La ricerca di un senso

di Fabio Dainotti (recensione de Il lato oscuro delle cose di Raffaele Urraro, RP edizioni, 2019)

“Non si volge chi a stella è fisso”, diceva Leonardo. E Sereni intitolava Stella variabile una sua raccolta, e a quella stella chiedeva aiuto nel cammino sulle strade della poesia. C’è una stella anche nel destino e nella poesia di Raffaele Urraro; molte le occorrenze del termine, ad esempio a pag. 18, dove la stellina lo aiuta a fuggire dalla notte, ad evitare che le ombre esterne, nelle “strade oscure”, si saldino a quelle interne.

Anche Raffaele Urraro ha una sua stella cometa che lo guida a porto sicuro. Ma qual è la stella cui si rivolge appassionatamente il poeta? Quella forse che gli indica il senso delle cose; nella Nota il poeta confessa: “Il sorriso lo cerco fondamentalmente nelle stelle”. Nel risvolto di copertina leggiamo: “Il senso più profondo che io attribuisco al fare poetico: scoprire il vero significato delle cose, che spesso però un senso non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe diritti alla depressione”. Cerca dunque “il senso della vita”, come leggiamo in una sua poesia. E lo fa rivolgendosi, come Baudelaire (che è anche il dedicatario di una poesia), al lettore e chiamandolo “mio simile, mio fratello”, in un atteggiamento dialogante che esige spesso il “tu”. La conclusione però affidata all’ultima poesia della raccolta è pessimistica: “nessuno può dire/ di essere penetrato/nelle oscure profondità/delle cose della vita”.

E bisogna avere “l’orgoglio di essere vissuti”, dice il poeta con un suo fare gnomico e sentenzioso.

Nella poesia eponima, il poeta ceca di scoprire la lingua “arcana della natura” e si chiede nell’explicit: “Ma conosceremo un giorno/ il lato oscuro delle cose?”. In La fine della stella, assistiamo a una stella ingoiata da un buco nero, come il chicco di caffè nel macinino di un poeta dialettale romanesco. “E noi siamo fatti della stessa sostanza delle stelle”. Nel corpo della lirica appare una stellina “dallo sguardo innocente”, che ha un aspetto umano. Aspetto e atteggiamento antropomorfo, in una natura umanizzata, anche nella luna che sembra aspettare una stella, nella stella cometa che indica il cammino, al mondo che lo ha smarrito, agitando caninamente la coda.

Importante il tema della caduta: il destino di morte che tutti ci accomuna. Lo stesso tema riappare nell’abisso della notte, di cui non si riesce a scorgere il fondo, nell’horror vacui in Affacciato sull’abisso della notte, in cui ritornano ad affermare la loro presenza l’ombra inquietante e il niente; ma anche in Il dramma della clessidra, che è un imbuto raddoppiato, dove “scendono i granelli del tempo”, che altrove  “pigiando si affollano all’uscita” (l’exitus); e cadono le stelle. Anche la farfalla avvicinandosi alla fiamma cade nel “vuoto”( la farfalla, che appare anche nella variante della falena ha evidentemente un valore simbolico. In Montale è indizio rivelatore di un più profondo livello di significato). Cade la penna dentro il guado ( forse il verso ricalca un’annotazione virgiliana: cecidere manus, o il verso di Manzoni). È un po’ la paura dello iato, della terra che si apre sotto i piedi, del crollo del mondo, che ossessionava Lucrezio, e che il latinista Urraro non può non tener presente.

Nella lirica successiva compaiono tre negazioni, si può parlare di fenomenologia del negativo perché “alla fine della strada” (come recita il tiolo), “non c’è nessuno, nemmeno un gatto”; e si parla di “casa del nulla”,  in cui l’io lirico è calato dal suo “angelo dai piedi screpolati”, che non sa neppure indicare “la strada dove abitano i sogni” .

Una dichiarazione di poetica è contenuta nel ladro di stelle che ruba le stelle, per lasciarle ai lettori, a tutti, e dar  loro un po’ d luce , nel “mare della notte”, perché la poesia è per tutti e la parola ha un “magico potere”, crea mondi alternativi mediante un “pensiero virtuale più vero/di un pensiero reale” e con l’ausilio di un terzo occhio…. Molti sono i lemmi che partengono a un linguaggio filosofico: ad esempio“nientifica”: e alcune brughiere metropolitane richiamano alla mente il concetto di deiezione. La sua poetica è affidata eminentemente alla lirica Da dove arriva la poesia, che arriva dai drammi della storia e dalle spinte del cuore ed è conforto ai mali; quindi dalla natura ma anche dalla storia. Ma elementi della sua poetica è possibile desumerli qua e là all’interno di varie composizioni. Una poesia la sua che non si chiude nella turris eburnea, e nella prigionia del bello stile, ma si apre all’esterno. Del resto il poeta è quello che viaggia, promeneur solitaire, in “solitudine” (ça va sans dire) nelle notti, tra gli “spasmi dell’anima”, quindi tra il rovelli esistenziali, ma il suo cammino è “vertiginoso” (l’aggettivo si conquista la gloria di occupare da solo un intero verso). Con l’ambizione ungarettiana di scavare nelle profondità delle parole, che sono “enigmi” (ma meglio se non troppo “contorti”) da svelare; che devono avere una “stupenda melodia”; e devono avere una loro necessità , e quasi sacralità (non bisogna “mai nominare una parola invano”); nello stesso tempo è necessario legare il significato al significante evitando accostamenti arbitrari, per non scadere nel puro gioco dei significanti e delle analogie.

