Note di Lettura per “Proprietà dell’Attesa” (RPlibri, 2020)

di Irene Sabetta

Nella silloge Proprietà dell’attesa, Giuseppe Vetromile raccoglie le sue poesie dedicate all’esplorazione delle varie possibili significazioni che il tempo, inteso come tempo vuoto, sospeso, rarefatto e pendente può assumere nel sentire di chi aspetta.

Come l’autore stesso dichiara nella nota introduttiva, “questa raccolta di poesie è tutta fondata sul tempo dell’attesa e sulle conseguenze più o meno dirette che può generare in noi”.

Fin dal titolo, è evidente come l’esplorazione del tema tocchi non solo gli aspetti psichici e percettivi individuali, le sensazioni che l’attesa produce nel nostro umore, ma si estenda ad una considerazione più generale e filosofica dell’attesa in quanto condizione esistenziale che abbraccia l’intero arco del nostro vissuto. Il termine proprietà, in esso contenuto, può essere inteso come sostantivo plurale, e quindi riferirsi alle varie modalità in cui l’attesa si manifesta, oppure, in modo meno lampante, ma altrettanto indicativo, può essere inteso come sostantivo singolare con significato di possesso, appartenenza. Ecco, noi apparteniamo all’attesa e, viceversa, l’attesa è il solo tempo di cui disponiamo.  Il tempo che ci è stato concesso è una parentesi tra la nascita e la fine; per dirla con Amleto, viviamo un intervallo (“The interim is mine”, trad. “L’intervallo è mio”, Hamlet, atto V, scena ii). In questo senso, l’attesa è la condizione prevalente e persistente del nostro esistere: senza sosta aspettiamo di fare qualcosa o che qualcosa avvenga, di incontrare qualcuno o che qualcuno venga a trovarci, a parlarci, a svegliarci, a consegnarci “il messaggio dell’imperatore”.

L’autore ha suddiviso le sue poesie dell’attesa in cinque sezioni, con l’obiettivo di fare dei distinguo tra una proprietà e l’altra dell’attendere. In effetti, le sfumature che il tempo sospeso può acquisire sono numerose e questo libro ne fa un’attenta ricognizione e un’analisi minuziosa e toccante.

I pensieri che affiorano durante il tempo dell’attesa, le emozioni e gli stati d’animo con cui riempiamo lo spazio vuoto d’azione, in cui la narrazione della nostra vita sembra avere un arresto, costituiscono per Giuseppe Vetromile un’opportunità di crescita e di sviluppo emotivo. Non un tempo perso, ma un’occasione da cogliere, un territorio misterioso da scandagliare.

Nella prima parte, Prologhi, il poeta elabora il concetto di attesa come preludio (… e il sogno finalmente prenderà forma). Il tono è pacato e affiorano a tratti sembianze femminili (che l’attesa sia donna?). Qui il tempo è “il tempo che manca” e rimanda all’idea di gestazione che, in alcuni testi, coincide con la germinazione della poesia stessa. Il processo generativo della poesia è un privilegio su cui incombe una minaccia: l’attesa è un turno che non ti spetta.

La seconda sezione è dedicata alle Aspettative, alla speranza che riponiamo nel tempo futuro, quando ci aspettiamo ricompense, riconoscimenti o, forse, risarcimenti. Qui, l’attesa è vissuta come una casa in cui vivere un quotidiano opaco ma intenso, profondo. Ci sono fantasmi e creature soprannaturali (v. Sono di nuovo qui fra il punto e la curva che porta all’abbandono) che gettano sulla casa ombre sinistre che inducono timori: sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto. È utile sperare?

Nel terzo movimento, Indeterminazioni, siamo nel cuore pulsante e fragile della raccolta, sia perché questa sezione si colloca al centro del libro, sia perché l’attesa si configura come dubbio, come intervallo tra due attimi; è uno spazio sfocato fra il punto di non ritorno e la tangente all’abbrivio. L’indeterminatezza prevale sulle certezze e l’indecisione su quale strada prendere delinea un’attesa che assomiglia ad uno stallo: … ho frazionato il tempo in piccoli e inutili passi/e in questa città che ora mi crolla addosso/frana anche la legge che non permette più/l’andare a capo/… Così/ho frantumato l’attesa e il fine/inutilmente ho ridotto le mie ossa/a un corpo che girovaga/accanto a un mito arcano e inopportuno.

Le poesie della parte centrale, esprimono una percezione malinconica del sé, l’amarezza di una rinuncia quasi definitiva all’attesa stessa (Noi siamo i fautori del tempo che non c’è).

La quarta sezione si spinge oltre l’attesa e le attese. In Traguardi, i versi sono pieni di cielo, di luce e l’aria è l’elemento predominante. La rinuncia all’attesa riserva un dono: Ora è tutto qui il mio stare/e la mia poesia. Al termine sfumato del tempo, l’immaginazione spazia libera come un soffio di vento e il poeta, perse tutte le illusioni, senza più speranze né aspettative, ha distillato le ore e i giorni in un’accettazione tranquilla dell’infinito presente: I poeti non hanno più l’orologio al polso.

Il titolo che l’autore ha scelto per la sezione conclusiva della silloge, Assecondamenti/Assuefazioni segnala un atteggiamento aperto ad una duplice possibilità. Assecondare l’attesa non è rassegnazione, non significa consegnarsi alla noia e rinunciare alla meta o alla ricompensa ma è vivere tutto il tempo, anche quello sospeso, come tempo vitale (il “secondamento” è anche l’ultima fase del parto…”). L’alternativa (o il pericolo latente dell’assecondamento) è assuefarsi all’attesa, provarne addirittura piacere e dipendenza: a un certo punto la nostra anima/propagata oltre la pelle e il respiro/ed è lei che ci porta dentro/nel viaggio verso il capolinea/come se fosse un morbido/comodo scompartimento di treno. E al termine del viaggio, quando si smette di aspettare perché tutto è già accaduto, si torna al principio, nel grembo della madre che chiude ogni cerchio. In un cassetto della scrivania, l’unica traccia tangibile e luminosa del nostro lungo attendere…

P.S.

Queste note non sono né un’analisi stilistica né un commento critico ma, semplicemente, riflessioni personali che corrono parallele alla lettura dei testi contenuti nella raccolta, ricca di suggestioni, Proprietà dell’attesa di Giuseppe Vetromile.