Carlo Marino intervista Rita Pacilio

*la ripubblicazione di questa intervista è stata gentilmente concessa dall’autore, il testo originale è consultabile qui*

Carlo Marino:

La poesia è l’arte dell’evanescenza, del linguaggio dell’essenzialità. Il detto „Carmina non dant panem“ sembra più che mai essere attuale. Ma una società senza poeti che società è?

Rita Pacilio:

Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora credo abbia dato agli artisti la giusta e vera ricompensa. Ecco perché sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Credo che pochissimi artisti, però, abbiano tratto o traggano vantaggi economici dalla propria produzione. Sicuramente intorno all’arte si muove un mercato economico che la sostiene e se ne serve, come l’Editoria, i Musei, il Teatro, il Cinema, la Televisione, le Case discografiche.

La poesia ha un ruolo nella società? Come si può dare una rilevanza a tale ruolo? Aiutano in tal senso i „social media„ oggi?

La poesia è sicuramente un punto di forza del cammino umano. Ripeto, non potremmo ricucire coscienze e civilizzarci senza la poesia. Sarebbe un mondo certamente molto povero. Oggi più che mai il poeta avverte l’urgenza di denunciare e, contemporaneamente, elogiare la vita e il mondo. Lo vediamo dalla prolificazione di innumerevoli prodotti artistici che, attraverso i vari linguaggi dell’arte, ci mettono di fronte a un dato sociologico: tutti scrivono, tutti fanno musica, tutti dipingono. Forse i social hanno dato la possibilità di rilevare maggiormente questo fenomeno, lo hanno messo in evidenza dando a chiunque la possibilità di dire la propria. Ne dobbiamo prendere atto, ma non mi sentirei di definire questo fenomeno di massa come arte. Piuttosto, si dovrebbe essere più severi e selettivi, anche con se stessi, misurandosi e incoraggiando, sostenendo il valore del percorso letterario e credo si possa fare anche servendosi dei mezzi di comunicazione. Oggi va di moda l’artista/personaggio intorno a cui si muove un sistema valoriale malato: non importa cosa dici, cosa pensi, come ti sei formato o chi sei, ma conta come ti mostri. Ecco che lo scandalo, l’estremismo esasperato, l’apparenza, la sfacciataggine, l’esteriorità, la supponenza, la volgarità vengono considerati interessanti. Bisognerebbe essere più critici di se stessi, più responsabili. Siamo entrati, addirittura, in un circolo vizioso in cui, oserei dire, anche la bruttezza viene osannata. Lo spirito critico dei lettori/poeti/critici (mi astengo dal discorso sulla ‘critica professorale’) dovrebbe dare rilevanza alla onestà della poesia leggendo molti libri selezionandoli con cura, diffondendoli con entusiasmo, anche sui social, e dando loro una collocazione umana, spirituale, letteraria a scapito dei selfie volgari e inutili.

La lingua, creazione della natura umana si sforza di cogliere la complessità dell’universo, la metamorfosi del tutto: il „panta rei“.

Esiste una limitazione frustrante delle parole, della lingua che non riesce ad impadronirsi della realtà?
Esiste l’affanno di penetrare la realtà, questa è la forza dell’arte che continuerà ad appartenere all’uomo, finché ci saranno uomini degni di stare al mondo. E il linguaggio artistico troverà sempre il modo per farlo.

Qual è il tuo percorso, quali scrittori ti hanno segnato?

La mia scrittura nasce dal rapporto che ho con le creature del mondo. Quando da bambina ho iniziato a leggere, ho provato immediatamente stupore dinanzi alle pagine scritte che, con il passare degli anni, hanno accresciuto sempre più il mio desiderio di conoscere e attraversare dal vivo i ‘posti’ e i personaggi delle storie narrate. Leggo e rileggo Pavese e ogni volta mi fa rabbrividire, tremare. In lui trovo attualità, linguaggio genuino, pensiero, storia, letteratura e umanità. Per la mia crescita creativa è un esempio importante, ma potrei citarne molti altri. Le mie letture si spostano dai classici ai contemporanei, dagli americani ai francesi, dai russi agli italiani. Da Dante Alighieri a Giuseppe Ungaretti, da Emily Dickinson a Charles Baudelaire, da Marina Cvetaeva ad Anna Maria Ortese o Amelia Rosselli. Mi incuriosisce il linguaggio, la sua evoluzione e, soprattutto, la visione. Desidero e ambisco fare esperienza diretta con le emozioni, con le persone e i luoghi. Se la vita è un viaggio, l’ho vissuta e la vivo pienamente frequentando gli esseri umani collocati in territori e culture diverse. Ciò che si innerva in me, come ispirazione profonda per la scrittura, è il sentimento: l’amore, la malinconia, l’assenza, l’odio, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale, la ricostruzione, il perdono, la speranza, la fede e la sacralità della vita. Sentimenti che hanno risvolti personali e sociali e che studio, come sociologa e come scrittrice, per comprenderne le cause, i fallimenti e/o le ri-soluzioni. Quando sono di fronte agli esseri viventi, sento tutto in maniera empatica, potentemente.

