A proposito di quarantena e fase due …

di Rita Pacilio, 24 Aprile 2020

Tra qualche giorno entreremo nella fase due dell’emergenza coronavirus. Sono molto contenta per le aziende che riapriranno, per i commercianti che, su appuntamento e rispettando le misure precauzionali, torneranno ad alzare le saracinesche. Mi fa piacere per coloro che hanno sofferto in maniera esponenziale la clausura forzata: adesso potranno avere più ore per vivere all’aria aperta.

Molte donne che, in questi mesi assurdi hanno subito maggiori maltrattamenti e violenze domestiche (sicuramente anche uomini, soprattutto penso ai bambini in famiglie disagiate e problematiche) potranno trovare valvole di sfogo e raggiungere l’aria aperta, incontrare le amiche o recarsi nei centri di aiuto, quantomeno per raccontarsi, per sentirsi accolte e comprese.

Piano, piano si tornerà a una normalità che sicuramente darà vita, seppur lentamente, alla ripresa economica e sociale. Sarà come un dopoguerra, sarà come il terremoto, come dopo l’alluvione. E l’umanità è abituata a rialzarsi, questo ci conforta, ne è sempre stata capace con dignità e coraggio. Soprattutto, sono felice per i miei figli e per tutti i giovani che riprenderanno i sogni tra le mani e progetteranno nuovi percorsi, nuove idee di libertà. Certo, finché non ci sarà una cura o un vaccino contro il virus, temo per loro, per ciascuno di noi. Ma, in realtà, ciò che mi mette sottosopra adesso è un altro pensiero che dentro di me diventa sempre più lucido e inappuntabile: sono preoccupata per me e per quelli come me che per molto tempo ancora avranno nel cuore un buco nero dove è rannicchiata la paura. La paura di non sentirsi al sicuro tra la gente. La paura di non saper camminare (mi sembra di tornare al periodo in cui, uscita dal coma, ho dovuto fare molta riabilitazione prima di saper camminare). Ecco, ho paura di non riuscire a fare tutte quelle semplici cose che prima davo per scontato: scendere le scale di corsa, entrare nei negozi con il sorriso. La paura di avere meno tempo per leggere, per scrivere, perché no, anche meno tempo per i social in cui ho trovato tanto conforto e condivisione. Paura fortissima di non innamorarmi più e di perdere qualcosa di prezioso che non riesco a definire, come per esempio la capacità di volare che, per assurdo, ho imparato stando chiusa in quattro mura.

Non basteranno mascherine e guanti per sentirmi al sicuro (pensate che ho ordinato mascherine colorate e abbinabili ai colori estivi per accettarle come accessorio necessario). E, in fondo in fondo, non so se vorrò più andare fuori.


Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola.