Carlo Marino intervista Ilaria Palomba

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

“Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Fatti male”, “Una volta l’estate”: i titoli di alcuni dei tuoi volumi. Leggendo, sembra che nel nostro mondo si giochi di continuo una partita in cui è impossibile giudicare vincitori e vinti, perché vittime e carnefici camminano su un piano sempre in bilico. Che ne pensi?

Credo sia esattamente così, nei miei libri ci sono spesso vittime che diventano carnefici, un po’ come Joker… sorrido. È paradossale, inverosimile e troppo borghese pensare di poter ledere nel profondo qualcuno senza che questi si rivolti cercando vendetta. Questo meccanismo vale nelle relazioni interpersonali come nelle dinamiche sociali: nessuno ama avere padroni e nessuno ama i suoi padroni. Se considerati subalterni, maltrattati, bistrattati, sfruttati, sottopagati, illusi, ingannati, abbandonati gli esseri umani reagiscono, talvolta il portato di questa reazione supera l’offesa subita. In fondo è il meccanismo alla base di tutti i conflitti.

Nel tuo libro “Disturbi di luminosità” la vicenda si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità. Violenza e dipendenza sono due caratteristiche che attanagliano oggi più che mai l’essere umano. È stato sempre così?

Per rispondere correttamente a questa domanda sarebbe necessario aver vissuto altrove e in un altro tempo. Non so se sia stato sempre così, posso ipotizzare che la religione in passato avesse anche il compito di porre un freno agli istinti più violenti dell’uomo. Dopo la nietzscheiana morte di Dio tutto è permesso. L’uomo, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male. Il bene personale spesso coincide con il male di qualcun altro, nel momento in cui si relativizza il concetto di bene e si arriva a decretare l’impossibilità del sommo bene ecco che l’uomo diventa Dio di sé stesso e sceglierà solo per sé stesso senza curarsi del male che procura all’altro. Penso anche però che la morte di Dio sia una fase superata e che sia un altro il lutto che oggi dobbiamo elaborate: la morte dell’uomo, la fine cioè del concetto di umano come animale razionale. Probabilmente non solo non siamo più animali, sempre più diventiamo appendici di macchine, ma non siamo più neanche razionali. Dopo Dio doveva sparire anche la ragione, cosa ci aspetterà non posso saperlo ma penso che la crisi nelle relazioni con gli altri e la diffusione dei disturbi del comportamento siano da leggere in questo senso.

Spesso il male di vivere ho incontrato” cito Montale per definire quell’ Io narrante che sovente utilizzi. Il personaggio si muove in una realtà opaca che si staglia icasticamente nella mente del lettore. Ci sarà mai un modo di redimersi dal male ricevuto e a volte sopportato in questo mondo?

Montale, Pavese, Pascoli, la poesia per me è tanto più viva quanto più si avvicina alla morte (per quanto riguarda Pascoli penso a Myricae). È molto raro che vi si riesca ma l’unico modo per redimersi dal male subito è non perpetrare la catena di dolore, spezzarla. Finché si è carnefici si continua a essere vittime. Ma come vivere nel mondo senza farsi divorare e senza divorare a propria volta? Forse bisogna fare un passo indietro rispetto a tutto ciò che crediamo di essere: i dominatori del mondo, della natura, le uniche forme di vita intelligenti nell’universo, il centro della catena alimentare. Non siamo nulla di tutto ciò, non siamo che briciole.

Il tuo rapporto con la parola: la tua parola è parola ritrovata in te stessa, oppure parola della quale vai alla ricerca finché non la fai tua per sempre?

Ho una grande difficoltà nel comunicare, l’ho sempre avuta, tanto che da adolescente per un po’ non ho parlato. Scrivere è ritrovare le parole che mi ero proibita di dire perciò il mio rapporto con la parola è catartico, è una costante ricerca dell’indicibile.

La poesia può essere considerata come un azzardo per tentare di decifrare il mondo?

La poesia per me è un demone, in senso socratico. Attraverso la poesia vedo l’invisibile e cerco di mostrarlo a chi mi legge.

La letteratura deve descrivere in maniera impassibile, direi oggettiva, anche la miseria del mondo e poi deve impegnarsi per tentare qualche salvataggio? Oppure è già impegno, denuncia, nel solo atto di descrivere?

La letteratura non deve essere una fotocopia della realtà, non basta descrivere, non basta avere delle idee sul mondo, non basta comunicare. La letteratura deve trascendere la volontà di chi scrive e rapire.

Società che distruggono i propri poeti ignorandoli, che tipo di società sono, secondo te, e che futuro possono avere?

Una società che non ha più un metro di giudizio artistico e si basa solo sui dati di vendita o sui consigli di chi fa audience è una società ormai ben oltre il declino, non è altro che macerie, in queste macerie si salva chi fa lobby. La domanda che spesso mi pongo senza trovare risposta è: conta più il talento o l’affabilità? Se la risposta verte sul secondo termine allora non esistono più poeti, solo eruditi e mercanti.

Grazie Ilaria.

intervista esclusiva copyright – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

marino
Carlo Marino

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/domande-di-carlo-marino-per-unintervista-esclusiva-sicuramente-difficile-alla-scritrice-ilaria-palomba/

 

 

 

 

 

Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987 dove si è laureata in Filosofia per poispecializzarsi presso l’Université de Paris-Sorbonne nel 2011-2012. Ha al suo attivo oltre a numerose raccolte di racconti e poesie: iromanziFatti Male (Gaffi 2012 tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh) “Homo homini virus”, “Deserto”, “Mancanza”, “Brama”, “Una volta l’estate”.

 

Melancolia

di Ilaria Palomba

 

Si aprono fiori nella luce,

una luce senza fondo

rovina sulle nostre ombre,

una luce oscena

devia il gioco del mondo

in una crapula di addii.

 

 

Carlo Marino intervista Rita Pacilio

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

La poesia è l’arte dell’evanescenza, del linguaggio dell’essenzialità. Il detto „Carmina non dant panem“ sembra più che mai essere attuale. Ma una società senza poeti che società è?

Rita Pacilio:

Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora credo abbia dato agli artisti la giusta e vera ricompensa. Ecco perché sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Credo che pochissimi artisti, però, abbiano tratto o traggano vantaggi economici dalla propria produzione. Sicuramente intorno all’arte si muove un mercato economico che la sostiene e se ne serve, come l’Editoria, i Musei, il Teatro, il Cinema, la Televisione, le Case discografiche.

