Salotto Letterario “ConVersiamo”: gli Autori RPlibri ospiti di Giuseppe Vetromile

a cura della Redazione RPlibri

Curiosi di conoscere gli Autori RPlibri? In attesa di poterci incontrare di persona vi invitiamo ad un preziosissimo appuntamento virtuale che coinvolgerà i nostri Autori!

Un Evento speciale del Salotto Letterario “ConVersiamo” di Giuseppe Vetromile ci aspetta il prossimo 5 marzo, dalle 19:00 alle 20:00 in diretta video su Zoom per un incontro dedicato agli Autori RPlibri. 

L’evento è  inserito nelle manifestazioni della Fiera Virtuale del libro – Italia.

Ringraziamo per l’ospitalità Elisabetta Bagli e gli organizzatori della Fiera.

A condurre l’incontro: Rita Pacilio, Editore e Antonio Bux, Direttore della Sezione L’anello di Möbius, Collana Poesia. 

Interverranno gli Autori con letture e riflessioni.

La moderazione sarà affidata a Giuseppe Vetromile

Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.

A cura di Paolo Veziano: “La libera Repubblica di Pigna” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Dinanzi a un libro come La libera Repubblica di Pigna. Una parentesi di democrazia (Fusta editore, 18€) a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e Graziano Mamone, anche il recensore più esperto e navigato finirebbe col trovarsi in difficoltà. Non che manchino argomenti, fatti o personaggi di cui discutere, anzi il libro, frutto di una lunga e accurata ricerca archivistica e della sinergia di esperienze diverse, si presenta corposo, particolareggiato e ricco di informazioni e di fotografie. La verità è che il libro, che si avvale della prefazione come al solito illuminante di Alberto Cavaglion e di una robusta premessa dello stesso curatore, è in sé compiuto e definito e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti o indicazioni critiche.

Mi limiterò, pertanto, ad alcune osservazioni: innanzitutto il libro nelle intenzioni di chi lo ha concepito e realizzato vuole sopperire a una mancanza della storiografia dell’Italia repubblicana che non ha mai prestato la dovuta attenzione alle repubbliche partigiane in generale e a quella di Pigna in particolare, come sostiene Armando Izzo, uno dei protagonisti di quell’esperienza, probabilmente perché i partigiani della V Brigata che operava nell’Alta Val Nervia erano tutti garibaldini col fazzoletto rosso al collo. Eppure, essi hanno combattuto strenuamente, tenendo testa, nonostante lo scarso equipaggiamento, per quasi due mesi alle truppe tedesche che si sono servite persino dell’artiglieria per snidarli e annientarli. Non avevano mezzi e armi ma avevano in sé un’inestinguibile sete di libertà e il progetto di una società più equa e solidale. La descrizione di questi combattimenti è talmente accurata, mossa e particolareggiata che dalle pagine esala insieme al sudore, alla polvere e al sangue l’odore stesso della morte o meglio delle morti che la guerra ha disseminato in quelle zone e non solo. Ed è qui che s’impone la seconda osservazione: Paolo Veziano, storico scrupoloso e rigoroso, che ha alle spalle due opere di notevole spessore, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista e Ombre al confine, ha acquisito non comuni doti di narratore che gli consentono di utilizzare un linguaggio preciso ed evocativo al contempo, scientifico ed emozionale per cui si può affermare, senza tema di smentite, che con lui la Storia si fa Letteratura, mentre con Italo Calvino di cui Veziano ricorda Il sentiero dei nidi di ragno e due racconti minori, Castelvittorio, paese delle nostre montagne e Le battaglie del comandante Erven, entrambi confluiti in L’epopea dell’esercito scalzo, è la Letteratura a farsi Storia. Ed è sempre da Calvino che Veziano mutua la damnatio memoriae, il timore che i ricordi rintanati “come anguille nelle pozze della memoria” possano essere inquinati, sbiaditi o legati non alla realtà ma a una soggettiva e parziale lettura di essa. Problema questo non solo tecnico o storico, ma anche morale. Il Lockdown ha imposto la chiusura degli archivi e delle librerie o un uso molto limitato degli stessi per cui va dato merito a Veziano che ha dovuto fare di necessità virtù confrontando i documenti di cui disponeva sull’argomento, secernendo ciò che era attendibile da ciò che era poco credibile o eccessivamente enfatizzato ed eliminando al tempo stesso quella sterile retorica che non giova a nessuno. Problema quest’ultimo ripreso, come vedremo, anche da Graziano Mamone nella sezione conclusiva del libro quella dedicata alla stele commemorativa della Repubblica di Pigna eretta nel 1985, su cui torneremo successivamente. Anche Veziano spesso si avvale di interventi extradiegetici in cui rivolgendosi ai lettori – che ci si augura più dei venticinque di memoria manzoniana – anticipa fatti che verranno descritti successivamente per mantenere inalterato l’equilibrio del libro e ciò conferma ancora una volta qualora ce ne fosse bisogno la confidenza e familiarità di Veziano con pratiche e tecniche narratologiche.

