La Sagoma di Daniela Carmosino

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di Daniela Carmosino (illustrazioni a cura dell’Autrice)

La favola, quella che si distingue per le carinerie stereotipate e l’happy end del genere, stavolta non può che essere a contraggenio e quindi materiarsi e tingersi di crudeltà; e infatti Celeste, seguita in alcuni momenti apicali dei primi suoi anni di vita, si muove in una famiglia di mostri – beninteso i mostri piccoli piccoli e inconsapevoli di una quotidianità comune e diffusa: sagome di mostri. […] Nondimeno Daniela Carmosino conosce bene e spende al meglio il talento della leggerezza; e se la sua scrittura, come struccata, reca le evidenze cosali e ponderali di fatti, pure si praticano abili manovre di alleggerimento che conferiscono lucentezza e fascino alla struttura del linguaggio. 

dall’Introduzione di Marcello Carlino

Va evidenziato come la sagoma di Celeste si stagli come un’ombra su tutta la sua vita, sagoma come sinonimo di ‘divertente e carina’ quando compiace, ma sagoma anche come tela bianca sulla quale proiettare desideri, frustrazioni, sottili vendette e incomprensioni da parte della famiglia, indifferenziata materia viva, pronta a essere plasmata, manipolata e definitivamente ingannata da chiunque.

dalla Postfazione di Enrico Iraso

Tu la parola sagoma non la conosci, / ma quel giorno la impari: / una sagoma tutti la guardano, / tutti l’ascoltano, anche la mamma, / sorride con gli occhi azzurrissimi / persino la nonna. / Una sagoma fa felici tutti.

Daniela Carmosino è nata e vive a Roma. Insegna Critica letteraria e Letterature comparate presso l’Università della Campania “L. Vanvitelli”. Autrice di saggi critici e di racconti, studia da anni gli effetti del linguaggio sullo sviluppo della personalità e sul comportamento.


Prezzo copertina: euro 12.00 11,40

Pagine: 96

Codice ISBN: 9788885781382


Recensione sul blog “Libri Social Pub” dedicata a La Sagoma

Recensione di Livio Romano per “La sagoma”

La Sagoma, di Daniela Carmosino, è una “favola crudele”, come recita il titolo, scritta in forma di poesia narrativa che confina con la filastrocca e con l’apologo breve. Se vi piacciono le atmosfere fredde à la Larkin (contrappuntate da disegni che sembrano usciti dalla matita di David Shrigley), o le narrazioni in versi di Rodari, colorate e intense e commoventi eppur prive d’ogni retorica, e senza dire della congerie di buone cose di pessimo gusto guidogozzaniane, be’: tuffatevi in questo racconto di formazione scritto per episodi dotati di cliffhanger come le puntate di una serie tv che instillano la brama di capire come s’evolve la storia.

Vorrei dire che Celeste, la protagonista bambina, è immersa in un mondo di donne che cerca di decifrare, ma quello in cui trovo sia intenta davvero è la decodifica del mondo tout court, dotata di uno sguardo incantato e accattivante, sorpreso e già sagace e provvisto di amara ironia. L’universo che via via scopre Celeste è popolato di gente che sbevazza e diventa grassa, di zie salvifiche e zie cui chieder scusa, ragazzine di città viziate e litigiose e l’odore dell’astuccio in ottobre, quando riprende la scuola -e sì che noialtri ritornavamo in classe l’1 ottobre. Per contorno, tazzine limoges, ragazzi con la barba di Gambadilegno, cucchiaiate del confortevole e blando ansiolitico Glicerovalerovit, cappottini rossi, “Laltracasa” -anch’essa popolata di donne e da cui la ragazzina va via in un viaggio d’addio manzoniano- sempre più lontana, negletta e dimenticata perfino da Babbo Natale. Una sagoma, la personalità della protagonista, nel cui perimetro vien facile reperire inquietudini e sorprese e strategie di difesa sempre più sofisticate che appartengono al trascorso di tutti noi lettori.

Recensione a cura di Francesco Riccio per “Siena News”, sezione Fiction & Libri

Commento a cura di Matilde Civitillo

All’una e sette minuti, quando ho finito di leggere, ero ricolma di emozioni molto forti.

Ero piena di immagini incredibilmente potenti, come quella della pagina-capolavoro in cui, al suono del jingle delle Fiabe sonore (quante volte l’ho sentito da piccola!) zia Elsa smantella l’armadio e la vita di Celeste, che immagino gridare ancora più disperata per far sentire la sua supplica al di sopra di quella musica, così tragicamente dissonante con quel momento violentissimo.

E poi le scarpette di Celeste, quelle coi buchi, quelle di vernice lucida e rigida, quelle sportive, che così è più libera; e il modo in cui le fa dondolare, quasi per entrare (e questa è la mia immaginazione che interviene) in una sorta di trance: è come se quel dondolio creasse un cerchio magico all’interno del quale sparire, sentendosi protetta dal fatto che nessuno la può vedere e quindi chiederle niente.

E poi quelle mani sulle orecchie, quella macchia di non detto e di non chiesto che diventa viscosa, sulla sagoma di Celeste, come sulla copertina del libro e ne fa un personaggio potente, indimenticabile, che suscita un’empatia immediata e irresistibile.

Che non potrò mai più dimenticare.

Recensione a cura di Paolo Petroni per ANSA Libri

Recensione a cura di Maria Lucia Riccioli per “La Civetta di Minerva”