La poesia ha un ruolo nella società? Come si può dare una rilevanza a tale ruolo? Aiutano in tal senso i „social media„ oggi?

La poesia è sicuramente un punto di forza del cammino umano. Ripeto, non potremmo ricucire coscienze e civilizzarci senza la poesia. Sarebbe un mondo certamente molto povero. Oggi più che mai il poeta avverte l’urgenza di denunciare e, contemporaneamente, elogiare la vita e il mondo. Lo vediamo dalla prolificazione di innumerevoli prodotti artistici che, attraverso i vari linguaggi dell’arte, ci mettono di fronte a un dato sociologico: tutti scrivono, tutti fanno musica, tutti dipingono. Forse i social hanno dato la possibilità di rilevare maggiormente questo fenomeno, lo hanno messo in evidenza dando a chiunque la possibilità di dire la propria. Ne dobbiamo prendere atto, ma non mi sentirei di definire questo fenomeno di massa come arte. Piuttosto, si dovrebbe essere più severi e selettivi, anche con se stessi, misurandosi e incoraggiando, sostenendo il valore del percorso letterario e credo si possa fare anche servendosi dei mezzi di comunicazione. Oggi va di moda l’artista/personaggio intorno a cui si muove un sistema valoriale malato: non importa cosa dici, cosa pensi, come ti sei formato o chi sei, ma conta come ti mostri. Ecco che lo scandalo, l’estremismo esasperato, l’apparenza, la sfacciataggine, l’esteriorità, la supponenza, la volgarità vengono considerati interessanti. Bisognerebbe essere più critici di se stessi, più responsabili. Siamo entrati, addirittura, in un circolo vizioso in cui, oserei dire, anche la bruttezza viene osannata. Lo spirito critico dei lettori/poeti/critici (mi astengo dal discorso sulla ‘critica professorale’) dovrebbe dare rilevanza alla onestà della poesia leggendo molti libri selezionandoli con cura, diffondendoli con entusiasmo, anche sui social, e dando loro una collocazione umana, spirituale, letteraria a scapito dei selfie volgari e inutili.

La lingua, creazione della natura umana si sforza di cogliere la complessità dell’universo, la metamorfosi del tutto: il „panta rei“.

Esiste una limitazione frustrante delle parole, della lingua che non riesce ad impadronirsi della realtà?
Esiste l’affanno di penetrare la realtà, questa è la forza dell’arte che continuerà ad appartenere all’uomo, finché ci saranno uomini degni di stare al mondo. E il linguaggio artistico troverà sempre il modo per farlo.

Qual è il tuo percorso, quali scrittori ti hanno segnato?

La mia scrittura nasce dal rapporto che ho con le creature del mondo. Quando da bambina ho iniziato a leggere, ho provato immediatamente stupore dinanzi alle pagine scritte che, con il passare degli anni, hanno accresciuto sempre più il mio desiderio di conoscere e attraversare dal vivo i ‘posti’ e i personaggi delle storie narrate. Leggo e rileggo Pavese e ogni volta mi fa rabbrividire, tremare. In lui trovo attualità, linguaggio genuino, pensiero, storia, letteratura e umanità. Per la mia crescita creativa è un esempio importante, ma potrei citarne molti altri. Le mie letture si spostano dai classici ai contemporanei, dagli americani ai francesi, dai russi agli italiani. Da Dante Alighieri a Giuseppe Ungaretti, da Emily Dickinson a Charles Baudelaire, da Marina Cvetaeva ad Anna Maria Ortese o Amelia Rosselli. Mi incuriosisce il linguaggio, la sua evoluzione e, soprattutto, la visione. Desidero e ambisco fare esperienza diretta con le emozioni, con le persone e i luoghi. Se la vita è un viaggio, l’ho vissuta e la vivo pienamente frequentando gli esseri umani collocati in territori e culture diverse. Ciò che si innerva in me, come ispirazione profonda per la scrittura, è il sentimento: l’amore, la malinconia, l’assenza, l’odio, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale, la ricostruzione, il perdono, la speranza, la fede e la sacralità della vita. Sentimenti che hanno risvolti personali e sociali e che studio, come sociologa e come scrittrice, per comprenderne le cause, i fallimenti e/o le ri-soluzioni. Quando sono di fronte agli esseri viventi, sento tutto in maniera empatica, potentemente.

In alcuni versi hai scritto: „Il mondo è un corpo devastato /ha l’erba secca per il troppo pianto/ è steso di fianco senza parole in bocca/alle dita manca il segno della pace“. In che modo la tua poesia s’inserisce nel vissuto? Che rapporto hai con la tua terra? Vista da una poetessa che tipo di epoca è questa?

Durante le presentazioni del libro ‘La venatura della viola’, Ladolfi 2019, questi versi vengono messi in risalto dai relatori/critici/poeti e lo capisco. Il nostro è un momento storico in cui veramente sembra che tutto vada alla deriva. A volte lo sconforto prende il sopravvento sull’energia produttiva e ogni tentativo di progettualità costruttiva e umanitaria sembra sia inutile, fallimentare già in partenza. Nell’essenzialità di un verso cerco di entrare in sintonia con l’universo intero. Sento di dover esprimere un pensiero comune per descrivere l’agire dell’animo umano, la sua evoluzione sociale e la condanna di essere sempre alla ricerca del reale e del vero. Vivo tra le colline del Sannio e con il mio territorio ho un rapporto di grande gratitudine, nonostante le difficoltà culturali ed economiche che lo caratterizzano. Sento di appartenere al mondo intero, forse per questo amo spostarmi e osservarlo da più angolazioni mettermi in sintonia con la radice umana, con la Natura per cercare di trovare quell’armonia da me tanto agognata. A volte, soffro moltissimo di fronte all’impotenza di cambiare i registri e le conseguenze dei fatti che accadono per superficialità, scandalo e incuria, ma vale sempre la pena sperimentare i mali del mondo per giungere alla bellezza, palese o nascosta, dell’esistenza.

intervista esclusiva copyright © – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-poetessa-rita-pacilio/

 

Poesie di Rita Pacilio

*
Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano
mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate
dove resta immobile il seme infuriato.
Difficile dirti adesso le foglie sulla via
quando file di formiche sui bordi
spalancano voragini nel suolo raffreddato.
Non chiedono perdono né fanno lamento
le facce dei degenti
sotto giornali stesi come coperte al sole
perché Dio li ama fino al mattino.
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
Mille volte i canti delle magnolie
ritornano nell’imbrunire
al mio respiro.
Non temono l’intreccio dei venti
né le linee curve del seno nelle nuvole.
Indugiano solo quando l’eco disperata le insegue.
(dedicato ad Alfonso)
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
L’assenza ha una forma quieta
dischiusa, indecifrabile, bianchissima
un tumulto di cellule nella gravità delle spalle
fino a riaprire un rumore spezzettato

fermato nell’ansietà del chiarore tra due costole
nello stesso istante piegate alla redenzione
mansueta. Sembra possibile la partecipazione
la prima appartenenza fuori da queste cose

in cui metto le mani, un bicchiere, un rosario,
un libro, tante voci e mai la tua.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Scendono linee e fiumi dalla montagna
le api intrecciano alveari a mazzi
cuciono buchi e le angherie della lama
si inquietano nei gesti dell’autunno.