Va rilevato, inoltre, il dovizioso apparato iconografico, proveniente dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (ISERCIM che ha commissionato l’opera con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Pigna) e da collezioni private – cospicua a tal proposito quella di Giorgio Caudano. Apparato iconografico composto da documenti, mappe, cartine topografiche e fotografie, che non hanno un valore esornativo ma vanno a rimpolpare, arricchire ed esemplificare il testo e diventano, quindi, parte integrante dell’opera.

Giorgio Caudano non si è limitato a fornire fotografie ma ha contribuito attivamente alla realizzazione dell’opera con mirati cenni storici sul comune di Pigna, dalla sua nascita fino alla II guerra mondiale, e con la descrizione dettagliata delle forze tedesche e repubblichine operanti nella Val Nervia tra giugno e ottobre del 1944; e non si può non rilevare la sua ampia conoscenza storica e tecnica.

Graziano Mamone, invece, nella parte conclusiva del libro si sofferma sul monumento commemorativo eretto nel 1985 alle porte di Pigna; ne traccia tutte le fasi dal progetto iniziale alle successive modifiche fino alla realizzazione definitiva, mettendolo a confronto non solo con il monumento eretto a Castelvittorio, messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste, ma anche con tutti i monumenti eretti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e rimarcando il differente intento con cui erano stati progettati: questi ultimi miravano a celebrare i ricordi e le imprese di guerra, perpetuando quella retorica che ancora avvolge la Grande Guerra (la guerra, qualsiasi guerra, a mio avviso, non è grande né piccola, ma sempre e soltanto atroce e oscena) e infatti i monumenti eretti dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno carattere di celebrazione ma di denuncia o quanto meno di riflessione sulle atrocità e le aberrazioni della guerra.

Sulla quarta di copertina si legge testualmente:

Il mondo ignora ancora come in Val Nervia sia stato creato un solido fronte, la Linea Vittò, tenuta da un gruppo di eroi; un fronte che il soldato tedesco non riesce a infrangere nemmeno con l’artiglieria e che la fede, il coraggio, la perizia pongono il partigiano italiano fra i più valorosi combattenti della guerra.

Paul Norton

Testimonianza di un corrispondente di guerra canadese che, trovatosi in quel periodo nell’Alta Val Nervia, conobbe e strinse amicizia con alcuni partigiani della V Brigata e raccolse le sue memorie in diversi articoli di cui otto furono cestinati perché ritenuti incompleti e mutilati dalla censura. Egli stesso fu definito un bugiardo, nonostante molti anni dopo il Commodoro Holsworth abbia confermato l’autenticità della storia, cadde, pertanto, in una profonda crisi depressiva da cui non si sollevò più. Una storia nella Storia che conferisce un tocco di umanità e di vita vissuta a quegli anni così difficili e tormentati:

Un omaggio dovuto a un uomo coraggioso che, Sten in spalla, raggiunse i garibaldini durante l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi e disse loro in una singolare miscela linguistica: “Vous avez eté magnifique, une very well bataille, viva garibaldini”. Pochi giorni dopo depose il mitra che lo accompagnò nella breve ma avventurosa parentesi italiana: non abbandonò mai, la sua seconda arma, la penna dalla quale non nacque – come a lungo sostennero i suoi detrattori – un romanzo ma scomode verità.

Un’opera, nel complesso, di pregevole fattura nel contenuto e nello stile, di cui si sentiva la necessità. Un libro che non può mancare nelle librerie di chi vuole mantenere viva la memoria storica.

L’Ipnosimetro di Antonio Bux

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di Antonio Bux

Notizie bibliografiche:

Nella già vasta produzione del poeta foggiano Antonio Bux, L’ipnosimetro originariamente si poneva come un corpus unico che formasse un’opera dalla mole gigantesca di oltre quattrocento pagine. Data l’impossibilità di pubblicazione di un testo così imponente, l’autore ha preferito scorporare le cinque parti del libro in altrettante pubblicazioni a sé stanti. Questa qui proposta è la quarta e penultima parte, e s’intitola così com’era in origine il progetto nella mente dell’autore. La peculiarità principale della poesia di Bux è l’ossessione verso forme e stilemi ricorrenti, quasi a creare una situazione poematica dove il poeta si trova a lottare soprattutto contro se stesso, e lo fa utilizzando un grumo di parole specifiche e “neutrali” (solo per citarne alcune: cielo, Dio, mare, vento, alberi, tempo), che si rincorrono ossessivamente fino a dissolvere il proprio significato originario, nella speranza di rinnovare la parola basando sul ritmo e sui rimandi interiori questa estenuante cantilena di sguardi e di suoni. […]

dalla nota redazionale

Il saldo è l’ultima luna o pagare le viscere
ai vermi sopra la terra

oppure invecchiare
il sogno contro natura felici senza un vascello

che sappia dove la morte
fa acqua, dove fa fuoco quando ritorna nel grembo

sottile di chi non è stato
o di chi solo ha vissuto felice e non vuole più avere risposte

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato, tra l’altro, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012; rosa premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (Società Editrice Fiorentina 2015; premio Alinari), Naturario (Di Felice 2016; rosa premio Viareggio), Sativi (Marco Saya 2017; selezione premio Città di Como) Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018; premio Alfonso Malinconico) e il recente La diga ombra (Nottetempo 2020). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Buenos Aires 2014), El hombre comido (Buenos Aires 2015), Saga familiar de un lobo estepario (Toledo 2018) e in vernacolo foggiano la silloge Lattèssanghe (Le Mezzelane 2018; selezione premio Città di Ischitella – Pietro Giannone). Nel 2014 gli è stato conferito a Firenze il premio Iris. Come traduttore ha curato i volumi Finestre su nessuna parte (Gattomerlino Superstripes 2015) di Javier Vicedo Alós, Bernat Metge (Joker 2020) di Lucas Margarit e Contro la Spagna e altri poemi non d’amore (Nessuno editore 2020) di Leopoldo María Panero. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie e alcune collane per le Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 80

Codice ISBN: 9788885781450


Una lettera per Antonio Bux dedicata a L’Ipnosimetro:

Ciao Antonio, il tuo libro mi è arrivato molto prima del previsto e l’ho già letto. Sono contento perché mi è piaciuto molto. La tua è una lingua che fa sentire la propria voce, che si fa forte presenza per poi poter meglio sparire e risolversi/dissolversi in se stessa. Leggendoti ho ripensato molto alla dépense di Bataille (dispendio e depensamento di beniana immemoria). Le parole si consumano nelle immagini e le immagini nelle parole. Il tuo linguaggio è una forgia in cui i concetti vengono continuamente riplasmati, un flusso ipnagogico-mentale, come anche una lotta della poesia con se stessa come Giacobbe con l’angelo. È altresì una ricerca sul sonno / sogno delle parole, ma non in senso onirico o surrealistico, più una specie di dormiveglia delle parole laddove il significante è ancora aperto alla ferita del significato, del ‘semanein’, del significare.In definitiva il testo è quasi un pre-testo per aprire le parole all’alterità di cui sono fatte. Davvero tanti, tanti complimenti.

Roberto Nespola

Filippo D’Eliso: “La fatica del ricordo” (RPlibri, 2020)

di Vincenzo Postiglione

Amor animi arbitrio sumitur, non ponitur      

Publio Sirio

La fatica del ricordo” ultimo prodotto letterario del maestro Filippo D’ Eliso è il racconto di un amore perduto e di una vita volutamente votata alla solitudine. Il protagonista, indicato semplicemente con una sola lettera, E., vive una vita spartana in una stanza altrettanto spartanamente arredata, in un luogo presumibilmente di bassa montagna, probabilmente in un piccolo centro o paese. La sua è una  vita fatta di rinunce e di auto isolamento che trascorre inesorabile verso la fine, fino a quando un incontro fortuito con un bambino, anch’esso denominato con una sola lettera, F., risveglia in lui una scintilla di gioia, nonché ricordi di un passato felice. L’occasione creatasi con l’aiuto prestato a F. nel risistemare una catenina (dono della mamma) che si era rotta, squarcia l’oscurità autoimposta ed alza il velo sulle nebbie del passato, riportando alla luce il ricordo di un amore giovanile, di quelli fugaci che solitamente compaiono in luoghi di vacanza e dalla durata troppo breve, durata che però non impedisce che essi si fissino in qualche oscuro meandro della nostra memoria. La vicenda si conclude felicemente per F. , che, invitato dal protagonista a casa per risolvere il problema della catenina, può tornare felice dalla mamma. Dopo questo breve incontro la vita di E. torna a scorrere sui binari che egli stesso ha tracciato, presumibilmente verso la fine, ma, anche in questo caso, l’autore ha lasciato spazio alla fantasia del lettore, volutamente,  con  un finale indefinito ed aperto.

Tutta l’opera è permeata da questo velo che lascia intuire ma non dice, lo si può notare già nella descrizione del luogo, o meglio, dei luoghi, la stanza è spoglia ed anonima, l’autore gioca con maestria con la luce e le ombre, un breve accenno temporale, ma anch’esso indefinito…” Un atteggiamento, in pratica, molto comune a quei tempi”…quali tempi non è dato di sapere. Non possiamo fare a meno di sottolineare però la perizia con cui egli gioca, le immagini di questo luogo fatto di sfumature di luce hanno sicuramente del poetico; le descrizioni sono meticolose ed il linguaggio ricco di particolari…”Il nasino ben dritto e la bocca che rifletteva un colore simile a quello di un cielo baciato da un bellissimo tramonto”…

Non mancano garbati ed eleganti accenni di sensualità…” Mangiò l‘uva cercando di imitare ciò che aveva visto fare da lei. Per ritrovare la sensualità e il piacere delle sue labbra carnose. Pensava. Sognava. Immaginava. Cadde la notte.”…

Particolare attenzione posta sul linguaggio ed uso consapevole di figure retoriche che non sfuggono ad occhi attenti: Adynaton, Climax, Asindeto, Iperbole… e si potrebbe continuare.

L’ attenzione ai particolari, le descrizioni minuziose, momenti di pura poesia…”Sembrava respirasse il momento…Custodendo il sogno in silenzio trovò pace. Chissà fino a quando.… rappresentano il momento più alto della narrazione.

A livello personale, ma si tratta di sfumature dovute ai gusti, avrei preferito un linguaggio più fanciullesco di F., avrei insistito meno sulle abbondanti descrizioni dei particolari, avrei riportato indietro nel tempo la sua espressività.

Nelle opere del Nostro ci sono elementi che si ripetono e su cui varrebbe probabilmente la pena di fare un discorso a parte; mi riferisco, in particolare, al rimpianto, alla solitudine, ad una certa malinconia, ad una “stanchezza di vivere”, ad un amore perduto, e, in quest’ultimo caso, anche ad una paternità mai vissuta che l’incontro con F. ha risvegliato dall’oblio dei sensi. L’abbraccio surreale , “motu proprio” spontaneo di F. dovuto alla gioia, scatena una tempesta di emozioni da troppo tempo sopite. L’espediente narrativo è chiaro ed esatto, d’altra parte anche i dialoghi rendono molto bene l’intensità delle emozioni che roteano vorticosamente circondando i nostri protagonisti.

In definitiva, “La fatica del ricordo” rappresenta l’ennesima, riuscita opera di Filippo D’Eliso, che , anche quando si cimenta in territori non propriamente suoi ( ma chi stabilisce quali territori sono propri e quali no? ) riesce a rendere godibile il frutto del suo ingegno ai più, maggiormente in questo caso perché :

… era importante custodire le sensazioni legate ai ricordi”.

“La fatica del ricordo” è una bellissima storia d’Amore, perché di questo si tratta, e, come dice il Poeta :

Nisi qui ipse amavit, aegre amantis ingenium inspicit

Alta Stagione di Fabrizio Cavallaro

Acquista Alta stagione

di Fabrizio Cavallaro

Notizie bibliografiche:

[…] Queste poesie di Cavallaro, in effetti, portano l’angoscia che la nostra epoca non riesce a sopportare, nonostante lo strillo ipnotico delle magnifiche sorti e progressive con cui alcuni continuano a molestare chi vorrebbe solamente riposare. […] Che strano però: per quanto, con fierezza e insania, l’umanità̀ si sia impegnata a riporre le proprie e benevoli divinità̀, eccole che esse fanno di nuovo capolino: tuttora imprevedibili e capricciose, sempre mute e schermate da fosche nebbie. Sono sconfortate come Ovidio a Tomi, ma gentili e pacate, venute ad ammirare quel pianeta che una volta era stato il loro allegro playground. Esigono ancora qualche pegno, ci mancherebbe, ma non più sacrifici di bestie o imprese spaventevoli; per placar- si gradiscono l’«affitto o un sandalo». E, si sa, per chi paga poco la messa è breve: e così il devoto dovrà̀ pure lui accontentarsi d’un «amore tutto di gesti, / unico premio d’alta stagione». […]

dalla prefazione di Gandolfo Cascio

C’è un tempo da vivere
e un tempo per guardare,
col volto ritorto all’indietro
come marionette
ciò che nel viverlo si sciorina
come polline nel vento del deserto.
È un tempo aperto e lieve, gioco
che dispensa manovre e cantilene
ce ne avvediamo dopo giorni o anni,
e ore consumate osservandoci mute.

Avremmo potuto impiegarlo al meglio,

ma è solo il timore che poco altro
sia da interpretare, rivivendolo
in verità̀, è più̀ tenero e insano
cauto e periglioso, attento e svogliato

studiarne le mosse, dopo un secolo
o un attimo, quando il respiro s’allenta
e il tutto appare un nodo luminoso e vivo.

Fabrizio Cavallaro, nato a Catania nel 1967. Dove vive. Laureato in Scienze Politiche, ha fatto studi di musica e teatro. Lavora come impiegato. Si occupa principalmente di scrittura poetica e teatrale e di fotografia. Ha fatto diverse esposizioni fotografiche in varie parti d’Italia.

Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui Latin lover (Prova d’autore, 2002 – prefazione di Attilio Lolini); Poesie d’amore per Clark Kent (LietoColle, 2004). Dopo 12 anni circa di silenzio editoria- le, ha pubblicato L’assedio (Edizioni Novecento, 2016); Sala d’aspetto (Eretica, 2017); Di seconda virtù (Interno Poesia, 2017 – prefazione di Gandolfo Cascio); In- discrezioni (plaquette d’arte – Gaele Edi- zioni, 2018); Estività (Ensemble edizioni, 2018); In febbre e sudori (A&B editore, 2019), 𝐹𝑖𝑔𝑢𝑟𝑒 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑛𝑒 (LietoColle, 2020)

 È autore anche di testi teatrali, tra cui Salomè (A&B Editore – con note di Renzo Paris e Francesco Scarabicchi). È curato- re, dei volumi antologici: L’arcano fascino dell’amore tradito – tributo a Dario Bellezza (Giulio Perrone Editore, 2006) e Umana, troppo umana – poesie per Marilyn Monroe (Aragno, 2017) insieme ad Alessandro Fo – Nel 2018 ha curato, insieme a Gandolfo Ca- scio, l’omaggio a Sandro Penna Dieci cento mille Sandro Penna – Florilegio per un poeta (Edizioni Forme libere).


