Nota critica di Annamaria Ferramosca per “Proprietà dell’attesa”

di Annamaria Ferramosca

Una poesia, questa di Giuseppe Vetromile nel suo ultimo libro Proprietà dell’attesa, profonda e lacerata dall’eterna domanda metafisica sul senso dell’esistere. Con una postura poetica che deborda di autenticità e pure fin troppo umile, tesa a sminuire perfino la propria capacità speculativa, intesa nel senso filosofico e contemplativo     

                                                  … dietro l’uscio la mia pochezza     p.16

                                                 … e questo sentimento di nullità che mi pervade     p.83 

Dubbi e convinzioni che nascono forse da una mancanza originaria, molto diffusa tra i poeti, reiterata e mai interamente soddisfatta, di autentico amore. Il poeta appare come investito da una delusione di sogni inseguiti – di stampo leopardiano- una traccia d’ombra e di amarezza invincibili, che si ripetono e si cronicizzano, senza mai attenuare nella scrittura la resa poetica, anzi dilatandone l’intensità lirica.

Così all’autore non resta che indicare nella scelta dell’attesa la dimensione di soglia privilegiata, su cui soffermarsi acuendo sguardo e ascolto, con la segreta speranza di scorgere quel minimo lume che forse potrebbe indicare un qualche senso dal sapore definitivo.

Ne consegue che la vita e le sue espressioni mondane di gioia e di varia emotività restano ai margini

                                                                …la felicità è di traverso… negli spazi di un’unghia    p.15

per far posto ad una tristezza costitutiva, come di chi ha colto una particella di verità e decide di restare vigile, in attesa di altri lampi che intensifichino la scia di chiarezza.

Nascono così poesie dense di visioni e riflessioni sul vuoto che sommerge il nostro quotidiano, che sembrano mostrare ogni moto, ogni gesto, come qualcosa di già destinato, ma chiuso in un inaccessibile opaco mistero        

                                                    Deduco che la porta sia rimasta chiusa

                                                    da quest’assenza di colori gai…                          p.16

Anche la presenza umana è relegata nell’ombra di profili vacui di un condominio – termine più volte ripetuto – che si fa simbolo di incontro superficiale, svuotato di ogni traccia di calore-colore.

E poi il senso della fine, quel nulla che aleggia e s’intensifica lungo le pagine, con la precognizione dell’ultimo passaggio

                                                  … saputa già in agguato

                                                      sulle ali del primo mattino    p.23

Ma la scrittura- sì, proprio la scrittura visionaria di poesia, poi trascina, si espande, vola su questa terra oscura e babelica, fino a raggiungere alte vette emozionali ed estetiche, come nei testi della sezione Aspettative, dove un dialogo surreale con la donna amata si rivela denso di verità umanissime, espresse in versi di straordinario impatto

                                         Sono di nuovo qui

                                         fra il punto e la curva che porta all’abbandono

                                         io mi rivesto di follia e dolore

                                         e mi riscrivo addosso tutte le parole del sogno

                                         per ripensare falsa la morte

                                         quanto mai vera l’utopia della vita                        p.36

pur nella – solo apparente – opposizione concettuale sulla vita, che sembra oscillare tra visione utopica e consistenza reale.

                                           Mi unisce a te la tua poesia

                                           forte e precisa come una fede

                                           sicura come la vita                            p.39

Perchè sappiamo come l’esistenza attraversi sempre un doppio territorio di tensioni, mescolandosi continuamente in un intreccio di utopia e realtà.          

E l’attesa, che mai s’interrompe, viene espressa nella sua essenza umana e pure universale, nella intensa epigrafe autografa della sezione Indeterminazioni. Quil’uomo è presentato come un corpo che vaga sulla terra del mito, dove pure è annullata la dimensione temporale, smascherata come falsa invenzione; eppure è questa la scena immortale dove continua a germogliare la parola, la sola che può dare al tempo e allo spazio ordini definitivi, il logos capace di rivoluzionare ogni pensiero, ogni assetto cosmico, rinnovare la speranza 

                                                   di un’altra probabilità di stelle

                                                   e di sole

                                                   e di mare                                          p.65

Numerosi sono i testi che dispiegano la ribellione del poeta al nulla che siamo, così umana e comprensibile, ma questo desiderio lancinante di sopravvivenza finisce poi con lo stemperarsi in speranza, quella di essere ricordato almeno in canto in un giorno di sole.

Chi potrà mai contrastare questo umanississimo poetico desiderio?