Il buio impreciso del suo corpo sordo
– trascura i piedi come una radice –
vorrei guardarlo dall’occhio di bue
nella lente bianca fatta dal mio uovo.

Lo sguardo folle sulle spalle
proibisce l’ombra e ogni suo richiamo
– mi ami o non mi ami nella margherita –
un nuovo parto nel dubbio, uno sfondo

lei sapeva ogni voragine, il pubblico giù nella valle,
la caduta, il tonfo, il giuramento fatto.
La telefonata delle 17,00. Arrendersi è terribile.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Non resta più niente dell’estate verde
sepolta nell’erba stordita e ferma.
Ci sono le mani a fare questo tempo
gli uccelli, il gonfio tuono all’orizzonte,

ci sono piedi selvatici a venirci incontro
come un’onda schiacciata, contusa
sulla nuca, umida, tonda. Non resta
più niente degli occhi tenuti stretti

le montagne aspre, involate
nell’aria debole dietro al fiume e sopra
ogni altra cosa. Se potessi svegliare i merli,
allontanare dal fuso orario l’orgoglio,

girare la testa verso levante, conoscere
l’ardore del volo in assenza di saggezza,
raccoglierei i capelli in una treccia infinita
comincerei a cadere a balzi, di sera in sera,

per svanire in pace, nuda, distratta.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
Quando sono qui non ho parole
lascio fuori il mio uragano
incustodito, lascio a casa

la rabbia di cenere e carbone,
la tua bestemmia
pronunciata in basso, fino allo scorno
persuadendo il vizio dell’amore.

Le ore e i giorni ci portano contro
ci scontentano la vita, il letto,
questa miserabile ombra che scende
prima del tramonto, prima dell’inedia.

Certo non lo fai apposta ad andare via
fanno così le persone anziane, senza
speranza, fanno come te quando ti bagni
gli occhi e poi scompaiono naturalmente.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

*
Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.
(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

Lucrezia Maggi: “Come nel Ventre di una Madre” (Scatole Parlanti Edizioni)

di Francesco Improta

Mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo, luci fredde e azzurrognole penetravano come punte di spilli incandescenti attraverso le garze che mi coprivano le palpebre. Odori sgradevoli colpivano il mio olfatto mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Inizia così l’ultimo libro di Lucrezia Maggi, scrittrice e promotrice culturale tarantina, che, nella sua poliedrica attività, oltre ad aver pubblicato diverse opere di poesia e di narrativa, ha ideato e fondato il Premio letterario Città di Taranto, giunto ormai alla quattordicesima edizione.

L’incipit ex abrupto, riportato sopra, ci catapulta al centro di un dramma e ci mette di fronte a quello che è, senza ombra di dubbio, il tema principale del libro: il dolore, declinato in diverse forme dalla morte di cancro del giovanissimo fratello di Tommaso, alla rottura della relazione, che sembrava solida e inossidabile, di costui con Nora, alla perdita della madre della protagonista, in cui si riverbera il dolore non ancora metabolizzato dall’autrice per la scomparsa della sua amatissima genitrice. Non è un caso che il romanzo si apra nel pronto soccorso di un ospedale, ricettacolo per antonomasia del dolore e della disperazione, dove viene ricoverata la protagonista in seguito a un grave incidente automobilistico. Un ospedale descritto in piena attività: medici e infermieri affaccendati, parenti in apprensione, macchine che funzionano a pieno regime, monitor illuminati, aghi in vena e flebo che distillano gocce di farmaci e di speranze. Subito dopo, un’esperienza extrasensoriale porta la protagonista a fluttuare in un limbo e le consente illusoriamente di riabbracciare la madre da cui, pur essendo ormai morta da tempo, non riesce a staccarsi completamente.

Riassumere la trama di questa storia mi sembra decisamente complicato e, comunque, non gioverebbe al lettore che si vedrebbe defraudato del piacere della lettura e della scoperta. Mi sembra tuttavia doveroso rilevare che la storia non procede in maniera lineare ma attraverso analessi, ellissi e slittamenti spazio-temporali; è la memoria involontaria e intermittente, determinata dalla condizione di coma in cui versa la protagonista, che si sente protetta come nel caldo ventre della madre (da cui il titolo), a far emergere come flash improvvisi ricordi o brandelli di ricordi.

Accanto alla protagonista, Eleonora Nardini, ricoverata in sala rianimazione dell’ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, si muovono, vicine o lontane, tre figure maschili: Fabio il figlio diciassettenne, che non ha mai conosciuto il padre, Tommaso Caponio, laureato in scienze infermieristiche, che dopo la morte tragica del fratello aveva deciso di dedicare tutta la vita agli altri, assistendo prima i malati di tumore e poi, deluso da certi comportamenti di alcuni oncologi, che volevano per sé tutta la scena, si era fatto trasferire prima in chirurgia e poi in terapia intensiva. Egli era fermamente convinto della centralità del malato, che aveva bisogno non solo di farmaci o di visite frettolose da parte dei primari ma di cure e attenzioni costanti, di sorrisi e gentilezze perché il corpo non può guarire se non si interviene anche sulla psicologia del degente. Tommaso che ha avuto in passato una bella storia d’amore con Nora, è il padre di Fabio ma non lo sa, anche se a livello epidermico si stabilisce tra i due un’intesa profonda. La terza figura maschile, legata alla protagonista non da amore ma da una frenesia dei sensi, è Dagoberto Roio che, per stessa ammissione della Maggi, discende da Bar Blu Seves, un romanzo di Cosimo Argentina. Giornalista di professione, Dago è un uomo inquieto e insoddisfatto; vorrebbe evadere dalla prigione, senza sbarre e senza guardie, in cui si sente segregato, odia, infatti, la vita di provincia e la sua insignificante attività di redattore nel piccolo giornale cittadino. Fondamentalmente scettico, finisce col contraddirsi continuamente, nutre nei confronti dei suoi simili un atteggiamento ambivalente di odio e amore (Gli uomini potrebbero brillare ma s’infognano. Potrebbero essere e non sono). Ama le anime inquiete e tormentate come la sua ma è attratto dalle anime pure, quelle che non sono perfette ma che vivono in maniera chiara e cristallina e che affrontano a viso aperto, con coraggio i propri demoni. Non crede nell’amore, nelle relazioni a lungo termine, ma nella passione ardente come esperienza massima, sublime. È un uomo perennemente in fuga, non a caso spesso va a Milano In cerca di ossigeno e di un lavoro più gratificante. Alla fine, però, si rivela un uomo opportunista e ambizioso che finisce col sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

