vita, sulla scia di Calvino, a una sorta di letteratura combinatoria, per soffermarci sugli interessi, le competenze cinema­to­grafiche di Enzo Rega che utilizza un linguaggio filmico per montare e smontare la “pellicola” di immagini, suoni e colori, utilizzando dissolvenze incrociate o snodi narrativi. Del resto vengono citati esplicitamente Luchino Visconti, di cui Rega va a visitare la casa in devoto pellegrinaggio durante il soggiorno lavorativo a Milano, e Wim Wenders, a cui sembra aver rubato, tra le altre cose, il sembiante (impressionante la somiglianza) e il tema del viaggio-identità, centrale nell’opera del regista tedesco e soprattutto in Falso movi­mento.

Prima di concludere vorrei citare due immagini e qualche aforisma che mi hanno particolarmente colpito.

“… potrei vivere in questa città, con quella lunga biscia viscida che la spacca in due come le grandi labbra di una vulva palpitante con l’orrendo e mostruoso clitoride metallico? Ed ecco Piazza della Concordia, distesa come un ventre vuoto

È il dialetto che ha coltivato queste terre – distese davanti a me, oltre la gabbia delle galline, e sconosciute nella luce del tramonto: una striscia di sangue lungo l’orizzonte straripa nell’aria sino a investire anche noi, e le galline, e le pozzanghere piene di fanghiglia che non possono fare da specchio al rosso che invece imporpora anche le nuvole.”

“È difficile tenere in ordine la propria vita, anche se in essa non vi è vero disordine.”

“Tutte le città finiscono per negarsi, per non darsi. Così Bergamo. La distaccata bellezza della città alta, la squadrata confusione della città bassa.”

“Scrivere non è un atto di lucidità. È un lavoro all’interno del generale fingere. Ci si finge scrittori, e si scrive. Gli oggetti dello scrivere sono le nostre finzioni quotidiane. Il tema è la finzione, non come tale, ma come vita.”

Credo di poter affermare senza mezzi termini che il libro di Enzo Rega meriti di essere letto assolutamente; si tratta infatti, a dispetto di una certa lungaggine nella parte centrale, di una vera gemma e qual è la gemma che non ha qualche lieve impurità?

Vanina Zaccaria: “Non si Muore di Notte” (RPlibri Ed., 2020)

di Francesco Improta (2020)

Mi sono avvicinato a questa silloge poetica in punta di piedi e in religioso silenzio, ammaliato da un lato dal nome dell’autrice che mi ha riportato alla mente il racconto di Stendhal, Vanina Vanini, nonché l’irrisolta trasposizione cinematografica di R. Rossellini, e dall’altro dal titolo della raccolta, Non si muore di notte, che restituisce alla notte tutto intero il suo fascino e ci trasporta dalla dimensione materiale a quella onirica, dalla luce del sole alle tenebre notturne. Ed è allora che la vita ci mostra il nostro vero volto, liberandoci dalle convenzioni, dagli obblighi che regolano la nostra quotidianità e sprigionando, desideri, pulsioni e avventure del corpo e dello spirito che abbiamo cercato di seppellire o di accantonare. Ed è in questa zona umbratile che si muove Vanina Zaccaria approdando a risultati di grande impatto emozionale e soprattutto visivo, in quanto il taglio dei suoi componimenti è decisamente cinema­tografico: scene, sequenze, inserti non diegetici o spostati, dissolvenze, tutto l’ar­mamentario per costruire e montare un convincente e struggente film della memoria.

