Cane e Improta: “Nico Orengo, poeta della pagina e della vita” (Fusta ed. 2019)

recensione di Enzo Rega (2020)

Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Nico Orengo (1944-2009), un aristocratico – era un marchese – allo stesso tempo alla mano –, un dandy dei nostri tempi (Bruno Murialdo) e della letteratura italiana coeva, può rimediare leggendo questo piacevole libro a lui dedicato, Nico Orengo. Poeta della pagina della vita, a cura di Alberto Cane e Francesco Improta, Fusta Editore, Saluzzo 2019, che riporta Aneddoti, Ricordi e testimonianze e Contributi critici, più un’appendice di Ricette e Musica (queste rispettivamente le sezioni in cui il volume risulta diviso). Ricco poi l’apparato iconografico che documenta soprattutto i soggiorni liguri di Orengo, come del resto le stesse testimonianze. Filippo D’Eliso recensendo esaustivamente il libro afferma che “ogni pagina di questo tributo è un atto d’amore di tutti coloro che lo hanno conosciuto, respirato ed accolto” (rplibri.com, 12 agosto 2019).

A proposito dell’affabilità e disponibilità umana, voglio portare un seppur minimo contributo Scrissi a Orengo a inizio anni Duemila, prima per un eventuale pezzo su un uliveto in Calabria: “Tuttolibri”, sulla base della passione stessa di Orengo, dava spazio allora a questioni di questo tipo. Poi gli inviai un mio libro di saggi, uscito sempre in quei tempi per una recensione. Non se ne fece nulla né dell’una né dell’altra cosa. Però ci scambiammo diverse mail: credo ci avesse messo in contatto Marco De Carolis, a cui dovevo già la conoscenza (in quel caso personale) di Francesco Biamonti. Orengo rispondeva però sempre subito e garbatamente, e prendemmo a parlare di altre cose. Purtroppo, non trovo traccia nell’archivio della mia posta di quello scambio.

Bene, di quest’affabilità, nonché di certe spigolosità del carattere di Orengo, e di altro, si dà conto in questo libro. Da uno scambio di mail comincia l’amicizia tra Orengo e Alberto Cane, uno dei curatori del volume. Torinese di nascita, ma ligure di origine e di vocazione (la Liguria è la terra dell’infanzia), grazie ad Alberto, Nico conosce un’altra Liguria: “lo convincemmo addirittura, lui che non amava la montagna, a fare scampagnate nei boschi lassù in alto, e così scoprì, con stupefatta meraviglia, lati della Liguria interna che non immaginava” (p. 16). In Liguria, Orengo scende di volta in volta a presentare i suoi libri, e si organizza addirittura una finta pesca di un’enorme anguilla colorata, nel fiume Nervia a Isolabona, nelle cui vicinanze successivamente, su suggerimento di Nico, verrà riproposta una rappresentazione in costume de Il barone rampante di Italo Calvino.

È soprattutto la Liguria a essere presente nei libri di Orengo. Marco Cassini (per cominciare a dare direttamente la parola a qualcuno degli amici) ricorda, in Dogana d’amore (1986), il paese di Latte, il Roja, i Balzi Rossi; la Val Nervia è invece presente in Ribes (1988). Ed è Cassini a ricordare anche com’era nata la ricerca di una location del Barone calviniano, ricerca che porta a una vera escursione e poi alla performance menzionata.

Roberta Cento Croce parla invece un certo distacco di Orengo nei confronti di luoghi che aveva conosciuto vergini e ritrova ora contaminati da un certo tipo di sviluppo che anche lui, come Calvino prima e Biamonti dopo, condannava. Roberta organizza una giornata del Fai a Latte tra le ville della via Romana e invita con entusiasmo Nico, ma rimane delusa dalla sua reazione: “Fu invece una doccia fredda. Sentii l’amarezza di chi ormai la magia di Latte l’aveva data per persa, il dolore di chi aveva conosciuto una bellezza tanto speciale e la ritrovava snaturata da quegli interventi innovativi che lui aveva denunciato con forza” (p. 27).

Ma in Liguria Orengo aveva costruito il suo buen retiro, ristrutturando la villa de La Mortola, affacciata sui Giardini Hanbury un tempo appartenuti alla sua famiglia. Ne dà un ricordo, tra gli altri, Marco De Carolis (è sua la Cinquecento dalla quale, nell’immagine di copertina, esce sorridendo Nico). L’amico ricorda come Nico gli dicesse, quando era ospite in quella villa, “Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina”. Ecco, chiosa Marco, in questo modo Nico sottolineava “ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui Giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso. Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima” (p. 28).

