Lucrezia Maggi: “Come nel Ventre di una Madre” (Scatole Parlanti Edizioni)

di Francesco Improta

Mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo, luci fredde e azzurrognole penetravano come punte di spilli incandescenti attraverso le garze che mi coprivano le palpebre. Odori sgradevoli colpivano il mio olfatto mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Inizia così l’ultimo libro di Lucrezia Maggi, scrittrice e promotrice culturale tarantina, che, nella sua poliedrica attività, oltre ad aver pubblicato diverse opere di poesia e di narrativa, ha ideato e fondato il Premio letterario Città di Taranto, giunto ormai alla quattordicesima edizione.

L’incipit ex abrupto, riportato sopra, ci catapulta al centro di un dramma e ci mette di fronte a quello che è, senza ombra di dubbio, il tema principale del libro: il dolore, declinato in diverse forme dalla morte di cancro del giovanissimo fratello di Tommaso, alla rottura della relazione, che sembrava solida e inossidabile, di costui con Nora, alla perdita della madre della protagonista, in cui si riverbera il dolore non ancora metabolizzato dall’autrice per la scomparsa della sua amatissima genitrice. Non è un caso che il romanzo si apra nel pronto soccorso di un ospedale, ricettacolo per antonomasia del dolore e della disperazione, dove viene ricoverata la protagonista in seguito a un grave incidente automobilistico. Un ospedale descritto in piena attività: medici e infermieri affaccendati, parenti in apprensione, macchine che funzionano a pieno regime, monitor illuminati, aghi in vena e flebo che distillano gocce di farmaci e di speranze. Subito dopo, un’esperienza extrasensoriale porta la protagonista a fluttuare in un limbo e le consente illusoriamente di riabbracciare la madre da cui, pur essendo ormai morta da tempo, non riesce a staccarsi completamente.

Riassumere la trama di questa storia mi sembra decisamente complicato e, comunque, non gioverebbe al lettore che si vedrebbe defraudato del piacere della lettura e della scoperta. Mi sembra tuttavia doveroso rilevare che la storia non procede in maniera lineare ma attraverso analessi, ellissi e slittamenti spazio-temporali; è la memoria involontaria e intermittente, determinata dalla condizione di coma in cui versa la protagonista, che si sente protetta come nel caldo ventre della madre (da cui il titolo), a far emergere come flash improvvisi ricordi o brandelli di ricordi.

Accanto alla protagonista, Eleonora Nardini, ricoverata in sala rianimazione dell’ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, si muovono, vicine o lontane, tre figure maschili: Fabio il figlio diciassettenne, che non ha mai conosciuto il padre, Tommaso Caponio, laureato in scienze infermieristiche, che dopo la morte tragica del fratello aveva deciso di dedicare tutta la vita agli altri, assistendo prima i malati di tumore e poi, deluso da certi comportamenti di alcuni oncologi, che volevano per sé tutta la scena, si era fatto trasferire prima in chirurgia e poi in terapia intensiva. Egli era fermamente convinto della centralità del malato, che aveva bisogno non solo di farmaci o di visite frettolose da parte dei primari ma di cure e attenzioni costanti, di sorrisi e gentilezze perché il corpo non può guarire se non si interviene anche sulla psicologia del degente. Tommaso che ha avuto in passato una bella storia d’amore con Nora, è il padre di Fabio ma non lo sa, anche se a livello epidermico si stabilisce tra i due un’intesa profonda. La terza figura maschile, legata alla protagonista non da amore ma da una frenesia dei sensi, è Dagoberto Roio che, per stessa ammissione della Maggi, discende da Bar Blu Seves, un romanzo di Cosimo Argentina. Giornalista di professione, Dago è un uomo inquieto e insoddisfatto; vorrebbe evadere dalla prigione, senza sbarre e senza guardie, in cui si sente segregato, odia, infatti, la vita di provincia e la sua insignificante attività di redattore nel piccolo giornale cittadino. Fondamentalmente scettico, finisce col contraddirsi continuamente, nutre nei confronti dei suoi simili un atteggiamento ambivalente di odio e amore (Gli uomini potrebbero brillare ma s’infognano. Potrebbero essere e non sono). Ama le anime inquiete e tormentate come la sua ma è attratto dalle anime pure, quelle che non sono perfette ma che vivono in maniera chiara e cristallina e che affrontano a viso aperto, con coraggio i propri demoni. Non crede nell’amore, nelle relazioni a lungo termine, ma nella passione ardente come esperienza massima, sublime. È un uomo perennemente in fuga, non a caso spesso va a Milano In cerca di ossigeno e di un lavoro più gratificante. Alla fine, però, si rivela un uomo opportunista e ambizioso che finisce col sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

