Giuseppe Vetromile: “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Raffaele Urraro (2020)

Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da RPlibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.

E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.

Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.

Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.

Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, secondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.

Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.

I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.

Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.

Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.

Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.

Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Enzo Rega (2020)

Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Nico Orengo (1944-2009), un aristocratico – era un marchese – allo stesso tempo alla mano –, un dandy dei nostri tempi (Bruno Murialdo) e della letteratura italiana coeva, può rimediare leggendo questo piacevole libro a lui dedicato, Nico Orengo. Poeta della pagina della vita, a cura di Alberto Cane e Francesco Improta, Fusta Editore, Saluzzo 2019, che riporta Aneddoti, Ricordi e testimonianze e Contributi critici, più un’appendice di Ricette e Musica (queste rispettivamente le sezioni in cui il volume risulta diviso). Ricco poi l’apparato iconografico che documenta soprattutto i soggiorni liguri di Orengo, come del resto le stesse testimonianze. Filippo D’Eliso recensendo esaustivamente il libro afferma che “ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto” (rplibri.com, 12 agosto 2019).

A proposito dell’affabilità e disponibilità umana, voglio portare un seppur minimo contributo Scrissi a Orengo a inizio anni Duemila, prima per un eventuale pezzo su un uliveto in Calabria: “Tuttolibri”, sulla base della passione stessa di Orengo, dava spazio allora a questioni di questo tipo. Poi gli inviai un mio libro di saggi, uscito sempre in quei tempi per una recensione. Non se ne fece nulla né dell’una né dell’altra cosa. Però ci scambiammo diverse mail: credo ci avesse messo in contatto Marco De Carolis, a cui dovevo già la conoscenza (in quel caso personale) di Francesco Biamonti. Orengo rispondeva però sempre subito e garbatamente, e prendemmo a parlare di altre cose. Purtroppo, non trovo traccia nell’archivio della mia posta di quello scambio.

Bene, di quest’affabilità, nonché di certe spigolosità del carattere di Orengo, e di altro, si dà conto in questo libro. Da uno scambio di mail comincia l’amicizia tra Orengo e Alberto Cane, uno dei curatori del volume. Torinese di nascita, ma ligure di origine e di vocazione (la Liguria è la terra dell’infanzia), grazie ad Alberto, Nico conosce un’altra Liguria: “lo convincemmo addirittura, lui che non amava la montagna, a fare scampagnate nei boschi lassù in alto, e così scoprì, con stupefatta meraviglia, lati della Liguria interna che non immaginava” (p. 16). In Liguria, Orengo scende di volta in volta a presentare i suoi libri, e si organizza addirittura una finta pesca di un’enorme anguilla colorata, nel fiume Nervia a Isolabona, nelle cui vicinanze successivamente, su suggerimento di Nico, verrà riproposta una rappresentazione in costume de Il barone rampante di Italo Calvino.

È soprattutto la Liguria a essere presente nei libri di Orengo. Marco Cassini (per cominciare a dare direttamente la parola a qualcuno degli amici) ricorda, in Dogana d’amore (1986), il paese di Latte, il Roja, i Balzi Rossi; la Val Nervia è invece presente in Ribes (1988). Ed è Cassini a ricordare anche com’era nata la ricerca di una location del Barone calviniano, ricerca che porta a una vera escursione e poi alla performance menzionata.

Roberta Cento Croce parla invece un certo distacco di Orengo nei confronti di luoghi che aveva conosciuto vergini e ritrova ora contaminati da un certo tipo di sviluppo che anche lui, come Calvino prima e Biamonti dopo, condannava. Roberta organizza una giornata del Fai a Latte tra le ville della via Romana e invita con entusiasmo Nico, ma rimane delusa dalla sua reazione: “Fu invece una doccia fredda. Sentii l’amarezza di chi ormai la magia di Latte l’aveva data per persa, il dolore di chi aveva conosciuto una bellezza tanto speciale e la ritrovava snaturata da quegli interventi innovativi che lui aveva denunciato con forza” (p. 27).

Ma in Liguria Orengo aveva costruito il suo buen retiro, ristrutturando la villa de La Mortola, affacciata sui Giardini Hanbury un tempo appartenuti alla sua famiglia. Ne dà un ricordo, tra gli altri, Marco De Carolis (è sua la Cinquecento dalla quale, nell’immagine di copertina, esce sorridendo Nico). L’amico ricorda come Nico gli dicesse, quando era ospite in quella villa, “Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina”. Ecco, chiosa Marco, in questo modo Nico sottolineava “ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui Giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso. Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima” (p. 28).

A La Riviera di Nico è dedicato uno degli interventi specificamente critici, quello di Vittorio Coletti, il quale accosta il nome di Orengo ad altri cantori del Ponente Ligure, i già ricordati Calvino e Biamonti, ma anche il poeta e scrittore Giuseppe Conte, al quale per certi aspetti Orengo sarebbe più vicino. Gli altri scrittori ponentini (ma anche il Conte narratore), a partire da Giovanni Boine che parlò della Crisi degli Ulivi in Liguria, sono soprattutto impegnati a denunciare le devastazioni subite dalla Riviera. Coletti vuole però evidenziare uno scatto di Orengo rispetto agli altri autori, e che lo avvicinerebbe piuttosto al Conte poeta. Scrive Coletti: “Non è che il pericolo, il male in agguato dietro i cieli sereni e il mare tenero, Nico non li abbia visti, né che li abbia taciuti (basti pensare a L’autunno della signora Waal). Ma lui ha raccontato soprattutto le acque, i fiori, i cieli. Se la terra Ligure è per i suoi amici scrittori arida e pesante, per lui è friabile e leggera” (p. 107). Laddove altri scrittori hanno visto una perdita d’identità, Orengo, continua Coletti, ha invece visto cosmopolitismo, come in Hotel Angleterre, il suo penultimo libro del 2007. In Liguria infatti sono passati scrittori, nobili più o meno ricchi, attori e giocatori. È dunque una terra aperta. Se in altri scrittori sembra prevalere il pessimismo, Orengo, secondo Coletti, guarda a questa terra con “ostinata felicità e ironia, come ne L’intagliatore di noccioli di pesca” (p. 108), libro del 2004. Per Orengo la Liguria è sempre terra dell’infanzia, dell’estate e dei giochi: gli altri la guardano con gli occhi di chi vi è rimasto, Nico con quelli di chi è andato via, anche se per farvi frequenti ritorni. Lo stesso rapporto che lega Montale alla Riviera di Levante, con la differenza che la poesia del genovese è segnata dal male di vivere. In definitiva, Orengo è stato uno scrittore piemontese col cuore però in Liguria, una Liguria che è stata il suo baricentro umano e artistico mentre Torino quello intellettuale e professionale.

Tuttavia, se La Liguria sembra il luogo principale d’ispirazione, Orengo ha lasciato pagine anche sul Piemonte, almeno in Di viole e liquirizia (2005) nel quale espone i nuovi miti della Langa e del vino. Su questo si sofferma Luciano Bertello nel suo intervento, geograficamente intitolato Nico fra Langa e Roero. La questione riguarda adesso la valorizzazione delle colline e dei vini di queste zone: “colline che amava profondamente e che vedeva ferite nel paesaggio, modificate da colonizzazione culturali o da localistiche chiusure autoreferenziali, stravolte dall’arroganza del denaro” (pp. 53-54). Così nasce l’avventura di Albalibri, di una “cultura rispettosa del territorio, nell’intreccio e nel dialogo con tutte le forze culturali di Langa e Roero, con la sua naturale predilezione per il nuovo e per i giovani” (pp. 54-55). Bertello mette inoltre in evidenza (tema ricorrente in altre pagine) come Orengo non disdegnasse la buona tavola.

