Enzo Rega: “La Linea dei Passi. Prose sulle città e il viaggio” (Helicon Ed.)

di Francesco Improta (2020)

In questa situazione di drammatica emergenza e di reclusione forzata rovistare tra gli scaffali della libreria in cerca di un libro ignorato o dimenticato diventa un esercizio necessario per riempire il vuoto e ammazzare il tempo, quando, però, tra le mani ti capita un vero gioiello come La linea dei passi di Enzo Rega, l’esercizio acquista ben altro significato e la giornata che correva il rischio di srotolarsi noiosa e ripetitiva si apre a più luminose e gratificanti prospettive. Il libro in questione appartiene a quella letteratura odeporica che ha avuto tanti cultori illustri, si pensi senza risalire indietro nel tempo a Chatwin, a Kerouac, a Terzani e Piovene. È un tipo di letteratura di cui è difficile fissare criteri e confini, in quanto comprende racconti, diari di viaggio, reportage e al limite guide turistiche. Al centro c’è sempre il viaggio con tutte le esperienze oggettive e soggettive che esso comporta; il viaggio come scoperta e illustrazione, descrizione e narrazione, ma anche come ricerca di sé stesso e delle proprie potenzialità, poche o molte che siano. Un viaggio, quindi, ondivago senza una meta precisa, in quanto il viaggio non è un mezzo ma un fine non a caso il primo dei tanti eserghi del libro, tutti puntuali e illuminanti, tratto da F. Pessoa recita testualmente così: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.” Ne La linea dei passi c’è anche di più, ricordi, lettere, brani di racconti già scritti (Ritorno all’albergo del Rosso) o da scrivere, incantesimi, aforismi e la contrap­posizione tutta pavesiana tra città e campagna, esplicitata soprattutto nel I capitolo con le luci in lontananza della città e quel ponte che divide e congiunge e con lo struggente desiderio del ritorno che si accompagna sempre al viaggio e lo nobilita, altrimenti sarebbe, come dice F. Biamonti, anche lui presente tra gli eserghi, un semplice spostamento fisico. Nel terzultimo capitolo dei ventuno che compongono il libro (sempre che si possano chiamare capitoli), quello in cui Rega si richiama a Le città invisibili di I. Calvino, l’autore dice testualmente: “… d’una città non godi le bellezze, ma in essa cerchi una risposta… e più avanti il tuo avanzare è sbilenco, il capo è sempre volto all’indietro. Sì, in fondo il tuo viaggio si svolge sempre nel passato e, sotto diversi nomi, si cela sempre la stessa città.

Leggendo il libro sembra di avvertire la frenesia dei passi che procede parallelamente al desiderio, all’urgenza di raccontare, perché le cose esistono solo quando trovano forma in un racconto; e anche la donna che ha un ruolo importante in questo “diario” di viaggio acquista identità e spessore nel momento in cui si fonde con la natura circostante, si fa paesaggio o si innerva nelle solide costruzioni di una città. Le città poi descritte minuziosamente nella loro tetraggine, come Amsterdam dalle costruzioni scure e dai canali maleodoranti, oppure nella pretenziosa ambizione di sentirsi metropoli non diversamente da New York come Londra, rimandano a letterati, pittori o musicisti; questi ultimi come Webern e Schönberg sono entrambi riconducibili alla musica dodecafonica, cioè alla compresenza delle dodici note all’interno dello stesso agglomerato sonoro. Dei pittori, invece, vengono citati esplicitamente P. Mondrian dinanzi all’esuberanza dei colori e implicitamente E. Munch tramite quella ragazza sul Ponte di Pietra (Karluv most) con la bocca spalancata che appare e scompare continuamente senza emettere parole o suoni quasi ectoplasma scaturito dall’atmosfera incantata di quella Praga magica descritta da Angelo Maria Ripellino. De Chirico, invece, ci viene incontro nel momento in cui Rega si accinge a raccontarci Torino con le vie e le piazze squadrate dal sapore vagamente metafisico e a De Chirico si associano naturalmente C. Pavese, che a Torino si diede la morte, e Nietzsche che si ricollega a Erasmo da Rotterdam e L’elogio della pazzia, a cui Rega attribuisce il potere di spazzare via le insulse banalità dal mondo. A Genova, infine, dove l’aria s’impregna di salsedine dopo le cime innevate o l’acqua dolce dei fiumi che attraversano le pagine, l’omaggio implicito, citando Boccadasse è rivolto a Fabrizio De André, e a Genova il libro termina, ma, viste le premesse, il viaggio continua…

Tralasciamo ora l’elenco degli scrittori a cui l’autore attinge o ruba ingordamente, dal momento che ce ne parla lui stesso nell’ultimo capitolo invitandoci o sfidandoci a cogliere tutti gli echi, le reminiscenze e i rimandi presenti ne La linea dei passi, dando vita, sulla scia di Calvino, a una sorta di letteratura combinatoria, per soffermarci sugli interessi, le competenze cinema­to­grafiche di Enzo Rega che utilizza un linguaggio filmico per montare e smontare la “pellicola” di immagini, suoni e colori, utilizzando dissolvenze incrociate o snodi narrativi. Del resto vengono citati esplicitamente Luchino Visconti, di cui Rega va a visitare la casa in devoto pellegrinaggio durante il soggiorno lavorativo a Milano, e Wim Wenders, a cui sembra aver rubato, tra le altre cose, il sembiante (impressionante la somiglianza) e il tema del viaggio-identità, centrale nell’opera del regista tedesco e soprattutto in Falso movi­mento.

Prima di concludere vorrei citare due immagini e qualche aforisma che mi hanno particolarmente colpito.

“… potrei vivere in questa città, con quella lunga biscia viscida che la spacca in due come le grandi labbra di una vulva palpitante con l’orrendo e mostruoso clitoride metallico? Ed ecco Piazza della Concordia, distesa come un ventre vuoto

È il dialetto che ha coltivato queste terre – distese davanti a me, oltre la gabbia delle galline, e sconosciute nella luce del tramonto: una striscia di sangue lungo l’orizzonte straripa nell’aria sino a investire anche noi, e le galline, e le pozzanghere piene di fanghiglia che non possono fare da specchio al rosso che invece imporpora anche le nuvole.”

“È difficile tenere in ordine la propria vita, anche se in essa non vi è vero disordine.”

“Tutte le città finiscono per negarsi, per non darsi. Così Bergamo. La distaccata bellezza della città alta, la squadrata confusione della città bassa.”

“Scrivere non è un atto di lucidità. È un lavoro all’interno del generale fingere. Ci si finge scrittori, e si scrive. Gli oggetti dello scrivere sono le nostre finzioni quotidiane. Il tema è la finzione, non come tale, ma come vita.”

Credo di poter affermare senza mezzi termini che il libro di Enzo Rega meriti di essere letto assolutamente; si tratta infatti, a dispetto di una certa lungaggine nella parte centrale, di una vera gemma e qual è la gemma che non ha qualche lieve impurità?