La vera protagonista della storia, che catalizza su di sé i sentimenti degli altri personaggi e le attenzioni dei lettori, è Nora, una donna forte, volitiva che è riuscita a crescere con pazienza e tanto amore, da sola, il figlio Fabio, senza rinunciare a quell’idealismo di fondo che le era sempre stato rimproverato dal padre. Nora è una di quelle donne che si svegliano a metà e rimangono eternamente appese ai sogni. Laureata in sociologia, combatte alcune battaglie civili e politiche di grande spessore come la malasanità e il femminicidio due piaghe sociali, a cui non si riesce (o non si vuole?) porre rimedio. Della malasanità Lucrezia Maggi aveva già parlato in termini di aperta denuncia nel lucido quanto sofferto pamphlet del 2013, Prima che il tempo ne cancelli le orme, vero e proprio diario dell’odissea vissuta da lei e dai suoi fratelli, allorché la madre era stata ricoverata in una struttura sanitaria carente a livello igienico e inefficiente a livello medico. Sballottolata da un ospedale all’altro nel giro di una ventina di giorni aveva concluso la sua esistenza terrena fra il dolore e la rabbia dei suoi familiari. Una sorte analoga tocca ad un’altra ricoverata in terapia intensiva, nella stessa sala in cui si trova Nora, trasferita lì da un ospedale dell’entroterra, dove dopo un secondo intervento chirurgico, forse non necessario, le sue condizioni erano peggiorate a tal punto che la paziente era diventata un problema, una patata bollente da restituire a Taranto – questo il succo del dialogo sottovoce di due infermiere.

Ancora più esplicita la condanna del femminicidio e di tutte le altre forme di violenza fisica, verbale, psicologica nei confronti delle donne ed è questo l’argomento del libro che Nora, in quanto sociologa, stava scrivendo non solo per chiarire a sé stessa e agli altri i termini, le cause e le implicazioni di questo drammatico fenomeno ma anche per cercare di placare la propria rabbia e la propria inquietudine. C’è in Nora, accanto a questo interesse concreto per il sociale una indiscutibile sensibilità artistica che la spinge a visitare la grande mostra di Chagall a Milano; al pittore russo, naturalizzato francese, Nora si sente vicino per la capacità di Chagall di trasmettere, attraverso colori vividi e brillanti, felicità, ottimismo, positività e quel tanto di fiabesco e di onirico che è nella cultura russa e nel suo animo.

non ricordando più di che cosa è fatta la felicità, la purezza di una mente priva di pensieri che è capace solo di sentire, odorare, guardare ed esistere. A volte desideravo essere un arcobaleno per poi disciogliermi e diventare un unico grande colore, pur sapendo di non poterci riuscire, non essendo quella la mia natura.

Nella quarta di copertina – che tra l’altro è molto bella con quel braccio teso a chiedere aiuto o a reclamare attenzione – si legge testualmente: “Come nel ventre di una madre è una storia di attese, speranze e lunghi silenzi”, ma è anche una grande storia d’amore a cui Tommaso è costretto a rinunciare dapprima per il sormontare di un problema drammatico e inaspettato, la malattia del fratello, e poi per la difficoltà di elaborare il lutto. Un amore infranto, deluso che cova sotto la cenere e potrebbe tornare ad accendersi.

La scrittura, che si avvale di focalizzazioni differenti (omodiegetica ed eterodiegetica) e di frequenti ellissi che servono a sfumare i caratteri e a evitare derive sentimen­talistiche, è chiara, nitida e incisiva soprattutto nel cogliere le complesse dinamiche psicologiche e le ragioni del cuore. Mancano descrizioni paesaggistiche – gli unici paesaggi descritti sono quelli interiori – e i dialoghi sono ridotti al lumicino, ma la scrittura conserva intatta la sua forza, graffiando la pagina e la sensibilità o la coscienza del lettore, come risulta da questo brano con cui vorrei concludere le mie osservazioni.

Viaggiavo con la mente, del resto non potevo far altro che quello. Lungo il tunnel in cui mi trovavo inciampavo in quelli che erano i miei ricordi, li inseguivo, li acchiappavo, me li tenevo stretti, erano la mia vita, il mio passato. Era necessario che me li riprendessi. Ero andata a cercarli, a stanarli nei luoghi bui della memoria, e loro erano emersi più vivi che mai, colpendo tutti i miei sensi. Gli avevo dato la caccia, allertando ogni parte di me per farli riaffiorare. Non si erano fatti pregare.

Alberto Di Palma: “L’Eleganza delle Cose” (Oèdipus Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Mi è capitato tra le mani un libriccino di poesie di Alberto Di Palma dal titolo decisamente accattivante, L’eleganza delle cose (Oèdipus edizioni, € 11,50), ed è stata – lo confesso – una piacevole scoperta. Di Palma non è più giovanissimo, essendo nato a Napoli nel 1969, e non è certo alla sua prima esperienza lirica; ha pub­blicato in precedenza, nel 2015, un’altra silloge, Respiro, e molte altre liriche che hanno trovato ospitalità su riviste specializzate come “Poeti e poesia”, diretta da Elio Pecora, il cui nome è già di per sé una garanzia.

Il titolo è per molti versi emblematico; in un mondo, infatti, in cui dominano la sciatteria, l’approssimazione e la mancanza di gusto e di sensibilità, in cui uomini e cose vengono mercificati, perdendo spesso non solo la loro distintiva pecu­liarità ma talvolta anche la loro funzionalità (mi viene in mente quel capolavoro assoluto che è L’uomo senza qualità di Robert Musil), diventa chiara e meritoria l’operazione compiuta da Alberto Di Palma di sottrarre le cose, gli oggetti, le persone alla indistinta gremitezza in cui si trovano e di restituire loro peso, spessore, colore e significato.

Il lungo esergo, tratto da Fernando Pessoa, colloca le sue poesie in limine (facile a questo punto l’accostamento a Eugenio Montale), al confine tra il sogno e la vita, tra il vissuto e l’immaginato, tra il visibile e l’invisibile laddove le cose vengono colte nel momento stesso in cui si affacciano alla soglia della coscienza, conservando in tal modo la loro primigenia purezza.

Bisogna mettersi nei dintorni del tempo // Nel punto esatto del silenzio // Per capire che il mistero è sotto i piedi […] Nel punto esatto dove si sparpagliano // brandelli di luce nell’oscurità…

E a Montale rimanda l’incipit della poesia n° 16 (Ascoltami, siedi accanto a me) con quell’imperativo e il tu generico, Ascoltami, reiterato all’interno del componimento e che suona come una preghiera e un invito a cogliere i suoni e le vibrazioni delle cose, le immagini che guizzano alla finestra e pulsano nella poesia, e infine il silenzio che tace. Ma è la poesia n° 13 (L’aria è ancora tiepida nei giardini) a gettare piena luce sul mondo poetico di Alberto Di Palma, con l’esplicito richiamo a Czeslaw Miłosz, che occupa un posto di rilievo tra i suoi modelli letterari, ed è un punto obbligato di riferimento per la comune propensione a cogliere le immagini sul fondo del vuoto e, anche se gli manca l’esperienza devastante della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, le immagini nelle sue poesie hanno la mede­sima evidenza lacerata ed estatica.

Ha ragione Mario Schiavone quando nella sua bella postfazione rileva il tono misurato della poesia di Alberto di Palma che rifiuta i toni alti, non grida e non sbraita ma si limita a sussurrare i suoi versi con delicatezza ed eleganza, in sintonia appunto con il titolo, e servendosi di un linguaggio raffinato e incisivo, sorretto da una strumentazione retorica altrettanto misurata.

Nella poesia di Alberto Di Palma si ritrovano con una certa frequenza alcune mot clés, tutte o quasi tratte dal grande libro della natura, purtroppo oggi assai scolorito, l’erba pettinata dal vento, le foglie ingiallite e accartocciate (cfr. Montale), che alludono alla fragilità della vita e alla fugacità del tempo, il mare al centro di un tramonto, dinanzi alla cui immensità le parole si accendono di silenzio e infine la memoria, una memoria verticale che scava nel profondo, nell’abisso di ognuno di noi, in cerca di una verità o di un piccolo barlume di luce.

Per concludere vorrei riportare una sua breve poesia per molti versi emblematica in cui si accenna al recupero delle cose in quella soglia di pre-coscienza.

Le cose sono appena nate

la luce si ritaglia la sua fetta bianca:

incessantemente parla.

C’è l’abbandono umile della pietra

Che celebra la sua funzione

E prima che l’occhio sia cosciente

Un restituito intuito si ricuce.

Basta rispettare una balena …

di Luigi D’Alessio

Basta rispettare una balena lunga 35 metri.

Accarezzarle la testa e dalla ruvida pelle

parte un brivido lungo 35 metri

fino alla coda che gioisce.

Passa da una parte all’altra della piccola barca

senza sbagliare il centimetro che la capovolgerebbe.

C’è una tartaruga, una morfologia umana: di sicuro

nei suoi anni incontrò Darwin.

Basta saper avvicinarsi a uno scimpanzé,

il gigante da far paura prende cognizione

di sé da una fotografia.

Basta aver letto di antropologia e una tribù

considerata inesistente, un eccesso letterario

dei gesuiti del 1600, ti accoglie e si fa fotografare.

Sono esempi del risultato di rispetto verso chi è

considerato “l’altro”.

 

Basta osservare i bambini, le maternità… No.

Bambini morti, lavati con l’esigua acqua

per sopravvivere, al fine di preservare l’anima nell’aldilà.

Bambini atrocizzati dal concetto di territorio,

di straniero, di “suolo sacro”, di economia,

cioè  la somma della parola razzismo.

 

Sebastian Salgado parla con Wim Wender,

una domenica su Rai5. Mostra l’inferno sconosciuto.

Che capillare trova una fessura, e arriva a noi,

bandito da un concetto di appartenenza:

a casa nostra dobbiamo esserci solo noi,

casalinghi del nostro suolo.

Alcune sono immagini mai viste, mai pubblicate,

di una fame, di una violenza subita, divisa o unita a noi

dal mare più antico della civiltà.

Ho pensato a un versetto poco conosciuto di Matteo,

Sottile, si direbbe sovvertitore: Tutto quanto volete

che gli uomini facciano a voi, pure voi fatelo a loro.

 

Mi è venuto in mente da italiano costretto

a osservare la commistione tra cristianesimo e politica.

Non è scritto, Non fare agli altri ciò che non volete

che gli altri facciano a voi. Non è una formula parallela alla Legge:

può essere violata, benché il non uccidere o non rubare,

abbia implicita la pena.

Matteo supera la Legge: se abbiamo “sbagliato” e proviamo

vergogna, vorremo che qualcuno ci avvicinasse con pietà,

non ci facesse sentire portatore del male.

 

Il versetto è imperativo: bisogna agire nei confronti dell’altro

come vorremmo fosse fatto con noi quando siamo nel dolore,

o vittime ma non dei nostri errori.

Il divieto del Non fare agli altri ciò che … è obbligatorio,

può limitare il male.  È accostato alla Legge.

Matteo ci pone a tu per tu non col divieto istituzionale,

ma di fronte alla nostra cosciente intelligenza.

