Strade senza ritorno

di Rita Pacilio

Reinventare l’esistenza dopo una disgrazia, una malattia, una pandemia. Tornare alla normalità aggrappandosi alla vita: sembrerebbe la soluzione più ovvia, scontata. Invece, non è così per tutti.  Per alcuni, la capacità stupenda di ri-cominciare diventa un obiettivo irraggiungibile e così ci si nasconde dietro una nullafacenza di comodo, sia mentale che psicologica. Mi va bene così può celare un pensiero accidioso tale da far immaginare una rassegnazione, un’accettazione. No, peggio. Potrebbe trattarsi di una scelta durissima, distruttiva, rovinosa.

Va bene così, cioè aggirarsi tra le rovine emotive e sociali come un morto tra i morti, potrebbe voler dire che la contentezza intima sia inaridita, sfigurata. Significa che l’entusiasmo per i progetti si affievolisce; che non si avverte più il bisogno di cercare e/o ri-trovare il piacere di esserci in maniera lucida e consapevole. Senza motivazione, è vero, si rischia di camminare all’indietro e di arrotolarsi su se stessi fino ad arrivare all’ultimo passo che fa precipitare ogni pensiero razionale nella devastante vicenda del vuoto. Vuoto inteso come scollamento dal reale, dal desiderio e, quindi, dalla realtà. Vuoto che vuol dire anche passività, perdita della sensibilità: sensibilità che sembra non appartenerci più, che non serve più, in cui non ci si riconosce abbastanza. Le energie positive e costruttive potrebbero cedere il posto all’indifferenza.

La scelta di smettere di sognare diventerebbe privazione del quotidiano riconoscimento dell’identità: lasciarsi andare poco per volta e i segnali – ci sono sempre segnali che preparano la fine – potrebbero non essere giudicati o presi in considerazione perché, a volte, troppo ostentati. A questo punto cosa accade dentro di noi? Dopo aver preso la decisione di spegnere definitivamente la lanterna valoriale della coscienza, il danno non potrebbe essere più riparato e potrebbe alimentarsi una nuova tipologia di aspirazione, quella autodistruttiva. Infatti, le droghe, l’alcool, i farmaci diventano sempre più frequentemente, i riferimenti mitizzati con cui è possibile raggiungere velocemente il buio più profondo, quello in cui si riesce a domare anche la genialità dell’estro, la fantasia, l’idea della felicità.

Chiudere gli occhi alla comunicabilità con la gioia e con la speranza porterebbe a esaltare l’altra faccia della medaglia, cioè il male estremo fino al dolore macabro: ambire a un profilo deforme non solo per cercare di sparire per sempre, ma, addirittura, per suscitare curiosità, sentirsi finalmente interessanti, soggetti da studiare e ricordare? Imitare i dannati e la loro dannazione potrebbe essere un obiettivo preciso e premeditato? Certamente una discesa agli inferi, una strada senza ritorno: la sfida con il risparmio esistenziale con lo scommettere la propria presenza nella vita. Si potrebbe approfondire e trovare una giustificazione con Dante, Nietzsche, Kafka, Jung, Barthes, ma non ci sono vie di uscita o di scampo quando si chiude il discorso con il mondo e l’esistenza.