La vera protagonista della storia, che catalizza su di sé i sentimenti degli altri personaggi e le attenzioni dei lettori, è Nora, una donna forte, volitiva che è riuscita a crescere con pazienza e tanto amore, da sola, il figlio Fabio, senza rinunciare a quell’idealismo di fondo che le era sempre stato rimproverato dal padre. Nora è una di quelle donne che si svegliano a metà e rimangono eternamente appese ai sogni. Laureata in sociologia, combatte alcune battaglie civili e politiche di grande spessore come la malasanità e il femminicidio due piaghe sociali, a cui non si riesce (o non si vuole?) porre rimedio. Della malasanità Lucrezia Maggi aveva già parlato in termini di aperta denuncia nel lucido quanto sofferto pamphlet del 2013, Prima che il tempo ne cancelli le orme, vero e proprio diario dell’odissea vissuta da lei e dai suoi fratelli, allorché la madre era stata ricoverata in una struttura sanitaria carente a livello igienico e inefficiente a livello medico. Sballottolata da un ospedale all’altro nel giro di una ventina di giorni aveva concluso la sua esistenza terrena fra il dolore e la rabbia dei suoi familiari. Una sorte analoga tocca ad un’altra ricoverata in terapia intensiva, nella stessa sala in cui si trova Nora, trasferita lì da un ospedale dell’entroterra, dove dopo un secondo intervento chirurgico, forse non necessario, le sue condizioni erano peggiorate a tal punto che la paziente era diventata un problema, una patata bollente da restituire a Taranto – questo il succo del dialogo sottovoce di due infermiere.

Ancora più esplicita la condanna del femminicidio e di tutte le altre forme di violenza fisica, verbale, psicologica nei confronti delle donne ed è questo l’argomento del libro che Nora, in quanto sociologa, stava scrivendo non solo per chiarire a sé stessa e agli altri i termini, le cause e le implicazioni di questo drammatico fenomeno ma anche per cercare di placare la propria rabbia e la propria inquietudine. C’è in Nora, accanto a questo interesse concreto per il sociale una indiscutibile sensibilità artistica che la spinge a visitare la grande mostra di Chagall a Milano; al pittore russo, naturalizzato francese, Nora si sente vicino per la capacità di Chagall di trasmettere, attraverso colori vividi e brillanti, felicità, ottimismo, positività e quel tanto di fiabesco e di onirico che è nella cultura russa e nel suo animo.

non ricordando più di che cosa è fatta la felicità, la purezza di una mente priva di pensieri che è capace solo di sentire, odorare, guardare ed esistere. A volte desideravo essere un arcobaleno per poi disciogliermi e diventare un unico grande colore, pur sapendo di non poterci riuscire, non essendo quella la mia natura.

Nella quarta di copertina – che tra l’altro è molto bella con quel braccio teso a chiedere aiuto o a reclamare attenzione – si legge testualmente: “Come nel ventre di una madre è una storia di attese, speranze e lunghi silenzi”, ma è anche una grande storia d’amore a cui Tommaso è costretto a rinunciare dapprima per il sormontare di un problema drammatico e inaspettato, la malattia del fratello, e poi per la difficoltà di elaborare il lutto. Un amore infranto, deluso che cova sotto la cenere e potrebbe tornare ad accendersi.

La scrittura, che si avvale di focalizzazioni differenti (omodiegetica ed eterodiegetica) e di frequenti ellissi che servono a sfumare i caratteri e a evitare derive sentimen­talistiche, è chiara, nitida e incisiva soprattutto nel cogliere le complesse dinamiche psicologiche e le ragioni del cuore. Mancano descrizioni paesaggistiche – gli unici paesaggi descritti sono quelli interiori – e i dialoghi sono ridotti al lumicino, ma la scrittura conserva intatta la sua forza, graffiando la pagina e la sensibilità o la coscienza del lettore, come risulta da questo brano con cui vorrei concludere le mie osservazioni.

Viaggiavo con la mente, del resto non potevo far altro che quello. Lungo il tunnel in cui mi trovavo inciampavo in quelli che erano i miei ricordi, li inseguivo, li acchiappavo, me li tenevo stretti, erano la mia vita, il mio passato. Era necessario che me li riprendessi. Ero andata a cercarli, a stanarli nei luoghi bui della memoria, e loro erano emersi più vivi che mai, colpendo tutti i miei sensi. Gli avevo dato la caccia, allertando ogni parte di me per farli riaffiorare. Non si erano fatti pregare.

Alberto Di Palma: “L’Eleganza delle Cose” (Oèdipus Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Mi è capitato tra le mani un libriccino di poesie di Alberto Di Palma dal titolo decisamente accattivante, L’eleganza delle cose (Oèdipus edizioni, € 11,50), ed è stata – lo confesso – una piacevole scoperta. Di Palma non è più giovanissimo, essendo nato a Napoli nel 1969, e non è certo alla sua prima esperienza lirica; ha pub­blicato in precedenza, nel 2015, un’altra silloge, Respiro, e molte altre liriche che hanno trovato ospitalità su riviste specializzate come “Poeti e poesia”, diretta da Elio Pecora, il cui nome è già di per sé una garanzia.

Il titolo è per molti versi emblematico; in un mondo, infatti, in cui dominano la sciatteria, l’approssimazione e la mancanza di gusto e di sensibilità, in cui uomini e cose vengono mercificati, perdendo spesso non solo la loro distintiva pecu­liarità ma talvolta anche la loro funzionalità (mi viene in mente quel capolavoro assoluto che è L’uomo senza qualità di Robert Musil), diventa chiara e meritoria l’operazione compiuta da Alberto Di Palma di sottrarre le cose, gli oggetti, le persone alla indistinta gremitezza in cui si trovano e di restituire loro peso, spessore, colore e significato.

