Ilaria Palomba: “Brama” (Giulio Perrone Ed. 2020)

di Francesco Improta (2020)

*la ripubblicazione di questa recensione è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Il romanzo decolla con studiata lentezza ma poi prende quota e non si ferma più, vola altissimo. Se mi si chiedesse un’opinione a caldo di Brama, ultima fatica letteraria di Ilaria Palomba (Giulio Perrone editore, 16 €), credo che mi esprimerei in questi termini.

Il libro, però, ha una struttura complessa per la molteplicità delle tematiche affrontate, di natura prevalentemente filosofica o estetica, per l’acca­vallarsi dei piani narrativi, per le continue analessi, per i frequenti slittamenti nella dimensione onirica e necessita quindi di una disamina più articolata e approfondita.

«Al centro del romanzo, che sarebbe più corretto definire un’au­tofiction, c’è un personaggio femminile a tutto tondo, Bianca, con tutti i problemi, le ansie, le frustrazioni della donna post-moderna. Una donna border-line che ha tentato tre volte il suicidio e ha evitato tutte le volte il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per l’intervento tempestivo dei genitori nei cui confronti Bianca ha un rapporto di odio/amore che affonda le radici nel passato, in un’adolescenza solo apparentemente felice. Lo stesso nome, Bianca, rivela la contraddizione di fondo che la connota; suona come un’antifrasi, contrasta, infatti, con l’inferno a cui è ridotta la sua esistenza, un buco nero che sembra volerla continuamente inghiottire, eppure al tempo stesso rimanda a quella innocenza e quella purezza che rimangono in lei solo allo stato di anelito. L’incontro con Carlo Brama, libero docente di filosofia e saggista di un certo valore, se da un lato le consente di arricchire il proprio bagaglio culturale, dall’altro rende ancora più precaria e instabile la sua esistenza. Mi sembra superfluo rilevare che il cognome del filosofo riconduce direttamente al titolo del libro e sottolinea la centralità del personaggio, deuteragonista e antagonista al tempo stesso. Inizia per la protagonista un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle ragioni che hanno determinato la sua labilità psichica. Il rapporto tra loro due è quello che spesso si instaura tra maestro e discepolo, Carlo, novello Pigmalione, dai gusti aristocratici, la introduce alla musica e alla pittura classica, al cibo raffinato e a un elegante stile di vita. Nasce con­temporaneamente tra di loro una storia d’a­more, confusa, disordinata fra attrazioni e ripulse, un amore che si potrebbe definire “malato” nell’accezione più ampia del termine e che avrà sviluppi imprevedibili.»

Trattandosi di autofiction la vicenda ha una focalizzazione interna, il narratore è la protagonista stessa. Ed è da una sua confessione, oltre che dal primo dei due eserghi, tratto da La nostra anima di Alberto Savinio (l’altro rimanda direttamente a Il libro rosso di C.G. Jung) che il titolo del romanzo acquista chiarezza e significazione:

«Ciò che mi lacerava era la brama: bramare attenzioni, un riconoscimento, voler essere qualcosa per qualcuno, per mio padre in primo luogo. Annientando la brama vivevo in pace, prossima alla morte ero piena di gioia, era l’unico modo in cui riuscissi a provarla.»

Bianca, però, non aspira solo a essere oggetto di desiderio, ella è anche soggetto desiderante nei confronti perlopiù di uomini più grandi di età, come Carlo, sostituti della figura paterna, che possano farle da guida e sui quali riversa un amore possessivo ed esclusivo che la induce a guardare con sospetto, rosa dalla gelosia, tutte le figure femminili che attraversano la sua strada e che potrebbero appropriarsi sia pure parzialmente o tempora­ne­amente dell’oggetto del suo desiderio. Sono rivali, presunte o reali, tutte giovanissime che accentuano la sua paura d’invecchiare e la lotta contro il tempo che passa e lascia segni visibili sul suo corpo. Non aiuta, certo, l’uso di psicofarmaci, che scandiscono in una sorta di liturgia le ore del giorno, né il ricorso all’alcol e alle droghe e neppure l’amica del cuore, Francesca, anch’ella oggetto del desiderio di Bianca, che non disdegna i rapporti omosessuali, può essere di aiuto o di consolazione perché sta ancora elaborando, non senza difficoltà, il lutto per il suicidio del suo compagno. Elena, invece, collega di Carlo, bella ed elegante, introdotta nel mondo “che conta” rappresenta ciò che manca a Bianca, in preda ai suoi demoni e alle sue ossessioni, sicurezza, disinvoltura e gratificazioni. Tutti gli altri personaggi o sono figure sbiadite, lontane nel tempo, o come Giorgio, presenze soltanto funzionali allo sviluppo della vicenda. Ombre indistinte, senza volto e senza nome, sono anche le vittime della sua smania erotomanica, donne e uomini sposati, che conducono o si illudono di condurre un’esistenza normale e sui quali Bianca esercita non tanto la voglia di fare sesso quanto il suo potere seduttivo. Un potere seduttivo, alimentato e corroborato dal suo sado­masochismo:

«Sono una belva. Mi piace pascermi del vostro dolore, dei vostri desideri inconfessati, con me tradite le vostre noiose consorti, vi illudete per un paio d’ore di dare un guizzo di brio a un’esistenza monotona come un fotogramma ripetuto in eterno, un disco rotto, un giro sulla stessa auto scassata nella stessa piazza dello stesso paese in cui siete nati.»