L’autore rivela nella Nota anche un altro aspetto: “Di notte mi abbandono alle elucubrazioni del pensiero[…]spesso vengo aggredito dal buio che mi spinge in vertiginose immaginazioni”; “il pensiero mi profonda nelle nere vertigini della notte”, dirà  in una poesia.. Di notte dunque emerge il lato oscuro.

Ma la notte è anche la parte del giorno preferita da chi dice io, che addirittura sogna di sfiorarla con le dita. La notte che le cose ci nasconde è il “grembo” protettivo e  materno per chi è incapace a vivere (pure “c’è la vita da vivere”) e ama le atmosfere crepuscolari rivelando una personalità poetica umbratile. E prova uno sgomento che “agghiaccia e fa paura”; perché il mondo fa paura.  Anche la luna trova requie “tra il silenzio delle ombre della notte”.

Appassionato cultore di filosofia il Nostro si rivela in molti componimenti: esistenzialistica è la concezione, che traspare in alcuni versi, per cui la vita è un segmento di luce tra le tenebre; per cui il poeta è parlato dal linguaggio, la frase “abitare il silenzio”, che costituisce il titolo  di una lirica, e l’espressione  “la casa dell’essere”, che  si trova nell’ultima lirica, quella che sta sulla soglia, iscrivono d’autorità l’autore tra i lettori di  Heidegger.

Il lessico comprende dialettalismi ma ci sono anche arcaismi, parole ricercate o desuete, latinismi accanto a parole della lingua di ogni giorno, che  creano un singolare impasto linguistico.

Si incontrano metafore cui vengono attribuiti significati letterali, spostandole sul piano della realtà, procedimento di tipo surrealista.

Un bell’esempio di Ring- komposition in Oscuramente come ombra leggera.

Non manca il gusto per l’antitesi: “un punto nero sulla pagina bianca”.

Echi montaliani si riscontrano nelle “sillabe contorte” e nel filo che si sgomitola”;

tessere dannunziane: infrange le mie parole nella sera, impaura (termine dannunziano); echi tassiani in un verso “Dorme la falena e sembra morta”, che sembra ribaltare il celebre “Passa la bella donna e par che dorma”. Ma si veda la composizione dedicata a G. Leopardi (l’autore è un leopardista; e nelle liriche appare l’infinito, il lontano e indefinito, “l’orizzonte lontano che confonde”, il desiderio che il piacere sia infinito; e da qualche parte nel libro fa il verso al grande Recanatese, quando alla luna non chiede neppure: “Che fai?”; e altrove discetta sulla “noia”.

Un libro importante, dunque, che consente una lettura a più livelli, perché il poeta è per tutti e perché “la poesia, come dice Urraro citando Leopardi nel risvolto, può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita”.

Memorie del mio incontro con Francesco Biamonti

di Filippo D’Eliso (2021)

L’affetto, l’amicizia e la stima che mi legano a Francesco Improta – mio professore di liceo agli inizi degli anni Ottanta – sono note e tutt’oggi tengono sempre deste le personali vicendevoli attenzioni alle novità letterarie, cinematografiche (sua grande passione), musicali (essendo io un musicista) e culturali in genere.

Erano gli inizi degli anni ‘90 e, dopo la pubblicazione del secondo romanzo Vento largo, fu per la prima volta che sentii parlare di Francesco Biamonti: il mio “vecchio” professore ne aveva intuito la straordinaria grandezza e mi aveva subito trasmesso il suo entusiasmo, ma in quel periodo non ebbi modo di approfondire.

Solo nell’agosto del 1993 ne acquistai il primo romanzo, L’angelo di Avrigue. Poi ci fu una grande pausa dovuta ad alcuni miei impegni indifferibili. Nel frattempo erano stati pubblicati Attesa sul mare e Le parole la notte, ma l’avvenimento fondamentale fu l’affermarsi da subito di un’autentica amicizia tra Biamonti ed Improta, ormai divenuto tenace divulgatore della sua opera e del suo pensiero.

Così nel novembre del 1998 tre ex studenti tra i ‘fedelissimi’ del ‘professore’ partirono alla volta di Ventimiglia. Il 26 novembre prima di mettermi in viaggio acquistai Le parole la notte. Eravamo stati informati che avremmo incontrato Francesco Biamonti a cena in uno di quei pochi giorni della nostra permanenza ospiti del professore. Indubbiamente era un evento straordinario, e mai avrei immaginato, prima di quel momento, di avere l’opportunità di trascorrere una tranquilla e piacevole serata tra amici in sua compagnia.

A quasi due anni dalla scomparsa, alla luce delle testimonianze e dei numerosi articoli e tributi postumi, avverto il sottile dolore del non essersi più rincontrati da quel lontano novembre del 1998. Come se nella attesa di una nuova sinfonia, la sua musica avesse cessato improvvisamente di esistere per cedere il passo allo spaventoso vuoto de Il silenzio dove si fa “la musica delle parole stesse” affrontando “la realtà del nostro tempo senza più consolazioni”, senza abbandonarsi “alla musicalità dei passaggi temporali e geografici”.