Uomini che sanno perseverare al rispetto

della specie cui apparteniamo.

 

Letture: Salgado, Matteo 7/12, Natoli, Mancuso, Quinzio.

Carlo Marino intervista Erri De Luca

Carlo Marino:

Ringrazio Erri De Luca per avermi gentilmente concesso quest’intervista. La mia prima domanda non può che partire da Napoli – città che ho vissuto nei miei anni giovanili e che, in qualche modo, continuo a vivere ancora oggi. Napoli mi ha aiutato a tracciare il “solco fondamentale” dal quale ho iniziato la mia vita. Che posto ha nel Suo bagaglio letterario?

Erri De Luca:

È la mia origine, la mia lingua madre, la tensione del mio sistema nervoso, la composizione dei miei centimetri tutti cresciuti a Napoli. La considero una città causa, della quale io sono uno degli effetti secondari. Mi sono estratto da lei a 18 come un dente da una gengiva, radici a gambe all’aria che così sono rimaste.

Napoli è stata grande anche quando è insorta nel 1943 contro i nazi-fascisti. Poi, però, si è per anni come addormentata sui suoi dolori storici endemici (camorra, corruzione, violenza, perdita dei propri valori ecc.). Oggi, a Napoli si respira un’aria differente, una voglia di risorgere. È un momento per ritornare a resistere contro infami, inumane teorie partendo dalla “napoletanità”?

 

Napoli è nome greco di Nea Polis città nuova. Fu una profezia: la città cambia continuamente, sovrappone la sua ultima stesura alle precedenti. Sfugge a chi la vuole fissare in un formato, compreso quello generico di napoletanità. Per me ho inventato il termine di Napolide, uno che è diventato apolide da Napoli. Da due mandati è sindaco un uomo di legge, non uno sceriffo ma un magistrato. Napoli ha così trovato la sua formula per trasformarsi in una città nuova. I suoi mali endemici proseguono, ma non sfregiano più la sua immagine nel mondo.

 

Il lavoro a Napoli è stato sempre una sorta di “miraggio” e quando c’era stato era “lavoro nero” o migrazione. Oggi il Centro di Ricerca dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, punto di riferimento per il mondo industriale e delle imprese, inaugurato in una zona storicamente degradata, sembra una luce di speranza forte. Ripartire dall’istruzione è sempre la cosa migliore per qualsiasi sviluppo?

 

L’istruzione è il migliore investimento a lungo termine. Che se ne occupi qualche virtuosa istituzione è un bene, ma rendo merito ai maestri di strada, alle associazioni che a Scampia e in altre periferie fanno opera di alfabetizzazione civile.

 

Attualmente si sta facendo avanti la tendenza ad un controllo totale che usa quelli che dovevano essere spazi di libero pensiero: i “social”. C’è da parte del potere, sempre più indistinguibile, la preoccupazione di tenere a bada ceti percepiti come “pericolosi”. Dove ci porta tutto ciò? Siamo in post-democrazia?

 

La democrazia è un esperimento che rinnova le sue carte, a volte può regredire fino a suicidarsi, come è successo nella Germania nazista, nella Turchia odierna. Esistono anticorpi, la nostra società dispone di un sistema immunitario per respingere nazionalismi e razzismi? La mia risposta è sì perché si muove una nuova gioventù precoce che comincia a contarsi e a contare.

 

La grande macchina del controllo è all’opera, soprattutto dove ci sono i lavoratori. Siamo nella fase del “capitalismo della sorveglianza” che aspira a sottomettere il corpo attraverso il controllo delle idee?

 

La sorveglianza tecnica, le telecamere ovunque, la telefonia portatile che segnala ogni movimento anche quando è spenta, siamo in un tempo esposto, senza riservatezza e intimità. Sul posto di lavoro operaio che ho conosciuto il controllo era eseguito dai capi, stavano dietro, addosso. Oggi quel controllo ha cambiato sistema, senza cambiare natura. Quanto al controllo delle opinioni, esiste un solo antidoto per non farsi influenzare da propagande, da imbonitori di consensi: leggere libri, accrescere il proprio vocabolario per respingere le falsificazioni dei fatti.

 

Oggi si estrae profitto da tutto, anche dalla povertà. Che ne pensa?

 

Il profitto è il motore dell’economia, se potesse ritornerebbe alla schiavitù della forza lavoro.  Ma, appunto, ci sono i contrappesi delle lotte civili che nella lunga storia dei conflitti sociali hanno fatto crescere la società moderna. Oggi il profitto si realizza soprattutto sul piano finanziario, del denaro che produce denaro senza passare per il ciclo produttivo. Perciò oggi il profitto soffre il massimo rischio di fragilità.

 

E che dire del controllo manipolativo dei comportamenti politici delle masse attraverso il web? Mi riferisco al ruolo esercitato dalla società britannica Cambridge Analytica nell’elezione del Presidente di una grande potenza o nel referendum per la Brexit?

 

Non mi intendo di queste manovre, penso che ognuno si possa difendere con i propri mezzi dalle intrusioni dei collegamenti con un buon passo di lato, schivando.

 

Si sta portando avanti, in maniera surrettizia, quasi impercettibile, una strategia che tende ad isolare l’essere umano, demolendo i legami di intimità, la socialità che lo lega agli altri, ed alla fine soggiogando la sua volontà. È già realtà o soltanto una possibilità inquietante?

