Luigi Fontanella per “Il lato oscuro delle cose”

di Luigi Fontanella

Recensione all’ultima raccolta di poesie “Il lato oscuro delle cose” di RAFFAELE URRARO (RP Libri, ed., 2019) apparsa su «Gradiva –International Journal of Italian Poetry – Rivista internazionale di poesia», n. 58, a. 2020, pp. 207-208.

Leggo con interesse due libri che mi sono portato dall’Italia, ai quali avevo appena accennato in chiusura della mia precedente puntata (n. 57, Spring 2020, p. 181).

I libri in quetsione sono rispettivamente: l’ultima raccolta di versi di Raffaele Urraro, Il lato oscuro delle cose (RP Libri, 2019),, e Una visita a Hölderlin di Daria Gigli (Moretti & Vitali, 2019). Si tratta di due poeti accomunati dallo studio e l’insegnamento delle lingue e letterature classiche: il primo nei riguradi del latino, la seconda nei riguardi del greco.

 È al grande poeta materialista ed epicureo del De rerum natura nonché a quello altrettanto materialista de La ginestra che Urraro, poeta e critico letterario, attinge quanto a ispirazione e a suggestioni riflessive: rimando ai suoi fortunati studi leopardiani Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, e Questa maledetta vita – Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, ambedue pubblicati dall’editore Olschki, rispettivamente nel 2008 e nel 2015.

Una cupa malinconia domina la recente poiesis di Urraro, fecondo autore di varie raccolte. In questo libro egli si impegna irriducibilmente a interrogare il profondo significato di ciò che ci circonda, a cominciare dal firmamento stellare che sta, nel suo mistero infinito, sopra di noi. Cosa gli/ci dicono queste presenze a cui intere generazioni di poeti fin dall’antichità si sono ispirate?

Sono versi questi del Nostro, distillati, senza punteggiatura – a parte il punto fermo e quello interrogativo; ci sono, è vero, ogni tanto anche i due punti a inizio di verso: un “vezzo”, a mio avviso, superfluo, utilizzato da alcuni poeti neoavanguardisti come Edoardo Sanguineti e Franco Capasso; dicevo, sono versi di desolante cupezza, sui quali incombono categorie iconiche della Morte, dello Spleen, del Tempo e della Solitudine. Su di esse si distende la parola del Nostro, il quale attraverso di essa interroga e si interroga strenuamente sulla natura delle cose, sulla loro essenza, sul loro semen, sulla loro funazione; insomma sul loro esserci («ma io non riesco a pensare / a cose che non abbiano un’essenza»).

E sarà appunto proprio grazie al «magico potere della parola» che in Urraro può scattare un auspicabile superamento della propria malinconia planetaria, sempre accompagnata da un sentimento di inganno, illusione, solitaria contemplazione e auto-auscultazione; ben consapevole, in definitiva, l’autore, che perfino loro (le parole) a un certo punto non saranno più sufficienti a testimoniare la nostra, terrena transitorietà:

Il piacere infinito

“perché davvero è l’infinità

la culla del piacere

anche se non riesco mai

a configurarmi

il vero colore dell’infinito

che si contorce nelle sue aporie

ma un giorno questa storia finirà

e dei nostri desideri

non resteranno neanche le parole”

Versi amari dettati dalla consapevolezza di un Tempo circolare, inconsapevole, «che cova nell’innocenza / il suo fluire silenzioso e calmo». Eppure sarà proprio da/in questo Silenzio che il poeta potrà far sgorgare le parole dei suoi versi, scaturite, sì, dal suo cuore, ma filtrate «dal suono riflessivo della mente».

 È libro estremo e in estremo, questo di Urraro; denso di interrogativi, compreso quello che infine lo sigilla:

“[…] quando con la valigia pronta

piena di certezze

partiamo diretti al solo

vero infinito che conosco

allora cade il velo dalla nostra mente

e il tutto ci disvela

: non abbiamo penetrato delle cose

  il seme più interno

  e inesplorabile

chi sa dire perché e come

all’improvviso

parte il destino incomprensibile di un seme?”.