Andare “nel cuore dell’uomo, del suo inferno, musicalmente”.

Biamonti, nell’intervista rilasciata ad Antonella Viale e pubblicata ne Il silenzio conferma la sua eccellente sensibilità musicale.

I suoi occhi azzurri s’illuminavano durante la nostra conversazione. Attentissimo ascoltatore,  lasciò che esprimessi alcune considerazioni musicali. Già il suo tono di voce scorrevole e calmo, incantevole a sentirsi, denotava una sottile capacità di riprendere i paesaggi sonori nella loro molteplice espressione.  Il suo mare mi rimandava a La mer di Debussy che egli amava profondamente. E non poteva essere diversamente perché quel sospeso mondo sonoro prodotto dalle scale esatonali (ossia a toni interi) e l’assenza di semitoni, cioè di quei suoni più vicini alla loro possibile risoluzione, imprimono alle composizioni un clima precario e fragile in un’atmosfera quasi di sogno. Non c’è più la stessa gravità. La natura vacilla. Tutto è sospeso ed alleggerito del suo peso.

Il mare è il primo elemento che per sua natura si presta alla precarietà del mondo. La sua eterna irrequietezza ed apparente calma trovò nel linguaggio musicale di Debussy la sua più consona rappresentazione e non mera descrizione. E questo Biamonti lo aveva intuito ed affrontato concretamente imprimendo al suo linguaggio uno stile personale e rivoluzionario traslato dalla musica.

Compositori russi come Glinka (molto prima di Debussy) usavano la scala a toni interi per rappresentare episodi “soprannaturali” e “storie incantate”.

Non mi meravigliano, quindi, coloro che hanno accusato Biamonti di poca aderenza alla realtà perché questi non ne hanno assolutamente colto la geniale sensibilità.

I suoni e la loro organizzazione costituiscono un mondo inafferrabile ed ineffabile in quanto destinati a priori al silenzio, dato lo scorrere inesorabile del tempo, e contemporaneamente rimandano ad una molteplicità di sensazioni da essere infinitamente definibili e quindi indescrivibili.

Inoltre – e ciò fu ulteriore approfondimento della nostra conversazione – bastava sottrarre delle zone di suono, cambiare ritmo o tempo per far emergere accenti diversi dal flusso sonoro. L’emozione degli ascoltatori subisce imprevedibili caratterizzazioni. Ad una variazione del tempo corrisponde una contrazione o dilatazione dello spazio.  È sottratta la possibilità di avere riferimenti di certezza percettiva.

Si pensi a quanta gravità Biamonti ha sottratto al peso del mondo ormai alla deriva e condannato al silenzio.

Italo Calvino, cultore della leggerezza, – basti vedere le sue Lezioni americane – non potrà rimanerne indifferente: è sempre all’interno della struttura linguistica che nascono energie creative degne di apportare nuova linfa alle innumerevoli miserie del mondo. Il linguaggio eredita dalla realtà tutte le sue contraddizioni ed incertezze filtrandone la percezione con luce primigenia. Un mondo visibile che si fa suono ed un mondo sonoro che si fa luce.

Claude Debussy affermava: “La musica che desidero deve essere abbastanza agile da adattarsi alle effusioni liriche dell’anima ed alla fantasia dei sogni”. […] “Poiché amo la musica appassionatamente, cerco di liberarla da tradizioni sterili che la soffocano. È un’arte libera, che zampilla, un’arte per l’aria aperta, un’arte sconfinata come gli elementi, come il vento, il cielo, il mare!” ed inoltre “Quanto bisogna prima trovare, quanto si deve eliminare, per giungere alla viva carne dell’emozione!”

E Biamonti: “… creare un mondo omologo a quello reale che ha, però, la mobilità di un sogno”.

Si parla di mobilità, quindi di ritmi, di linguaggio libero da formule fisse, di un’arte che – come affermava Debussy – “Non deve mai venir rinchiusa e diventare accademica” e non può per la sua stessa sopravvivenza cristallizzarsi.

E Biamonti: … “ho lavorato per sottrazione” per “dipingere la cosa ma anche l’emozione che essa dà”. Sottrarre è dimenticare per elaborare e portare alla luce l’invisibile ossia il perduto dialogo “fra gli uomini e le cose”.

I riferimenti alla musica nei romanzi di Francesco Biamonti sono molteplici ed anzi posso affermare, per le ragioni suddette, che le sue opere sono musica.

Dietro ogni apparente citazione c’è una profonda consapevolezza della lacerazione che essa comporta.

Due domande rilevanti mi pose: “Conosci Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen?” e “La tua condizione di musicista?”

Ma dietro queste, così strettamente legate, si affermò il suo acuto sguardo sul mondo.

Messiaen affermava: “Considero il ritmo il primo, e forse il più essenziale, costituente della musica”. E Pierre Boulez, suo allievo, “la musica era molto di più di un lavoro d’arte, era un modo di esistere, un fuoco inestinguibile.

Messiaen amava la natura e lo espresse attraverso il suo interesse per i canti degli uccelli: fonte inesauribile di melodie. Per certi aspetti prese le mosse dalle innovazioni di Debussy e s’indirizzò verso strutture asimmetriche, ossia: “Una musica ritmica che trascura la ripetizione, la rigidità e la suddivisione regolare, una musica cioè che è ispirata dal movimento della natura, un movimento di durate libere e ineguali.