 

Non riesco a parlare in astratto, non sono un sociologo, racconto storie.

 

Di recente ho riletto lo splendido MONTEDIDIO ed ho trovato tante cose del mio passato. Dal punto di vista letterario l’ho trovato come un dipinto di Marc Chagall, ho visto bene?

 

Il personaggio di Rafaniello mi viene dalla frequentazione con la letteratura Yiddish, la cui lingua ho voluto conoscere. Lui viene dal tempo e dal mondo che è stato anche quello di Chagall.

 

In “Nocciolo d’Oliva” Lei ha scritto parole bellissime: “Leggere scritture sacre è obbedire a una precedenza dell’ascolto. Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”. Bisognerebbe tornare a leggere e meditare sulle scritture sacre, di qualunque religione?

 

La scrittura sacra è stata per me un incontro e gli incontri non si possono prescrivere né consigliare. Per me è una frequentazione quotidiana con la quale inauguro i risvegli. I caratteri ebraici dei libri sacri mi avviano il giorno, senza diventare una forma di preghiera, perché non sono credente. Sono solo un lettore di storie sacre nella loro lingua originale.

 

Cosa è il sacro per Erri De Luca? È con il sacro che è possibile difendersi da chi ha un interesse materiale a creare il caos?

 

Considero sacro tutto quello per il quale una persona è disposta a morire.

Sorvegliare e punire. È solo questo il futuro dei futuri governanti? È questo il futuro che vogliamo? La gente affolla le piazze anelando libertà e giustizia, ma poi al potere si va sempre più per “sorvegliare e punire”. È davvero impossibile governare “a fin di bene”?

 

Non condivido. Nei piccoli centri si dà continuo esempio di buona amministrazione e di partecipazione civile. Il potere per me non ha la consistenza dell’ingranaggio, ma della meringa.

marino+deluca

Carlo Marino

Journalist (Stampa Estera)
Blogger – Web Content Editor Redattore House Organ
Inviato Convegni e Manifestazioni
European News Agency
Reporters.de
AgoraVox.fr
Eurasiaticanews
Vice Capo Redattore e Responsabile Settore Cultura IL PREVIDENTE CISL FP

Marco Candida: “Incendio nel Bosco” (Tarka Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Quando la narrativa, impregnata per giunta di cultura scientifica, sposa la letteratura, nell’accezione più qualificata del termine, il piacere della lettura, di cui parla R. Barthes, aumenta in maniera considerevole; ed è quello che io ho provato leggendo Incendio del bosco di Marco Candida (casa editrice Tarka, 14,50 €). Eppure c’è qualcosa che, a lettura ultimata, mi ha lasciato alquanto perplesso, ma procediamo con ordine.

Il romanzo in questione fa parte di una nuova collana, curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, il cui fine è quello di riscoprire, raccontare e valorizzare la dorsale appenninica, che attraversa l’Italia da nord a sud, e che si presenta come un crogiuolo non solo di biodiversità ma anche di storie, culture e tradizioni diverse, come dimostra la bella e circostanziata pubblicazione L’Appennino piemontese a cura di Rocco Morandi e il contributo dell’alessandrino Marco Grassano.

La storia si svolge in un breve lasso di tempo e ha come protagonisti Fiore e Rosa, innamorati fin dai tempi della loro adolescenza ma costretti a vivere il loro amore nella clan­destinità, in quanto Rosa aveva nel frattempo sposato Silvano, un imprenditore facoltoso e avanti negli anni, in cui Rosa, bisognosa di protezione e di sicurezza, aveva intravisto un sostituto della figura paterna, scomparsa prema­turamente. In un bosco sul monte Argentea nell’Appennino ligure, Fiore e Rosa stanno facendo un pic-nic e godendosi un po’ di intimità, quando nelle vicinanze scoppia un incendio che assume ben presto dimen­sioni colossali. Viene in mente il verso di Dante “Poca favilla gran fiamma seconda” che pur avendo nel Paradiso dantesco un significato prevalen­temente metaforico, in quanto allude alla possibilità che un piccolo gesto di indiscusso valore possa trovare uno stuolo di imitatori, rende bene l’idea che un incendio di proporzioni gigantesche possa nascere da una semplice scintilla così come uno smottamento, una frana o addirittura una valanga possa avere origine da un calcio tirato inconsapevolmente a un sassolino, mi viene in mente – e lo dico perché nel romanzo di Marco Candida sono frequenti le reminiscenze letterarie – Don Abbondio che scalcia i ciottoli che incontra nel suo cammino, la sera del 7 novembre del 1628, di ritorno alla sua canonica. I due giovani, accortisi in ritardo dell’incendio, cominciano a scappare inseguiti dalle fiamme che vorrebbero morderli, ghermirli. A questo punto credo che sia opportuno fermarsi per non svelare la conclusione non priva di colpi di scena.