Se in generale viene tratteggiato il legame dell’uomo con i suoi paesaggi, è Francesco Improta a evidenziare pur attraverso il territorio l’aspetto cosmopolita (già sottolineato da Coletti) della cultura e della letteratura di Orengo, portandolo oltre i confini di Liguria e Piemonte, e oltre gli steccati stessi della pratica letteraria. Il denso intervento critico di Improta s’intitola infatti Nico Orengo tra letteratura e cinema. Afferma subito Improta: “Nella narrativa di Nico Orengo anche il lettore più distratto non può fare a meno di rilevare reminiscenze, citazioni, e persino tecniche specificamente cinematografiche” (p. 111). Nella Liguria – vero “cronotopo” alla Bachtin, una Liguria frequentata per esempio da Hemingway, tra gli scrittori più “saccheggiati” dall’industria cinematografica americana, e da Chaplin e Grace Kelly – Orengo ambienta le sue storie intrise di quella terra ma con un occhio a quel mondo internazionale. Così, prosegue Improta, il resoconto delle riprese di Caccia al ladro di Hitchcock, girato tra Montecarlo e dintorni (quindi poco oltre il confine), diventa un vero e proprio racconto nel racconto all’interno de La guerra del basilico (1994), dove si parla della scomparsa di Grace Kelly dal set del film: queste vicende s’intrecciano con quelle dei bizzarri personaggi del Tropicana Hotel nel quale avrebbe soggiornato anche la Kelly nei quattro giorni in cui è mancata dal set. Annota Improta: “Qui il Cinema nella sua accezione più ampia entra in punta di piedi ma si espande trasformandosi in racconto autonomo, location, paesaggio, pretesto narrativo, spunto di riflessione e… magia” (p. 113). Ne Le rose di Evita (1992) l’intreccio si realizza invece con Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens: Marco, l’adolescente protagonista del romanzo, si specchia in Joey facendo come lui una figura ideale di Shane, appunto il cavaliere del film. Altrove invece è la tecnica narrativa stessa di Orengo a essere cinematografica: “La curva del Latte – segnala sempre Improta con riferimento al romanzo pubblicato nel 2002 – ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine estate un grido, violento e insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case, sparse della valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda” (p. 115). Infine, secondo Improta, la terza modalità cinematografica di Orengo – l’omaggio più sentito – non è nelle citazioni e reminiscenze o nella tecnica, ma nelle atmosfere: così, nell’ultimo romanzo, Islabonita del 2009 (che prende il nome dal paese ligure di Isolabona), ritroviamo una spy-story che ricorda quelle dello scrittore e sceneggiatore Eric Ambler.

Interessante il modo con il quale Federica Lorenzi nel suo intervento L’enfant terrible fa dell’infanzia la cifra stilistica fondamentale della scrittura di Orengo, sia per la rievocazione e mitizzazione della propria infanzia, sia per il fatto che inizialmente abbia scritto proprio per i più piccoli: “Anche se la produzione di componimenti per bambini è limitata gli anni Settanta, questa esperienza ha fortemente segnato lo stile dell’autore: egli si serve del modello formale della filastrocca in tutta la sua successiva produzione poetica per adulti e talvolta in quella in prosa, recuperando la cadenza ritmica e le sonorità della filastrocca per facilitare la scorrevolezza e il piacere della lettura e veicolare insegnamenti sulla natura, esattamente come aveva fatto in Canzonette. Ma non è l’unica ragione. L’utilizzo di queste forme poetiche infantili nella produzione per adulti vuole essere un invito a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà, tipico dell’età infantile. In questo senso vanno letti anche gli incoraggiamenti a giocare con il linguaggio. Si rivolge nelle introduzioni delle sue raccolte di poesie per bambini ai lettori di tutte le età, mettendo a disposizione i suoi segreti compositivi. Egli attribuisce una grande importanza all’esercizio della creatività e della fantasia perché li considera strumenti indispensabili per illuminare la realtà, immaginarla diversamente e cambiarla. La speranza di Orengo non è riposta solo nei bambini, ma anche negli adulti, se questi ultimi sono disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo (…) Segno che lo scrittore avverte come sempre più pressante la necessità che la società degli adulti recuperi un approccio più autentico nei confronti della realtà” (pp. 122-123).

Una chiave questa (e perciò ho riportato la lunga citazione) per capirne la letteratura, ma anche il personaggio Orengo, quale ci viene tratteggiato anche negli altri interventi di questo aureo libretto, interventi che, per quanto a loro volta stimolanti, dobbiamo necessariamente condensare. Luisella Berrino ci informa della passione per i capperi e i suoi fiori simili alle orchidee. Giuseppe Giacomelli racconta di quando a Torino, alla redazione de “La Stampa” gli portava le sigarette individuandolo a fatica tra le pile di libri e giornali. Aldo Molinengo è tra coloro che sottolineano l’importanza del territorio per Orengo (“Il paesaggio per Nico era la sua seconda casa”, p. 33), e il costante riferimento nei libri ai nomi di piante e alberi, un interesse che sfocia nel premio che prende il nome dai Giardini Hanbury. Alberto Sinigaglia lo ricorda a Torino, nella funzione di “segretario” per Einaudi, a tavola con Sciascia e Soldati. Anche Paolo Veziano lo ricorda a tavola, insieme a Tesio e Improta, alle prese con un’anguilla di oltre due chili e con una bottiglia di Vermentino. Mirella Appiotti lo ricorda di nuovo a Torino tra “La Stampa” e “Tuttolibri”: “Nico o dell’essenzialità: poche parole dietro le quali spuntano progetti, opportunità, scoperte” (p. 45). Mauro Bersani rievoca la benevolenza con cui Giulio Einaudi accolse in casa editrice il giovane Orengo, al tempo ancora ventenne, rimanendovi sempre legato. Pippo Bessone ci riconduce di nuovo al paesaggio ligure tra piante e mare, e dello scrittore dice: “Nico aveva un modo di scandire, che le parole suonavano nobili” (p. 57). Di Yves Bosio si riproduce una lettera manoscritta che ne piange la scomparsa avvenuta “senza un preavviso”. Claudia Claudiano ne ricorda la leggerezza calviniana e come, al modo di Calvino, abbia con la penna difeso il proprio lembo di terra ligure. Laura Guglielmi lo ricorda, con Ernesto Ferrero, Antonio Ricci e Marco De Carolis, oltre lei stessa, nella giuria del Premio dell’Olio a Badalucco in Valle Argentina, con il quale Nico “Voleva sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli” (p. 67): in quell’unica edizione viene premiato il genovese Renzo Piano. Albina Malerba, partendo da La Mortola, a Mùrtura, elenca, con un poetico gioco di suoni, una serie di luoghi orenghiani in quest’angolo di Liguria che sembra già Provenza: “La Mortola, il mirteto, il luogo dei mirti nonancoratrovati: tra gli Hanbury e Cacciairui, tra Mamante e le Case Canun, dai Perugin a la Bagarina, dalla Croce ai Ciotti a Grimaldi, dalla Punta a Baia Beniamin, dalla spiaggia del Cannone alla vecchia frontiera di Ponte san Luigi e sotto i Balzi Rossi, poi giù verso Latte e le Calandre, e Ventimiglia, e su verso Dolceacqua, Apricale, Garavan, Mentone, Castellar, Roquebrune… fino a Nizza” (p. 71); una “geografia del cuore”. Paolo Mauri ricostruisce l’incontro a Roma a casa di Toti Scialoja, poi a Torino con Calvino e infine la discesa in Liguria nella terra di Orengo, con l’epicentro de la Mortola, e le cene con Biamonti nei paesini dell’entroterra: il giornalista rievoca ancora un viaggio ad Aix, all’atelier di Cézanne (Nico raccoglieva materiale per Gli spiccioli di Montale uscito nel 1992). Silvia Peira menziona le sette edizioni della Via del sale, un percorso di arte contemporanea che nel tempo conosce diverse denominazioni: ecco, nella seconda edizione del 2003, gli artisti creare con il sale un grande disegno collettivo a Bossolasco. Paolo Pejrone ci ricorda le altre iniziative per la tutela del patrimonio naturale, come il premio per la difesa del Paesaggio e il premio dell’Enoteca del Roero, questi in favore del mondo agricolo piemontese, e non solo. Antonio Ricci dà conto della gestazione del “libro tecnico” sul programma Striscia la notizia che comportò una non facile convivenza, una vera “operazione di logoramento” (p.88), a partire dalle dispute per la scelta del vino, tra il Vermentino e il “traditore” Pigato. Sandra Reberschack lo definisce cavaliere armato non di spada ma di lessico in difesa del territorio, amante della bellezza, nell’arte come nella vita: dotatone lui stesso come testimoniano le foto giovanili, le sue donne e i figli. Ugo Giletta contribuisce con due foto del mare e il commento: “Quando il lamento del mare diventa voce, la memoria è di immensi spazi mai più ripetibili (p. 97). E Giovanni Tamburelli ci dice che il Mar Ligure, con l’aria aromatica delle erbe e il cibo profumato, era il suo salotto. Paola, Maria, Ida, Simonetta e Stefania dell’ufficio stampa dell’Einaudi in gruppo ricordano quanto fosse bello, anche se non sempre facile, lavorare alla promozione dei suoi libri. Nell’ultimo intervento, prima delle ricette, Bruno Quaranta inanella una serie di aggettivi: “Nico, o dell’ossimoro, tessuto, arabescato, cullato. Cortesemente efferato. Sapientemente ignaro. Elegantemente disadorno. ordinatamente disordinato. Amorevolmente disamorato. Svogliatamente vigile…” (p. 124).