E fu proprio l’inverno del 1940 a trovare Messiaen nel campo tedesco Stalag VIII A, in Sassonia. In quelle circostanze così drammatiche fu presentato il Quatuor pour la fin du temps ispirato da un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, Capitolo X, 1-2, 5-7:

“Poi vidi un altro angelo possente che scendeva dal cielo avvolto da una nube; sopra al capo aveva un arcobaleno, il suo volto era come il sole e le gambe come colonne di fuoco. Egli aveva in mano un piccolo libro aperto, e pose il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra…Poi l’angelo che avevo visto in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli…che non vi sarà più tempo, ma nei giorni in cui si farà sentire la voce del settimo angelo e quando egli suonerà la tromba del Mistero di Dio sarà compiuto come ha profetizzato per bocca dei profeti suoi servi”.

Così in Le parole la notte, capitolo decimo:

“Cos’è quello scheletro sospeso nell’aria, quello scheletro d’uccello?” […] “Aveva ascoltato anche la musica, il Quatuor pour la fin du temp. Non era molto diversa dal canto del tordo, che sere prima, aveva intonato la liturgia del tramonto. La stessa doppia voce, lo stesso calmo andamento, e le rive di silenzio. Un violino rispondeva alle invocazioni di un pianoforte e se ne andava sempre più in alto, lontano dalla terra” […] “Gli sembrava che anche per quelle viti, come per quelle terre nei bagliori del sole, il Quatuor fosse già cominciato.”

Ed al capitol ventisettesimo:

“-Se tu dovessi dipingere, – chiese Eugenio, – dove ti  attaccheresti?  – Dove c’è più silenzio. […] Scuoteva il capo, guidando, come se avesse accompagnato un’interna musica.  – Hai visto Veronique com’è cambiata? […] – Io continuo a sentirla un po’ flautata. E forse lei non l’ho mai vista. -Che intendi dire? -Non è mai stata una cosa tra le cose.

Inoltre al capitolo quattordici de L’angelo di Avrigue nel dialogo tra il monaco e Gregorio:

“-E cosa dipingeva? -Donne al pianoforte col mare sullo sfondo. -Strano. Ma era vero. Le donne le dipingeva di colpo, così il piano, e intorno al mare ci si perdeva. La donna era sempre la stessa, il mare mutava.” […] Il frate disse con candore che una volta aveva sentito sul mare l’Ave Maria di Schubert. Faceva negli spazi sterminati una grande impressione. Gregorio rimpianse. […] L’aveva sentita nel locale più malfamato di Barcellona.

Ormai tutto si è polverizzato ed anche la musica assume nuove funzioni espressive cedendo al silenzio.

“Dalla macchia mediterranea saliva un canto austero; canto breve, perché il vento dalle rocce si sollevò tra le nuvole”

(da – Il silenzio – pag. 24)

Ricordammo, infine, due casi particolari di musicisti a lui familiari in quanto conosciuti attraverso i suoi contatti editoriali con Einaudi a Torino. Le tormentate intenzioni di Ludovico Einaudi di dar corpo ad un linguaggio musicale che restituisse al mondo una perduta forza emotiva e la radicale scelta di Robert Schneider che, scegliendo la via della letteratura dopo anni di studi musicali, si affermò a livello internazionale con Le voci del mondo, scritto nel 1992 e tradotto da Einaudi nel 1994, ma dovette sublimare, se non proprio eclissare, il suo essere musicista dando forma in un altro linguaggio alle sue emozioni.

Ed oggi, nel libro Le parole la notte leggo

Ventimiglia, nov.98

A Filippo

alla sua musica teoretica

Con molti auguri ed anche amicizia questo libro notturno

Francesco

Grazie di cuore, Francesco.

Filippo D’Eliso

Napoli, 26 settembre 2003


Filippo D’Eliso è nato a Baragiano (Potenza) nel 1964 e vive nel casertano. É compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico. Diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Musica Elettronica, si specializza in Musica e Spettacolo. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche. Svolge attività di ricerca. Il suo esordio in poesia: Lì un tempo fioriva il mio cuore, RPlibri 2020. Nel 2021 la collaborazione con la casa editrice RPlibri si rafforza, diventando Curatore della Sezione “Quaderni di Musica“. É Autore della colonna sonora del film Terra Infelix realizzato da Letizia & Giordano e presentato nel 2020 al 74° Festival Internazionale del Cinema di Salerno.

Moder & Pierri: “Pietre d’inciampo” (Battello Stampatore Ed., 2020)

di Francesco Improta (2021)

Straordinario poemetto incentrato sulla figura immortale di Don Chisciotte della Mancia, che in groppa al suo cavallo Ronzinante e affiancato dal fedele Sancho Panza decide di partire in cerca di avventure, per riparare ai mali del mondo e conquistare il cuore di Dulcinea.