A La Riviera di Nico è dedicato uno degli interventi specificamente critici, quello di Vittorio Coletti, il quale accosta il nome di Orengo ad altri cantori del Ponente Ligure, i già ricordati Calvino e Biamonti, ma anche il poeta e scrittore Giuseppe Conte, al quale per certi aspetti Orengo sarebbe più vicino. Gli altri scrittori ponentini (ma anche il Conte narratore), a partire da Giovanni Boine che parlò della Crisi degli Ulivi in Liguria, sono soprattutto impegnati a denunciare le devastazioni subite dalla Riviera. Coletti vuole però evidenziare uno scatto di Orengo rispetto agli altri autori, e che lo avvicinerebbe piuttosto al Conte poeta. Scrive Coletti: “Non è che il pericolo, il male in agguato dietro i cieli sereni e il mare tenero, Nico non li abbia visti, né che li abbia taciuti (basti pensare a L’autunno della signora Waal). Ma lui ha raccontato soprattutto le acque, i fiori, i cieli. Se la terra Ligure è per i suoi amici scrittori arida e pesante, per lui è friabile e leggera” (p. 107). Laddove altri scrittori hanno visto una perdita d’identità, Orengo, continua Coletti, ha invece visto cosmopolitismo, come in Hotel Angleterre, il suo penultimo libro del 2007. In Liguria infatti sono passati scrittori, nobili più o meno ricchi, attori e giocatori. È dunque una terra aperta. Se in altri scrittori sembra prevalere il pessimismo, Orengo, secondo Coletti, guarda a questa terra con “ostinata felicità e ironia, come ne L’intagliatore di noccioli di pesca” (p. 108), libro del 2004. Per Orengo la Liguria è sempre terra dell’infanzia, dell’estate e dei giochi: gli altri la guardano con gli occhi di chi vi è rimasto, Nico con quelli di chi è andato via, anche se per farvi frequenti ritorni. Lo stesso rapporto che lega Montale alla Riviera di Levante, con la differenza che la poesia del genovese è segnata dal male di vivere. In definitiva, Orengo è stato uno scrittore piemontese col cuore però in Liguria, una Liguria che è stata il suo baricentro umano e artistico mentre Torino quello intellettuale e professionale.

Tuttavia, se La Liguria sembra il luogo principale d’ispirazione, Orengo ha lasciato pagine anche sul Piemonte, almeno in Di viole e liquirizia (2005) nel quale espone i nuovi miti della Langa e del vino. Su questo si sofferma Luciano Bertello nel suo intervento, geograficamente intitolato Nico fra Langa e Roero. La questione riguarda adesso la valorizzazione delle colline e dei vini di queste zone: “colline che amava profondamente e che vedeva ferite nel paesaggio, modificate da colonizzazione culturali o da localistiche chiusure autoreferenziali, stravolte dall’arroganza del denaro” (pp. 53-54). Così nasce l’avventura di Albalibri, di una “cultura rispettosa del territorio, nell’intreccio e nel dialogo con tutte le forze culturali di Langa e Roero, con la sua naturale predilezione per il nuovo e per i giovani” (pp. 54-55). Bertello mette inoltre in evidenza (tema ricorrente in altre pagine) come Orengo non disdegnasse la buona tavola.

Se in generale viene tratteggiato il legame dell’uomo con i suoi paesaggi, è Francesco Improta a evidenziare pur attraverso il territorio l’aspetto cosmopolita (già sottolineato da Coletti) della cultura e della letteratura di Orengo, portandolo oltre i confini di Liguria e Piemonte, e oltre gli steccati stessi della pratica letteraria. Il denso intervento critico di Improta s’intitola infatti Nico Orengo tra letteratura e cinema. Afferma subito Improta: “Nella narrativa di Nico Orengo anche il lettore più distratto non può fare a meno di rilevare reminiscenze, citazioni, e persino tecniche specificamente cinematografiche” (p. 111). Nella Liguria – vero “cronotopo” alla Bachtin, una Liguria frequentata per esempio da Hemingway, tra gli scrittori più “saccheggiati” dall’industria cinematografica americana, e da Chaplin e Grace Kelly – Orengo ambienta le sue storie intrise di quella terra ma con un occhio a quel mondo internazionale. Così, prosegue Improta, il resoconto delle riprese di Caccia al ladro di Hitchcock, girato tra Montecarlo e dintorni (quindi poco oltre il confine), diventa un vero e proprio racconto nel racconto all’interno de La guerra del basilico (1994), dove si parla della scomparsa di Grace Kelly dal set del film: queste vicende s’intrecciano con quelle dei bizzarri personaggi del Tropicana Hotel nel quale avrebbe soggiornato anche la Kelly nei quattro giorni in cui è mancata dal set. Annota Improta: “Qui il Cinema nella sua accezione più ampia entra in punta di piedi ma si espande trasformandosi in racconto autonomo, location, paesaggio, pretesto narrativo, spunto di riflessione e… magia” (p. 113). Ne Le rose di Evita (1992) l’intreccio si realizza invece con Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens: Marco, l’adolescente protagonista del romanzo, si specchia in Joey facendo come lui una figura ideale di Shane, appunto il cavaliere del film. Altrove invece è la tecnica narrativa stessa di Orengo a essere cinematografica: “La curva del Latte – segnala sempre Improta con riferimento al romanzo pubblicato nel 2002 – ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine estate un grido, violento e insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case, sparse della valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda” (p. 115). Infine, secondo Improta, la terza modalità cinematografica di Orengo – l’omaggio più sentito – non è nelle citazioni e reminiscenze o nella tecnica, ma nelle atmosfere: così, nell’ultimo romanzo, Islabonita del 2009 (che prende il nome dal paese ligure di Isolabona), ritroviamo una spy-story che ricorda quelle dello scrittore e sceneggiatore Eric Ambler.