Il lungo esergo, tratto da Fernando Pessoa, colloca le sue poesie in limine (facile a questo punto l’accostamento a Eugenio Montale), al confine tra il sogno e la vita, tra il vissuto e l’immaginato, tra il visibile e l’invisibile laddove le cose vengono colte nel momento stesso in cui si affacciano alla soglia della coscienza, conservando in tal modo la loro primigenia purezza.

Bisogna mettersi nei dintorni del tempo // Nel punto esatto del silenzio // Per capire che il mistero è sotto i piedi […] Nel punto esatto dove si sparpagliano // brandelli di luce nell’oscurità…

E a Montale rimanda l’incipit della poesia n° 16 (Ascoltami, siedi accanto a me) con quell’imperativo e il tu generico, Ascoltami, reiterato all’interno del componimento e che suona come una preghiera e un invito a cogliere i suoni e le vibrazioni delle cose, le immagini che guizzano alla finestra e pulsano nella poesia, e infine il silenzio che tace. Ma è la poesia n° 13 (L’aria è ancora tiepida nei giardini) a gettare piena luce sul mondo poetico di Alberto Di Palma, con l’esplicito richiamo a Czeslaw Miłosz, che occupa un posto di rilievo tra i suoi modelli letterari, ed è un punto obbligato di riferimento per la comune propensione a cogliere le immagini sul fondo del vuoto e, anche se gli manca l’esperienza devastante della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, le immagini nelle sue poesie hanno la mede­sima evidenza lacerata ed estatica.

Ha ragione Mario Schiavone quando nella sua bella postfazione rileva il tono misurato della poesia di Alberto di Palma che rifiuta i toni alti, non grida e non sbraita ma si limita a sussurrare i suoi versi con delicatezza ed eleganza, in sintonia appunto con il titolo, e servendosi di un linguaggio raffinato e incisivo, sorretto da una strumentazione retorica altrettanto misurata.

Nella poesia di Alberto Di Palma si ritrovano con una certa frequenza alcune mot clés, tutte o quasi tratte dal grande libro della natura, purtroppo oggi assai scolorito, l’erba pettinata dal vento, le foglie ingiallite e accartocciate (cfr. Montale), che alludono alla fragilità della vita e alla fugacità del tempo, il mare al centro di un tramonto, dinanzi alla cui immensità le parole si accendono di silenzio e infine la memoria, una memoria verticale che scava nel profondo, nell’abisso di ognuno di noi, in cerca di una verità o di un piccolo barlume di luce.

Per concludere vorrei riportare una sua breve poesia per molti versi emblematica in cui si accenna al recupero delle cose in quella soglia di pre-coscienza.

Le cose sono appena nate

la luce si ritaglia la sua fetta bianca:

incessantemente parla.

C’è l’abbandono umile della pietra

Che celebra la sua funzione

E prima che l’occhio sia cosciente

Un restituito intuito si ricuce.

Basta rispettare una balena …

di Luigi D’Alessio

Basta rispettare una balena lunga 35 metri.

Accarezzarle la testa e dalla ruvida pelle

parte un brivido lungo 35 metri

fino alla coda che gioisce.

Passa da una parte all’altra della piccola barca

senza sbagliare il centimetro che la capovolgerebbe.

C’è una tartaruga, una morfologia umana: di sicuro

nei suoi anni incontrò Darwin.

Basta saper avvicinarsi a uno scimpanzé,

il gigante da far paura prende cognizione

di sé da una fotografia.

Basta aver letto di antropologia e una tribù

considerata inesistente, un eccesso letterario

dei gesuiti del 1600, ti accoglie e si fa fotografare.

Sono esempi del risultato di rispetto verso chi è

considerato “l’altro”.

 

Basta osservare i bambini, le maternità… No.

Bambini morti, lavati con l’esigua acqua

per sopravvivere, al fine di preservare l’anima nell’aldilà.

Bambini atrocizzati dal concetto di territorio,

di straniero, di “suolo sacro”, di economia,

cioè  la somma della parola razzismo.

 

Sebastian Salgado parla con Wim Wender,

una domenica su Rai5. Mostra l’inferno sconosciuto.

Che capillare trova una fessura, e arriva a noi,

bandito da un concetto di appartenenza:

a casa nostra dobbiamo esserci solo noi,

casalinghi del nostro suolo.

Alcune sono immagini mai viste, mai pubblicate,

di una fame, di una violenza subita, divisa o unita a noi

dal mare più antico della civiltà.

Ho pensato a un versetto poco conosciuto di Matteo,

Sottile, si direbbe sovvertitore: Tutto quanto volete

che gli uomini facciano a voi, pure voi fatelo a loro.

 

Mi è venuto in mente da italiano costretto

a osservare la commistione tra cristianesimo e politica.

Non è scritto, Non fare agli altri ciò che non volete

che gli altri facciano a voi. Non è una formula parallela alla Legge:

può essere violata, benché il non uccidere o non rubare,

abbia implicita la pena.

Matteo supera la Legge: se abbiamo “sbagliato” e proviamo

vergogna, vorremo che qualcuno ci avvicinasse con pietà,

non ci facesse sentire portatore del male.

 

Il versetto è imperativo: bisogna agire nei confronti dell’altro

come vorremmo fosse fatto con noi quando siamo nel dolore,

o vittime ma non dei nostri errori.

Il divieto del Non fare agli altri ciò che … è obbligatorio,

può limitare il male.  È accostato alla Legge.

Matteo ci pone a tu per tu non col divieto istituzionale,

ma di fronte alla nostra cosciente intelligenza.

Uomini che sanno perseverare al rispetto

della specie cui apparteniamo.

 

Letture: Salgado, Matteo 7/12, Natoli, Mancuso, Quinzio.

Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
Blogger – Web Content Editor Redattore House Organ
Inviato Convegni e Manifestazioni
European News Agency
Reporters.de
AgoraVox.fr
Eurasiaticanews
Vice Capo Redattore e Responsabile Settore Cultura IL PREVIDENTE CISL FP

Marco Candida: “Incendio nel Bosco” (Tarka Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Quando la narrativa, impregnata per giunta di cultura scientifica, sposa la letteratura, nell’accezione più qualificata del termine, il piacere della lettura, di cui parla R. Barthes, aumenta in maniera considerevole; ed è quello che io ho provato leggendo Incendio del bosco di Marco Candida (casa editrice Tarka, 14,50 €). Eppure c’è qualcosa che, a lettura ultimata, mi ha lasciato alquanto perplesso, ma procediamo con ordine.

