Rita Pacilio: “Pretesti danteschi per riflettere di sociologia” (Guida Editori, 2021)

di Filippo D’Eliso (2021)

Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (Guida editori, 2021, €14) è un libro trasversale.

Rita Pacilio traccia, dal proprio centro di osservazione, 20 raggi omnidirezionali e dimostra una serie di teoremi concernenti argomentazioni che fanno parte non solo del proprio bagaglio di esperienze, ma dispiegano tesi che riguardano la società, ossia un insieme di individui, artisti e non artisti inclusi, in relazione tra loro.

Senza racchiudersi e né chiudersi in mera sociologia, terreno per addetti ai lavori e di cui l’autrice ha specifica competenza per le innumerevoli attività che svolge, qui a mio avviso, con occhio attento e sensibile è in primis la poetessa a parlare e ogni suo sguardo, avendo per ipotesi un verso o pensiero di Dante ossia un pretesto, indica ai lettori una via possibile di redenzione alla stessa stregua dello stesso Dante con la Divina Commedia.

Il primo pretesto è pubblicare nel 2021. Autori ed Editori sono molto motivati a pubblicare sotto l’azione di una ricorrenza in quanto è un momento di forte condivisione e compartecipazione e tutti ne traggono un reale beneficio. La ricorrenza, come ogni rituale, assurge soprattutto ad azione di concepimento metabolizzando la vita stessa a far da pretesto: non si può non citare cosa abbia passato, ad esempio, Jean-Luc Godard con Je vous salue, Marie, film del 1985 prosciolto integralmente con la motivazione di aver attualizzato il mistero e il dogma dell’Immacolata Concezione partendo dallo spunto offerto dalla lettura de I vangeli alla luce della psicoanalisi di Françoise Dolto, nota pediatra e psicanalista francese. In sostanza, è il voler mettere a nudo il mondo a scandalizzare e ogni pretesto spesso diviene oggetto inquisitorio.

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna, ultima tappa del suo lungo esilio, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 ed è impossibile esaurire le tematiche che il sommo poeta offre al mondo per genialità e completezza di vedute. Basti pensare ai profetici versi 22/23/24 del XVII Canto del Paradiso: dette mi fuor di mia vita futura / parole gravi, avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura…

In sintesi, non è possibile eludere Dante in Letteratura come non è possibile eludere Bach in Musica.

Ma cosa c’entra Bach? Semplice: è un pretesto! E a maggior ragione bisogna esser tetragoni assolutamente! Confrontarsi con Dante oggi è come voler toccare i fili dell’alta tensione illudendosi di voler rimanere indenni da una immediata folgorazione.

Il termine  pretesto è di una forza quasi inestimabile e il quasi è solo nell’assurdo, tenendo presente che i termini absurdus, stonato, surdus, sordo o absŭrdu(m), dissonante, indicano una contrologica, che, per azione contraddittoria, genera da un lato un senso di ridicolo e quindi di annientamento – vedi chi trova nell’operazione stessa una difficoltà di accettazione o predisposizione all’ascolto – e dall’altro, un senso di creativa illuminazione in un atteggiamento altamente risonante alle possibili connessioni e agli agganci alla cultura del momento, ossia del calarsi nella realtà del proprio tempo. Mi sovviene Stéphane Mallarmé con Un colpo di dadi mai abolirà il caso, il suo voler carpire i legami segreti che tengono unite le cose, una realtà pregnante che gradualmente lascia il posto all’assoluto. Ma anche Carlo Gesualdo da Venosa che con i suoi madrigali esprime uno stato d’animo che richiama alla mente un Caravaggio ante litteram in quanto gli stessi testi del Tasso, unici ad avere valore letterario, furono sostituiti da brevi testi personali che assurgono a pretesto per fare musica caratterizzata da una intensa espressività e ricerca.  

Così con questa pubblicazione, unica nella collana Guida Editore a esser presente in relazione a Dante, Rita Pacilio offre al lettore una possibile apertura al valore in sé della connessione esperienziale, personale oltre che collettiva, con la vita stessa. L’originalità dell’operazione è proprio nella mancanza di pretenziosità e sia l’Editore che l’Autrice agiscono utilizzando l’azione della pretestuosità come elemento neutro, posto tra azione e reazione, fulcro privo di forza storiografica, perché di Dante e della sua epoca in 700 anni si conoscono vita, morte e miracoli e qualsiasi riferimento, come fonti e note, non fanno testo, anzi risultano roba di scarto.

Le argomentazioni scorrono discorsive toccando uno dopo l’altro punti di riflessione in cui il lettore è invitato a compiere l’operazione di mettersi all’ascolto dell’altro e di sé stesso, stabilendo con i versi un codice comunicativo quasi parossistico ed estremo che va oltre il significato letterale/letterario/retorico.

Operazione niente affatto semplice in quanto si invita il lettore a un giudizio motivato che, per essere espresso, necessita del prerequisito della lingua, appunto il codice. D’altra parte, essendo il testo poetico polisemico, vige il principio di indeterminazione dove sebbene il significato di base possa essere generalmente concorde, ogni lettore, proprio in relazione alla cultura e sensibilità che lo denotano e connotano, ci ritrova qualcosa sempre di nuovo o divergente.

È chiaro che il pretesto ha la stessa forza di un frattale: si ripete nella sua stessa forma su scale diverse e allo stesso tempo con proprietà di correlazione e autocorrelazione.

In parole povere, un pretesto genera pretesti in una libertà d’azione tipica della capacità artistica dell’arte di fagocitare arte: punto di fuoco dell’intero lavoro della Pacilio.

Gli argomenti trattati sono correlati come in una matrioska senza la pretesa di esaurire le potenziali e infinite connessioni espresse dall’uomo nelle sue molteplici azioni sociali.

Si potrebbe pensare che il poeta sia il cuore dell’intero discorso con la sua voce di pascoliana memoria che denota e connota e, calato nell’interazione del vivere, può aprire varchi ai sensi di colpa, alla vergogna, all’idea di morte, alla psicosi o aprirsi all’altruismo e alla percezione profonda fino a calarsi nell’arte con la capacità di risucchiare in sé il passato e rendere visibile il futuro o fondersi col proprio simile toccando persino la crisi come indice supremo di scelta dove, coppia o rapporto genitoriale che sia, la donna in quanto femmina è attrazione di opposti e centro motore dell’intero sistema propulsivo della vita.

Pitagora, padre dell’acusmatica, e Kandinskij padre dell’astrattismo, aprono il varco alla spiritualità. Illusione e sostanza si compenetrano in una relazione solvente-soluto come chiarezza e oscurità si relazionano in assenza e mancanza. In questo gioco di ombre il poeta si erge e rivela il logos dell’anima, ne assorbe la malattia lì dove P.P. Pasolini canterebbe le lodi dell’amare, perché solo l’amare conta. L’amore è doping: estasi o possessione che sia è in grado di scardinare ogni tentativo di resistenza alterando qualsiasi stato della coscienza e mettendo in atto l’arte del ricevere come condizione fondamentale della saggezza che ritorna alle proprie origini.

Avremmo bisogno di vecchiaia autentica e vera, quella che non cade sotto i colpi dell’oblio e con sapienza veda oltre la schizofrenia e il suo linguaggio creativo, oltre il vuoto e le sue possibili vie senza uscita e senza ritorno. Così come la voce non mente, le emozioni possono essere ascoltate, se solo si scorga con intelligenza e consapevolezza, l’infinita bellezza della luce, quella cercata da Goethe, quella trovata da Dante.