L’opera che comprende 26 componimenti si divide in due cicli e tale suddivisione rivela anche al più sprovveduto dei lettori che si tratta di un viaggio, che non ha, comunque, una destinazione precisa né un obiettivo finale ma che si nutre di sé stesso, delle galoppate della fantasia sentimentale e dei soprassalti della memoria involontaria, per intenderci meglio le epifanie joyciane o le intermittenze del cuore di cui parla Proust. L’incipit è grandioso, addirittura epico; Vanina Zaccaria, con la sua “voce oracolare”, come dice giustamente nella nota critica posta in calce al volumetto, Giovanni Ibello, o come sembra suggerire Odisseas Elitis, di cui vengono riportati in esergo alcuni versi, cerca di risvegliare dal loro sonno millenario gli antichi guerrieri greci, il cui profilo è possibile intravedere nei crinali dei monti e delle colline della Grecia, custodi di una grandissima e insuperata civiltà oppure richiama in vita, tra il sonno e la veglia, le navi dei trafficanti di schiavi e di armi che solcavano gli oceani nei secoli passati. La sua voce, però, non è sempre solenne e oracolare, conosce anche i toni bassi della quotidianità e allora si fa semplice e confidenziale, allorché un oggetto comune e ordinario accende sullo schermo della memoria ricordi ed emozioni.

Rammaricato alla finestra, tenuto alla fune

come impiccato

il tuo vestito di lino

Quello che indossasti per la festa, sbottonato alla gola

Per suonare il clarino e l’armonica.

Un vestito che svolazza al vento, richiama alla mente immagini di gioia e di spensieratezza, la festa paesana e la banda musicale, immagini in netto contrasto con la conclusione del componimento dove il lino scolora / nel paese estinto. Si affaccia allora quella malinconia, legata alla fugacità del tempo e alla labilità della nostra esistenza. Allora affiorano immagini della vita di campagna, le opere e i giorni di una civiltà contadina per dirla con Esiodo, il nonno durante la mietitura, il carnevale, i fuochi di artificio, il nido della poiana. Non sono però immagini idilliche perché i danni, i pericoli, le sventure sono sempre in agguato, come il terremoto:

Tutta piegata eri, come la casa di mattoni

Quando la terra si scuote

E il piccolo campanile si disorienta

Del bestiario della Zaccaria fanno parte il cinghiale, l’agnello, il bue, il cane ma soprattutto gli uccelli: la poiana, il gabbiano e in particolar modo la folaga che rivela l’ascendenza montaliana e ribadisce il tema della memoria; in Voce giunta con le folaghe Eugenio Montale dice testualmente: “Memoria / non è peccato finché giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione che / funghisce su sé”. Così il lichene ci rimanda a Camillo Sbarbaro e “il grido nero” a Quasimodo che, pur essendo siciliano di nascita, ha vissuto nell’estremo Ponente Ligure, dove ha scritto tra l’altro la bellissima poesia Alla foce del Roja e la Zaccaria sembra molto legata alla Liguria e alla linea ligustica; non a caso Genova è una delle tappe, insieme a Venezia e Firenze, del suo girovagare per l’Italia. Non rimane, però, entro i confini della penisola italica, la sua mente viaggia verso Oriente, oltre la Grecia, fino a includere una delle città più belle d’Europa San Pietroburgo di cui ricorda l’enigmatico sorriso dei leoni sulle rive della Neva e i ponti che si alzano e si abbassano come ali di fenicotteri per consentire il passaggio delle navi dirette verso il Baltico e la Finlandia e un pensiero va anche al vicino lago Ladoga. Queste preferenze accordate alla Russia non devono meravigliarci dal momento che Vanina Zaccaria è attenta ed esperta studiosa di cultura russa nonché presidente della Fondazione Lermontov.

Ci sarebbero da dire tante altre cose sulla poesia della Zaccaria, sonorità diffuse o rumori di fondo come il ronzio simile a un nido di api della pellicola che si srotola, suggestioni, sentimenti ed emozioni che si annidano tra i suoi versi in un groviglio apparentemente difficile da districare ma lascio ai suoi lettori, che mi auguro numerosissimi, il piacere di frugare tra i suoi componimenti alla ricerca di tesori nascosti. Io mi limiterò, per chiudere queste brevi riflessioni sulla silloge in questione a riportare integralmente un suo componimento che mi ha particolarmente colpito.

Non ho memoria del tempo

che ha scavato la mia figura.

Se tutta mi piego

nella sera improvvisa

non è per preghiera.

Sono già di polvere i nostri capelli

E la giostra della fiera

corre ancora ed è lontana.

 

Resto esposta

come il nido della poiana

il tasso morto sulla strada.