Fra i tanti i temi toccati nel libro – la morte, il destino, l’arte, la famiglia, l’amicizia – gli homeless e i clochard sono l’unico argomento di carattere socio­politico insieme alle simpatie anarchiche e rivoluzionarie del padre di Bianca che in gioventù amava ascoltare il bombarolo De André dall’album Storia di un impiegato. Non manca tra i tanti riferimenti e reminiscenze letterarie e filosofiche il gusto della autocitazione e se in Disturbi di luminosità c’era un riferimento esplicito a Mancanze, qui implicitamente si fa riferimento a Deserto, la seconda silloge della trilogia poetica in fieri della Palomba, titoli che illustrano ancora meglio la landa desolata a cui è ridotta l’esistenza di Bianca.

Anche qui, come nelle opere precedenti di Ilaria Palomba, c’è un atteg­giamento ambivalente e solo in parte contraddittorio nei confronti del corpo che viene continuamente profanato prima di essere consacrato a tempio dello spirito e della bellezza e… del sapere. Anche qui la predilezione per gli ambienti degradati, periferie dimenticate o locali di infimo ordine, che diventano il correlativo oggettivo del suo mondo interiore ridotto a un panorama di macerie in cui si muovono demoni spaventosi, presenze fantasmatiche e belve fameliche, che frugano tra la polvere e la sporcizia.

Nella parte centrale dell’autofiction acquista particolare importanza il Libro rosso di C. G. Jung, che Bianca e Francesca cominciano a leggere insieme e che si rivela soprattutto per la protagonista illuminante e chiarificatore, laddove lo psicanalista austriaco contrappone alla rigidità mortuaria del pensiero la capacità vitalistica del sentire. Bianca, infatti, finisce con lo specchiarsi nella Salomè di cui parla Jung e che nella vita reale aveva assunto le fattezze di Sabina Špil’rejn, come risulta anche dal film di R. Faenza, Prendimi l’anima, in cui si narra, banalizzandola (si tratta, infatti, di un film scolastico e didascalico), questa storia d’amore tra paziente e analista, storia che, a mio avviso, viene raccontata sempre per immagini molto meglio da David Cronenberg in A Dangerous Method, una messa in scena inappuntabile. Certo è che dalla lettura de Il libro rosso e dalla visione del film, Bianca capisce di essere la Salomè di cui parla Jung e da cui Carlo, il pensatore solitario, fugge, in quanto teme l’amore e la violenza delle passioni. E non solo Carlo, perché ogni uomo fugge la sua Salomè, la sua icona distruttrice, la sua temibile madre assassina. Ed è sempre da Jung, come risulta dal secondo esergo, che deriva l’argomento più scottante e spinoso del libro: il cannibalismo. Un tema dai complessi risvolti biologici e antropologici che la società civile ha cancellato o censurato ma che, nelle sue forme reali, fantastiche o rituali, ha origini antichissime e non solo nelle società tribali, si pensi alla mitologia greca, alle vicende di Atreo e Tieste e di Progne e Filomela, in entrambi i casi vengono imbandite le tenere e innocenti carni dei figli solo per vendetta, nel Satyricon di Petronio, invece, e ne Il compianto per la morte di ser Blacatz di Sordello da Goito l’atto cannibalico nasce dal desiderio di acquisire le qualità e le virtù del defunto. Anche nella cinematografia europea ci sono esempi del genere penso in particolare a due film: La carne del regista italiano più provocatorio e irriverente, Marco Ferreri, dove la pulsione a “mangiare l’altro” nasce dalla volontà di inglobarlo per possederlo completamente, e il capolavoro di Peter Greenaway Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, un’orgia di colori, di suoni, di luci e di movimenti di macchina.

La scrittura di Ilaria Palomba asseconda e scandisce le varie situazioni, le complesse dinamiche psicologiche e i differenti stati d’animo, mostrandosi disordinata e ripetitiva, quando Bianca inciampa nelle sue paure e barcolla sotto il peso degli avvenimenti o delle sue ossessioni, per diventare potente, icastica e incisiva quando prende o crede di prendere in mano le redini della sua vita. Allora non diversamente da un coltello affilato la scrittura di Ilaria scalfisce la pagina, la pelle, gli occhi (cfr. Un chien andalou di Luis Buñuel) e l’anima dei suoi lettori. Allora le parole si fanno carne, sangue e lasciano il segno a differenza di chi le pronuncia che vorrebbe invece scomparire, immergersi nella grande vasca di acqua calda che simboleggia il liquido amniotico in cui galleggiava all’interno del con­fortevole e rassicurante utero materno.

Valga questo esempio di scrittura, nitida ed efficace, nel disegnare una felicità solo apparente nella sua famiglia di origine:

«Nella gioia illusoria della nostra famiglia si ottundeva una latente melanconia e la sentivo sciabordare nella stanchezza della domenica mattina, nella consunzione dei gesti; mia madre che prepara la colazione con affanno e le si scolpiscono due grandi rughe attorno alle labbra, mia madre che guarda il soffitto raggomitolata sulla sedia e beve il caffellatte con aria di sconforto. Mio padre che parla di letteratura e lei non lo ascolta, ciascuno rinchiuso nel suo inespugnabile regno.»

Oppure il brano che segue in cui Bianca fa una specie di consuntivo della sua vita:

«Ho cercato solo la gloria, l’altrui approvazione, perché la coscienza era ridotta in macerie. L’ambizione era un idolo di cartapesta pieno di buchi.   Voglio restare nei buchi, abitare i vuoti, ridonarmi alla vita senza nulla pretendere, tanto nulla arriva se non è scritto. Io nella luce ho scritto un nome che non era il mio e nel mio nome un’altra da sempre si rivolta e dice a suo padre: Sono libera, e a sua madre: Non sono tua. Non sono una vostra proprietà. Sono viva, anche se ho guardato in faccia la morte.»

In conclusione, Brama è un libro bello, importante e sconvolgente, come tutte le opere di Ilaria Palomba, con cui bisogna necessariamente confrontarsi.