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 84

Codice ISBN: 9788885781443


Recensione di Alta stagione per il blog “Queerographies”, a cura di Gian Pietro Leonardi

Paglia di Grano di Alfonso Graziano

Acquista Paglia di grano

di Alfonso Graziano

Notizie bibliografiche:

[…] Soffia il vento dentro queste poesie di Alfonso Graziano. Soffia il vento, vola la sabbia, nell’oscurità e alla luce del giorno, vola la polvere, le stelle osservano la vita che si muove di sotto, nel silenzio, di fronte all’acqua di mare o sotto una pioggia di la- crime, mentre il tempo fa i suoi giochi: pas- sa, torna indietro in movimento apparente, si sofferma. C’è la natura a fare da corol- lario imprescindibile alla manifestazione poetica sia come figure retoriche ricor- renti (“…I tuoi lineamenti di foglia acerba mentre rinverdisce la sua radice stanca”), (“fredde le mani di nervature come rami”), sia come basso continuo su cui si appoggia- no le azioni (“La prima volta che ho baciato è stato il vento e quel sapore di sabbia e sale mi è rimasto dentro”, “Qui erano i fuochi dei campi a illuminare e i grilli a festeggia- re./A tarda notte i passaggi furtivi di faine e volpi rendevano il silenzio colorato”) […]

dalla prefazione di Antonella Lucchini

***

Era la sera a rendere giustizia
ogni cosa al suo posto
ogni luce a fare il proprio compito

mentre gli occhi persi in lontananze.

Qui erano i fuochi dei campi a illuminare

e i grilli a festeggiare.
A tarda notte i passaggi furtivi di faine
e volpi rendevano il silenzio colorato.

… Lo so, al buio nessuno se ne potrà accorgere.

A volte i sorrisi ingenui dei ragazzi
innamorati lasciavano intravedere

l’innominabile.

Ricordo le sere a rendere giustizia
ma nessuno lo capiva.
Neanche un cielo traforato riusciva a dare

senso alle spiegazioni, a domande complicate:

Le nostre vite sono appese ai fili?

Alfonso Graziano è nato a Foggia dove tuttora risiede. Laureato in scienze politiche-economiche presso l’Università di Salerno scrive fin dai tempi del liceo ma in maniera costante da una decina d’anni. La sua poetica è stata accostata a Giorgio Caproni. Ritmo e sospensione, silenzio e ricerca, Eros e thanatos gli ingredienti essenziali del suo scavo poetico.

Ha pubblicato per la Poesia: nel 2012 Nelle meditate attese – Rupe mutevole Edizioni e nel 2015 Il carnevale degli uo- mini Edizioni Divina follia premiato alla Città Murex Firenze nell’anno 2015 e al Premio La Sirena a Tortoreto. Nel 2017 è venuta alle stampe la raccolta poetica: Ti dico ora come ho smesso di morire Di Felice Edizioni.

Per il Teatro: Concerti per violino e a marzo 2017 il debutto in scena risultando secondo al Concorso Rive Gauche di Firenze, Anno 2017.

Altri riconoscimenti sono stati conseguiti nel 2012 a Trino Vercellese e nel 2014 al Con- corso di Altamura. Nel 2018 Premio speciale della giuria per la migliore silloge d’amore Di te cosa rimane se non il rumore del mare in tempesta – Firenze concorso Rive gauche.

È presente in varie antologie e alcune sue poesie sono state tradotte in albanese, greco e americano.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 42

Codice Isbn: 9788885781436


Recensione di Paglia di Grano a cura di Daniela Corfiati per “l’Attacco”

Testi tratti da Paglia di Grano sul blog letterario “La Rosa in Più”

Rosa D’Onorio legge Alfonso Graziano (testi tratti da Paglia di Grano)

Presentazione di Paglia di Grano (13/02/2021): guarda qui il video

Carissimo Alfonso, buongiorno. […] ci tenevo a dirti che personalmente ho apprezzato la malinconia tersa del tuo libro e l’originalità di certe tue immagini. Mi sono rimaste impresse le tue “vigne pronte”, i “porti asciutti”, quella “vita” “dietro la luna a mezzogiorno”, quel sentirsi fuori posto, nella vita che scorre terribilmente veloce. Dolorosa e umana, la tua poesia. Profonda, piena di pietas e senso. Grazie. […]

Anna Vallerugo

Giovanni Agnoloni: “Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa” (Fusta Editore, 2020)

di Francesco Improta (2020)

Con Berretti Erasmus (Fusta editore, €15,90) siamo nell’alveo di quella narrativa difficile da catalogare, in quanto Giovanni Agnoloni si sbarazza facilmente di tutti i generi consolidati e convenzionali e ci offre un’opera decisamente nuova, muovendosi con estrema libertà e padronanza tra letteratura memorialistica, odeporica, autoanalitica e romanzo di formazione. L’autore ci si presenta sotto una duplice veste: io narrante e io agente e l’incipit, nella sua nuda semplicità, a mio avviso, è folgorante:

   C’era nebbia, quella domenica pomeriggio. Passeggiavo lungo l’argine della Greve

Mi è venuto in mente immediatamente il capitolo XIX della Vita Nova di Dante: “Avvegna che passando per un cammino lungo lo quale sen giva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire.” L’accostamento non sembri azzardato né irriverente, dal momento che ci sono alcuni indiscutibili punti di contatto: innanzitutto sono entrambi fiorentini di origine ma non di costumi, come ha detto il Divin Poeta nella lettera a Cangrande della Scala e come più volte ha ribadito Giovanni Agnoloni, in secondo luogo in entrambe le opere, esclusivamente nella Vita Nova, prevalentemente in Berretti Erasmus si discute di amore e, infine, entrambi dimostrano in maniera inequivocabile che quella che impropriamente viene chiamata ispirazione non è altro  che un’occasione, in cui un colore, un suono, un’immagine o una parola provocano l’urgenza di dire, di scrivere, di dare forma a emozioni, ricordi, sentimenti. È quello che succede al nostro autore/personaggio; la tranquillità del posto, la coltre protettiva della nebbia e il mormorio dell’acqua scatenano la memoria involontaria. Senza scomodare Proust, credo che si possa convenire con Erri De Luca quando afferma che la memoria è come un ghiacciaio in cui talvolta si apre un crepaccio che ci consente di cogliere nel fondo un barlume o un brandello su cui ricostruire una storia. Dal passato di Agnoloni emergono luoghi, volti e impressioni; decide allora di ricomporre questi frammenti e di raccontare le sue esperienze di soggiorno all’estero per motivi di studio o di lavoro, fin dal Duemila, quando da studente di legge, fruendo del programma Erasmus, si reca in Inghilterra e precisamente a Leicester per un soggiorno di studio (si giustifica così il sottotitolo Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa).

A spingere l’autore verso l’Europa iperborea non è solo il desiderio di viaggiare, di conoscere nuove culture, di stabilire una comunione di intenti e di affetti con studenti di provenienza diversa ma anche la volontà sempre più impellente di allontanarsi dalla sua città, l’odiosa/amata Firenze (altro punto di contatto con l’Alighieri), che gli appare stretta, provinciale e superba, nonché la speranza di incontrare la donna-anima, la possibilità, cioè, di incontrare l’altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti secondo le teorie di Jung con cui Agnoloni si sente in sintonia. Da qui la lunga teoria di donne incontrate in questi soggiorni: Yamira, Rosa, Marta accostate, corteggiate e poi irrimedia­bilmente svanite, perché fatte dell’impalpabile materia di cui sono fatti i nostri sogni. Storie, quindi, materiate di sguardi, di saluti, di sfioramenti, e nient’altro solo quella con Marta, conosciuta in Lituania e rivista dopo alcuni mesi a Jesolo, si conclude in un letto di albergo. Una notte ardente ma troppo breve per poter costituire quella svolta vagheggiata dal protagonista. A Firenze però, nel 2007, avviene l’incontro decisivo con Agnieszka, venuta in Italia con il programma Erasmus. Tutto sembra andare per il verso giusto tanto da pensare alle nozze, dopo aver convissuto quasi tre anni prima in Irlanda, patria di elezione di Agnoloni, e poi in Polonia a Cracovia ma… non sarò certo io a svelare come si conclude questa scorribanda della memoria e della fantasia sentimentale.

Mi sembra, invece, doveroso rilevare lo sguardo attento e rispettoso con cui Giovanni Agnoloni perlustra le città in cui soggiorna evidenziando tradizioni, monumenti, costumi di vita quotidiana. Le passeggiate del protagonista in solitaria per cogliere lo spiritus loci, per entrare in sintonia con l’ambiente, realizzando in questo modo, in pieno, lo spirito dell’Erasmus sono, a mio avviso, le cose più belle del libro e se la descrizione che segue conferma l’amore profondo per l’isola di smeraldo:

… l’Irlanda, la terra degli elfi e dei druidi, dal fascino sottile e confortante delle croci di pietra nel verde e della luce solare in un cielo che pare un affresco vivo in eterno movimento […] È un’isola che procede per rapidi sbalzi di memoria, scatti d’immaginazione e premonizioni di futuro.

È nella descrizione della Cornovaglia che l’autore entra in simbiosi con sé stesso e la Natura, unica interlocutrice attendibile.

Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare, appena mosso davanti a me e il tramonto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

Ed è il presupposto ineludibile per un ulteriore passaggio che porterà l’autore, alquanto scettico in materia religiosa, ad avvicinarsi, attraverso la meditazione nel Cortile delle Beghine ad Amsterdam e l’accesso alla chiesa francescana a Visby, al sacro e al metafisico, a renderlo più possibilista e meno scettico in materia di fede.

Come a Dublino sono frequenti e irrinunciabili i riferimenti a James Joyce e ad Amsterdam, indirettamente, a Marino Magliani, autore di uno splendido libretto Amsterdam come una farfalla, in Cornovaglia Agnoloni accenna alla villa in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita Daphne Du Maurier, scrittrice inglese i cui romanzi sono stati spesso trasportati sul grande schermo (La taverna della Giamaica; Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, diretti tutti da Sir Alfred Hitchcock). Ed è appunto il cinema che si affaccia prepotente tra le citazioni e i riferimenti culturali nel libro di Agnoloni: da Ridley Scott (Il gladiatore), Roland Joffé (Mission), Stanley Kubrick (Shining), Michelangelo Antonioni (Al di là delle nuvole), Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide) Cedric Klapisch (L’appartamento spagnolo, modellino in scala ridotta del libro che stiamo analizzando) e Ingmar Bergman, la cui tomba nell’isoletta di Fårö in Svezia è meta di un religioso pellegrinaggio da parte di Giovanni Agnoloni, suggestionato dalla “lunarità” di quel paesaggio caratterizzato da un senso di vuoto e di assenza, come del resto si evince dagli stessi capolavori del Maestro svedese. Fa un po’ sorridere ma non dispiace che in tale nobile consesso figuri Carlo Verdone di cui viene citata una tra le sue commedie più riuscite, Maledetto il giorno che ti ho incontrato.

La scrittura è sempre chiara, fluida ed incisiva, come risulta dagli esempi succitati. I ricordi dapprima sbiaditi, indistinti come tessere di un puzzle, una volta collocati nel loro contesto, dalla mano esperta dell’autore che si serve per tenerli insieme di alcune cerniere (complessivamente cinque: casa, bagagli, contemplazione notturna, dal letto e risveglio) appaiono in tutto il loro scintillante nitore e danno vita a un organismo compatto e omogeneo, che rappresenta una indiscutibile conquista umana, culturale e artistica dell’autore.

La Rosa Rosa di Elia Belculfinè

Acquista La rosa rosa

di Elia Belculfinè

Una voce davvero inedita, quella di Elia Belculfinè. Una voce densa, onirica, frastagliata. Una voce che sembra prendere (e pretendere) l’e- redità della migliore poesia del novecento per farne un omaggio teso al disfacimento. Perché pregna di decadentismo, questa poesia sembra dialogare con i morti e i fantasmi, spesso anche dei vivi, che il poeta incontra sul suo cammino. Così come di riflesso, il poeta incarna nei suoi scritti ciò che non è più degli uomini, se non nella morte o nel silenzio. Ovvero quella sottile sensazione di essere dentro al segreto della vita solo per subirne il richiamo straziante. E sembra dirci, Belculfinè, tra queste pagine, che il verbo inconsolabile della poesia è il solo messaggio possibile per chi vive ai margini dell’esistenza. E allora il poeta subisce, si contorce tra le parole che in questo libro musicano una litania senza fine e preternaturale; ma che anche chiarisco- no quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere, un bel giorno. Già che la cenere è la terra fertile dove la rosa avvampa del suo colore più chiaro. Perché ogni vero poeta sa questo: che i sogna- tori vanno via se li si cerca, come le rose strappate al confine del loro lembo. E che una volta giunti alla fine, il solo desiderio possibile è di essere stati amati, compresi, bruciati per sempre. L’augurio che posso fare a questa giovane penna è allora proprio quello di trasformarsi per sempre nell’amore mai pago di una rosa, che in queste liriche sgorga dirompente e fa della voce poetante un angelo sceso all’inferno per non soffrire mai più.

[…] dalla introduzione di Antonio Bux

Apri in metà asimmetriche il mio canto come un piccolo limone.

Spezza i miei versi, i miei deliri

come uno spago d’erba

o un ramo. Passerà per le tue mani, allora,

come filatura di bianco smerlo

un sussurro denso,

intollerabile della parola amore.

Elia Belculfinè è nato nel 1983 a Caserta e vive nell’omonima provincia. Suoi lavori sono apparsi in numerose antologie di settore. Nel 2012 ha pubblicato per l’editore Aletti la raccolta Primi sintomi di una gravidanza. Sempre per Aletti, è apparso nel saggio Verso la Poesia alla ricerca di senso a cura di Maria Carmen Lama.


Prezzo copertina: euro 10.00 9,50

Pagine: 56

Codice ISBN: 9788885781429


Recensione de La rosa rosa per il blog “L’Altrove – Appunti di Poesia”

Recensione de La rosa rosa per il blog “Il giardino dei poeti” a cura di Cristina Bove

Monica Pezzella: “Binari” (TerraRossa Edizioni, 2020)

di Filippo D’Eliso (2020)

Binari di Monica Pezzella, (TerraRossa Edizioni ©2020, 13€), opera di esordio dell’audace scrittrice, è il frutto di una matura attività artistica. Monica Pezzella rivela una formazione salda e ben connaturata per la sperimentazione e le collaborazioni trasversali nella pratica di linguaggi altri. La sua scrittura, infatti, ad un’analisi attenta, trae origine, forza, vigore e sviluppo dalla tecnica musicale presente finanche con le connotazioni proprie del silenzio che troviamo come elemento acusmatico e diegetico lungo l’opera letteraria.