I nomi dei tre personaggi che abbiamo citato (Fiore, Rosa e Silvano) rivelano l’interesse o meglio l’amore di Candida per la natura in generale e per la botanica e l’ornitologia in particolare. Nella descrizione dell’incendio, che occupa l’intero primo capitolo legittimando in questo modo il titolo del romanzo, si rileva nei confronti di tutti gli alberi, le piante, le erbe e gli abitanti, grandi o piccoli che siano, del bosco una attenzione affettuosa, partecipata, minuziosa, esatta in maniera scientifica e ciò conferma la formazione dello scrittore e il suo desiderio di non generalizzare e di attribuire a ogni elemento preso in esame una sua precisa identità. Mi si è affacciato alla memoria Nico Orengo che in Miramare si sofferma a descrivere con altrettanto amore e tenerezza le varietà di piante presenti nei Giardini Hanbury a Ventimiglia, con la sola differenza che lo sguardo di Nico è meravigliato e gioioso dinanzi al tripudio di colori e di odori della natura in fiore quello di Candida è velato e terrorizzato di fronte alla natura distrutta e incenerita dalle fiamme. E accanto a Orengo non poteva mancare, tra le fonti e i modelli dell’autore, l’altro dioscuro del Ponente ligure, Francesco Biamonti con il quale Marco Candida ha in comune un profondo senso di pietà, nei confronti della natura e degli esseri animati, una pietà laica che viene da lontano, penso a Lucrezio e ancor più a Virgilio: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”. Mi riferisco al gabbiano morto, impigliato nei rami di un rovo, dinanzi al quale Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, si toglie il cappello, mentre nel romanzo che stiamo analizzando il gabbiano falciato dalle eliche dell’impianto per l’energia eolica sul monte Turchino viene raccolto amorevolmente da Rosa, adolescente, adagiato in una scatola di cartone e sotterrato nel giardino di casa. Lo stile, però, è diametralmente opposto: Francesco Biamonti tende a levare, a sottrarre, a scarnificare, in linea con la tradizione ligure che ha il suo vertice in E. Montale; Marco Candida, invece, tende ad accumulare, a riempire, non è un caso che la figura dominante in L’incendio del bosco è l’enumerazione, per asindeto o polisindeto poco importa. Ci sono lunghi elenchi che riempiono gli occhi e occupano la mente, affaticandola, ed è questo il motivo della perplessità a cui facevo riferimento inizialmente. C’è, e a mio avviso va sottolineato, un uso eccessivo dello stile nominale, una tendenza della prosa a gonfiarsi in maniera talvolta esagerata, penso alla presenza ingombrante e non del tutto giustificata di numeri, ma probabilmente dietro questa prolissità di dettagli numerici si nasconde l’intenzione dello scrittore di sottolinearne gli aspetti sempre più di catalogazione e di esclusione a cui siamo quotidianamente sottoposti.

A impreziosire la prosa ci sono, invece, le frequenti analessi con cui si rievocano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Rosa, penso al suo bellissimo rapporto con il padre, che la porta con sé in campagna, nei boschi e nei musei e chiamando le cose con il loro nome consente alla figlia di appropriarsi della realtà circostante e di afferrarne, assaporandola, la bellezza. Ed è qui il tema di fondo del romanzo la difesa della bellezza in tutte le sue forme e la denuncia di chi questa bellezza umilia, soffoca e uccide non solo attraverso gli incendi boschivi, lo sconsiderato disboscamento o la rottura continuata dell’eco-sistema ma anche con l’indifferenza, la mancanza di responsabilità e la collera, vera e propria mot clef, non a caso ritorna frequentemente nella descrizione dell’incendio sterminatore. Alla luce di quanto abbiamo detto e a salvaguardia della bellezza, che forse non riuscirà a salvare il mondo ma che ci dà una mano a sopravvivere in questo mondo alla deriva, si giustificano e si legittimano i tanti inserti poetici, tutti di grande spessore: C. Baudelaire, W. Blake, G. Leopardi, E. Montale e G. Pascoli in ordine rigorosamente alfabetico, mentre a supporto di chi contribuisce alla morte della bellezza e a conferma della rabbia distruttiva che da sempre l’uomo esercita nei confronti dei suoi simili, del mondo in cui vive e inconsapevolmente quindi di sé stesso, vengono citati condottieri e tiranni da  Alessandro Magno a Giulio Cesare, a  Gengis Khane a Tamerlano.

Vorrei concludere queste mie riflessioni riportando parte dell’incipit, per molti versi emblematico:

Viene alla luce su un letto di ramoscelli ai piedi di un abete rosso […] In questo momento seminale il fuoco è focolare. Sprigiona calore materno, primigenio, incantevole allo sguardo. Scontorna le cose intorno sì che a guardarle sembrano immagini di un sogno e viene da dubitare della loro consistenza stessa. Poi…

Quel focolare s’infuria.

Giovanni Agnoloni: “Viale dei Silenzi” (Arkadia Editore)

di Francesco Improta (2019)

Giovanni Agnoloni, fiorentino di origine ma cittadino del mondo per elezione, impenitente girovago dalla poliedrica personalità culturale, dopo aver scritto una tetralogia distopica di discreto successo, con Viale dei silenzi (casa editrice ArKadia, 15 €) approda al romanzo psicologico, anche se, come vedremo in seguito, sarebbe preferibile evitare qualsiasi ag­gettivo.