Il romanzo in questione fa parte di una nuova collana, curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, il cui fine è quello di riscoprire, raccontare e valorizzare la dorsale appenninica, che attraversa l’Italia da nord a sud, e che si presenta come un crogiuolo non solo di biodiversità ma anche di storie, culture e tradizioni diverse, come dimostra la bella e circostanziata pubblicazione L’Appennino piemontese a cura di Rocco Morandi e il contributo dell’alessandrino Marco Grassano.

La storia si svolge in un breve lasso di tempo e ha come protagonisti Fiore e Rosa, innamorati fin dai tempi della loro adolescenza ma costretti a vivere il loro amore nella clan­destinità, in quanto Rosa aveva nel frattempo sposato Silvano, un imprenditore facoltoso e avanti negli anni, in cui Rosa, bisognosa di protezione e di sicurezza, aveva intravisto un sostituto della figura paterna, scomparsa prema­turamente. In un bosco sul monte Argentea nell’Appennino ligure, Fiore e Rosa stanno facendo un pic-nic e godendosi un po’ di intimità, quando nelle vicinanze scoppia un incendio che assume ben presto dimen­sioni colossali. Viene in mente il verso di Dante “Poca favilla gran fiamma seconda” che pur avendo nel Paradiso dantesco un significato prevalen­temente metaforico, in quanto allude alla possibilità che un piccolo gesto di indiscusso valore possa trovare uno stuolo di imitatori, rende bene l’idea che un incendio di proporzioni gigantesche possa nascere da una semplice scintilla così come uno smottamento, una frana o addirittura una valanga possa avere origine da un calcio tirato inconsapevolmente a un sassolino, mi viene in mente – e lo dico perché nel romanzo di Marco Candida sono frequenti le reminiscenze letterarie – Don Abbondio che scalcia i ciottoli che incontra nel suo cammino, la sera del 7 novembre del 1628, di ritorno alla sua canonica. I due giovani, accortisi in ritardo dell’incendio, cominciano a scappare inseguiti dalle fiamme che vorrebbero morderli, ghermirli. A questo punto credo che sia opportuno fermarsi per non svelare la conclusione non priva di colpi di scena.

I nomi dei tre personaggi che abbiamo citato (Fiore, Rosa e Silvano) rivelano l’interesse o meglio l’amore di Candida per la natura in generale e per la botanica e l’ornitologia in particolare. Nella descrizione dell’incendio, che occupa l’intero primo capitolo legittimando in questo modo il titolo del romanzo, si rileva nei confronti di tutti gli alberi, le piante, le erbe e gli abitanti, grandi o piccoli che siano, del bosco una attenzione affettuosa, partecipata, minuziosa, esatta in maniera scientifica e ciò conferma la formazione dello scrittore e il suo desiderio di non generalizzare e di attribuire a ogni elemento preso in esame una sua precisa identità. Mi si è affacciato alla memoria Nico Orengo che in Miramare si sofferma a descrivere con altrettanto amore e tenerezza le varietà di piante presenti nei Giardini Hanbury a Ventimiglia, con la sola differenza che lo sguardo di Nico è meravigliato e gioioso dinanzi al tripudio di colori e di odori della natura in fiore quello di Candida è velato e terrorizzato di fronte alla natura distrutta e incenerita dalle fiamme. E accanto a Orengo non poteva mancare, tra le fonti e i modelli dell’autore, l’altro dioscuro del Ponente ligure, Francesco Biamonti con il quale Marco Candida ha in comune un profondo senso di pietà, nei confronti della natura e degli esseri animati, una pietà laica che viene da lontano, penso a Lucrezio e ancor più a Virgilio: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”. Mi riferisco al gabbiano morto, impigliato nei rami di un rovo, dinanzi al quale Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, si toglie il cappello, mentre nel romanzo che stiamo analizzando il gabbiano falciato dalle eliche dell’impianto per l’energia eolica sul monte Turchino viene raccolto amorevolmente da Rosa, adolescente, adagiato in una scatola di cartone e sotterrato nel giardino di casa. Lo stile, però, è diametralmente opposto: Francesco Biamonti tende a levare, a sottrarre, a scarnificare, in linea con la tradizione ligure che ha il suo vertice in E. Montale; Marco Candida, invece, tende ad accumulare, a riempire, non è un caso che la figura dominante in L’incendio del bosco è l’enumerazione, per asindeto o polisindeto poco importa. Ci sono lunghi elenchi che riempiono gli occhi e occupano la mente, affaticandola, ed è questo il motivo della perplessità a cui facevo riferimento inizialmente. C’è, e a mio avviso va sottolineato, un uso eccessivo dello stile nominale, una tendenza della prosa a gonfiarsi in maniera talvolta esagerata, penso alla presenza ingombrante e non del tutto giustificata di numeri, ma probabilmente dietro questa prolissità di dettagli numerici si nasconde l’intenzione dello scrittore di sottolinearne gli aspetti sempre più di catalogazione e di esclusione a cui siamo quotidianamente sottoposti.

A impreziosire la prosa ci sono, invece, le frequenti analessi con cui si rievocano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Rosa, penso al suo bellissimo rapporto con il padre, che la porta con sé in campagna, nei boschi e nei musei e chiamando le cose con il loro nome consente alla figlia di appropriarsi della realtà circostante e di afferrarne, assaporandola, la bellezza. Ed è qui il tema di fondo del romanzo la difesa della bellezza in tutte le sue forme e la denuncia di chi questa bellezza umilia, soffoca e uccide non solo attraverso gli incendi boschivi, lo sconsiderato disboscamento o la rottura continuata dell’eco-sistema ma anche con l’indifferenza, la mancanza di responsabilità e la collera, vera e propria mot clef, non a caso ritorna frequentemente nella descrizione dell’incendio sterminatore. Alla luce di quanto abbiamo detto e a salvaguardia della bellezza, che forse non riuscirà a salvare il mondo ma che ci dà una mano a sopravvivere in questo mondo alla deriva, si giustificano e si legittimano i tanti inserti poetici, tutti di grande spessore: C. Baudelaire, W. Blake, G. Leopardi, E. Montale e G. Pascoli in ordine rigorosamente alfabetico, mentre a supporto di chi contribuisce alla morte della bellezza e a conferma della rabbia distruttiva che da sempre l’uomo esercita nei confronti dei suoi simili, del mondo in cui vive e inconsapevolmente quindi di sé stesso, vengono citati condottieri e tiranni da  Alessandro Magno a Giulio Cesare, a  Gengis Khane a Tamerlano.