Interessante il modo con il quale Federica Lorenzi nel suo intervento L’enfant terrible fa dell’infanzia la cifra stilistica fondamentale della scrittura di Orengo, sia per la rievocazione e mitizzazione della propria infanzia, sia per il fatto che inizialmente abbia scritto proprio per i più piccoli: “Anche se la produzione di componimenti per bambini è limitata gli anni Settanta, questa esperienza ha fortemente segnato lo stile dell’autore: egli si serve del modello formale della filastrocca in tutta la sua successiva produzione poetica per adulti e talvolta in quella in prosa, recuperando la cadenza ritmica e le sonorità della filastrocca per facilitare la scorrevolezza e il piacere della lettura e veicolare insegnamenti sulla natura, esattamente come aveva fatto in Canzonette. Ma non è l’unica ragione. L’utilizzo di queste forme poetiche infantili nella produzione per adulti vuole essere un invito a conservare un atteggiamento ludico nei confronti della realtà, tipico dell’età infantile. In questo senso vanno letti anche gli incoraggiamenti a giocare con il linguaggio. Si rivolge nelle introduzioni delle sue raccolte di poesie per bambini ai lettori di tutte le età, mettendo a disposizione i suoi segreti compositivi. Egli attribuisce una grande importanza all’esercizio della creatività e della fantasia perché li considera strumenti indispensabili per illuminare la realtà, immaginarla diversamente e cambiarla. La speranza di Orengo non è riposta solo nei bambini, ma anche negli adulti, se questi ultimi sono disponibili al gioco e pronti ad accettare il meraviglioso e l’assurdo (…) Segno che lo scrittore avverte come sempre più pressante la necessità che la società degli adulti recuperi un approccio più autentico nei confronti della realtà” (pp. 122-123).

