Alfonso Graziano: “Paglia di Grano” (RPlibri, 2020)

di Lucianna Argentino

“Soffia il vento dentro queste poesie di Alfonso Graziano”, così Antonella Lucchini nell’incipit della prefazione a “Paglia di grano” (RPlibri, 2020) ed in effetti di vento ce n’è. Ce n’è anche nell’epigrafe al libro ossia nei versi di Pablo Neruda: Ti manderò un bacio con il vento/ e so che lo sentirai,/ ti volterai senza vedermi ma io sarò li. Versi che mi hanno fatto pensare alla poesia come a un bacio che il poeta manda e in cui si ritrae perché rimanga solo la poesia che nello stesso tempo lo mostra e lo nasconde. Epigrafe che rimanda alla poesia di pag. 16 in cui il poeta scrive: La prima volta che ho baciato è stato il vento/e quel sapore di sabbia e sale mi è rimasto dentro, immagine della precarietà della vita e del dolore che una volta che ci ha toccati ci rimane dentro, un luogo vivo in cui il poeta cerca le parole per raccontare la sua immagine del mondo. Si scrive anche per allontanare l’idea della morte perché se, come afferma Jabès, dare un nome alle cose, come fanno i poeti, è concedere alla morte un nome in più è, nello stesso tempo, a mio avviso, un sottrarre alla morte il suo potere distruttivo. I poeti infatti continuano a nominare e a nominare anche la morte, quasi un invito alla sua autodistruzione, considerata anche la capacità di creare nuovi mondi e nuovi modi di abitare il mondo che i poeti hanno. La paglia di grano come è noto è quel che rimane dopo la trebbiatura ed è quindi una metafora molto bella e precisa del fare poesia. Si scrive, infatti, per un sovrappiù di vita che preme e urge in noi, che ci chiede di essere trasformata in poesia per trovare l’ esatta dicitura che ne metta a nudo la sostanza e ce ne appaia più chiaro il senso. Il poeta stesso si fa setaccio di quel sovrappiù di vita e della realtà per mostrarcene aspetti che al nostro sguardo sfuggono, perché lo sguardo del poeta penetra negli anfratti più segreti delle cose, cerca e crea relazioni. Cercano, i poeti, di rendere il mondo un posto migliore, di farci sentire l’eco di quel “ e Dio vide che era cosa buona” detto alla fine di ogni giorno della creazione, così che anche ciascuno di noi possa sentirsi “cosa buona”, possa sentire in sé la bellezza.

Non si muore mai una volta sola/quando si muore lo devi capire/per farti largo tra le nuvole e le bugie/nel pianto tra i pianti di sempre./ Ma sappi che puoi rinascere altrove/semmai piangendo di gioia e tristezza./Quando il vento bussa ribelle/e le finestre rispondono distratte/…quel morire è la vita che rinasce/oltre un gelido muro muto. Sentire la vita che rinasce oltre la morte è un sentimento che credo unisca tutti gli esseri umani, un sentimento terreno che non è solo una proiezione nell’aldilà e dell’aldilà, come potrebbe essere per i credenti, ma è il senso profondo della forza della vita che è quello che si cerca di esprimere attraverso le varie forme di arte. Tra queste la poesia, con il suo andare all’essenza delle cose attraverso il linguaggio e attraversando le zone di ombra e di luce comuni ad ogni essere umano, è in grado di restituircene la molteplicità di voci.

Cantano le stagioni chiuse nelle stanze/danzano con le ombre nelle notti chiare/inginocchiate ai cuori che dormono./Poi scrivono poesie in bianco e nero/sdraiate ad attendere l’alba/ come me, pioggia al sole. Forte, nella scrittura poetica di Alfonso Graziano, la coincidenza dell’umano con l’intero creato, la concezione della natura come paesaggio interiore, tuttavia non come semplice specchio dell’interiorità del poeta ma quasi una sua estensione. Luogo in cui egli cerca le tracce della propria vita il cui senso si arricchisce nel reciproco compenetrarsi di domande e di risposte che dal mondo giungono e che il poeta cerca di cogliere e tradurre sulla pagina creando un personale mosaico che mai ha termine. Nemmeno la morte, presente nelle pagine di questo libro in modo concreto e doloroso e che fa un po’ da contrappunto al rigoglio della natura che Alfonso Graziano sente e ci mostra, mette il punto finale, perché c’è sempre uno spiraglio in cui la parola poetica si incunea e salva. E se è vero che la parola poetica è parola che non si impone, anche quando il suo dire è forte, ma lascia a chiunque la ascolti il modo per interiorizzarla, in fondo la sua è sempre e comunque una voce intima che all’intimo parla. Per questo mi piace concludere la mia lettura di questo libro esile, sono solo 28 poesie, ma profondo con questa bella poesia: Per questo/e per la pace/ lasciate che i passi seguano il corso/nei vicoli ombrosi che sugella la vita./ Chiamarsi sottovoce è lieto anche al cielo.