Vorrei concludere queste mie riflessioni riportando parte dell’incipit, per molti versi emblematico:

Viene alla luce su un letto di ramoscelli ai piedi di un abete rosso […] In questo momento seminale il fuoco è focolare. Sprigiona calore materno, primigenio, incantevole allo sguardo. Scontorna le cose intorno sì che a guardarle sembrano immagini di un sogno e viene da dubitare della loro consistenza stessa. Poi…

Quel focolare s’infuria.

Giovanni Agnoloni: “Viale dei Silenzi” (Arkadia Editore)

di Francesco Improta (2019)

Giovanni Agnoloni, fiorentino di origine ma cittadino del mondo per elezione, impenitente girovago dalla poliedrica personalità culturale, dopo aver scritto una tetralogia distopica di discreto successo, con Viale dei silenzi (casa editrice ArKadia, 15 €) approda al romanzo psicologico, anche se, come vedremo in seguito, sarebbe preferibile evitare qualsiasi ag­gettivo.

Il protagonista Roberto è ormai da tre mesi a Varsavia per focalizzarsi sulla scrittura del suo ultimo romanzo e per trovarvi un’adeguata con­clusione. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati propriamente felici: la scomparsa inspiegabile del padre al quale era molto legato, nonostante le sue continue assenze per motivi di lavoro, l’allontanamento della madre, chiusa in un ostinato riserbo e del tutto anaffettiva e la fine del suo breve matrimonio con Valeria lo hanno gettato in uno stato di profonda pro­strazione da cui non riesce a risollevarsi. Non riconosce più né i luoghi né le persone della sua città e opta per un taglio netto, anche se in questa bolla di solitudine e di silenzio in cui ha la sensazione di galleggiare spesso affiorano, a volte nitidi altre volte ovattati, ricordi recenti e remoti del suo passato a Scandicci o a Marina di Pietrasanta. A Varsavia, dove quattro anni prima era in compagnia del padre e dove era stato abbandonato da costui senza una parola, Roberto decide di mettersi sulle tracce del genitore e l’incontro, solo apparentemente fortuito, con una ragazza irlandese di nome Erin rafforza la sua decisione…

Ha inizio la ricerca del padre che procede parallelamente alla ultimazione del romanzo che Roberto sta scrivendo, di cui riporta alcuni brani in corsivo e dove il padre, col quale immagina di dialogare, ha un ruolo im­portante. Si potrebbe, quindi, parlare di metaromanzo e in subordine di autoanalisi ma, come abbiamo anticipato, è la quête il tema di fondo che fa di questo libro un romanzo di avventura, fisica, intellettuale e morale. Oggetti di questa inchiesta sono il padre, lo scioglimento del mistero che ne avvolge la scomparsa, l’identificazione di questa ragazza, Erin, che ha fatto irru­zione nella sua vita e lo scongelamento del “cuore in inverno” del pro­tagonista, ancora più gelido dopo il fallimento della breve esperienza matrimoniale e l’allontanamento definitivo della madre con la quale non c’era mai stata un’effettiva corrispondenza di amorosi sensi. Tutti questi oggetti però non sono che dei pretesti in quanto da sempre ogni ricerca è ricerca di sé stesso. E Roberto, novello Ulisse, inizia un lento cabotaggio lungo i liti rupestri del suo inconscio, riesumando, attraverso la memoria volontaria o involontaria, ricordi ed episodi della sua vita trascorsa in maniera disordinata e confusa da non distinguere sempre il passato prossimo da quello remoto; il tempo appare allungato e sfilacciato come un elastico troppo usato e gli aderisce in maniera appiccicosa o gli crea, a seconda dei luoghi e degli stati d’animo, una bolla protettiva che lo allontana dal frastuono del mondo e dal ruminare incessante della sua mente.

Il titolo, Viale dei silenzi, non a caso senza aggettivo determinativo, indica più luoghi, fisici e simbolici, esterni e interiori, che determinano l’attivarsi della memoria involontaria, alla maniera di Joyce e non poteva essere diversamente in quanto buona parte della vicenda si svolge in Irlanda. Tra i numi tutelari di Giovanni Agnoloni si possono ravvisare per la loro indiscussa influenza Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, per la sua assidua esplorazione della memoria e soprattutto Giorgio Manganelli, per essere stato un instancabile viaggiatore e un inesausto speri­mentatore, una delle voci più qualificate della Neoavanguardia, di cui tra l’altro viene riportata in esergo una frase piuttosto significativa che finisce coll’offrire una chiave di lettura.

I personaggi che incontra in questa sua odissea, contrassegnata nella seconda parte anche da una discreta dose di suspense, sono pochi ed evane­scenti, se si esclude Erin che appare e scompare senza preavviso, gli altri sono funzionali allo sviluppo diegetico del romanzo, fanno perlopiù da rac­cordo, mancano, cioè, di un loro specifico spessore. Non meraviglia, pertanto, che i veri protagonisti della storia siano i luoghi di cui l’autore riesce a cogliere lo spirito con una sensibilità rafforzata e raffinata dal suo perenne girovagare, valga per tutte la bellissima descrizione dell’Irlanda, non a caso da lui considerata patria d’elezione per l’aria che si respira umida, fresca e libera, senza compromessi:

Le campagne d’Irlanda sono un mare, e le sue colline onde. Questo è un pensiero che mi si è impresso nella mente fin dall’inizio. Ammesso che parlare di inizio, qui, abbia un senso. Perché tutto in questa terra antichissima, esiste da sempre. Tutto è remoto e insieme prossimo, come le rocce della scogliera o l’altro mare […] Quell’oceano smisurato che, specchiandosi col suo entroterra, produce un’infinita concentrazione, un vertiginoso precipizio che sembra espandere indefinitamente gli spazi contenuti nell’isola.”

Affiora nel romanzo una costante e diffusa vena di tristezza che sfocia talvolta nella nostalgia, nel rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Emergono allora brandelli sfilacciati di memorie, sequenze di film, per lo più comici (Amici miei e Un sacco bello) capaci di restituirgli il sorriso quando da adolescente sentiva più forte l’assenza del padre e la distanza affettiva della madre. L’Italia, però, rappresentata in quei film è ormai irrimediabilmente scomparsa, come si legge chiaramente:

I veloci, ultimi decenni, con le loro folate di tecnologia, povertà ed emigrazione, avevano resettato lo stesso immaginario del paese. Ne restavano in circolazione solo frammenti impazziti, presenze itineranti come in fondo ero anche io. Pellegrini laici di un’Europa disgregata.”

