Alberto Di Palma: “L’Eleganza delle Cose” (Oèdipus Edizioni)

di Francesco Improta (2019)

Mi è capitato tra le mani un libriccino di poesie di Alberto Di Palma dal titolo decisamente accattivante, L’eleganza delle cose (Oèdipus edizioni, € 11,50), ed è stata – lo confesso – una piacevole scoperta. Di Palma non è più giovanissimo, essendo nato a Napoli nel 1969, e non è certo alla sua prima esperienza lirica; ha pub­blicato in precedenza, nel 2015, un’altra silloge, Respiro, e molte altre liriche che hanno trovato ospitalità su riviste specializzate come “Poeti e poesia”, diretta da Elio Pecora, il cui nome è già di per sé una garanzia.

Il titolo è per molti versi emblematico; in un mondo, infatti, in cui dominano la sciatteria, l’approssimazione e la mancanza di gusto e di sensibilità, in cui uomini e cose vengono mercificati, perdendo spesso non solo la loro distintiva pecu­liarità ma talvolta anche la loro funzionalità (mi viene in mente quel capolavoro assoluto che è L’uomo senza qualità di Robert Musil), diventa chiara e meritoria l’operazione compiuta da Alberto Di Palma di sottrarre le cose, gli oggetti, le persone alla indistinta gremitezza in cui si trovano e di restituire loro peso, spessore, colore e significato.

Il lungo esergo, tratto da Fernando Pessoa, colloca le sue poesie in limine (facile a questo punto l’accostamento a Eugenio Montale), al confine tra il sogno e la vita, tra il vissuto e l’immaginato, tra il visibile e l’invisibile laddove le cose vengono colte nel momento stesso in cui si affacciano alla soglia della coscienza, conservando in tal modo la loro primigenia purezza.

Bisogna mettersi nei dintorni del tempo // Nel punto esatto del silenzio // Per capire che il mistero è sotto i piedi […] Nel punto esatto dove si sparpagliano // brandelli di luce nell’oscurità…

E a Montale rimanda l’incipit della poesia n° 16 (Ascoltami, siedi accanto a me) con quell’imperativo e il tu generico, Ascoltami, reiterato all’interno del componimento e che suona come una preghiera e un invito a cogliere i suoni e le vibrazioni delle cose, le immagini che guizzano alla finestra e pulsano nella poesia, e infine il silenzio che tace. Ma è la poesia n° 13 (L’aria è ancora tiepida nei giardini) a gettare piena luce sul mondo poetico di Alberto Di Palma, con l’esplicito richiamo a Czeslaw Miłosz, che occupa un posto di rilievo tra i suoi modelli letterari, ed è un punto obbligato di riferimento per la comune propensione a cogliere le immagini sul fondo del vuoto e, anche se gli manca l’esperienza devastante della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, le immagini nelle sue poesie hanno la mede­sima evidenza lacerata ed estatica.

Ha ragione Mario Schiavone quando nella sua bella postfazione rileva il tono misurato della poesia di Alberto di Palma che rifiuta i toni alti, non grida e non sbraita ma si limita a sussurrare i suoi versi con delicatezza ed eleganza, in sintonia appunto con il titolo, e servendosi di un linguaggio raffinato e incisivo, sorretto da una strumentazione retorica altrettanto misurata.

Nella poesia di Alberto Di Palma si ritrovano con una certa frequenza alcune mot clés, tutte o quasi tratte dal grande libro della natura, purtroppo oggi assai scolorito, l’erba pettinata dal vento, le foglie ingiallite e accartocciate (cfr. Montale), che alludono alla fragilità della vita e alla fugacità del tempo, il mare al centro di un tramonto, dinanzi alla cui immensità le parole si accendono di silenzio e infine la memoria, una memoria verticale che scava nel profondo, nell’abisso di ognuno di noi, in cerca di una verità o di un piccolo barlume di luce.

Per concludere vorrei riportare una sua breve poesia per molti versi emblematica in cui si accenna al recupero delle cose in quella soglia di pre-coscienza.

Le cose sono appena nate

la luce si ritaglia la sua fetta bianca:

incessantemente parla.

C’è l’abbandono umile della pietra

Che celebra la sua funzione

E prima che l’occhio sia cosciente

Un restituito intuito si ricuce.