Nicoletta Bortolotti: “Chiamami sottovoce” (Harper Collins Ed.)

di Francesco Improta (2020)

Chiamami sottovoce di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins euro 18), pur facendo parte della narrativa senza aggettivi, rimane di fatto un romanzo per ragazzi.

I protagonisti sono infatti Nicol di otto anni, probabilmente di ispirazione autobiografica come lascerebbe intendere il nome, e Michele di nove anni, figlio di un operaio stagionale che lavora alla costruzione della galleria del San Gottardo. Siamo ad Airolo nel 1976. Per le norme restrittive sull’assunzione degli stagionali, vigenti in Svizzera negli anni Settanta, Michele vive in una condizione di clandestinità, rinchiuso nella soffitta della casa in cui sono a pensione i genitori. Nicol invece è figlia dell’ingegnere che dirige i lavori nella galleria e vive con tutti gli agi in una villetta con giardino di fronte all’abitazione di Michele. A dispetto delle differenze sociali tra i due bambini nasce una forte amicizia determinata dal desiderio di sconfiggere la solitudine e corroborata dalla comune passione per il disegno.

Talvolta i due amici, divenuti inseparabili, abban­donano la soffitta-rifugio per inoltrarsi nei boschi e per perlustrare le zone limitrofe, quando nei dintorni non c’è anima viva perché nel caso fosse scoperto Michele sarebbe costretto a ritornare in Italia. Fiancheggiatrice e complice di questa loro amicizia, Delia l’affittacamere, che ha un ruolo importante nella storia e di cui dopo, molto dopo – e perché lei è restia a parlarne e perché l’amore latita in questo romanzo – cono­sceremo un idillio giovanile finito tragicamente. Questa storia nella storia, per la quale l’autrice utilizza il corsivo, quasi volesse riservarle uno spazio privilegiato, viene recuperata attraverso brandelli di ricordi in analessi, come del resto la storia dei due bambini, il sipario, infatti, si apre su un evento luttuoso, la morte della madre di Nicol avvenuta nel 2009, che getta la protagonista, ormai quarantenne, nel dolore e nello sgomento. Dalla lettura del testamento Nicol viene a sapere che la villetta in cui aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva perso quasi la memoria non era stata venduta ed ora era di sua proprietà.

Con le chiavi tra le mani, cominciano ad affiorare i ricordi e il passato la chiama sottovoce come suggerisce il titolo, ma quel “sottovoce” allude anche e soprattutto a quella che è la tonalità costante del romanzo. Un tono medio, senza impennate e senza accelerazioni, quasi la Bortolotti temesse di pigiare l’acceleratore e di scontrarsi con alcuni problemi drammatici ai quali accenna soltanto o mette la sordina: la politica xenofoba della Svizzera in quegli anni, fomentata dalle idee di Schwarzenbach; l’immigrazione; le norme restrittive sui lavoratori stagionali; la libera stampa ed alcune figure di anarchici come Randolfo Pacciardi, detto Dino, e Luigi Delfini che aveva progettato un attentato a Mussolini e che, scoperto, finì in carcere nel 1931. Questa navigazione a fior d’acqua, su una superficie calma, levigata, quasi senza moto ondoso, che a qualcuno è sembrata inop­portuna o semplicistica, per me è un pregio, in quanto consente alla narrazione di rima­nere in un’atmosfera incantata, magica a metà strada tra la favola e la realtà, tra i sogni e le fantasie sbrigliate dei bambini da un lato e i rimpianti e i sensi di colpa degli adulti dall’altro.

Se un difetto c’è nel libro, a mio avviso, è alla fine: l’ultimo capitolo mi è sembrato pleonastico, scarsa­mente funzionale, per non dire inutile. Sarebbe stato preferibile concludere il romanzo, lasciando in sospeso la sorte di Michele, con il parto di Nicol, in modo da chiudere il cerchio e dare alla narrazione una struttura circolare, la fine infatti si ricollega all’incipit nel ribadire questa vicenda di morte e di rinascita che è la nostra vita. La storia è popolata dalle care figure del bosco e della casa, per dirla con Pascoli, (alberi, felci, cani selvatici e gatti senza coda, la macchina da cucire, l’album di disegno, il pianoforte) e si nutre di odori, colori e suoni. Dominante il profumo delle rose che impregna di sé non solo il giardino ma anche la cucina di Nicol (crema, liquore e marmellata di rose) e dell’acqua di colonia 4711. I colori invece sono nella natura circostante, nel verde della vegetazione di montagna, nel bianco abbacinante della neve, nell’abito di babbo Natale e nei disegni dei due bambini, soprattutto in quell’ar­cobaleno sulla parete della soffitta con tutte le sue implicazioni simboliche e fiabesche. Fanno da sfondo a questa vicenda le musiche di Debussy che la madre di Nicol suonava al pianoforte, in particolare Clair de lune e i Beatles, soprattutto Yesterday dai toni prevalentemente nostalgici in sintonia con lo stato d’animo dei pro­tagonisti. Non manca un colpo di scena finale e il montaggio parallelo, nonché lo slittamento e la sovrapposizione dei piani temporali, contribuiscono a tenere viva l’attenzione del lettore e ad accentuarne le aspettative.

 “Anch’io tremavo. Attraverso la mano che gli premevo sul torace, gli sentivo il cuore rapido. Ho spostato un po’ le dita e lui vi ha posato sopra il muso sfinito, stranamente tiepido sulla mia pelle, una sensazione di cui avrei serbato un’incurabile nostalgia”

La scrittura è piana, lineare, scivola sulla pagina e non crea intralci nella lettura, una scrittura in linea con la leggerezza di fondo della vicenda, con l’atmosfera magica ed ovattata in cui si muovono i personaggi e adeguata ai suoi destinatari, perlopiù adolescenti

L’acqua aveva scolpito nella roccia i gradini irregolari di una scala, e noi a turno nelle conche dove era più ferma, la raccoglievamo con le mani a coppa. La succhiavamo dolorosa sui denti, dolorosa sui denti, incanalandola nel dorso dei palmi per non disperderla fra le dita. Era così ghiacciata, leggera e secca che quasi non dissetava. E l’aria così trasparente e imbevuta di bosco che ci lasciava la gola arsa. Ho pensato che solo tra quelle montagne si poteva bere aria e respirare acqua.

E come quell’acqua, incanalata nel dorso dei palmi, scorre leggera e trasparente la scrittura di Nicoletta Bortolotti.