E in conclusione ricordiamo che il libro prende il titolo dall’intervento di Giuseppe Conte che ne sintetizza aspetti personali e letterari: “Le qualità che mi colpirono in Nico, quando cominciai a frequentarlo, furono subito la grazia mondana e l’ironia, che nascondevano e quasi proteggevano una passione gelosa e vitale per la poesia e la letteratura” (p. 63). Aristocratico torinese – precisa Conte – Orengo si sentiva principalmente ligure, del fazzoletto di terra che va, come ormai sappiamo, da Ventimiglia alla frontiera. “Nico era uno scrittore completo, come in Italia ce ne sono stati pochi”, e con le sue parole possiamo riassumere quanto finora sentito da tante voci: “Completo, generoso, continuo, coraggioso, fedele alla propria ispirazione. È stato autore di deliziosi libri per l’infanzia, di raccolte originali di poesie, di saggi importanti, di romanzi che si sono evoluti verso una sempre più forte, chiara, godibile comunicatività” (p. 64). Dei suoi libri Conte dice di averne amato due in particolare, l’uno di ambientazione ligure, L’intagliatore dei noccioli di pesca, e l’altro piemontese, Di viole e liquirizia.

Conte riconosce a Orengo di avere letto per primo, ancora in manoscritto, L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (che poi avrebbe presentato a Calvino) contribuendo forse a creare la leggenda dello scrittore coltivatore di mimose.

E li vediamo tutt’e tre a cena, nei paesini dell’entroterra, Beppe, Nico e Francesco.

Raffaele Urraro: “Il Lato Oscuro delle Cose” (RPlibri Ed., 2019)

di Elio Andriuoli (2020) 

Da sempre i poeti hanno cercato di guardare al di là delle apparenze, per cogliere il senso profondo della realtà, che ai più non è dato vedere. Non è da meravigliarsi dunque che Raffaele Urraro abbia intitolato la sua nuova raccolta di versi Il lato oscuro delle cose, a significare quale è stato il percorso della sua ricerca poetica degli ultimi anni.

È infatti la sua una poesia assorta e meditativa, volta ad indagare il significato del mondo, che si accende di stupore per ciò che scopre dischiudersi al suo sguardo, come una stella che appare nella vastità del cielo; il che avviene in L’immaginazione che conforta: “A mezzanotte in punto / una stella si accosta lentamente / alla luna…” o in Il cane fermo nel cortile, dove un cane che “si alza e se ne va / chiuso nel suo silenzio / portandosi con sé / il segreto dei suoi pensieri”, fa nascere nel poeta nuove meditazioni.

Stupisce Urraro anche il silenzio che talora lo avvolge, dato che egli scrive in una di queste poesie, intitolata Abitare il silenzio: “Abitare il silenzio / e ascoltare soltanto i rumori delle stelle / e la cosmica armonia / che c’intride di sé”; così come lo stupisce “un punto nero sulla pagina bianca” che emerge dalla poesia Un punto nero o “l’onda che si alza e se ne va / per le immense praterie del mare / senza neanche sapere / se ti ha lambito la mano” (L’onda del mare).

Emblematica di questo libro è una poesia come La sfida del tempo, nella quale “I granelli della clessidra” che “pigiando si affollano all’uscita” suscitano nell’autore profondi pensieri sul significato del nostro vivere, sospeso tra il prima ed il poi, e sullo scorrere del tempo, l’“irreparabile tempus” oraziano, che tutto travolge.

Certo, l’affacciarsi al nostro sguardo delle apparenze costituisce un mistero, così come costituisce un mistero il loro sparire dal nostro orizzonte, come quello della “falena che sembra morta / mentre culla nel cuore / il seme delle sue speranze” (Dorme la falena e sembra morta).

Noi non sappiamo perché sul nostro capo ruotino gli astri, inseguendo una meta che si perde nell’infinito; né sappiamo perché nascano in noi “i mostri dell’anima” (I mostri dell’anima) né perché sorga in noi la poesia (Da dove arriva la poesia?). E invero il sorgere della parola poetica, che trema tra il Tutto e il Nulla, costituisce un grande miracolo, riuscendo ad esprimere i più segreti sentimenti che s’affacciano al nostro animo.

Tutto ciò Urraro lo dice in versi limpidi e intensi, che gli sono suggeriti dalle apparenze, come una nuvola che naviga silenziosa nel cielo, un’ombra che passa o i rintocchi di una campana, che suscita in lui il pensiero della morte: “Quando per me i rintocchi / scandiranno il sopraggiungere dell’ora / mi troverò confuso e smarrito” (Un tom-tom metafisico).

Sono in fondo gli eterni pensieri dell’uomo, il quale ignora il senso della sua avventura sul mondo, così come ignora “il lato oscuro delle cose”, che soltanto al poeta è dato indagare e magari in parte cogliere perché, come dice il filosofo, ciò che scopre lo scopre non con la ragione, ma con l’intuizione e con il sentimento.

Noi “abitiamo per anni / nella casa della nostra esistenza” senza penetrare “delle cose / il seme più interno / e inesplorabile” scrive Urraro nella poesia Chi lo sa? che chiude il suo libro. È questo il limite dell’uomo: quello di non sapere ed è pure il suo destino.

Raffaele Urraro ha meditato a lungo su tutto ciò e ne ha tratto la materia per questo suo nuovo libro, che ora ci presenta, quale frutto delle sue fatiche e dei suoi pensieri. E si tratta di pensieri da lui tradotti in pagine di schietta poesia.