Il libro, in versi, comprende 9 sonetti di struttura regolare (quartine a rima incrociata e terzine a rima ripetuta – e 15 canti. L’incipit, nel rispetto della tradizione cavalleresca (cfr. Matteo Maria Boiardo e l’Orlando inna­morato), è un invito all’uditorio ad avvi­cinarsi e a prestare attenzione:

    Gente fatevi intorno prestate orecchio // alle Avventure in forma di canzone // di don Chisciotte dritto sull’arcione // di Ronzinante che regge ancora il vecchio…

Vi porterò in note a storie strane // assurde per ogni sentir comune // lasciatevi andar alla musica del cuore.

A ciò si aggiungano le illustrazioni, tutte ad acquerelli, di Ugo Pierri che con i loro colori slavati e le loro linee stilizzate accrescono l’impalpabile sostanza di questo impenitente sognatore che risponde al nome di Don Chisciotte che ha una sua nobile dignità e una struggente tristezza, forse perché destinato irri­mediabilmente alla sconfitta nello scontro con la cruda realtà. Naufragano, infatti, tutti i suoi sogni di gloria e di amore. Dulcinea, la donna di cui Don Chisciotte è invaghito, appare irraggiungibile e l’inguaribile hidalgo, memore dei versi dolcissimi e strazianti di Jaufrè Rudel, finisce col rinnovare, non potendo conquistare l’oggetto del suo desiderio, il mito dell’amor de lonh. Il Don Chisciotte di Moder vaga nello spazio e nel tempo, attraversa oceani ed epoche differenti, incontra una folla di perdenti, di oppressi, di vinti dalla vita e dalla storia. Personaggi famosi e illustri sconosciuti, perlopiù di sesso femminile perché Dulcinea rimane l’oggetto, la meta e l’essenza della sua quête. Sono tutti vittime del nazismo, del razzismo, di una cieca e brutale violenza, esercitata con sadismo e arroganza dal potere, ma anche personaggi famosi come Salvator Allende, Giordano Bruno ed Emily Dickinson non si sottraggono alla loro sorte ingrata.

Il titolo del libro rimanda ad un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig che nel 1992 volle ricordare con queste targhette d’ottone dalle dimensioni di un sanpietrino, poste dinanzi alle loro abitazioni, i deportati nei campi di concentramento. A ben guardare sono tessere di un mo­numento della memoria in continua espansione. Nel libro in esame queste pietre d’inciampo (Stolpersteine) commemorano questo esercito di dan­nati, famosi o del tutto misconosciuti, vittime di ingiustizie, sopraffazioni e violenze:

  Pietre dorate d’inciampo per via // ci sbatte il piede ma le avverte il cuore // qui Don Chisciotte lottò per amore // errante cavaliere di fantasia. // Qui a Dulcinea offrì la sua storia // con Ronzinante la polvere a sollevare // su chi a tutto vien tolto anche il sperare // qui vinse qui perse ne resti memoria.

Sono soprattutto le donne colte nel quotidiano, costrette a trascinare con i denti le loro povere e lise esistenze, a combattere per i figli a cui manca il necessario per sopravvivere, indotte dalla povertà più nera, dalla disperazione, dalla cieca violenza dei padri o mariti-padroni a togliersi la vita, sono queste che muovono a compassione Don Chisciotte desideroso di regalare loro un sogno, un’illusione ma inutilmente, perché dinanzi a loro “si arena ogni nobile gesto”. Per non parlare dei negri che negli Usa sono linciati o massacrati senza ragione per il solo colore della pelle; violenze restate impunite perché la Giustizia è bianca e giudica in una sola direzione.

Le coordinate spazio-temporali sono, come abbiamo già detto, le più disparate: si passa dalla Sierra Morena dove l’hidalgo incontra la filosofa Maria Zambrano e rimane affascinato dalla sua idea eversiva della conoscenza poetica a Sarajevo dove anche Ronzinante nitrisce di pietà per le migliaia di morti, perlopiù donne e bambini, in quei 1200 giorni di idiozia che è stata la guerra serbo-bosniaca con il tacito consenso dell’Europa intera. Il viaggio continua dalla mitica isola di Thule all’Honduras, una terra saccheggiata per molti anni, dalle multinazionali e dal loro braccio armato: gli squadroni della morte. Affiora il ricordo di Berta Càceres, una militante ecologista, morta ammazzata a colpi di machete nel 2016, un anno dopo gli attentati di Parigi e la strage del Bataclan.

Don Chisciotte è stanco troppo s’è speso // in duelli tenzoni salvataggi // per giuste cause o solo dei miraggi // ora si sente imbelle e incompreso // e se ne va in un eremo lontano // da ogni cavalleresca fola // Ronzinante un’anima sola // e a scrivere a sé stesso dà di mano.

Il linguaggio, sempre appropriato e arricchito da una ricca strumentazione retorica, è impreziosito da un velo di arcaica raffinatezza. È la patina che il tempo deposita sugli uomini e sulle cose e che la memoria nella sua vaghezza non riesce a sollevare del tutto. Parole come fola, donzella, scudiero, tenzone hanno la forza e la capacità di trasportarci in un mondo altro, lontano nel tempo e nello spazio ma vicino al nostro sentire o, come direbbe la Zambrano, “ragionar sentendo”. Da ricordare inoltre i bellissimi acquerelli che non hanno una funzione esornativa ma sono parte integrante del testo, meglio ancora hanno ispirato i versi con­tribuendo a vagheggiare quel mondo di sogni, di illusioni, di sana im­prescindibile locura che si contrappone al mondo reale e alla bestialità che lo governa nella ricerca esasperata della produttività e del profitto. Libro da non perdere al pari della superba performance attoriale di Adriana Giacchetti, Gianluca Paciucci e Leonardo Stevanin nella trasposizione in video di Pietre d’inciampo di Matteo Moder.

