Lunga vita ai poeti, quelli veri come Mark Bedin, s’intende…

di James Marchiori (2020)

Difficile sempre parlare di poesia nella poesia, o meglio di quanto si legge in poesia che sensorialmente vaso dilata la vascolarizzazione del sistema nervoso centrale e che per definizione oltre un certo livello non dispone di anastomosi efficienti esattamente come il muscolo cardiaco. Ecco che pertanto la piatta descrizione scientifica affina riunendo per una volta cuore e cervello per effetto di una mera similitudine di tipo fisico. Per tendenza tengo ben separati cuore e cervello. Il primo un giocattolo il secondo un mistero. Fosse questo il mistero che tutti chiamano “Dio”? È dunque questo l’effetto del prodigio della misericordia, quel Dio che cercate sta forse chiuso nella vostra scatola cranica?

Se solo per un istante così fosse devo dire che Mark se n’è occupato egregiamente in battito e in sicronia. Se n’è occupato in maniera velata ma anche esplicita, ha descritto quella ricerca evolvendo a paradossi di esistenza e mimandone l’inesistenza, qui si parla di Dio e di psiche e non si tutela nessuno. Carmelo Bene diceva e cito: “Vivo in un paese dove tutti credono in Dio ma nessuno se ne interessa”. Mark se n’è interessato in una moltitudine di aspetti e di culti che esplicita, dimostra il cardine di determinate effimere circostanze legate ai culti e lo fa facendosi beffa della realizzazione triste di un credo sterile. Introduce con sapienza visionaria ciò che dovrebbe essere materia d’interesse del gregge che appiattito s’affranca di un culto, introduce come un cerbero lucide istanze di onanismo ed ampliamento della mente attraverso materia che conduce alla veggenza. Strutture ideologiche ferme in un individualismo soggettuale che diventa una diga stagna contro il fetente riverbero del paradosso pluralista e osmotico in cui viviamo. Un mondo che non accetta ciò che non vuol sentire.

Ecco che il poeta si fa a sua volta sordo difronte alla mascherata stupidaggine, si rende ineffabile, diventa colto davanti alla fraudolenza dei culti e del voler sentirsi dire a piacimento, sceglie di verseggiare in un modo che a mio avviso non può essere paragonato altrimenti. Lo Stilnovismo. Il pregiato linguaggio aulico che sceglie di proferire concentriche profezie staccandosi dal volgare municipale. Colloca sapientemente metafore e simbolismi che ne definiscono l’appartenenza lontana dal guittoniano. Dunque leggo ampi riverberi di Guinizzelli ma anche di Cavalcanti, che mi si conceda, io adoro. Leggo anche un Campana e la condanna alla poetica di Soffici, che seppur di moltissimo posteriore al Dolce Stil Novo, era un esteta della composizione in versi e un purista, ecco il perché della battaglia con Soffici il “futurista”. Leggo con onore oltreché piacere questa forma aulica d’espressione poetica, che determina l’esistenza di poeti veri, ancora e nonostante tutto.

Proprio in questo aulico destarsi Mark ci sorprende ancora da un punto di vista prosodico, che ingolosisce la virtù di quest’opera. Ovvero aggiunge a questa delizia per palati sopraffini dei tratti soprasegmentali che creano accento e diventano essi stessi unità prosodiche. Lo fa in maniera talmente esplicita da scardinare il suo stesso contiguo verseggiare. Lo fa per mandare un messaggio diretto. Cito: Pisciate sul benessere fallace Esempio quasi Bukowskiano in mezzo all’aulica tenacia esemplare. Concludendo direi che le cose chiamate “difficili” sono in realtà profonde. Mentre le cose “facili” sono in realtà leggere e commerciali. Mark è un autore vero puro e dotato d’immenso talento, è assolutamente inusuale per un’epoca vuota come quella che stiamo attraversando, ma la sua dote intellettuale sta anche in una immensa versatilità che va oltre il verso e fa rinascere una speranza su un tema di pregio quale la poesia. Pertanto stiamo lontani dal commerciale che è un concetto cardine del consumismo, che non può appartenere alla nobile anima di un poeta.