Enzo Rega: “La Linea dei Passi. Prose sulle città e il viaggio” (Helicon Ed.)

di Francesco Improta (2020)

In questa situazione di drammatica emergenza e di reclusione forzata rovistare tra gli scaffali della libreria in cerca di un libro ignorato o dimenticato diventa un esercizio necessario per riempire il vuoto e ammazzare il tempo, quando, però, tra le mani ti capita un vero gioiello come La linea dei passi di Enzo Rega, l’esercizio acquista ben altro significato e la giornata che correva il rischio di srotolarsi noiosa e ripetitiva si apre a più luminose e gratificanti prospettive. Il libro in questione appartiene a quella letteratura odeporica che ha avuto tanti cultori illustri, si pensi senza risalire indietro nel tempo a Chatwin, a Kerouac, a Terzani e Piovene. È un tipo di letteratura di cui è difficile fissare criteri e confini, in quanto comprende racconti, diari di viaggio, reportage e al limite guide turistiche. Al centro c’è sempre il viaggio con tutte le esperienze oggettive e soggettive che esso comporta; il viaggio come scoperta e illustrazione, descrizione e narrazione, ma anche come ricerca di sé stesso e delle proprie potenzialità, poche o molte che siano. Un viaggio, quindi, ondivago senza una meta precisa, in quanto il viaggio non è un mezzo ma un fine non a caso il primo dei tanti eserghi del libro, tutti puntuali e illuminanti, tratto da F. Pessoa recita testualmente così: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.” Ne La linea dei passi c’è anche di più, ricordi, lettere, brani di racconti già scritti (Ritorno all’albergo del Rosso) o da scrivere, incantesimi, aforismi e la contrap­posizione tutta pavesiana tra città e campagna, esplicitata soprattutto nel I capitolo con le luci in lontananza della città e quel ponte che divide e congiunge e con lo struggente desiderio del ritorno che si accompagna sempre al viaggio e lo nobilita, altrimenti sarebbe, come dice F. Biamonti, anche lui presente tra gli eserghi, un semplice spostamento fisico. Nel terzultimo capitolo dei ventuno che compongono il libro (sempre che si possano chiamare capitoli), quello in cui Rega si richiama a Le città invisibili di I. Calvino, l’autore dice testualmente: “… d’una città non godi le bellezze, ma in essa cerchi una risposta… e più avanti il tuo avanzare è sbilenco, il capo è sempre volto all’indietro. Sì, in fondo il tuo viaggio si svolge sempre nel passato e, sotto diversi nomi, si cela sempre la stessa città.

Leggendo il libro sembra di avvertire la frenesia dei passi che procede parallelamente al desiderio, all’urgenza di raccontare, perché le cose esistono solo quando trovano forma in un racconto; e anche la donna che ha un ruolo importante in questo “diario” di viaggio acquista identità e spessore nel momento in cui si fonde con la natura circostante, si fa paesaggio o si innerva nelle solide costruzioni di una città. Le città poi descritte minuziosamente nella loro tetraggine, come Amsterdam dalle costruzioni scure e dai canali maleodoranti, oppure nella pretenziosa ambizione di sentirsi metropoli non diversamente da New York come Londra, rimandano a letterati, pittori o musicisti; questi ultimi come Webern e Schönberg sono entrambi riconducibili alla musica dodecafonica, cioè alla compresenza delle dodici note all’interno dello stesso agglomerato sonoro. Dei pittori, invece, vengono citati esplicitamente P. Mondrian dinanzi all’esuberanza dei colori e implicitamente E. Munch tramite quella ragazza sul Ponte di Pietra (Karluv most) con la bocca spalancata che appare e scompare continuamente senza emettere parole o suoni quasi ectoplasma scaturito dall’atmosfera incantata di quella Praga magica descritta da Angelo Maria Ripellino. De Chirico, invece, ci viene incontro nel momento in cui Rega si accinge a raccontarci Torino con le vie e le piazze squadrate dal sapore vagamente metafisico e a De Chirico si associano naturalmente C. Pavese, che a Torino si diede la morte, e Nietzsche che si ricollega a Erasmo da Rotterdam e L’elogio della pazzia, a cui Rega attribuisce il potere di spazzare via le insulse banalità dal mondo. A Genova, infine, dove l’aria s’impregna di salsedine dopo le cime innevate o l’acqua dolce dei fiumi che attraversano le pagine, l’omaggio implicito, citando Boccadasse è rivolto a Fabrizio De André, e a Genova il libro termina, ma, viste le premesse, il viaggio continua…

Tralasciamo ora l’elenco degli scrittori a cui l’autore attinge o ruba ingordamente, dal momento che ce ne parla lui stesso nell’ultimo capitolo invitandoci o sfidandoci a cogliere tutti gli echi, le reminiscenze e i rimandi presenti ne La linea dei passi, dando vita, sulla scia di Calvino, a una sorta di letteratura combinatoria, per soffermarci sugli interessi, le competenze cinema­to­grafiche di Enzo Rega che utilizza un linguaggio filmico per montare e smontare la “pellicola” di immagini, suoni e colori, utilizzando dissolvenze incrociate o snodi narrativi. Del resto vengono citati esplicitamente Luchino Visconti, di cui Rega va a visitare la casa in devoto pellegrinaggio durante il soggiorno lavorativo a Milano, e Wim Wenders, a cui sembra aver rubato, tra le altre cose, il sembiante (impressionante la somiglianza) e il tema del viaggio-identità, centrale nell’opera del regista tedesco e soprattutto in Falso movi­mento.

Prima di concludere vorrei citare due immagini e qualche aforisma che mi hanno particolarmente colpito.

“… potrei vivere in questa città, con quella lunga biscia viscida che la spacca in due come le grandi labbra di una vulva palpitante con l’orrendo e mostruoso clitoride metallico? Ed ecco Piazza della Concordia, distesa come un ventre vuoto

È il dialetto che ha coltivato queste terre – distese davanti a me, oltre la gabbia delle galline, e sconosciute nella luce del tramonto: una striscia di sangue lungo l’orizzonte straripa nell’aria sino a investire anche noi, e le galline, e le pozzanghere piene di fanghiglia che non possono fare da specchio al rosso che invece imporpora anche le nuvole.”

“È difficile tenere in ordine la propria vita, anche se in essa non vi è vero disordine.”

“Tutte le città finiscono per negarsi, per non darsi. Così Bergamo. La distaccata bellezza della città alta, la squadrata confusione della città bassa.”

“Scrivere non è un atto di lucidità. È un lavoro all’interno del generale fingere. Ci si finge scrittori, e si scrive. Gli oggetti dello scrivere sono le nostre finzioni quotidiane. Il tema è la finzione, non come tale, ma come vita.”

Credo di poter affermare senza mezzi termini che il libro di Enzo Rega meriti di essere letto assolutamente; si tratta infatti, a dispetto di una certa lungaggine nella parte centrale, di una vera gemma e qual è la gemma che non ha qualche lieve impurità?

Vanina Zaccaria: “Non si Muore di Notte” (RPlibri Ed., 2020)

di Francesco Improta (2020)

Mi sono avvicinato a questa silloge poetica in punta di piedi e in religioso silenzio, ammaliato da un lato dal nome dell’autrice che mi ha riportato alla mente il racconto di Stendhal, Vanina Vanini, nonché l’irrisolta trasposizione cinematografica di R. Rossellini, e dall’altro dal titolo della raccolta, Non si muore di notte, che restituisce alla notte tutto intero il suo fascino e ci trasporta dalla dimensione materiale a quella onirica, dalla luce del sole alle tenebre notturne. Ed è allora che la vita ci mostra il nostro vero volto, liberandoci dalle convenzioni, dagli obblighi che regolano la nostra quotidianità e sprigionando, desideri, pulsioni e avventure del corpo e dello spirito che abbiamo cercato di seppellire o di accantonare. Ed è in questa zona umbratile che si muove Vanina Zaccaria approdando a risultati di grande impatto emozionale e soprattutto visivo, in quanto il taglio dei suoi componimenti è decisamente cinema­tografico: scene, sequenze, inserti non diegetici o spostati, dissolvenze, tutto l’ar­mamentario per costruire e montare un convincente e struggente film della memoria.

