La ricerca di un senso

di Fabio Dainotti (recensione de Il lato oscuro delle cose di Raffaele Urraro, RP edizioni, 2019)

“Non si volge chi a stella è fisso”, diceva Leonardo. E Sereni intitolava Stella variabile una sua raccolta, e a quella stella chiedeva aiuto nel cammino sulle strade della poesia. C’è una stella anche nel destino e nella poesia di Raffaele Urraro; molte le occorrenze del termine, ad esempio a pag. 18, dove la stellina lo aiuta a fuggire dalla notte, ad evitare che le ombre esterne, nelle “strade oscure”, si saldino a quelle interne.

Anche Raffaele Urraro ha una sua stella cometa che lo guida a porto sicuro. Ma qual è la stella cui si rivolge appassionatamente il poeta? Quella forse che gli indica il senso delle cose; nella Nota il poeta confessa: “Il sorriso lo cerco fondamentalmente nelle stelle”. Nel risvolto di copertina leggiamo: “Il senso più profondo che io attribuisco al fare poetico: scoprire il vero significato delle cose, che spesso però un senso non ce l’hanno. E allora ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale, altrimenti vivere in un universo senza senso ci porterebbe diritti alla depressione”. Cerca dunque “il senso della vita”, come leggiamo in una sua poesia. E lo fa rivolgendosi, come Baudelaire (che è anche il dedicatario di una poesia), al lettore e chiamandolo “mio simile, mio fratello”, in un atteggiamento dialogante che esige spesso il “tu”. La conclusione però affidata all’ultima poesia della raccolta è pessimistica: “nessuno può dire/ di essere penetrato/nelle oscure profondità/delle cose della vita”.

E bisogna avere “l’orgoglio di essere vissuti”, dice il poeta con un suo fare gnomico e sentenzioso.

Nella poesia eponima, il poeta ceca di scoprire la lingua “arcana della natura” e si chiede nell’explicit: “Ma conosceremo un giorno/ il lato oscuro delle cose?”. In La fine della stella, assistiamo a una stella ingoiata da un buco nero, come il chicco di caffè nel macinino di un poeta dialettale romanesco. “E noi siamo fatti della stessa sostanza delle stelle”. Nel corpo della lirica appare una stellina “dallo sguardo innocente”, che ha un aspetto umano. Aspetto e atteggiamento antropomorfo, in una natura umanizzata, anche nella luna che sembra aspettare una stella, nella stella cometa che indica il cammino, al mondo che lo ha smarrito, agitando caninamente la coda.

Importante il tema della caduta: il destino di morte che tutti ci accomuna. Lo stesso tema riappare nell’abisso della notte, di cui non si riesce a scorgere il fondo, nell’horror vacui in Affacciato sull’abisso della notte, in cui ritornano ad affermare la loro presenza l’ombra inquietante e il niente; ma anche in Il dramma della clessidra, che è un imbuto raddoppiato, dove “scendono i granelli del tempo”, che altrove  “pigiando si affollano all’uscita” (l’exitus); e cadono le stelle. Anche la farfalla avvicinandosi alla fiamma cade nel “vuoto”( la farfalla, che appare anche nella variante della falena ha evidentemente un valore simbolico. In Montale è indizio rivelatore di un più profondo livello di significato). Cade la penna dentro il guado ( forse il verso ricalca un’annotazione virgiliana: cecidere manus, o il verso di Manzoni). È un po’ la paura dello iato, della terra che si apre sotto i piedi, del crollo del mondo, che ossessionava Lucrezio, e che il latinista Urraro non può non tener presente.

Nella lirica successiva compaiono tre negazioni, si può parlare di fenomenologia del negativo perché “alla fine della strada” (come recita il tiolo), “non c’è nessuno, nemmeno un gatto”; e si parla di “casa del nulla”,  in cui l’io lirico è calato dal suo “angelo dai piedi screpolati”, che non sa neppure indicare “la strada dove abitano i sogni” .

