Ilaria Palomba: “Città metafisiche” (Edizioni Ensemble, 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Dinanzi a questa silloge, pubblicata da Ensemble (12€), sono rimasto folgorato ed esterrefatto. Folgorato dalla bellezza di questi versi, dalla luce abbacinante che emana da essi ed esterrefatto dinanzi alla loro perfezione. Tralasciando alcune prove giovanili (I buchi neri divorano le stelle) questa è la terza raccolta di poesie di Ilaria Palomba dopo Mancanza e Deserto e ne costituisce il suggello e al tempo stesso, come dice Gabriele Galloni nella bella e succinta prefazione, l’apertura verso nuovi orizzonti. La Palomba ha raggiunto un livello di concentrazione e di condensazione lirica diffi­cilmente immaginabile.  Ciò che di composito e di farraginoso l’urgenza del dire portava con sé viene qui completamente accantonato o si scioglie magicamente in un dettato lirico di straordinaria efficacia e resa artistica. Questa silloge nasce da un processo di prosciu­gamento e di politezza. Eliminato, come ho già detto, tutto il superfluo, prevalgono la brevitas alessandrina e al contempo la condensazione ungarettiana. Splendida sintesi di antico, nel senso di classico, e di moderno, che non può e non deve meravigliarci, vista la padronanza con cui maneggia coppie oppo­sizionali e a livello concettuale e a livello figurativo.

I temi di fondo sono quelli dettati dalla drammatica realtà di questi ultimi mesi, mi riferisco alla pandemia da Covid e al lockdown imposto dalle autorità ma, anche quelli che fanno parte del suo vissuto e che si sono raggrumati nella memoria e nel sangue: l’infanzia e la maturità; il rapporto conflittuale con i genitori e con la figura paterna in particolare (Padre, tu sei la colpa // e il perdono smarrito, // inquietudine oscena…), il buio che spaventa e attrae allo stesso tempo; la luce in grado di trasformare il sorriso in pianto, di scorporare lo spazio e, priva di vibrazioni atmosferiche, di solidificare i colori (Si aprono fiori nella luce // una luce senza fondo // rovina sulle nostre ombre, // una luce oscena // devia il gioco del mondo // in una sfilata di addii.); il nero funereo e luttuoso e il bianco sullo sfondo come promessa o solo speranza d’innocenza; la città come un inferno nel quale ci si compiace di vivere calati (Cfr. Pasolini e Calvino) e la provincia come giardino edenico con i suoi giochi, i suoi profumi e le sue strambe figure parentali (Margherita di Savoia, zia I. vestiva di nero, // mandava giù Whisky e veleno. Aveva una luce sinistra // in quegli occhi così chiari.); il mare come una tomba d’acqua a cui affidiamo le memorie da custodire (Che il mare sia solo il mare // chi potrebbe accertarlo // io dico che il mare è //un insieme di ricordi // rimasti lì per tutti questi anni) e il cielo come possibilità di attingere l’infinito; la vocazione per la scrittura e la paura di fallire e di vedere calpestati o ridotti in cenere i propri sogni:

Soltanto il lucore // dei tramonti sul Gianicolo, // una veglia terrificante. // Roma mi ha uccisa, //, lo ha fatto lentamente //promettendomi tesori, // aperto il baule // ho trovato serpenti, // antichi veleni // e gallerie di strappi.

La silloge comprende quarantacinque componimenti incorniciati, oltre che da un esergo tratto da Friedrich Hölderlin in cui si prende congedo dall’adolescenza e dai sogni che ci fanno compagnia in quella stagione della vita, da una dedica e da una poesia di commiato entrambe rivolte a Giordano Tedoldi e a Gabriele Galloni; va osservato, però, che del primo si rimarca, nella poesia di commiato, l’amore per la musica classica, nel caso specifico Bach o chi per lui (esistono ancora dubbi sulla paternità de La passione secondo Luca) mentre il secondo ci appare sotto le fragili spoglie di Icaro, al cui tragico volo si era già accennato nella dedica.

Il titolo della silloge poetica, Città metafisiche, si ricollega da un lato all’aspetto surreale che le città deserte mostravano di sé al tempo del lockdown generalizzato ma è riconducibile dall’altro alla pittura metafisica (penso alle piazze vuote di Giorgio de Chirico) e alla filosofia che la sottende, quella di Martin Heidegger, secondo il quale l’arte ha il potere di squarciare il velo di Maja e di mostrarci la verità, ma nel momento stesso in cui la svela la nasconde di nuovo, in quanto le tenebre in cui il mondo è immerso non saranno mai del tutto dissipate:

Le strade vuote sono così belle // da apparire devastanti, adesso mi manca // persino la gazzarra. Resisterò // guardando il vecchio ponte, // è eterno il Tevere con le foglie e i cigni, // non sono che ricordi. // Nella crudele bellezza del silenzio // il desiderio di una primavera.

Non si possono dimenticare tra i motivi di questi componimenti la solitudine e l’amore. Amori dimenticati, anonimi senza volto che affiorano tra le nebbie del passato oppure consumati brevemente in pineta, dietro un tronco d’albero a ribadire probabilmente un’incapacità di amare. Potente al contrario è il fascino esercitato dalla solitudine, il richiamo dell’abisso da cui ci si sente risucchiati e altrettanto forte è la paura di vivere:

…Mi viene da ridere // pensando al futuro, c’è tutto un // gioco di sfide che non voglio // affrontare. Lasciami cadere, // lasciami, lasciami, non parlare, // non entrare, non dirmi cose inutili // non ha più senso scrivere //…

Sembrerebbe un congedo dal mondo e dalla scrittura e sotto questo aspetto mi tornano alla mente le parole di chiusura de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario a cui lo scrittore piemontese ha affidato tutte le sue pene e i suoi dubbi di uomo ed artista: “Non scriverò più”. Per sua e nostra fortuna Ilaria Palomba continuerà a scrivere perché per lei la scrittura non è solo una professione, ma la passione di tutta la vita, anche se, e non potrebbe essere diversamente, persisteranno in lei momenti di buio e solitudine ed è proprio scrivendo della solitudine che la Palomba ha raggiunto, a mio avviso, uno degli esiti più alti di questa silloge:

Hai ragione, deridi // questa mia nuda vita // incapace a fermarsi // che s’interrompe prima // di aver bevuto il sole. // Tutto ciò che ho da dirti, // solitudine amata, // è questo cuore vivo // che, a volte, sordo, muore.

Raffinata e icastica l’elezione lessicale, originale la punteggiatura, che graffia i versi o li scolpisce a seconda dei casi, mentre il ritmo come moto ondoso lambisce le parole o le trascina con sé come foglie spazzate dal vento.