Rancura – Rancurare: una parola e un verbo singolari, compositi, alchemici

Ci sono parole antiche magnifiche di significanza: parole non consuete che immettono, dal momento che le pronunciamo anche solo mentalmente, nello spazio della reminiscenza immaginativa.

La parola che ha questa natura seduttiva è rancura:  lo scrittore e critico letterario Romano Luperini l’ha impiegata per il titolo del suo romanzo La rancura. E ha fatto benissimo: il termine, che anche il poeta Eugenio Montale ha usato nei versi splendenti di Giunge a volte, repente …, Ossi di seppia, e ancora prima Guido Guinizzelli e Dante Alighieri, conserva alchemicamente sentimenti contrastanti, un istinto fortissimo di contrapposizione e affermazione, un sottile astio di cui si prova senso di colpa, angoscia. Una parola di genere femminile che sostituisce il maschile ‘rancore’ che ha suono sordo, ottuso, persecutorio; una parola che evoca un movimento psichico di macerazione e volizione, una vaga sensazione di protezione proiettata al futuro.

Nella lingua veneta esiste la forma verbale rancurare: conservo dalla mia infanzia il suono del verbo che sentivo pronunciare dai miei nonni veneti con voce di protezione e al tempo stesso di preoccupazione, di difesa, perché quella parola ha il senso composito e complesso di ‘raccogliere con sollecitudine e conservare con cuore, cuor di leone, strenuamente’ ciò che è proprio, ciò che rappresenta un bene, serve, ci radica nell’affetto e nella responsabilità.

Ora, rancura declina flessioni del verbo e predilige quelle che riportano a una forma di belligeranza e credo che connotarsi solo in alcune delle parti originali sia la sorte delle parole che discendono da verbi con forte caratteristica psichica: manifestano, nella luccicanza del particolare, lo splendore dell’intero.

Ebbene, contro l’uso di termini omologati, comuni e pedissequi, cerchiamo e usiamo nel nostro dire e scrivere quelli che sono un globo di rimandi, una tessitura finissima di sentimento e ragione: non si tratta di parlare e scrivere forbito, accademico e arcaico, ma di attribuire valore ai contenuti di un discorso, di un testo, e che inizia dal valore di una singola parola.

Adriana Gloria Marigo

Luino, 15 ottobre 2018

 

Gloria_ufficiale

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali, dirige la collana di poesia AlabasterperCaosfera Edizioni di Vicenza.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012;Impermanenza, plaquette per le edizioni Pulcinoelefante, 2015; Senza il mio nome,Campanotto Editore, 2015; Santa Caterina d’Arazzo, plaquette per GaEle Edizioni, 2017; 15 Poesie da Senza il mio nome e una poesia inedita, plaquette per Caosfera Edizioni, 2017; Minimalia, Campanotto Editore, 2017.

 

‘Lo farei, ma non ho tempo’ l’ultima piaga dei Sapiens Sapiens odierni.

Ormai troppo spesso deflagra con violenza dalle nostre bocche per darsi aria e arie questa frasuncola – massima contemporanea: ‘Lo farei, ma non ho tempo’.  ‘Nostre bocche’ in quanto anche io, non più di un’ora fa, l’ho bella bella pronunciata in un audio su WhatsApp ad una cara amica. Dopodiché mi sono chiesta – ma che vuol dire esattamente LO FAREI, MA NON HO TEMPO?  Vige, immagino, una presunzione in virtù della quale chi avrebbe tempo – Ma chi ce l’ha? – possa in qualche modo fare ciò che gli altri (senza tempo) non possono permettersi di fare. Segue, quindi, l’idea che chi abbia tempo, ce l’abbia perché in realtà fa relativamente poco, detta alla francese: non ha un cavolo a cui pensare e quindi fa ciò che gli altri non possono fare. Mi domando se non ci sia un qualcosa un tantino contorto in questa visione del mondo!

Fortunatamente, poi, mi viene in soccorso Lewin con la soluzione sottobraccio: ‘Non puoi capire un sistema finché non provi a cambiarlo’ – Allora, capiamola questa frasuncola, cambiamo le cose!

Dice, sempre l’amico citato pocanzi, che è necessario tenere conto dell’intera situazione, dal momento che la concentrazione su fatti isolati può produrre una percezione distorta delle circostanze, come a significare: ‘Ehi, ho capito che il tuo destino dipende abbastanza da te, ma una buona fetta dipende anche dagli altri e viceversa. Perché non ti assumi ora la tua responsabilità per il bene collettivo? (e trovi il tempo per fare questa cosa che volendo faresti?)’ È che forse siamo un po’ pigri ultimamente, un po’ senza motivazioni, svogliati. Non sarà che il tempo lo abbiamo ma non lo vogliamo, giacché ciò che compiamo, alla fine dei conti, dovrebbe rappresentare chi siamo?

 

Alessia Iuliano