Una dichiarazione di poetica è contenuta nel ladro di stelle che ruba le stelle, per lasciarle ai lettori, a tutti, e dar  loro un po’ d luce , nel “mare della notte”, perché la poesia è per tutti e la parola ha un “magico potere”, crea mondi alternativi mediante un “pensiero virtuale più vero/di un pensiero reale” e con l’ausilio di un terzo occhio…. Molti sono i lemmi che partengono a un linguaggio filosofico: ad esempio“nientifica”: e alcune brughiere metropolitane richiamano alla mente il concetto di deiezione. La sua poetica è affidata eminentemente alla lirica Da dove arriva la poesia, che arriva dai drammi della storia e dalle spinte del cuore ed è conforto ai mali; quindi dalla natura ma anche dalla storia. Ma elementi della sua poetica è possibile desumerli qua e là all’interno di varie composizioni. Una poesia la sua che non si chiude nella turris eburnea, e nella prigionia del bello stile, ma si apre all’esterno. Del resto il poeta è quello che viaggia, promeneur solitaire, in “solitudine” (ça va sans dire) nelle notti, tra gli “spasmi dell’anima”, quindi tra il rovelli esistenziali, ma il suo cammino è “vertiginoso” (l’aggettivo si conquista la gloria di occupare da solo un intero verso). Con l’ambizione ungarettiana di scavare nelle profondità delle parole, che sono “enigmi” (ma meglio se non troppo “contorti”) da svelare; che devono avere una “stupenda melodia”; e devono avere una loro necessità , e quasi sacralità (non bisogna “mai nominare una parola invano”); nello stesso tempo è necessario legare il significato al significante evitando accostamenti arbitrari, per non scadere nel puro gioco dei significanti e delle analogie.

L’autore rivela nella Nota anche un altro aspetto: “Di notte mi abbandono alle elucubrazioni del pensiero[…]spesso vengo aggredito dal buio che mi spinge in vertiginose immaginazioni”; “il pensiero mi profonda nelle nere vertigini della notte”, dirà  in una poesia.. Di notte dunque emerge il lato oscuro.

Ma la notte è anche la parte del giorno preferita da chi dice io, che addirittura sogna di sfiorarla con le dita. La notte che le cose ci nasconde è il “grembo” protettivo e  materno per chi è incapace a vivere (pure “c’è la vita da vivere”) e ama le atmosfere crepuscolari rivelando una personalità poetica umbratile. E prova uno sgomento che “agghiaccia e fa paura”; perché il mondo fa paura.  Anche la luna trova requie “tra il silenzio delle ombre della notte”.

Appassionato cultore di filosofia il Nostro si rivela in molti componimenti: esistenzialistica è la concezione, che traspare in alcuni versi, per cui la vita è un segmento di luce tra le tenebre; per cui il poeta è parlato dal linguaggio, la frase “abitare il silenzio”, che costituisce il titolo  di una lirica, e l’espressione  “la casa dell’essere”, che  si trova nell’ultima lirica, quella che sta sulla soglia, iscrivono d’autorità l’autore tra i lettori di  Heidegger.

Il lessico comprende dialettalismi ma ci sono anche arcaismi, parole ricercate o desuete, latinismi accanto a parole della lingua di ogni giorno, che  creano un singolare impasto linguistico.

Si incontrano metafore cui vengono attribuiti significati letterali, spostandole sul piano della realtà, procedimento di tipo surrealista.

Un bell’esempio di Ring- komposition in Oscuramente come ombra leggera.

Non manca il gusto per l’antitesi: “un punto nero sulla pagina bianca”.

Echi montaliani si riscontrano nelle “sillabe contorte” e nel filo che si sgomitola”;

tessere dannunziane: infrange le mie parole nella sera, impaura (termine dannunziano); echi tassiani in un verso “Dorme la falena e sembra morta”, che sembra ribaltare il celebre “Passa la bella donna e par che dorma”. Ma si veda la composizione dedicata a G. Leopardi (l’autore è un leopardista; e nelle liriche appare l’infinito, il lontano e indefinito, “l’orizzonte lontano che confonde”, il desiderio che il piacere sia infinito; e da qualche parte nel libro fa il verso al grande Recanatese, quando alla luna non chiede neppure: “Che fai?”; e altrove discetta sulla “noia”.

Un libro importante, dunque, che consente una lettura a più livelli, perché il poeta è per tutti e perché “la poesia, come dice Urraro citando Leopardi nel risvolto, può aggiungere un filo alla trama brevissima della nostra vita”.