Ma tu, tu sei la pianta di Claudia Olivero

Acquista Ma tu, tu sei la pianta

di Claudio Olivero (illustrazioni di Lodovica Paschetta)

Prendi me a bottega:
così indefinita – traccio vene

profili che sfuggono –

aprendosi immense
sul bianco vuoto: fessure

inappropriate. Dirigi
la mia mano
che più non sia mente
né corpo – e sola sappia

creare il silenzio
o qualche sua piccola scintilla.

Claudia Olivero, insegnante torinese, conosce l’illustratrice Lodivica Paschetta in ambito lavorativo e tra loro si instaura subito un feeling artistico. A seguito della Laurea in Lingue e Letterature Straniere, le viene conferito il Premio Grinza- ne-Cavour sezione tesi di laurea, per la sua tesi intitolata Cesare Pavese e Thomas Mann tra empatia e mito-incidenze. Pubblica alcuni articoli su riviste letterarie di settore, sia in Italia, che all’estero. Traduce. In ambito poetico, esordisce con la silloge Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali, Brè editore. E’ co-fondatrice del Tinello poetico, progetto di di- vulgazione poetica.

Lodovica Paschetta nasce a Moncalieri (To), dove vive e lavora come insegnante. Si è avvicinata alla pittura nel 2011, con la pubblicazione della favola per bambini I figli delle nuvole per Re.Co.Sol, un’associazione di aiuto a Paesi ad alta povertà. Dal 2012 è un susseguirsi di eventi importanti per la sua car- riera artistica: mostre personali, partecipazione alla Biennale Città di Torino, Saluzzo Arte, Open District Torino e Camo – Un museo a cielo aperto. Tiene laboratori e ha realizzato un mu- rale presso l’Istituto Comprensivo Barruero di Moncalieri (To). Il Colectivo Arte en la Escuela di Montevideo (Uruguay) l’ha omaggiata di un murale, tratto da una sua opera. Collabora alla realizzazione del prestigioso marchio Queriot Civita di Milano”.


Prezzo copertina: euro 10,00 9,50

Pagine: 32

Codice ISBN: 9788885781481


Nota di lettura su Ma tu, tu sei la pianta sul blog “Poetrydream”

Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.

Il censimento della poesia dirompe nei … Transiti poetici di Giuseppe Vetromile

di Rita Pacilio

Le Antologie pubblicate in formato digitale sul blog Transiti poetici da cui prendono il titolo, curate da Giuseppe Vetromile, poeta, critico e operatore culturale, hanno raggiunto la ventiduesima Edizione. L’idea progettuale è nata nell’anno duemilaventi durante il confinamento causato dalla pandemia da Covid19, quando la modalità virtuale è diventata l’unica possibile tipologia di comunicazione per sopravvivere all’isolamento.

Non è stato facile per Giuseppe Vetromile, persona che vive di contatto fisico e di aggregazione, componenti fondamentali per lo scambio e il confronto, rinunciare alla presenza umana e spirituale di autori /amici e di anime che diffondono e sostengono la poesia. Calato completamente nel respiro del mondo, Vetromile non può fare a meno di cogliere ed evidenziare il battito primitivo come dato sensibile della percezione dell’esistenza. Per questo motivo, la sua coscienza critica fa esperienza di riflessione estetica ed etica incontrando i molteplici paesaggi umani attraverso elaborazioni di pensieri e linguaggi essenzialmente simbolici.

Il suo lavoro di inclusione, genuino e scevro da giudizi personali, si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e internazionale (a tal proposito sono stati dedicati Volumi di Transiti poetici alla poesia straniera, alla poesia napoletana, alle voci poetiche emergenti e ai poeti scomparsi) risultando un certosino approfondimento sociologico in grado di rilevare lo stato della scrittura poetica del nostro tempo.

L’originalità e l’importanza di questa coraggiosa e ardua iniziativa culturale intrapresa da Giuseppe Vetromile – Quando ho iniziato non credevo andassi incontro a un lavoro così elaborato e capillare, forse infinito …, testualmente – consiste nel continuare ad abitare l’animo umano con meticolosa cura anche nelle introduzioni e nella scelta tematica dei Volumi, – alcuni dei quali dedicati alla figura femminile e alla giornata mondiale della poesia -, realizzando un accurato censimento della poesia contemporanea.

Il mondo magico di Angelica e Lucilla di Mariapia Cocchierella e Maria Imbriani

Acquista Il mondo magico di Angelica e Lucilla

di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani

Il mondo magico di Angelica e Lucilla – fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva – di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani è il breve saggio che inaugura la Collana Quaderni di musica da me diretta. La lettura di questo libro suscita numerose riflessioni che vogliono stimolare il lettore al fine di poter sperimentare con le autrici un percorso creativo ed educativo. […] Il verbo inglese «To Play» conferma che «Giocare» e «Suonare» hanno la stessa matrice funzionale.