L’opera che comprende 26 componimenti si divide in due cicli e tale suddivisione rivela anche al più sprovveduto dei lettori che si tratta di un viaggio, che non ha, comunque, una destinazione precisa né un obiettivo finale ma che si nutre di sé stesso, delle galoppate della fantasia sentimentale e dei soprassalti della memoria involontaria, per intenderci meglio le epifanie joyciane o le intermittenze del cuore di cui parla Proust. L’incipit è grandioso, addirittura epico; Vanina Zaccaria, con la sua “voce oracolare”, come dice giustamente nella nota critica posta in calce al volumetto, Giovanni Ibello, o come sembra suggerire Odisseas Elitis, di cui vengono riportati in esergo alcuni versi, cerca di risvegliare dal loro sonno millenario gli antichi guerrieri greci, il cui profilo è possibile intravedere nei crinali dei monti e delle colline della Grecia, custodi di una grandissima e insuperata civiltà oppure richiama in vita, tra il sonno e la veglia, le navi dei trafficanti di schiavi e di armi che solcavano gli oceani nei secoli passati. La sua voce, però, non è sempre solenne e oracolare, conosce anche i toni bassi della quotidianità e allora si fa semplice e confidenziale, allorché un oggetto comune e ordinario accende sullo schermo della memoria ricordi ed emozioni.

Rammaricato alla finestra, tenuto alla fune

come impiccato

il tuo vestito di lino

Quello che indossasti per la festa, sbottonato alla gola

Per suonare il clarino e l’armonica.

Un vestito che svolazza al vento, richiama alla mente immagini di gioia e di spensieratezza, la festa paesana e la banda musicale, immagini in netto contrasto con la conclusione del componimento dove il lino scolora / nel paese estinto. Si affaccia allora quella malinconia, legata alla fugacità del tempo e alla labilità della nostra esistenza. Allora affiorano immagini della vita di campagna, le opere e i giorni di una civiltà contadina per dirla con Esiodo, il nonno durante la mietitura, il carnevale, i fuochi di artificio, il nido della poiana. Non sono però immagini idilliche perché i danni, i pericoli, le sventure sono sempre in agguato, come il terremoto:

Tutta piegata eri, come la casa di mattoni

Quando la terra si scuote

E il piccolo campanile si disorienta

Del bestiario della Zaccaria fanno parte il cinghiale, l’agnello, il bue, il cane ma soprattutto gli uccelli: la poiana, il gabbiano e in particolar modo la folaga che rivela l’ascendenza montaliana e ribadisce il tema della memoria; in Voce giunta con le folaghe Eugenio Montale dice testualmente: “Memoria / non è peccato finché giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione che / funghisce su sé”. Così il lichene ci rimanda a Camillo Sbarbaro e “il grido nero” a Quasimodo che, pur essendo siciliano di nascita, ha vissuto nell’estremo Ponente Ligure, dove ha scritto tra l’altro la bellissima poesia Alla foce del Roja e la Zaccaria sembra molto legata alla Liguria e alla linea ligustica; non a caso Genova è una delle tappe, insieme a Venezia e Firenze, del suo girovagare per l’Italia. Non rimane, però, entro i confini della penisola italica, la sua mente viaggia verso Oriente, oltre la Grecia, fino a includere una delle città più belle d’Europa San Pietroburgo di cui ricorda l’enigmatico sorriso dei leoni sulle rive della Neva e i ponti che si alzano e si abbassano come ali di fenicotteri per consentire il passaggio delle navi dirette verso il Baltico e la Finlandia e un pensiero va anche al vicino lago Ladoga. Queste preferenze accordate alla Russia non devono meravigliarci dal momento che Vanina Zaccaria è attenta ed esperta studiosa di cultura russa nonché presidente della Fondazione Lermontov.

Ci sarebbero da dire tante altre cose sulla poesia della Zaccaria, sonorità diffuse o rumori di fondo come il ronzio simile a un nido di api della pellicola che si srotola, suggestioni, sentimenti ed emozioni che si annidano tra i suoi versi in un groviglio apparentemente difficile da districare ma lascio ai suoi lettori, che mi auguro numerosissimi, il piacere di frugare tra i suoi componimenti alla ricerca di tesori nascosti. Io mi limiterò, per chiudere queste brevi riflessioni sulla silloge in questione a riportare integralmente un suo componimento che mi ha particolarmente colpito.

Non ho memoria del tempo

che ha scavato la mia figura.

Se tutta mi piego

nella sera improvvisa

non è per preghiera.

Sono già di polvere i nostri capelli

E la giostra della fiera

corre ancora ed è lontana.

 

Resto esposta

come il nido della poiana

il tasso morto sulla strada.

Rita Pacilio: “L’amore casomai” (LVF Ed., 2018)

di Francesco Improta (2020)

Ho letto L’amore casomai con profondo interesse e, a tratti, con grande stupore. Non sono racconti e non sono poesie, si tratta, a mio avviso, di immagini cromatiche, di pulsioni viscerali, di un concentrato di emozioni e di allusioni. Ci sono dietro, in quanto facenti parte del background dell’autrice, Lacan, Barthes e altri guru della cultura francese del Novecento e anche L’odore del sangue (esplicitamente citato nel testo) di Goffredo Parise o di Mario Martone, volendo assegnare alla trasposizione cinematografica di quest’ultimo una sua indiscussa autonomia e originalità. E non a caso, dal momento che spesso queste immagini, meglio ancora questi flash, sono grumi di sangue che conservano il loro odore dolciastro e metallico, anche e soprattutto nei momenti di ferina intimità. Odore al tempo stesso delle origini della vita, della condizione prenatale, dell’inviluppo dei corpi, del mestruo, ma anche livido e tumefatto, quando la vita langue, e diventa presagio di malattia e di morte. Del resto, l’antinomico connubio ancestrale, Eros e Thanatos, è presente in maniera esplicita o latente in ogni rigo di questa originale composizione che talvolta procede spedita, utilizzando con abilità e precisione linguaggi moderni come gli SMS, e talvolta in maniera sincopata e frammentaria, quasi ansimando, nei momenti, a mio avviso, di maggiore felicità creativa.
Molto bella la conclusione con quella sera intrisa di luce lunare e di nostalgia; e in quella diafana trasparenza scompare anche l’io narrante: io non c’ero.

 

Disintossicarsi

Guardare la luna. Seduta sul marmo del balcone. Scalza.

Spostare il baricentro poggiando la mano sul pavimento.

Quella strana scia di un aereo come stella in cammino. Bere

birra fresca e canticchiare Moon river.

Entrai in casa

crederla mia. Era settembre

poi una fotografia in bianco e nero

forse il libro sulla scrivania

chissà quale pagina appartenuta a un’altra.

Quella canzone, il vino rosso

un tavolo per due. E io non c’ero.


Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarraQuel grido raggrumatoIl suono per obbedienzaPrima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

Ilaria Palomba: “Brama” (Giulio Perrone Ed. 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Il romanzo decolla con studiata lentezza ma poi prende quota e non si ferma più, vola altissimo. Se mi si chiedesse un’opinione a caldo di Brama, ultima fatica letteraria di Ilaria Palomba (Giulio Perrone editore, 16 €), credo che mi esprimerei in questi termini.

Il libro, però, ha una struttura complessa per la molteplicità delle tematiche affrontate, di natura prevalentemente filosofica o estetica, per l’acca­vallarsi dei piani narrativi, per le continue analessi, per i frequenti slittamenti nella dimensione onirica e necessita quindi di una disamina più articolata e approfondita.

