Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino?

di Diego Riccobene (2020)

Il Fallout degli dèi: davvero annaspiamo nel post-atomico rimasuglio del Divino? Mark Bedin sembra ricordarcelo con desueta lucidità, e lo dice usando l’arma post-atomica per eccellenza, la poesia.

Non sto certo parlando di quel fondo di bicchiere che è il verso contemporaneo, né della piana quiete lessicale spesso praticata, mi vien da credere, per eutanasia. Il fallout degli dèi è un’opera che si nutre di nessi serpentini, dal lezzo arcaico, dotata di una sintassi a tratti avvinghiante, un boa constrictor che percorre nella sua sinuosa linea squamata il sentiero petroso che da Tantalo arriva a Majakovskij, da Medusa a Valravn.

Bedin, su questo concordo con quanto scritto nell’ambito di precedenti note di lettura sul libro in oggetto, è un poeta, di quelli veri. Scava, scava nella lingua sua sorgiva, gratta con le unghie, la martoria, la scuote come un sonaglio, dimostra di saperla venerare come se fosse non tanto una reliquia, quanto uno di quei feticci-divinità che, nell’attimo della caduta, secernono il loro pulviscolo molecolare intriso di veleno.

Gli arcaismi cui Bedin attinge a piene mani testimoniano un insperato e ritualistico Trobar Clus contemporaneo, quasi che Guittone avesse trangugiato calici colmi all’orlo di Benn e Blok: un sogno, se mi chiedete. Un incubo, viceversa, per chi sostiene che la poesia debba essere un togliere, uno scremare continuo. Le abili giustapposizioni messe in essere dall’autore centrifugano il vezzo Duecentesco con un alieno – ma, beninteso, lucido – sguardo sul mito post-moderno del disfacimento, cosicché ci si trova al cospetto di componimenti che sanno citare, in brevi spazi, Apollo, Buonarroti, Chernobyl, non disdegnando incursioni taglienti sul madornale equivoco della contingenza (“io non ignaro/che nell’uomo qualcosa spasima/è l’intenerire con occhio di ronda/il mio mendicare alla vita!”; qui il nostro mi ricorda la sapienza ieratica che anima il Franzin dei Canti dell’offesa).

Il verso lungo di Bedin è indigesto per chi si balocca coi blesi fantasmi del quotidiano; non è nemmeno un verso rosselliano, il suo: è quasi, oserei, esametrico nel suo erompere in improvvise sferzate dattiliche o in ottonari giustapposti a doppi emistichi che segnano misure dal tredecasillabo (molto praticato in questa sede) a salire. Interessantissimi i contrappunti strutturali, laddove versi regolari come settenari ed endecasillabi si susseguono ad altri mascherati con sillabe tracimanti sfalsandone gli accenti principali (“Io, noi, che di tribolazioni siam figli” con doppia sineresi diventa un endecasillabo di seconda e ottava ipermetro, che è refrain abilmente variato), o ancora dove, su intelaiature chiaramente improntate al verso eccedente, germogliano sottesi inserimenti ritmici più brevi, come il novenario dattilico (“appicca l’estatico scritto” con sibilante in prominenza). Lodevole altresì l’uso dei suoni: il gusto dell’autore crea allitteranti evocazioni, spesso gutturali o aspre (“se non procrastinare la morte, questo soltanto c’è dato di fare”; “l’ocra polvere lapidea che s’appressa”; potrei citare qui decine e decine di nessi esemplificativi), ma sa talora toccare i tasti dell’armonia piana, si vedano gli squisiti senari in “Residui regnanti/fertili per fato”, dove suoni tematici scandiscono con grazia le iniziali di parola.

Incedere esametrico, dicevo: si apparecchia la dipartita dell’integrità aurea degli dèi, quali che siano, e non può non essere un verso eroico a officiare l’eccidio.

La poesia di Bedin è, invero, soffocante nelle sue trame, s’annoda e sfugge a concetti divisionali o simmetrie strofiche, preferendo dipanarsi a spire vorticose, lussureggianti; non v’è afflato Tiresiano che possa districarla: questo tratto non lo definisco acerbo, poiché nel più dei casi funziona, ma in occasione di prove future l’autore saprà dosarne con accortezza le verticalità – ne ho prove certe – e d’altronde l’ultima sezione del libro “Variazioni in versi” pare beneficiare di maggiore equilibrio.

Altrove, come nel riuscito “Poema per un sentore che s’ebbe a Patmos” ci si ammanta di didascalismo puntiglioso, finanche geografico: Bedin è uno che i nomi li cita, li fa.  Se c’è da celebrare la poesia, chiama per Nome Proprio i Colpevoli, mette le maiuscole dove vanno messe: non si nasconde nell’anfratto della dimissionaria estetica minimalista.

Perdio, sia lode a lui. Dateci questo massimalismo, oggi dobbiamo celebrare il nucleare lascito delle nostre marcite divinità. “Vi è qualcosa di più puro di un Dio che ti molesta?”