Cesare Pavese: “La luna e i falò”, graphic novel di Marino Magliani e Marco D’Aponte (Ed. Tunué)

di Francesco Improta (2021)

Una scommessa. Credo che non possa essere definito in altro modo il progetto ambizioso di trarre una graphic novel da uno dei più bei romanzi della narrativa italiana del Novecento, La luna e i falò, vero e proprio testamento spirituale di Cesare Pavese scritto in un periodo di febbrile attività creativa, fra settembre e novembre del 1949. E va detto subito, a scanso di equivoci o fraintendimenti, che si tratta di una scommessa vinta alla grande; il risultato di questa cooperazione tra Marino Magliani e Marco D’Aponte è a dir poco strabiliante e non solo per la qualità del disegno e della scrittura ma per la struttura originale adottata dai due autori che, detto per inciso, non sono alla loro prima collaborazione. Infatti, nel 2016 si erano cimentati, con risultati altrettanto brillanti e sempre per la casa editrice Tunué, con Antonio Tabucchi, trasformando in fumetto Sostiene Pereira.

La luna e i falò è, senza dubbio alcuno, il capolavoro di Cesare Pavese e racchiude i temi fondamentali della sua narrativa, mi riferisco alle coppie opposizionali che carat­terizzano tutta la sua produzione: città/campagna; innocenza/peccato; uomo/donna; mito/realtà. A tutto ciò si aggiungano altri temi non meno significativi come il mare, la musica, la festa, l’America con tutto il suo portato ideologico e avventuroso e il paese:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

La narrativa pavesiana non obbedisce alla legge dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione, come si nota anche dai disegni di Marco D’Aponte che reitera pose ed espressioni dei personaggi o colori che acquistano sfumature e significati simbolici, si pensi al rosso che imbratta di sangue il verde dei prati o trasforma un quarto di luna in una falce insanguinata. Queste ripetizioni di tratti o di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. A Pavese non interessa rappresentare la realtà esterna e oggettiva ma i sensi molteplici e polivalenti di una realtà segreta. La Luna e i falò, in ultima analisi, va letto come una metafora della vicenda esistenziale dello scrittore che si rende conto in maniera inequivocabile del proprio fallimento al bivio tra l’impossibilità di partecipare alla Storia (si era infatti sempre limitato a guardarla dalla finestra) da un lato e il deludente ritorno alle origini dall’altro. Ritorno che in lui era dettato dalla necessità di portare a chiarezza i miti dell’infanzia per poter tessere una rete di relazioni umane, sociali e culturali. Non a caso aveva fatto suo il motto shakespeariano, Ripeness is all, ma una volta raggiunta la maturità che ne La luna e i falò è rappresentata da Nuto, si rese conto che tutto era maturità, che non c’era differenza tra la città e la campagna e che “crescere vuol dire andarsene, partire, veder morire e… morire”. Il 27 agosto del 1950, deluso anche dal suo ultimo amore Costance Dowling, l’americana, e ossessionato da quello che Davide Layolo definisce il vizio assurdo, cioè la volontà di autoannientamento che lo accompagnava fin dall’adolescenza, all’albergo Roma di Torino ingerì il contenuto di sedici bustine di barbiturici e si tolse la vita, dopo aver lasciato scritto sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Suicidio a dire il vero annunciato, infatti ne Il mestiere di vivere, aveva scritto: “Ci vuole umiltà non orgoglio. […] Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Questa frase figura all’interno della graphic novel e ci consente di evidenziare la struttura originalissima del libro di Magliani e D’Aponte; gli autori introducono all’interno del racconto la figura stessa di Cesare Pavese con il compito di dialogare con i suoi personaggi, di osservare e commentare le vicende in compagnia di Pinolo Scaglione, amico dell’autore, che nel romanzo veste i panni di Nuto, attribuendo in questo modo carattere metanarrativo al romanzo. Ed è proprio Cesare Pavese, al quale Marco D’Aponte riserva il bianco e nero, in viaggio verso le Langhe, ad aprire il racconto; la presenza nel suo scompartimento di un bambino che gli ricorda Cinto, uno dei personaggi del romanzo, solleva il sipario sul passato e dà inizio alla narrazione vera e propria che si svolge su piani diversi: passato e presente, realtà e finzione.

Il protagonista, Anguilla, un trovatello cresciuto nelle Langhe da una coppia di contadini, torna al suo paese natio, dopo aver fatto fortuna in America.

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Siamo all’indomani del II conflitto mondiale e l’ambiente, sconvolto dalle atrocità della guerra, è profondamente cambiato; dei suoi vecchi amici non c’è più nessuno con la sola eccezione di Nuto che suonava il clarino nelle feste a palchetto e ora fa il falegname, la cascina alla Gaminella dove aveva vissuto con i genitori adottivi ora è abitata da Valino, un povero diavolo che affoga nella miseria più nera. Con lui la cognata, la suocera e Cinto, un ragazzo storpio che finisce con l’affezionarsi ad Anguilla che rivede in lui il sé stesso di un tempo e cerca di proteggerlo. Nel frattempo, Nuto lo accompagna in questa rivisitazione del passato, vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del tempo perduto, e si fa storico delle vicende occorse durante la sua lunga assenza; Anguilla dal canto suo racconta le esperienze fatte in America, in quel paese sconfinato e democratico, che agli occhi di chi usciva dal regime fascista appariva come una terra di libertà e un’occasione di crescita e di benessere. Il regime era stato sconfitto anche grazie all’azione coraggiosa dei partigiani ma a ben guardare le cose non erano cambiate: il parroco lanciava anatemi e scomuniche contro i comunisti, i fascisti avevano rialzato la testa, i signori diventavano sempre più ricchi e i contadini sempre più poveri. Non a caso Valino in un impeto di follia brucia la cascina, dopo aver chiamato a sé la cognata, la suocera e persino le bestie; si era salvato soltanto Cinto che impotente aveva assistito all’incendio, dietro un cespuglio. Anguilla decide di andarsene, perché capisce che il passato non può tornare e affida Cinto a Nuto perché gli insegni il mestiere di falegname. Prima di partire, Nuto gli confessa che Santina la più giovane e la più bella delle figlie della Mora, oggetto del desiderio di tutti i giovani del paese, è stata uccisa e bruciata dai partigiani in quanto delatrice e spia dei fascisti. Ai falò che un tempo servivano ai contadini per risvegliare la terra si sono sostituiti altri falò, l’incendio della cascina di Valino che rappresenta l’infanzia irrimediabilmente perduta e il falò di Santina. La terra, come in Paesi tuoi, ha voluto il suo tributo di sangue. La Graphic novel si chiude con un disegno fedele al titolo: sulle colline delle Langhe splende una luna ovattata, simbolo della natura come vicenda di eterni ritorni e in basso su una vegetazione verde scuro come il fondo di una bottiglia si accendono qua e là dei falò come rito fecondatore in una lenta e pacata liturgia di identificazione con la natura. L’irruzione però della sofferenza, della miseria e della guerra rende impossibile il colloquio tra l’uomo e la natura; e poco importa che il conflitto armato sia finito, perché come abbiamo detto, la guerra continua negli odi politici, nell’oppressione feroce dei poveri, nella sconfitta di sempre. Ad Anguilla non resta altro che andare via e a Pavese il ruolo di silenzioso testimone e quando si rende conto dell’inutilità di questa sua posizione decide di uscire definitivamente di scena.

Libro imperdibile soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quel drammatico periodo e non hanno molta familiarità con le letture tradizionali, immersi come sono nella civiltà delle immagini.