Il protagonista Roberto è ormai da tre mesi a Varsavia per focalizzarsi sulla scrittura del suo ultimo romanzo e per trovarvi un’adeguata con­clusione. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati propriamente felici: la scomparsa inspiegabile del padre al quale era molto legato, nonostante le sue continue assenze per motivi di lavoro, l’allontanamento della madre, chiusa in un ostinato riserbo e del tutto anaffettiva e la fine del suo breve matrimonio con Valeria lo hanno gettato in uno stato di profonda pro­strazione da cui non riesce a risollevarsi. Non riconosce più né i luoghi né le persone della sua città e opta per un taglio netto, anche se in questa bolla di solitudine e di silenzio in cui ha la sensazione di galleggiare spesso affiorano, a volte nitidi altre volte ovattati, ricordi recenti e remoti del suo passato a Scandicci o a Marina di Pietrasanta. A Varsavia, dove quattro anni prima era in compagnia del padre e dove era stato abbandonato da costui senza una parola, Roberto decide di mettersi sulle tracce del genitore e l’incontro, solo apparentemente fortuito, con una ragazza irlandese di nome Erin rafforza la sua decisione…

Ha inizio la ricerca del padre che procede parallelamente alla ultimazione del romanzo che Roberto sta scrivendo, di cui riporta alcuni brani in corsivo e dove il padre, col quale immagina di dialogare, ha un ruolo im­portante. Si potrebbe, quindi, parlare di metaromanzo e in subordine di autoanalisi ma, come abbiamo anticipato, è la quête il tema di fondo che fa di questo libro un romanzo di avventura, fisica, intellettuale e morale. Oggetti di questa inchiesta sono il padre, lo scioglimento del mistero che ne avvolge la scomparsa, l’identificazione di questa ragazza, Erin, che ha fatto irru­zione nella sua vita e lo scongelamento del “cuore in inverno” del pro­tagonista, ancora più gelido dopo il fallimento della breve esperienza matrimoniale e l’allontanamento definitivo della madre con la quale non c’era mai stata un’effettiva corrispondenza di amorosi sensi. Tutti questi oggetti però non sono che dei pretesti in quanto da sempre ogni ricerca è ricerca di sé stesso. E Roberto, novello Ulisse, inizia un lento cabotaggio lungo i liti rupestri del suo inconscio, riesumando, attraverso la memoria volontaria o involontaria, ricordi ed episodi della sua vita trascorsa in maniera disordinata e confusa da non distinguere sempre il passato prossimo da quello remoto; il tempo appare allungato e sfilacciato come un elastico troppo usato e gli aderisce in maniera appiccicosa o gli crea, a seconda dei luoghi e degli stati d’animo, una bolla protettiva che lo allontana dal frastuono del mondo e dal ruminare incessante della sua mente.

Il titolo, Viale dei silenzi, non a caso senza aggettivo determinativo, indica più luoghi, fisici e simbolici, esterni e interiori, che determinano l’attivarsi della memoria involontaria, alla maniera di Joyce e non poteva essere diversamente in quanto buona parte della vicenda si svolge in Irlanda. Tra i numi tutelari di Giovanni Agnoloni si possono ravvisare per la loro indiscussa influenza Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, per la sua assidua esplorazione della memoria e soprattutto Giorgio Manganelli, per essere stato un instancabile viaggiatore e un inesausto speri­mentatore, una delle voci più qualificate della Neoavanguardia, di cui tra l’altro viene riportata in esergo una frase piuttosto significativa che finisce coll’offrire una chiave di lettura.

I personaggi che incontra in questa sua odissea, contrassegnata nella seconda parte anche da una discreta dose di suspense, sono pochi ed evane­scenti, se si esclude Erin che appare e scompare senza preavviso, gli altri sono funzionali allo sviluppo diegetico del romanzo, fanno perlopiù da rac­cordo, mancano, cioè, di un loro specifico spessore. Non meraviglia, pertanto, che i veri protagonisti della storia siano i luoghi di cui l’autore riesce a cogliere lo spirito con una sensibilità rafforzata e raffinata dal suo perenne girovagare, valga per tutte la bellissima descrizione dell’Irlanda, non a caso da lui considerata patria d’elezione per l’aria che si respira umida, fresca e libera, senza compromessi:

Le campagne d’Irlanda sono un mare, e le sue colline onde. Questo è un pensiero che mi si è impresso nella mente fin dall’inizio. Ammesso che parlare di inizio, qui, abbia un senso. Perché tutto in questa terra antichissima, esiste da sempre. Tutto è remoto e insieme prossimo, come le rocce della scogliera o l’altro mare […] Quell’oceano smisurato che, specchiandosi col suo entroterra, produce un’infinita concentrazione, un vertiginoso precipizio che sembra espandere indefinitamente gli spazi contenuti nell’isola.”

Affiora nel romanzo una costante e diffusa vena di tristezza che sfocia talvolta nella nostalgia, nel rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Emergono allora brandelli sfilacciati di memorie, sequenze di film, per lo più comici (Amici miei e Un sacco bello) capaci di restituirgli il sorriso quando da adolescente sentiva più forte l’assenza del padre e la distanza affettiva della madre. L’Italia, però, rappresentata in quei film è ormai irrimediabilmente scomparsa, come si legge chiaramente:

I veloci, ultimi decenni, con le loro folate di tecnologia, povertà ed emigrazione, avevano resettato lo stesso immaginario del paese. Ne restavano in circolazione solo frammenti impazziti, presenze itineranti come in fondo ero anche io. Pellegrini laici di un’Europa disgregata.”