In alcuni versi hai scritto: „Il mondo è un corpo devastato /ha l’erba secca per il troppo pianto/ è steso di fianco senza parole in bocca/alle dita manca il segno della pace“. In che modo la tua poesia s’inserisce nel vissuto? Che rapporto hai con la tua terra? Vista da una poetessa che tipo di epoca è questa?

Durante le presentazioni del libro ‘La venatura della viola’, Ladolfi 2019, questi versi vengono messi in risalto dai relatori/critici/poeti e lo capisco. Il nostro è un momento storico in cui veramente sembra che tutto vada alla deriva. A volte lo sconforto prende il sopravvento sull’energia produttiva e ogni tentativo di progettualità costruttiva e umanitaria sembra sia inutile, fallimentare già in partenza. Nell’essenzialità di un verso cerco di entrare in sintonia con l’universo intero. Sento di dover esprimere un pensiero comune per descrivere l’agire dell’animo umano, la sua evoluzione sociale e la condanna di essere sempre alla ricerca del reale e del vero. Vivo tra le colline del Sannio e con il mio territorio ho un rapporto di grande gratitudine, nonostante le difficoltà culturali ed economiche che lo caratterizzano. Sento di appartenere al mondo intero, forse per questo amo spostarmi e osservarlo da più angolazioni mettermi in sintonia con la radice umana, con la Natura per cercare di trovare quell’armonia da me tanto agognata. A volte, soffro moltissimo di fronte all’impotenza di cambiare i registri e le conseguenze dei fatti che accadono per superficialità, scandalo e incuria, ma vale sempre la pena sperimentare i mali del mondo per giungere alla bellezza, palese o nascosta, dell’esistenza.

intervista esclusiva copyright © – 2020 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

Fonte: http://deregiminelitterarum.altervista.org/carlo-marino-intervista-la-poetessa-rita-pacilio/

 

Poesie di Rita Pacilio

*
Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano
mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate
dove resta immobile il seme infuriato.
Difficile dirti adesso le foglie sulla via
quando file di formiche sui bordi
spalancano voragini nel suolo raffreddato.
Non chiedono perdono né fanno lamento
le facce dei degenti
sotto giornali stesi come coperte al sole
perché Dio li ama fino al mattino.
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
Mille volte i canti delle magnolie
ritornano nell’imbrunire
al mio respiro.
Non temono l’intreccio dei venti
né le linee curve del seno nelle nuvole.
Indugiano solo quando l’eco disperata le insegue.
(dedicato ad Alfonso)
(da Gli imperfetti sono gente bizzarra, LVF 2012)

*
L’assenza ha una forma quieta
dischiusa, indecifrabile, bianchissima
un tumulto di cellule nella gravità delle spalle
fino a riaprire un rumore spezzettato

fermato nell’ansietà del chiarore tra due costole
nello stesso istante piegate alla redenzione
mansueta. Sembra possibile la partecipazione
la prima appartenenza fuori da queste cose

in cui metto le mani, un bicchiere, un rosario,
un libro, tante voci e mai la tua.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Scendono linee e fiumi dalla montagna
le api intrecciano alveari a mazzi
cuciono buchi e le angherie della lama
si inquietano nei gesti dell’autunno.

Il buio impreciso del suo corpo sordo
– trascura i piedi come una radice –
vorrei guardarlo dall’occhio di bue
nella lente bianca fatta dal mio uovo.

Lo sguardo folle sulle spalle
proibisce l’ombra e ogni suo richiamo
– mi ami o non mi ami nella margherita –
un nuovo parto nel dubbio, uno sfondo

lei sapeva ogni voragine, il pubblico giù nella valle,
la caduta, il tonfo, il giuramento fatto.
La telefonata delle 17,00. Arrendersi è terribile.
(da Quel grido raggrumato, LVF, 2014)

*
Non resta più niente dell’estate verde
sepolta nell’erba stordita e ferma.
Ci sono le mani a fare questo tempo
gli uccelli, il gonfio tuono all’orizzonte,

ci sono piedi selvatici a venirci incontro
come un’onda schiacciata, contusa
sulla nuca, umida, tonda. Non resta
più niente degli occhi tenuti stretti

le montagne aspre, involate
nell’aria debole dietro al fiume e sopra
ogni altra cosa. Se potessi svegliare i merli,
allontanare dal fuso orario l’orgoglio,

girare la testa verso levante, conoscere
l’ardore del volo in assenza di saggezza,
raccoglierei i capelli in una treccia infinita
comincerei a cadere a balzi, di sera in sera,

per svanire in pace, nuda, distratta.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
Quando sono qui non ho parole
lascio fuori il mio uragano
incustodito, lascio a casa

la rabbia di cenere e carbone,
la tua bestemmia
pronunciata in basso, fino allo scorno
persuadendo il vizio dell’amore.

Le ore e i giorni ci portano contro
ci scontentano la vita, il letto,
questa miserabile ombra che scende
prima del tramonto, prima dell’inedia.

Certo non lo fai apposta ad andare via
fanno così le persone anziane, senza
speranza, fanno come te quando ti bagni
gli occhi e poi scompaiono naturalmente.
(da Prima di andare, LVF 2016)

*
In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)

*
Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.
(da La venatura della viola, Ladolfi, 2019)