E questa luce crepuscolare che avvolge “Viale dei silenzi” potrebbe suggerire e legittimare anche una lettura del romanzo in chiave psicoanalitica di tramonto, cioè, della figura paterna, che dagli anni Sessanta in poi per molteplici motivi di natura culturale, sociale ed economica si è sempre più indebolita. Non mi sembra il caso, però, di aprire parentesi che ci porterebbero troppo lontano e probabilmente fuori strada per cui concludo queste mie brevi osservazioni con un doveroso elogio della scrittura di Giovanni Agnoloni: ricercata, elegante ed evocativa, capace di cogliere la realtà e ciò che vi è oltre, le cose e le loro intime vibrazioni e non ultime le risonanze che esse hanno nel suo animo e in quello dei suoi lettori.

È stata per me, e mi auguro che lo sia anche per voi, una sorpresa piacevolissima e inaspettata da parte di chi finora aveva calpestato, sia pure con passo sicuro, quasi esclusivamente i territori del fantasy.

L’Arte Sottile dell’Elusione a cura di F. Casucci e A. Rosa

Acquista L’Arte Sottile dell’Elusione 

a cura di Felice Casucci e Antonella Rosa

Premio Nazionale di Poesia Marco Di Meola 2019 fotoracconto

 

[…] Un continuo, incessante inizio.

Cento volte Marco.

Esercizi di pensiero laterale.

Cento modi di dire Marco.

Tutto è come sembra oppure no.

Cento versi di Marco.

Per risolvere un enigma in forma di epigramma.

Sceglietene uno.

Questo significa aver scoperto un poeta vero, grande:

avrete sempre l’imbarazzo della scelta.

Mi affido a voi. Per (s)conforto e per sfida.

(Felice Casucci)

 

Autori inseriti:

Parte I: 

Michele Lionetti,

Alessandro Lanucara,

Mariagabriella Licata,

Natalina Riccio,

Lucianna Argentino,

Giuseppe Vetromile,

Maricla Di Dio Morgano,

Giuseppe Meluccio,

Davide Rocco Colacrai,

Carmelo Consoli.

Parte II – Fotoracconto


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 72

Codice ISBN: 9788885781276


Traduzione in lingua romena della scheda de L’Arte Sottile dell’Elusione

Recensione de L’Arte Sottile dell’Elusione per il “Taccuino Anastasiano”

Da una lettera di Carlo Di Legge all’Editrice:

Per le antologie poetiche (L’arte sottile dell’elusione – RPlibri, 2019; Muri a secco – RPlibri, 2019) vale in generale quel che penso per i libri editi dalla tua casa. Mi sembrano eleganti nella loro sobrietà, per come graficamente si presentano. Per L’arte sottile dell’elusione, non capisco – perché potrei intendere in maniere diverse, ma anche questo può andar bene – il termine elusione; leggo belle parti dell’ intervento del vescovo, mi sembra intrigante (se non sempre felice) la modalità con la quale – in 100 “versi” il curatore Casucci ha scelto di svolgere il Prologo; una parte dei lavori premiati mi sembrano in effetti interessanti.

 

Muri a Secco a cura di M. Bellini e P. Loreto

Acquista Muri a Secco

a cura di Marco Bellini e Paola Loreto

L’antologia Muri a secco prende origine dal lavoro svolto negli ultimi cinque anni dall’Associazione Artistico Culturale Artee20 che opera sul territorio meratese. In questo periodo molti sono stati i poeti, provenienti da varie regioni italiane, che hanno avuto modo, grazie a questa iniziativa, di entrare in dialogo con la comunità brianzola portando la propria poesia e, spesso, un linguaggio e uno sguardo sul mondo assolutamente peculiari. Partendo da questa esperienza si è deciso di rinnovare lo scambio invitando dieci poeti, tra quelli già ospitati, a partecipare con tre liriche inedite alla realizzazione dell’antologia. Proprio perché si è scelto di dare valore alle differenze, si sono coinvolti autori provenienti, come detto, da regioni, ed anche generazioni, diverse. Si è inoltre preferito non definire un tema, consentendo, in questo modo, la piena libertà di espressione. Appare chiaro, quindi, come lo sguardo portato da questa antologia sul panorama della poesia italiana contemporanea rappresenti una campionatura assolutamente parziale. […]

 

Autori inseriti:

 

Sebastiano Aglieco

Corrado Bagnoli

Corrado Benigni

Anna Maria Farabbi

Stefano Guglielmin

Vivian Lamarque

Annalisa Manstretta

Riccardo Olivieri

Paolo Pistoletti

Francesco Tomada

Marco Bellini

Paola Loreto

Piero Marelli

Edoardo Zuccato


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 125

Codice Isbn: 9788885781252


Traduzione in lingua romena della scheda de Muri a Secco

Recensione di Muri a Secco a cura di Fabrizio Bregoli per “Il Sussidiario”

Recensione di Muri a Secco a cura di Sebastiano Aglieco per “Lunarionuovo”

Sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, Lino Agiuli parla di Muri a Secco 

Recensione di Muri a Secco a cura di Marco Rota per “Compitu Re Vivi Officinae”

Recensione di Muri a Secco a cura di Giuseppe Vetromile per il “Taccuino Anastasiano”

15 Febbraio 2020 – Gli autori presentano Muri a Secco a Merate

Da una lettera di Carlo Di Legge all’Editrice:

Per le antologie poetiche (L’arte sottile dell’elusione – RPlibri, 2019; Muri a secco – RPlibri, 2019) vale in generale quel che penso per i libri editi dalla tua casa. Mi sembrano eleganti nella loro sobrietà, per come graficamente si presentano. Per quanto riguarda Muri a secco, non mi soffermo sulla scelta di tradurre in lombardo tutti i brani; vale meglio che siano stati accolti autori di ogni parte d’Italia. A mio parere, si tratta di poetiche diverse, d’un insieme di criteri discordanti, che però del libro fanno la ricchezza e, infine, rendono la concordia discordantium canonum: tutti i poeti sono validi, o quasi, e, laddove forse non è presente la freschezza dei versi, almeno soccorre il mestiere. Un libro comunque godibile, nel senso che è serio e fruibile da parte del lettore.