Francesco Biamonti: venti anni senza

di Francesco Improta (2021)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequen­tazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprat­tutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.

Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio.

La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di pro­teggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare:

O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profon­damente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal fra­stuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”.

Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comu­nicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di pre­carietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un no­madismo extra­comunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avi­damente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pen­siero, idea­lismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’u­manità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comu­nicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esi­stenzialità altrimenti si ridu­ce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, appa­rentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto:

 “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al  macero gridando: “lasciateci morire in pace”; In Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che  ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprat­tutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, con­sacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.