D’altra parte la radice Paignion denotava uno spettacolo comico in cui i gladiatori con le loro armature si presentavano nelle arene. La stessa etimologia del concertare per allestire e preparare un concerto ha nella sua accezione latina il gareggiare. Il suono del cosmo ha la forza magica che si esplica nella musica e solo così il re e il cantore possono diventare una cosa sola attraverso la coniugazione della «vibrazione» e dell’«oscillazione» e il cielo e la terra entra- no in perfetta armonia. Il mondo magico di Angelica e Lucilla assurge a rito cosmico e il musico-sacerdote-didatta si configura come realtà materiale che permette il manifestarsi di una realtà spirituale che non si confonde con la materia ma si esterna sensibilmente con un’azione tendente all’universalità dell’astrazione divenendo essa stessa concetto.  

dalla nota di Filippo D’Eliso

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C’erano una volta due bambine molto amiche che si chiamavano Angelica e Lucilla.

Angelica, con la pelle chiara come la porcellana e tante lentiggini spruzzate sugli zigomi, aveva un carattere leale, vivace e coraggioso. Prima di tre figli, viveva in una casetta di legno in riva al mare, dove regnava tanta pace. Si accontentava di poco: infatti, si nutriva del suono delle onde del mare e del cinguettio degli uccellini. Con i suoi fratellini e la sua amica Lucilla si divertiva a riprodurre i suoni della natura. Uno batteva le mani, un altro fischiettava, Lucilla usava due tronchetti per tenere il ritmo e lei cantava. Lucilla aveva i capelli di un rosso caldo come il sole al tramonto ed enormi occhi azzurri color del mare. Era una bambina gioiosa e solare, capace di destare simpatia immediata nelle persone che la incontravano per la prima volta. Sin dalla nascita, Lucilla aveva ricevuto un grande dono: le sue mani erano magiche ed emanavano luce ed energia. Erano mani capaci di donare bellezza.

Un giorno, mentre le due bambine giocavano allegramente sulla spiaggia, una vecchia signora, tutta vestita con abiti trasandati e con un grande cappuccio che le copriva il capo, si avvicinò a Lucilla ed esclamò con una voce metallica e fastidiosa: “Finalmente ti ho trovata bambina mia! Ora tu verrai con me!” […]

dalla fiaba di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani

Mariapia Cocchiarella è nata a Benevento nel 1998. Diplomata presso il Liceo Scientifico Statale G. Rummo indirizzo tradizionale, si immatricola presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento alla facoltà di Ingegneria Civile. Nell’ottobre del 2020 consegue il Diploma accademico di primo livello in Didattica Della Musica con Tesi sperimentale di Laurea Triennale in Pedagogia e Composizione Didattica dal titolo: Il mondo magico di Angelica e Lucilla: fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva con esito eccellente e lode accademica. La tesi è stata ideata e prodotta a quattro mani con Maria Imbriani. Ammessa con il massimo dei voti al biennio presso il Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento, attualmente frequenta il primo anno di corso magistrale.

Maria Imbriani è nata a Benevento nel 1998. Dopo aver superato a soli dieci anni e con il massimo dei voti l’ammissione al Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento ha conseguito nel 2013 il Diploma di Solfeggio e nel 2015 il Diploma di Quinto anno del Compimento inferiore Classe Pianoforte con il Maestro Aniello Arciuolo. Diplomata presso l’Istituto Magistrale G. Guacci di Benevento, indirizzo musicale, consegue nell’ottobre del 2020, il Diploma accademico di primo livello in Didattica Della Musica con Tesi speri- mentale di Laurea Triennale in Pedagogia e Composizione Didattica dal titolo: Il mondo magico di Angelica e Lucilla: fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva con esito eccellente e lode accademica. La tesi è stata ideata e prodotta a quattro mani con Mariapia Cocchiarella. Ammessa con il massimo dei voti al biennio presso il Conservatorio Statale Nicola Sala di Benevento, attualmente frequenta il primo di corso magistrale.


Prezzo copertina: euro 14.00 12.60

Pagine: 84

Codice ISBN: 9788885781474


Quaderni di Musica

Il mondo magico di Angelica e Lucilla – fiaba musicata come materiale creativo per la didattica compositiva – di Mariapia Cocchiarella e Maria Imbriani è il breve saggio che inaugura la Collana Quaderni di musica da me diretta. La lettura di questo libro suscita numerose riflessioni che vogliono stimolare il lettore al fine di poter sperimentare con le autrici un percorso creativo ed educativo. […] Il verbo inglese «To Play» conferma che «Giocare» e «Suonare» hanno la stessa matrice funzionale […]

dalla nota di Filippo D’Eliso

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Luigi Fontanella per “Il lato oscuro delle cose”

di Luigi Fontanella

Recensione all’ultima raccolta di poesie “Il lato oscuro delle cose” di RAFFAELE URRARO (RP Libri, ed., 2019) apparsa su «Gradiva –International Journal of Italian Poetry – Rivista internazionale di poesia», n. 58, a. 2020, pp. 207-208.

Leggo con interesse due libri che mi sono portato dall’Italia, ai quali avevo appena accennato in chiusura della mia precedente puntata (n. 57, Spring 2020, p. 181).