Copertina di “Binari”

Artefice di questa coniugazione è un pretesto di nomenclatura desunto dalla Suite n. 3 di Johann Sebastian Bach formata da cinque movimenti: Ouverture, Aria, Gavotta I e II, Bourrée I e II e la Giga conclusiva e scritta per tre trombe, timpani, due oboi, due violini, viola e basso continuo il cui secondo movimento, l’Aria, prevede un organico solamente di archi, ed è proprio questa Aria che è stata soprannominata Aria sulla quarta corda (Air on the G String) dopo che il celebre violinista tedesco August Wilhelmj ne fece un arrangiamento per violino e pianoforte.

La scrittura di J.S. Bach è contrappuntistica ossia una scrittura orizzontale multi livello da cui nascono armonie in perfetto allineamento verticale e dove l’aumento di densità dei flussi crea pressioni che spingono i significanti linguistici ad assumere significato: rimarchevole matrice linguistica presente in Binari.

Come nella bellezza di un teorema matematico, il senso è nell’armonia che possiamo definire “pressione verticale su un flusso orizzontale”.

Il violinista tedesco August Wilhelmj per poter dar corpo all’arrangiamento applicò un trasporto di tonalità, da Re a Do, quindi abbassando di una ottava l’intera tessitura la melodia poté essere interamente eseguita sulla corda di SOL, la quarta corda del violino. Da qui il soprannome Aria sulla quarta corda.

Quindi il cerchio si chiude sempre di più a far luce su come Monica Pezzella abbia creato ed intrapreso un percorso confluente e condensato in questa sua opera letteraria dopo aver fondato appunto la rivista Quarta Corda.

D’altra parte superare sé stessi o semplicemente superare un ‘limite’ permette di tendere all’asintoto matematico, matrice di limite finito o infinito che sia, ma concretamente e letteralmente irraggiungibile perché superare le colonne d’Ercole per oltrepassarle è calarsi nell’ignoto dove è possibile un varco allo scandalo ché solo il non essere informati, oggi più che mai, come l’immenso P.P. Pasolini ci ha indicato profeticamente a suo tempo, in un mondo iperconnesso, è prerogativa al nuovo che in quanto tale ha forza di scandalo e non è casuale che la rivista Quarta Corda possa ospitare a sua volta Galleggiamento di Luca Perrone con Prefazione e Postfazione di Ilaria Palomba e Francesco Improta: rilevanti testimonianze del genio di Luca Perrone, autore già presente nel catalogo RPlibri di Rita Pacilio. 

La vera novità di Binari è un originale elemento acusmatico non diegetico: la presenza di una Voce che partecipa alla narrazione proprio come una musica che accompagna l’azione ma che non è udita dai personaggi Marcel ed Ale e che in virtù di una attrazione ridotta ad una prosciugata ed insaziabile sete di sesso non lascia traccia.

Mi sovviene anche qui la potente poetica di P.P. Pasolini che in Supplica a mia madre pone l’accento in una “infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima” il cui unico scambio consentito è di liquidi corporei nella più totale effrazione del cuore.

Il titolo “Binari” svela il legame tra i due protagonisti che proprio attraverso i binari della linea di un tram si raggiungono, ma che è anche punto di non incontro in quanto tra due rette parallele non ci sono possibilità di intersezione. La geometria e l’architettura – Marcel è infatti architetto – piombano prepotentemente nella struttura dell’opera. Le quattro parti – come quattro movimenti di un’opera sinfonica, a superamento di ogni limite e con l’apparente tecnica dodecafonica della retrogradazione, ossia Binari comincia con il segmento “Fine” e termina con il segmento “Inizio” – in realtà sono costruite con una struttura a spirale: le quattro sezioni o segmenti, inizio-prima-dopo-fine, seguono l’ordine fine-prima-dopo-inizio.           

Proprio l’idea di verticalità e di “lettura verticale”, formulata da Simone Barillari attraverso un ciclo di seminari tenuto a Roma nel 2018, ha aperto la strada verso il limite estremo a cui tendono sia la rivista Quarta Corda e sia il linguaggio adoperato da Monica Pezzella in Binari in perfetta assonanza di stile che potremmo benissimo definire cinematografico.  Non a caso a dieci anni dalla morte di Stanley Kubrick avvenuta il 7 marzo 1999 fu pubblicato nel 2009 per minimum fax il libro Con Kubrick  curato dallo stesso Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket nella Traduzione di Nefeli Misuraca.

Un caso? Niente affatto. Kubrick ossessionato a livello maniacale dalla musica faceva sgorgare ogni fotogramma dei suoi capolavori cinematografici dalla profonda e sensoriale architettura sonora di veri e propri di capolavori musicali. Limiti superati con audacia e bellezza indescrivibili.

Ora se avete il coraggio di superare in qualità di lettori i vostri limiti, dimostratelo!

Leggete Binari! Se è un libro da non perdere, tenete assolutamente presente che chi rischia di perdersi siete voi!