E questa luce crepuscolare che avvolge “Viale dei silenzi” potrebbe suggerire e legittimare anche una lettura del romanzo in chiave psicoanalitica di tramonto, cioè, della figura paterna, che dagli anni Sessanta in poi per molteplici motivi di natura culturale, sociale ed economica si è sempre più indebolita. Non mi sembra il caso, però, di aprire parentesi che ci porterebbero troppo lontano e probabilmente fuori strada per cui concludo queste mie brevi osservazioni con un doveroso elogio della scrittura di Giovanni Agnoloni: ricercata, elegante ed evocativa, capace di cogliere la realtà e ciò che vi è oltre, le cose e le loro intime vibrazioni e non ultime le risonanze che esse hanno nel suo animo e in quello dei suoi lettori.

È stata per me, e mi auguro che lo sia anche per voi, una sorpresa piacevolissima e inaspettata da parte di chi finora aveva calpestato, sia pure con passo sicuro, quasi esclusivamente i territori del fantasy.

L’Arte Sottile dell’Elusione a cura di F. Casucci e A. Rosa

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a cura di Felice Casucci e Antonella Rosa

Premio Nazionale di Poesia Marco Di Meola 2019 fotoracconto

 

[…] Un continuo, incessante inizio.

Cento volte Marco.

Esercizi di pensiero laterale.

Cento modi di dire Marco.

Tutto è come sembra oppure no.

Cento versi di Marco.

Per risolvere un enigma in forma di epigramma.

Sceglietene uno.

Questo significa aver scoperto un poeta vero, grande:

avrete sempre l’imbarazzo della scelta.

Mi affido a voi. Per (s)conforto e per sfida.

(Felice Casucci)

 

Autori inseriti:

Parte I: 

Michele Lionetti,

Alessandro Lanucara,

Mariagabriella Licata,

Natalina Riccio,

Lucianna Argentino,

Giuseppe Vetromile,

Maricla Di Dio Morgano,

Giuseppe Meluccio,

Davide Rocco Colacrai,

Carmelo Consoli.

Parte II – Fotoracconto


Prezzo copertina: euro 10.00

Pagine: 72

Codice ISBN: 9788885781276


Traduzione in lingua romena della scheda de L’Arte Sottile dell’Elusione

Recensione de L’Arte Sottile dell’Elusione per il “Taccuino Anastasiano”

Muri a Secco a cura di M. Bellini e P. Loreto

Acquista Muri a Secco

a cura di Marco Bellini e Paola Loreto

L’antologia Muri a secco prende origine dal lavoro svolto negli ultimi cinque anni dall’Associazione Artistico Culturale Artee20 che opera sul territorio meratese. In questo periodo molti sono stati i poeti, provenienti da varie regioni italiane, che hanno avuto modo, grazie a questa iniziativa, di entrare in dialogo con la comunità brianzola portando la propria poesia e, spesso, un linguaggio e uno sguardo sul mondo assolutamente peculiari. Partendo da questa esperienza si è deciso di rinnovare lo scambio invitando dieci poeti, tra quelli già ospitati, a partecipare con tre liriche inedite alla realizzazione dell’antologia. Proprio perché si è scelto di dare valore alle differenze, si sono coinvolti autori provenienti, come detto, da regioni, ed anche generazioni, diverse. Si è inoltre preferito non definire un tema, consentendo, in questo modo, la piena libertà di espressione. Appare chiaro, quindi, come lo sguardo portato da questa antologia sul panorama della poesia italiana contemporanea rappresenti una campionatura assolutamente parziale. […]

 

Autori inseriti:

 

Sebastiano Aglieco

Corrado Bagnoli

Corrado Benigni

Anna Maria Farabbi

Stefano Guglielmin

Vivian Lamarque

Annalisa Manstretta

Riccardo Olivieri

Paolo Pistoletti

Francesco Tomada

Marco Bellini

Paola Loreto

Piero Marelli

Edoardo Zuccato


Prezzo di copertina: euro 12,00

Pagine: 125

Codice Isbn: 9788885781252


Traduzione in lingua romena della scheda de Muri a Secco

Recensione di Muri a Secco a cura di Fabrizio Bregoli per “Il Sussidiario”

Recensione di Muri a Secco a cura di Sebastiano Aglieco per “Lunarionuovo”

Sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, Lino Agiuli parla di Muri a Secco 

 

Collana Antologia Poetica

anto2

[…] Un continuo, incessante inizio.

Cento volte Marco.

Esercizi di pensiero laterale.

Cento modi di dire Marco.

Tutto è come sembra oppure no.

Cento versi di Marco.

[…]

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MURI1L’antologia Muri a secco prende origine dal lavoro svolto negli ultimi cinque anni dall’Associazione Artistico Culturale Artee20 che opera sul territorio meratese. In questo periodo molti sono stati i poeti, provenienti da varie regioni italiane, che hanno avuto modo, grazie a questa iniziativa, di entrare in dialogo con la comunità brianzola portando la propria poesia e, spesso, un linguaggio e uno sguardo sul mondo assolutamente peculiari.

 

[…]

VAI ALLA SCHEDA COMPLETA

Al Polso Porto le Catene di Rita Pacilio

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di Rita Pacilio

Il moto del dolore e del perdono

 

Sono tessitrice di sogni

intreccio sfumature sulle cicatrici.

 

Giorno dopo giorno singhiozzo

l’amore sottomesso alle unghie nere.

 

Nella pancia ho un albero

su ogni ramo un uccello capovolto.

 

In quale vento ti troverò?

Quale orizzonte sfinirà la verità?

 

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).

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