I libri in quetsione sono rispettivamente: l’ultima raccolta di versi di Raffaele Urraro, Il lato oscuro delle cose (RP Libri, 2019),, e Una visita a Hölderlin di Daria Gigli (Moretti & Vitali, 2019). Si tratta di due poeti accomunati dallo studio e l’insegnamento delle lingue e letterature classiche: il primo nei riguradi del latino, la seconda nei riguardi del greco.

 È al grande poeta materialista ed epicureo del De rerum natura nonché a quello altrettanto materialista de La ginestra che Urraro, poeta e critico letterario, attinge quanto a ispirazione e a suggestioni riflessive: rimando ai suoi fortunati studi leopardiani Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, e Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, ambedue pubblicati dall’editore Olschki, rispettivamente nel 2008 e nel 2015.

Una cupa malinconia domina la recente poiesis di Urraro, fecondo autore di varie raccolte. In questo libro egli si impegna irriducibilmente a interrogare il profondo significato di ciò che ci circonda, a cominciare dal firmamento stellare che sta, nel suo mistero infinito, sopra di noi. Cosa gli/ci dicono queste presenze a cui intere generazioni di poeti fin dall’antichità si sono ispirate?

Sono versi questi del Nostro, distillati, senza punteggiatura – a parte il punto fermo e quello interrogativo; ci sono, è vero, ogni tanto anche i due punti a inizio di verso: un “vezzo”, a mio avviso, superfluo, utilizzato da alcuni poeti neoavanguardisti come Edoardo Sanguineti e Franco Capasso; dicevo, sono versi di desolante cupezza, sui quali incombono categorie iconiche della Morte, dello Spleen, del Tempo e della Solitudine. Su di esse si distende la parola del Nostro, il quale attraverso di essa interroga e si interroga strenuamente sulla natura delle cose, sulla loro essenza, sul loro semen, sulla loro funazione; insomma sul loro esserci («ma io non riesco a pensare / a cose che non abbiano un’essenza»).

E sarà appunto proprio grazie al «magico potere della parola» che in Urraro può scattare un auspicabile superamento della propria malinconia planetaria, sempre accompagnata da un sentimento di inganno, illusione, solitaria contemplazione e auto-auscultazione; ben consapevole, in definitiva, l’autore, che perfino loro (le parole) a un certo punto non saranno più sufficienti a testimoniare la nostra, terrena transitorietà:

Il piacere infinito

“perché davvero è l’infinità

la culla del piacere

anche se non riesco mai

a configurarmi

il vero colore dell’infinito

che si contorce nelle sue aporie

ma un giorno questa storia finirà

e dei nostri desideri

non resteranno neanche le parole”

Versi amari dettati dalla consapevolezza di un Tempo circolare, inconsapevole, «che cova nell’innocenza / il suo fluire silenzioso e calmo». Eppure sarà proprio da/in questo Silenzio che il poeta potrà far sgorgare le parole dei suoi versi, scaturite, sì, dal suo cuore, ma filtrate «dal suono riflessivo della mente».

 È libro estremo e in estremo, questo di Urraro; denso di interrogativi, compreso quello che infine lo sigilla:

“[…] quando con la valigia pronta

piena di certezze

partiamo diretti al solo

vero infinito che conosco

allora cade il velo dalla nostra mente

e il tutto ci disvela

: non abbiamo penetrato delle cose

  il seme più interno

  e inesplorabile

chi sa dire perché e come

all’improvviso

parte il destino incomprensibile di un seme?”.

Sogno di un fuoco di Dario Alessio

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di Dario Alessio

Notizie bibliografiche:

Sogno di un fuoco di Dario Alessio è composto da tre sezioni: Forno; fuoco costrutto – Fiamma; fuoco puro – Brace; fuoco sopito che fanno da contenitore di tutto l’impianto emotivo e letterario del volume. Al centro della poetica del giovane autore romano c’è la volontà di comprendere e afferrare il flusso dell’esistenza accendendo la fiamma del pathos delle emozioni e seguendo il ritmo della memoria. È un atto di creazione impegnativo e complesso che aderisce all’evoluzione metrica della lingua e alla storia dell’uomo contemporaneo: Alessio, infatti, si misura con la bellezza della poesia dei Maestri e, soprattutto, di Dino Campana mostrando di essere padrone degli strumenti del mestiere. L’interrogazione è la preziosa guida per la confessione delle leggi del mondo le cui risposte si aggirano su più piani interpretativi e visionari in cui la poesia mette a fuoco la vita (Davide Rondoni) tra attriti e sorprese.

Redazione RPlibri

***

Un ultimo sguardo

alle finzioni
del mondo
che sfumano.

Lascio
per sempre
le cose
al loro posto.

Cedo il passo
alla carne marchiata
all’anima che brucia
alle ceneri del cuore.

E sogno di un fuoco
che mi battezzi
mi devasti
sovrasti.

È solo agli occhi
di chi arde davvero
che nelle notti eterne si disvela
l’alfabeto delle stelle danzanti.

Dario Alessio nasce a Roma nel 1999.

Appassionato di cinema, decide di frequentare l’Istituto Cinematografico “Roberto Rossellini”.

Durante gli studi, sviluppa un profondo interesse per la letteratura.

Pubblica Le viole recise (Il Sextante) nel 2019 con la prefazione di Matteo Tuveri e le illustrazioni di Sara Rogani.


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 92

Codice ISBN: 9788885781467