A proposito di lettere d’amore

di Rita Pacilio

Caro amore, ti scrivo …

Ognuno di noi ha memoria di una lettera d’amore scritta, ricevuta o letta. E ogni lettera è un grande dono per chi la riceve. Spesso vengono ricordati momenti desiderati o vissuti insieme esternando sentimenti unici e irripetibili. La necessità è quella di aprirsi all’altro, di raccontarsi interrogando mente e anima.

Si scrive, quindi, perché non se ne può fare a meno guardando all’amore come a una strategia di comunicazione capace di creare o riprendere una relazione interrotta, goduta, o mai nata. Il senso di esclusione e di abbandono – motivi che, in molte persone, scatenano la parola scritta – è uno stato d’animo che mostra paura e desolazione in colui che non ha facilità a denudare emozioni e idee.

Il foglio evita l’imbarazzo e ripensamenti, ansie e insicurezze, soprattutto quando manca fiducia nelle proprie potenzialità e si teme un confronto negativo. Una lettera d’amore insegna. È educativa. Serve. Scarica tensioni. Il rossore, il pallore del volto, le mani fredde o sudate e il tremolio della voce si trasformano in introspezione e riflessione.

Le lettere d’amore, oggi più che mai, sono azioni controcorrente e sfidano i luoghi comuni quando non cadono nella scomoda retorica o in un elenco di pesanti lamenti moralistici. Mi è capitato di leggere lettere definite poesie, ma non sempre si è trattato di Kafka a Milena in cui poesia e letteratura si manifestano nel senso e nel linguaggio. È proprio l’utilizzo del linguaggio, cioè come si scrive, la vera cartina di tornasole che rivela la poesia della lettera d’amore.

Più facile, invece, è scrivere pagine di diario personale che, molti poeti, chiamano poesia. Il linguaggio, per essere poetico, dovrebbe mostrare visione della realtà osservata dalla ferita o dall’amore dell’umanità ricercando curiosità alle domande e rifiutando interpretazioni e pareri esclusivamente soggettivi.

Chi scrive una lettera d’amore sa di esercitare un potere universale esprimendo e sfidando la vita che più ci somiglia.

Può una poesia essere senza parola?

di Luigi D’Alessio 

Si può rappresentare una figura 

come asse portante intorno cui gira il mondo, 

e la visione del reale in quattro versi?

 

In che modo una figura 

è fulcro identitaria di realtà?

 

Così:

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

Eppure questi quattro versi

appartengono a un libro in cui 

tutto è ineffabile:

 

“L’ho seguito. 

L’ho visto. 

Non era lui.

Ero io.”

 

In un altro libro si legge,

 

 

“Le parole. Già 

Dissolvono l’oggetto. 

Come la nebbia gli alberi,

il fiume: il traghetto.”

 

La parola non aggancia l’oggetto. 

Non possiede il nome della “cosa”. 

Da notare la posizione di “già”. 

 

“Il nome non è la persona.”

 

Ci sarebbero esempi di inneggiamenti contrastivi, 

in cui non voglio inoltrarmi a scapito dei quattro versi,

per tentare un estremismo. 

 

Ma cito solo

“Cercatemi dove non mi trovo.”

Se ci fermiamo ad analizzare il verso, 

è meraviglioso con quel cercatemi 

che suona imperativo invito 

e nello stesso istante nega la convocazione, 

la chiamata, l’appello. 

 

Ecco l’estremismo:

Può una poesia essere senza parola?

Una poesia che si componga da sé e di per sé? 

 

Giorgio Caproni ha composto 

una magia solo con “l’oggetto”. 

O meglio, l’oggetto nel suo essere di per sé, 

e l’oggetto in quanto “è” perché rapportato a noi. 

Ma se la realtà non ci corrisponde più, 

allora è il reale nella propria assoluta autonomia 

a negare la sua stessa realtà. 

Stupefacente!

 

Nei quattro versi c’è: 

 

“L’oggetto”. 

L’unico verbo essenziale all’essere. 

La preposizione che indica un pronome. 

E il nulla. Nulla. Una negazione, e qui la magia, 

che nel momento in cui rappresenta l’assenza 

si fa sostenitrice del tutto presente.

 

Rileggiamola. 