Una chiave questa (e perciò ho riportato la lunga citazione) per capirne la letteratura, ma anche il personaggio Orengo, quale ci viene tratteggiato anche negli altri interventi di questo aureo libretto, interventi che, per quanto a loro volta stimolanti, dobbiamo necessariamente condensare. Luisella Berrino ci informa della passione per i capperi e i suoi fiori simili alle orchidee. Giuseppe Giacomelli racconta di quando a Torino, alla redazione de “La Stampa” gli portava le sigarette individuandolo a fatica tra le pile di libri e giornali. Aldo Molinengo è tra coloro che sottolineano l’importanza del territorio per Orengo (“Il paesaggio per Nico era la sua seconda casa”, p. 33), e il costante riferimento nei libri ai nomi di piante e alberi, un interesse che sfocia nel premio che prende il nome dai Giardini Hanbury. Alberto Sinigaglia lo ricorda a Torino, nella funzione di “segretario” per Einaudi, a tavola con Sciascia e Soldati. Anche Paolo Veziano lo ricorda a tavola, insieme a Tesio e Improta, alle prese con un’anguilla di oltre due chili e con una bottiglia di Vermentino. Mirella Appiotti lo ricorda di nuovo a Torino tra “La Stampa” e “Tuttolibri”: “Nico o dell’essenzialità: poche parole dietro le quali spuntano progetti, opportunità, scoperte” (p. 45). Mauro Bersani rievoca la benevolenza con cui Giulio Einaudi accolse in casa editrice il giovane Orengo, al tempo ancora ventenne, rimanendovi sempre legato. Pippo Bessone ci riconduce di nuovo al paesaggio ligure tra piante e mare, e dello scrittore dice: “Nico aveva un modo di scandire, che le parole suonavano nobili” (p. 57). Di Yves Bosio si riproduce una lettera manoscritta che ne piange la scomparsa avvenuta “senza un preavviso”. Claudia Claudiano ne ricorda la leggerezza calviniana e come, al modo di Calvino, abbia con la penna difeso il proprio lembo di terra ligure. Laura Guglielmi lo ricorda, con Ernesto Ferrero, Antonio Ricci e Marco De Carolis, oltre lei stessa, nella giuria del Premio dell’Olio a Badalucco in Valle Argentina, con il quale Nico “Voleva sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli” (p. 67): in quell’unica edizione viene premiato il genovese Renzo Piano. Albina Malerba, partendo da La Mortola, a Mùrtura, elenca, con un poetico gioco di suoni, una serie di luoghi orenghiani in quest’angolo di Liguria che sembra già Provenza: “La Mortola, il mirteto, il luogo dei mirti nonancoratrovati: tra gli Hanbury e Cacciairui, tra Mamante e le Case Canun, dai Perugin a la Bagarina, dalla Croce ai Ciotti a Grimaldi, dalla Punta a Baia Beniamin, dalla spiaggia del Cannone alla vecchia frontiera di Ponte san Luigi e sotto i Balzi Rossi, poi giù verso Latte e le Calandre, e Ventimiglia, e su verso Dolceacqua, Apricale, Garavan, Mentone, Castellar, Roquebrune… fino a Nizza” (p. 71); una “geografia del cuore”. Paolo Mauri ricostruisce l’incontro a Roma a casa di Toti Scialoja, poi a Torino con Calvino e infine la discesa in Liguria nella terra di Orengo, con l’epicentro de la Mortola, e le cene con Biamonti nei paesini dell’entroterra: il giornalista rievoca ancora un viaggio ad Aix, all’atelier di Cézanne (Nico raccoglieva materiale per Gli spiccioli di Montale uscito nel 1992). Silvia Peira menziona le sette edizioni della Via del sale, un percorso di arte contemporanea che nel tempo conosce diverse denominazioni: ecco, nella seconda edizione del 2003, gli artisti creare con il sale un grande disegno collettivo a Bossolasco. Paolo Pejrone ci ricorda le altre iniziative per la tutela del patrimonio naturale, come il premio per la difesa del Paesaggio e il premio dell’Enoteca del Roero, questi in favore del mondo agricolo piemontese, e non solo. Antonio Ricci dà conto della gestazione del “libro tecnico” sul programma Striscia la notizia che comportò una non facile convivenza, una vera “operazione di logoramento” (p.88), a partire dalle dispute per la scelta del vino, tra il Vermentino e il “traditore” Pigato. Sandra Reberschack lo definisce cavaliere armato non di spada ma di lessico in difesa del territorio, amante della bellezza, nell’arte come nella vita: dotatone lui stesso come testimoniano le foto giovanili, le sue donne e i figli. Ugo Giletta contribuisce con due foto del mare e il commento: “Quando il lamento del mare diventa voce, la memoria è di immensi spazi mai più ripetibili (p. 97). E Giovanni Tamburelli ci dice che il Mar Ligure, con l’aria aromatica delle erbe e il cibo profumato, era il suo salotto. Paola, Maria, Ida, Simonetta e Stefania dell’ufficio stampa dell’Einaudi in gruppo ricordano quanto fosse bello, anche se non sempre facile, lavorare alla promozione dei suoi libri. Nell’ultimo intervento, prima delle ricette, Bruno Quaranta inanella una serie di aggettivi: “Nico, o dell’ossimoro, tessuto, arabescato, cullato. Cortesemente efferato. Sapientemente ignaro. Elegantemente disadorno. ordinatamente disordinato. Amorevolmente disamorato. Svogliatamente vigile…” (p. 124).

E in conclusione ricordiamo che il libro prende il titolo dall’intervento di Giuseppe Conte che ne sintetizza aspetti personali e letterari: “Le qualità che mi colpirono in Nico, quando cominciai a frequentarlo, furono subito la grazia mondana e l’ironia, che nascondevano e quasi proteggevano una passione gelosa e vitale per la poesia e la letteratura” (p. 63). Aristocratico torinese – precisa Conte – Orengo si sentiva principalmente ligure, del fazzoletto di terra che va, come ormai sappiamo, da Ventimiglia alla frontiera. “Nico era uno scrittore completo, come in Italia ce ne sono stati pochi”, e con le sue parole possiamo riassumere quanto finora sentito da tante voci: “Completo, generoso, continuo, coraggioso, fedele alla propria ispirazione. È stato autore di deliziosi libri per l’infanzia, di raccolte originali di poesie, di saggi importanti, di romanzi che si sono evoluti verso una sempre più forte, chiara, godibile comunicatività” (p. 64). Dei suoi libri Conte dice di averne amato due in particolare, l’uno di ambientazione ligure, L’intagliatore dei noccioli di pesca, e l’altro piemontese, Di viole e liquirizia.

Conte riconosce a Orengo di avere letto per primo, ancora in manoscritto, L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (che poi avrebbe presentato a Calvino) contribuendo forse a creare la leggenda dello scrittore coltivatore di mimose.

E li vediamo tutt’e tre a cena, nei paesini dell’entroterra, Beppe, Nico e Francesco.