«Al centro del romanzo, che sarebbe più corretto definire un’au­tofiction, c’è un personaggio femminile a tutto tondo, Bianca, con tutti i problemi, le ansie, le frustrazioni della donna post-moderna. Una donna border-line che ha tentato tre volte il suicidio e ha evitato tutte le volte il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per l’intervento tempestivo dei genitori nei cui confronti Bianca ha un rapporto di odio/amore che affonda le radici nel passato, in un’adolescenza solo apparentemente felice. Lo stesso nome, Bianca, rivela la contraddizione di fondo che la connota; suona come un’antifrasi, contrasta, infatti, con l’inferno a cui è ridotta la sua esistenza, un buco nero che sembra volerla continuamente inghiottire, eppure al tempo stesso rimanda a quella innocenza e quella purezza che rimangono in lei solo allo stato di anelito. L’incontro con Carlo Brama, libero docente di filosofia e saggista di un certo valore, se da un lato le consente di arricchire il proprio bagaglio culturale, dall’altro rende ancora più precaria e instabile la sua esistenza. Mi sembra superfluo rilevare che il cognome del filosofo riconduce direttamente al titolo del libro e sottolinea la centralità del personaggio, deuteragonista e antagonista al tempo stesso. Inizia per la protagonista un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle ragioni che hanno determinato la sua labilità psichica. Il rapporto tra loro due è quello che spesso si instaura tra maestro e discepolo, Carlo, novello Pigmalione, dai gusti aristocratici, la introduce alla musica e alla pittura classica, al cibo raffinato e a un elegante stile di vita. Nasce con­temporaneamente tra di loro una storia d’a­more, confusa, disordinata fra attrazioni e ripulse, un amore che si potrebbe definire “malato” nell’accezione più ampia del termine e che avrà sviluppi imprevedibili.»

Trattandosi di autofiction la vicenda ha una focalizzazione interna, il narratore è la protagonista stessa. Ed è da una sua confessione, oltre che dal primo dei due eserghi, tratto da La nostra anima di Alberto Savinio (l’altro rimanda direttamente a Il libro rosso di C.G. Jung) che il titolo del romanzo acquista chiarezza e significazione:

«Ciò che mi lacerava era la brama: bramare attenzioni, un riconoscimento, voler essere qualcosa per qualcuno, per mio padre in primo luogo. Annientando la brama vivevo in pace, prossima alla morte ero piena di gioia, era l’unico modo in cui riuscissi a provarla.»

Bianca, però, non aspira solo a essere oggetto di desiderio, ella è anche soggetto desiderante nei confronti perlopiù di uomini più grandi di età, come Carlo, sostituti della figura paterna, che possano farle da guida e sui quali riversa un amore possessivo ed esclusivo che la induce a guardare con sospetto, rosa dalla gelosia, tutte le figure femminili che attraversano la sua strada e che potrebbero appropriarsi sia pure parzialmente o tempora­ne­amente dell’oggetto del suo desiderio. Sono rivali, presunte o reali, tutte giovanissime che accentuano la sua paura d’invecchiare e la lotta contro il tempo che passa e lascia segni visibili sul suo corpo. Non aiuta, certo, l’uso di psicofarmaci, che scandiscono in una sorta di liturgia le ore del giorno, né il ricorso all’alcol e alle droghe e neppure l’amica del cuore, Francesca, anch’ella oggetto del desiderio di Bianca, che non disdegna i rapporti omosessuali, può essere di aiuto o di consolazione perché sta ancora elaborando, non senza difficoltà, il lutto per il suicidio del suo compagno. Elena, invece, collega di Carlo, bella ed elegante, introdotta nel mondo “che conta” rappresenta ciò che manca a Bianca, in preda ai suoi demoni e alle sue ossessioni, sicurezza, disinvoltura e gratificazioni. Tutti gli altri personaggi o sono figure sbiadite, lontane nel tempo, o come Giorgio, presenze soltanto funzionali allo sviluppo della vicenda. Ombre indistinte, senza volto e senza nome, sono anche le vittime della sua smania erotomanica, donne e uomini sposati, che conducono o si illudono di condurre un’esistenza normale e sui quali Bianca esercita non tanto la voglia di fare sesso quanto il suo potere seduttivo. Un potere seduttivo, alimentato e corroborato dal suo sado­masochismo:

«Sono una belva. Mi piace pascermi del vostro dolore, dei vostri desideri inconfessati, con me tradite le vostre noiose consorti, vi illudete per un paio d’ore di dare un guizzo di brio a un’esistenza monotona come un fotogramma ripetuto in eterno, un disco rotto, un giro sulla stessa auto scassata nella stessa piazza dello stesso paese in cui siete nati.»

Fra i tanti i temi toccati nel libro – la morte, il destino, l’arte, la famiglia, l’amicizia – gli homeless e i clochard sono l’unico argomento di carattere socio­politico insieme alle simpatie anarchiche e rivoluzionarie del padre di Bianca che in gioventù amava ascoltare il bombarolo De André dall’album Storia di un impiegato. Non manca tra i tanti riferimenti e reminiscenze letterarie e filosofiche il gusto della autocitazione e se in Disturbi di luminosità c’era un riferimento esplicito a Mancanze, qui implicitamente si fa riferimento a Deserto, la seconda silloge della trilogia poetica in fieri della Palomba, titoli che illustrano ancora meglio la landa desolata a cui è ridotta l’esistenza di Bianca.

Anche qui, come nelle opere precedenti di Ilaria Palomba, c’è un atteg­giamento ambivalente e solo in parte contraddittorio nei confronti del corpo che viene continuamente profanato prima di essere consacrato a tempio dello spirito e della bellezza e… del sapere. Anche qui la predilezione per gli ambienti degradati, periferie dimenticate o locali di infimo ordine, che diventano il correlativo oggettivo del suo mondo interiore ridotto a un panorama di macerie in cui si muovono demoni spaventosi, presenze fantasmatiche e belve fameliche, che frugano tra la polvere e la sporcizia.

Nella parte centrale dell’autofiction acquista particolare importanza il Libro rosso di C. G. Jung, che Bianca e Francesca cominciano a leggere insieme e che si rivela soprattutto per la protagonista illuminante e chiarificatore, laddove lo psicanalista austriaco contrappone alla rigidità mortuaria del pensiero la capacità vitalistica del sentire. Bianca, infatti, finisce con lo specchiarsi nella Salomè di cui parla Jung e che nella vita reale aveva assunto le fattezze di Sabina Špil’rejn, come risulta anche dal film di R. Faenza, Prendimi l’anima, in cui si narra, banalizzandola (si tratta, infatti, di un film scolastico e didascalico), questa storia d’amore tra paziente e analista, storia che, a mio avviso, viene raccontata sempre per immagini molto meglio da David Cronenberg in A Dangerous Method, una messa in scena inappuntabile. Certo è che dalla lettura de Il libro rosso e dalla visione del film, Bianca capisce di essere la Salomè di cui parla Jung e da cui Carlo, il pensatore solitario, fugge, in quanto teme l’amore e la violenza delle passioni. E non solo Carlo, perché ogni uomo fugge la sua Salomè, la sua icona distruttrice, la sua temibile madre assassina. Ed è sempre da Jung, come risulta dal secondo esergo, che deriva l’argomento più scottante e spinoso del libro: il cannibalismo. Un tema dai complessi risvolti biologici e antropologici che la società civile ha cancellato o censurato ma che, nelle sue forme reali, fantastiche o rituali, ha origini antichissime e non solo nelle società tribali, si pensi alla mitologia greca, alle vicende di Atreo e Tieste e di Progne e Filomela, in entrambi i casi vengono imbandite le tenere e innocenti carni dei figli solo per vendetta, nel Satyricon di Petronio, invece, e ne Il compianto per la morte di ser Blacatz di Sordello da Goito l’atto cannibalico nasce dal desiderio di acquisire le qualità e le virtù del defunto. Anche nella cinematografia europea ci sono esempi del genere penso in particolare a due film: La carne del regista italiano più provocatorio e irriverente, Marco Ferreri, dove la pulsione a “mangiare l’altro” nasce dalla volontà di inglobarlo per possederlo completamente, e il capolavoro di Peter Greenaway Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, un’orgia di colori, di suoni, di luci e di movimenti di macchina.