“Senza di te un albero

non sarebbe un albero. 

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.”

 

#photografiaintima

Una Preposizione stabilisce il Pensiero …

di Luigi D’Alessio

 

Una preposizione stabilisce il pensiero,

e la psicologia.

Il 22 aprile del 1941 un grande poeta,

firmandosi Grillo,

chiude una lettera alla moglie con “Salutami a Sandro.”

In napoletano si dice Viene a cca.

Vieni a qui.

Non esiste il Vieni qui.

La sorpresa è in alcuni testi del ‘700.

Vi si legge, Viene ‘a cca.

Vieni da qui.

Viene a cca e Viene ‘a cca hanno identica pronuncia,

eppure nella lingua scritta rappresentano due opposizioni.

Ma l’ultima espressione denota del napoletano

la più intrinseca mentalità “disquisitrice”.

 

 

Piccolo fuori testo:

cca, etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; nell’idioma napoletano, così come il corrispettivo “qua” italiano, va scritto senza alcun segno diacritico.

Non va accentato perché da monosillabo non ingenera confusione con altri, come ad esempio col pronome o la congiunzione ca/che.

È altrettanto errore scrivere l’avverbio con l’apocope (cca’):

non c’è nessuna sillaba finale caduta, e bisognosa di segno.

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso …

di Luigi D’Alessio

Moravia assiste a come Picasso 

disegna in un tratto il toro. 

Lo cancella. 

Secondo rapido toro. 

Picasso, cancella. 

Quarto toro. Cancellato. 

Moravia non ha tempo

per memorizzare il toro. 

Avverte che è il più tauromatico

delle tauromachie. 

Quinto toro. Nove. 

Il decimo, l’undicesimo toro. 

E ecco il toro di Picasso. 

 

#io

 

Moravia è rimasto senza poter obliterare 

il ricordo del quarto toro. 

La bellezza ha cannibalizzato l’immagine. 

Dunque non può assolutamente descrivere quel toro. 

Bellissimo, rispetto al definitivo. 

Il toro-toro per Alberto Moravia è il quarto, 

solo perché Picasso gli ha offerto l’opinabilità

del suo mondo interiore. 

Cioè ha permesso che entrasse nell’intimità del retrobottega. 

 

#fotografiaintima

 

Il re chiede a Chuang-Tai 

di disegnare un granchio con la rapidità 

che lo ha reso famoso. 

Chuang-Tai chiede cinque anni. 

Passano. 

Chuang-Tai chiede altri cinque anni. 

Passano con esattezza dieci anni. 

Chuang-Tai si presenta al re. 

Apre la scatola dei pennelli. 

Il servitore gli porge il calamaio. 

Chuang-Tai solleva il coperchio d’argento,

sporge il collo nell’inchiostro, 

intinge l’appuntito pennello 

estratto dall’astuccio di seta,

e in meno di un istante disegna il più bel granchio 

mai visto da re. 

 

#oggi

 

Chuang-Tai, il re, il granchio, e cinque anni più cinque. 

Questa Poetry Lectures sulla Rapidità, Italo Calvino 

la tiene un 21 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Harvard. 

 

#NortonLectures

 

Quanto a Moravia dinanzi a Picasso, 

non so se verità o mia presunta narrazione. 

Fatto sta che l’attinenza del toro col granchio

è implicita. Incontrovertibile 

che il toro sia nel granchio. 

 

#fotografiaintima

(È l’identica stanza, la stessa porta che dà sullo stesso bagno,

di numerose fotografie fa. Eppure non è la stessa stanza, né la stessa porta, 

che dà su una differente immaginazione del bagno.)

 

Gli leggeva I promessi sposi …

di Luigi D’Alessio

Gli leggeva I promessi sposi.

A un certo punto nel testo

c’è un richiamo a Enzo Tramaglino.

L’hidalgo comincia a piangere.

 

#fotografiaintima

 

Interrompe la lettura.

Appoggia le mani sulle sue.

Gli chiede perché I promessi sposi

lo sconvolgano sempre tanto.

Lui scuote la testa.

“Ma queste sono cose

che non si possono spiegare.”

 

#hashtag

 

Il giorno dopo, 21 maggio ore 20.