La scrittura di Ilaria Palomba asseconda e scandisce le varie situazioni, le complesse dinamiche psicologiche e i differenti stati d’animo, mostrandosi disordinata e ripetitiva, quando Bianca inciampa nelle sue paure e barcolla sotto il peso degli avvenimenti o delle sue ossessioni, per diventare potente, icastica e incisiva quando prende o crede di prendere in mano le redini della sua vita. Allora non diversamente da un coltello affilato la scrittura di Ilaria scalfisce la pagina, la pelle, gli occhi (cfr. Un chien andalou di Luis Buñuel) e l’anima dei suoi lettori. Allora le parole si fanno carne, sangue e lasciano il segno a differenza di chi le pronuncia che vorrebbe invece scomparire, immergersi nella grande vasca di acqua calda che simboleggia il liquido amniotico in cui galleggiava all’interno del con­fortevole e rassicurante utero materno.

Valga questo esempio di scrittura, nitida ed efficace, nel disegnare una felicità solo apparente nella sua famiglia di origine:

«Nella gioia illusoria della nostra famiglia si ottundeva una latente melanconia e la sentivo sciabordare nella stanchezza della domenica mattina, nella consunzione dei gesti; mia madre che prepara la colazione con affanno e le si scolpiscono due grandi rughe attorno alle labbra, mia madre che guarda il soffitto raggomitolata sulla sedia e beve il caffellatte con aria di sconforto. Mio padre che parla di letteratura e lei non lo ascolta, ciascuno rinchiuso nel suo inespugnabile regno.»

Oppure il brano che segue in cui Bianca fa una specie di consuntivo della sua vita:

«Ho cercato solo la gloria, l’altrui approvazione, perché la coscienza era ridotta in macerie. L’ambizione era un idolo di cartapesta pieno di buchi.   Voglio restare nei buchi, abitare i vuoti, ridonarmi alla vita senza nulla pretendere, tanto nulla arriva se non è scritto. Io nella luce ho scritto un nome che non era il mio e nel mio nome un’altra da sempre si rivolta e dice a suo padre: Sono libera, e a sua madre: Non sono tua. Non sono una vostra proprietà. Sono viva, anche se ho guardato in faccia la morte.»

In conclusione, Brama è un libro bello, importante e sconvolgente, come tutte le opere di Ilaria Palomba, con cui bisogna necessariamente confrontarsi.

Lucrezia Maggi: “Come nel Ventre di una Madre” (Scatole Parlanti Edizioni)

di Francesco Improta

Mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo, luci fredde e azzurrognole penetravano come punte di spilli incandescenti attraverso le garze che mi coprivano le palpebre. Odori sgradevoli colpivano il mio olfatto mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Inizia così l’ultimo libro di Lucrezia Maggi, scrittrice e promotrice culturale tarantina, che, nella sua poliedrica attività, oltre ad aver pubblicato diverse opere di poesia e di narrativa, ha ideato e fondato il Premio letterario Città di Taranto, giunto ormai alla quattordicesima edizione.

L’incipit ex abrupto, riportato sopra, ci catapulta al centro di un dramma e ci mette di fronte a quello che è, senza ombra di dubbio, il tema principale del libro: il dolore, declinato in diverse forme dalla morte di cancro del giovanissimo fratello di Tommaso, alla rottura della relazione, che sembrava solida e inossidabile, di costui con Nora, alla perdita della madre della protagonista, in cui si riverbera il dolore non ancora metabolizzato dall’autrice per la scomparsa della sua amatissima genitrice. Non è un caso che il romanzo si apra nel pronto soccorso di un ospedale, ricettacolo per antonomasia del dolore e della disperazione, dove viene ricoverata la protagonista in seguito a un grave incidente automobilistico. Un ospedale descritto in piena attività: medici e infermieri affaccendati, parenti in apprensione, macchine che funzionano a pieno regime, monitor illuminati, aghi in vena e flebo che distillano gocce di farmaci e di speranze. Subito dopo, un’esperienza extrasensoriale porta la protagonista a fluttuare in un limbo e le consente illusoriamente di riabbracciare la madre da cui, pur essendo ormai morta da tempo, non riesce a staccarsi completamente.

Riassumere la trama di questa storia mi sembra decisamente complicato e, comunque, non gioverebbe al lettore che si vedrebbe defraudato del piacere della lettura e della scoperta. Mi sembra tuttavia doveroso rilevare che la storia non procede in maniera lineare ma attraverso analessi, ellissi e slittamenti spazio-temporali; è la memoria involontaria e intermittente, determinata dalla condizione di coma in cui versa la protagonista, che si sente protetta come nel caldo ventre della madre (da cui il titolo), a far emergere come flash improvvisi ricordi o brandelli di ricordi.

Accanto alla protagonista, Eleonora Nardini, ricoverata in sala rianimazione dell’ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, si muovono, vicine o lontane, tre figure maschili: Fabio il figlio diciassettenne, che non ha mai conosciuto il padre, Tommaso Caponio, laureato in scienze infermieristiche, che dopo la morte tragica del fratello aveva deciso di dedicare tutta la vita agli altri, assistendo prima i malati di tumore e poi, deluso da certi comportamenti di alcuni oncologi, che volevano per sé tutta la scena, si era fatto trasferire prima in chirurgia e poi in terapia intensiva. Egli era fermamente convinto della centralità del malato, che aveva bisogno non solo di farmaci o di visite frettolose da parte dei primari ma di cure e attenzioni costanti, di sorrisi e gentilezze perché il corpo non può guarire se non si interviene anche sulla psicologia del degente. Tommaso che ha avuto in passato una bella storia d’amore con Nora, è il padre di Fabio ma non lo sa, anche se a livello epidermico si stabilisce tra i due un’intesa profonda. La terza figura maschile, legata alla protagonista non da amore ma da una frenesia dei sensi, è Dagoberto Roio che, per stessa ammissione della Maggi, discende da Bar Blu Seves, un romanzo di Cosimo Argentina. Giornalista di professione, Dago è un uomo inquieto e insoddisfatto; vorrebbe evadere dalla prigione, senza sbarre e senza guardie, in cui si sente segregato, odia, infatti, la vita di provincia e la sua insignificante attività di redattore nel piccolo giornale cittadino. Fondamentalmente scettico, finisce col contraddirsi continuamente, nutre nei confronti dei suoi simili un atteggiamento ambivalente di odio e amore (Gli uomini potrebbero brillare ma s’infognano. Potrebbero essere e non sono). Ama le anime inquiete e tormentate come la sua ma è attratto dalle anime pure, quelle che non sono perfette ma che vivono in maniera chiara e cristallina e che affrontano a viso aperto, con coraggio i propri demoni. Non crede nell’amore, nelle relazioni a lungo termine, ma nella passione ardente come esperienza massima, sublime. È un uomo perennemente in fuga, non a caso spesso va a Milano In cerca di ossigeno e di un lavoro più gratificante. Alla fine, però, si rivela un uomo opportunista e ambizioso che finisce col sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

La vera protagonista della storia, che catalizza su di sé i sentimenti degli altri personaggi e le attenzioni dei lettori, è Nora, una donna forte, volitiva che è riuscita a crescere con pazienza e tanto amore, da sola, il figlio Fabio, senza rinunciare a quell’idealismo di fondo che le era sempre stato rimproverato dal padre. Nora è una di quelle donne che si svegliano a metà e rimangono eternamente appese ai sogni. Laureata in sociologia, combatte alcune battaglie civili e politiche di grande spessore come la malasanità e il femminicidio due piaghe sociali, a cui non si riesce (o non si vuole?) porre rimedio. Della malasanità Lucrezia Maggi aveva già parlato in termini di aperta denuncia nel lucido quanto sofferto pamphlet del 2013, Prima che il tempo ne cancelli le orme, vero e proprio diario dell’odissea vissuta da lei e dai suoi fratelli, allorché la madre era stata ricoverata in una struttura sanitaria carente a livello igienico e inefficiente a livello medico. Sballottolata da un ospedale all’altro nel giro di una ventina di giorni aveva concluso la sua esistenza terrena fra il dolore e la rabbia dei suoi familiari. Una sorte analoga tocca ad un’altra ricoverata in terapia intensiva, nella stessa sala in cui si trova Nora, trasferita lì da un ospedale dell’entroterra, dove dopo un secondo intervento chirurgico, forse non necessario, le sue condizioni erano peggiorate a tal punto che la paziente era diventata un problema, una patata bollente da restituire a Taranto – questo il succo del dialogo sottovoce di due infermiere.

Ancora più esplicita la condanna del femminicidio e di tutte le altre forme di violenza fisica, verbale, psicologica nei confronti delle donne ed è questo l’argomento del libro che Nora, in quanto sociologa, stava scrivendo non solo per chiarire a sé stessa e agli altri i termini, le cause e le implicazioni di questo drammatico fenomeno ma anche per cercare di placare la propria rabbia e la propria inquietudine. C’è in Nora, accanto a questo interesse concreto per il sociale una indiscutibile sensibilità artistica che la spinge a visitare la grande mostra di Chagall a Milano; al pittore russo, naturalizzato francese, Nora si sente vicino per la capacità di Chagall di trasmettere, attraverso colori vividi e brillanti, felicità, ottimismo, positività e quel tanto di fiabesco e di onirico che è nella cultura russa e nel suo animo.

non ricordando più di che cosa è fatta la felicità, la purezza di una mente priva di pensieri che è capace solo di sentire, odorare, guardare ed esistere. A volte desideravo essere un arcobaleno per poi disciogliermi e diventare un unico grande colore, pur sapendo di non poterci riuscire, non essendo quella la mia natura.

Nella quarta di copertina – che tra l’altro è molto bella con quel braccio teso a chiedere aiuto o a reclamare attenzione – si legge testualmente: “Come nel ventre di una madre è una storia di attese, speranze e lunghi silenzi”, ma è anche una grande storia d’amore a cui Tommaso è costretto a rinunciare dapprima per il sormontare di un problema drammatico e inaspettato, la malattia del fratello, e poi per la difficoltà di elaborare il lutto. Un amore infranto, deluso che cova sotto la cenere e potrebbe tornare ad accendersi.

La scrittura, che si avvale di focalizzazioni differenti (omodiegetica ed eterodiegetica) e di frequenti ellissi che servono a sfumare i caratteri e a evitare derive sentimen­talistiche, è chiara, nitida e incisiva soprattutto nel cogliere le complesse dinamiche psicologiche e le ragioni del cuore. Mancano descrizioni paesaggistiche – gli unici paesaggi descritti sono quelli interiori – e i dialoghi sono ridotti al lumicino, ma la scrittura conserva intatta la sua forza, graffiando la pagina e la sensibilità o la coscienza del lettore, come risulta da questo brano con cui vorrei concludere le mie osservazioni.

Viaggiavo con la mente, del resto non potevo far altro che quello. Lungo il tunnel in cui mi trovavo inciampavo in quelli che erano i miei ricordi, li inseguivo, li acchiappavo, me li tenevo stretti, erano la mia vita, il mio passato. Era necessario che me li riprendessi. Ero andata a cercarli, a stanarli nei luoghi bui della memoria, e loro erano emersi più vivi che mai, colpendo tutti i miei sensi. Gli avevo dato la caccia, allertando ogni parte di me per farli riaffiorare. Non si erano fatti pregare.

Alberto Di Palma: “L’Eleganza delle Cose” (Oèdipus Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Mi è capitato tra le mani un libriccino di poesie di Alberto Di Palma dal titolo decisamente accattivante, L’eleganza delle cose (Oèdipus edizioni, € 11,50), ed è stata – lo confesso – una piacevole scoperta. Di Palma non è più giovanissimo, essendo nato a Napoli nel 1969, e non è certo alla sua prima esperienza lirica; ha pub­blicato in precedenza, nel 2015, un’altra silloge, Respiro, e molte altre liriche che hanno trovato ospitalità su riviste specializzate come “Poeti e poesia”, diretta da Elio Pecora, il cui nome è già di per sé una garanzia.

Il titolo è per molti versi emblematico; in un mondo, infatti, in cui dominano la sciatteria, l’approssimazione e la mancanza di gusto e di sensibilità, in cui uomini e cose vengono mercificati, perdendo spesso non solo la loro distintiva pecu­liarità ma talvolta anche la loro funzionalità (mi viene in mente quel capolavoro assoluto che è L’uomo senza qualità di Robert Musil), diventa chiara e meritoria l’operazione compiuta da Alberto Di Palma di sottrarre le cose, gli oggetti, le persone alla indistinta gremitezza in cui si trovano e di restituire loro peso, spessore, colore e significato.

Il lungo esergo, tratto da Fernando Pessoa, colloca le sue poesie in limine (facile a questo punto l’accostamento a Eugenio Montale), al confine tra il sogno e la vita, tra il vissuto e l’immaginato, tra il visibile e l’invisibile laddove le cose vengono colte nel momento stesso in cui si affacciano alla soglia della coscienza, conservando in tal modo la loro primigenia purezza.

Bisogna mettersi nei dintorni del tempo // Nel punto esatto del silenzio // Per capire che il mistero è sotto i piedi […] Nel punto esatto dove si sparpagliano // brandelli di luce nell’oscurità…

E a Montale rimanda l’incipit della poesia n° 16 (Ascoltami, siedi accanto a me) con quell’imperativo e il tu generico, Ascoltami, reiterato all’interno del componimento e che suona come una preghiera e un invito a cogliere i suoni e le vibrazioni delle cose, le immagini che guizzano alla finestra e pulsano nella poesia, e infine il silenzio che tace. Ma è la poesia n° 13 (L’aria è ancora tiepida nei giardini) a gettare piena luce sul mondo poetico di Alberto Di Palma, con l’esplicito richiamo a Czeslaw Miłosz, che occupa un posto di rilievo tra i suoi modelli letterari, ed è un punto obbligato di riferimento per la comune propensione a cogliere le immagini sul fondo del vuoto e, anche se gli manca l’esperienza devastante della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, le immagini nelle sue poesie hanno la mede­sima evidenza lacerata ed estatica.

Ha ragione Mario Schiavone quando nella sua bella postfazione rileva il tono misurato della poesia di Alberto di Palma che rifiuta i toni alti, non grida e non sbraita ma si limita a sussurrare i suoi versi con delicatezza ed eleganza, in sintonia appunto con il titolo, e servendosi di un linguaggio raffinato e incisivo, sorretto da una strumentazione retorica altrettanto misurata.

Nella poesia di Alberto Di Palma si ritrovano con una certa frequenza alcune mot clés, tutte o quasi tratte dal grande libro della natura, purtroppo oggi assai scolorito, l’erba pettinata dal vento, le foglie ingiallite e accartocciate (cfr. Montale), che alludono alla fragilità della vita e alla fugacità del tempo, il mare al centro di un tramonto, dinanzi alla cui immensità le parole si accendono di silenzio e infine la memoria, una memoria verticale che scava nel profondo, nell’abisso di ognuno di noi, in cerca di una verità o di un piccolo barlume di luce.

Per concludere vorrei riportare una sua breve poesia per molti versi emblematica in cui si accenna al recupero delle cose in quella soglia di pre-coscienza.

Le cose sono appena nate

la luce si ritaglia la sua fetta bianca:

incessantemente parla.

C’è l’abbandono umile della pietra

Che celebra la sua funzione

E prima che l’occhio sia cosciente

Un restituito intuito si ricuce.