Interno 13, secondo piano, via Blumenstihl 19.

Lo hanno vestito da prima comunione.

Le scarpe nere lucide sono sproporzionate.

Lei si avvicina al nonamato.

La sua pietra dell’unzione è un rettangolo

di compensato su una reta.

 

Il grande corpo.

 

Lei si china.

Mémoire.

Quella volta il nodo della cravatta

le riuscì bene.

 

#adalgisadovesei

 

Chiudo il libro.

Invio la nota a Rita.

 

È La Morte Di Gadda.

 

#fotografiaintima

#io

Roma, 18 settembre 2018

Prologo al testo

[Roma, 18 settembre 2018, sull’autobus che percorre viale Aventino, alle ore 18.30.
C’è ancora luce, ma volge al tramonto. Il colore nell’aria è diverso: annuncia l’imminenza dell’autunno Il bus traballa sui sampietrini, gli stessi che percorrevo da bambina con mia madre per raggiungere mio padre nell’ufficio che si affacciava proprio sul bel viale alberato. Allora c’erano grandi platani ai lati della strada, ormai sostituti da tempo con tigli profumati e farnie. Pensando alle piccole cose, ai dettagli che colorano il vissuto e lo impregnano di odori. Piccole cose, particolari, che rischiano di andare persi se non li fissiamo anche attraverso la scrittura. Per la memoria che trattiene chi siamo stati e per chi siamo stati. Al filo che invisibile ci lega.]

Testo

Le cose vanno dette per come sono, perché nel dettaglio può nascondersi il senso., una testimonianza. Se si parla di un filo, voglio sapere come è: quanti capi ha, se è teso, arrotolato o ingarbugliato; se ha nodi oppure no, se lega stretto o invece unisce morbido; se guida all’interno del labirinto sicuro verso la salvezza, o penzola nel vuoto abbandonato all’inconsistenza del suo nulla.
E’ nelle azioni, e nelle loro conseguenze, che si svolge – come un filo – la vita.
Ed è nella capacità simbolica che trae forza la sua narrazione.


Stefania Di Lino
Stefania Di Lino, vive a Roma. È allieva dello scultore Pericle Fazzini e del poeta critico artistico e letterario, Cesare Vivaldi, uno dei fondatori del gruppo 63, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. È docente abilitata MIUR per gli Istituti Superiori e formatrice. Da anni è presente in numerose manifestazioni artistico- letterarie. . È tra i redattori della rivista artistico- letteraria Bibbia d’Asfalto, autrice di diversi articoli e recensioni,e del blog PoesiaParola. Ha partecipato al Festival dei Due Mondi, a Spoleto. Nel 2011 aderisce al “World Poetry Movement” con la “Palabra en el Mundo”. Nel 2012 pubblica la raccolta di poesie Percorsi di vetro (De-Comporre Edizioni), prefata da Agnese Moro e Sandra Cervone. E’ presente in molte antologie e riviste specializzate, tra queste si cita il prestigioso periodico poetico-letterario “I fiori del male”, diretta da Antonio Coppola. Partecipa con un suo testo critico al X Festival Mondiale di Poesia di Caracas, presentando un’opera video del poeta italo-venezuelano Antonio Nazzaro; nel 2014 alcune sue poesie vengono selezionate in un concorso indetto dall’UNESCO di Torino per la giornata mondiale di “Etica Globale e Pari Opportunità: contributo delle donne allo sviluppo dell’Europa e del Mediterraneo”. I testi vengono tradotti e pubblicati in 14 lingue. Nel 2015 partecipa alla Rassegna Poetica presso la Galleria Biffi di Piacenza con Dialoghi Poetici. Nel 2017 pubblica “La parola detta”, silloge prefata da Cinzia Marulli, per La Vita Felice, Milano, riceve la Menzione Speciale della Giuria per il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio (III Edizione), Mantova, e, al Concorso Nazionale S. Anastasia XV Edizione, Napoli, riceve il 2° Premio per la Poesia Inedita. E stata membro di giuria in diversi concorsi letterari, e con i suoi testi poetici è stata presente in diverse edizioni dell’Estate Romana, al Festival Musicale delle Nazioni, al Teatro di Marcello e presso la Sala Baldini