Giovanni Agnoloni: “Viale dei Silenzi” (Arkadia Editore)

di Francesco Improta (2019)

Giovanni Agnoloni, fiorentino di origine ma cittadino del mondo per elezione, impenitente girovago dalla poliedrica personalità culturale, dopo aver scritto una tetralogia distopica di discreto successo, con Viale dei silenzi (casa editrice ArKadia, 15 €) approda al romanzo psicologico, anche se, come vedremo in seguito, sarebbe preferibile evitare qualsiasi ag­gettivo.

Il protagonista Roberto è ormai da tre mesi a Varsavia per focalizzarsi sulla scrittura del suo ultimo romanzo e per trovarvi un’adeguata con­clusione. Gli ultimi anni della sua vita non sono stati propriamente felici: la scomparsa inspiegabile del padre al quale era molto legato, nonostante le sue continue assenze per motivi di lavoro, l’allontanamento della madre, chiusa in un ostinato riserbo e del tutto anaffettiva e la fine del suo breve matrimonio con Valeria lo hanno gettato in uno stato di profonda pro­strazione da cui non riesce a risollevarsi. Non riconosce più né i luoghi né le persone della sua città e opta per un taglio netto, anche se in questa bolla di solitudine e di silenzio in cui ha la sensazione di galleggiare spesso affiorano, a volte nitidi altre volte ovattati, ricordi recenti e remoti del suo passato a Scandicci o a Marina di Pietrasanta. A Varsavia, dove quattro anni prima era in compagnia del padre e dove era stato abbandonato da costui senza una parola, Roberto decide di mettersi sulle tracce del genitore e l’incontro, solo apparentemente fortuito, con una ragazza irlandese di nome Erin rafforza la sua decisione…

Ha inizio la ricerca del padre che procede parallelamente alla ultimazione del romanzo che Roberto sta scrivendo, di cui riporta alcuni brani in corsivo e dove il padre, col quale immagina di dialogare, ha un ruolo im­portante. Si potrebbe, quindi, parlare di metaromanzo e in subordine di autoanalisi ma, come abbiamo anticipato, è la quête il tema di fondo che fa di questo libro un romanzo di avventura, fisica, intellettuale e morale. Oggetti di questa inchiesta sono il padre, lo scioglimento del mistero che ne avvolge la scomparsa, l’identificazione di questa ragazza, Erin, che ha fatto irru­zione nella sua vita e lo scongelamento del “cuore in inverno” del pro­tagonista, ancora più gelido dopo il fallimento della breve esperienza matrimoniale e l’allontanamento definitivo della madre con la quale non c’era mai stata un’effettiva corrispondenza di amorosi sensi. Tutti questi oggetti però non sono che dei pretesti in quanto da sempre ogni ricerca è ricerca di sé stesso. E Roberto, novello Ulisse, inizia un lento cabotaggio lungo i liti rupestri del suo inconscio, riesumando, attraverso la memoria volontaria o involontaria, ricordi ed episodi della sua vita trascorsa in maniera disordinata e confusa da non distinguere sempre il passato prossimo da quello remoto; il tempo appare allungato e sfilacciato come un elastico troppo usato e gli aderisce in maniera appiccicosa o gli crea, a seconda dei luoghi e degli stati d’animo, una bolla protettiva che lo allontana dal frastuono del mondo e dal ruminare incessante della sua mente.

Il titolo, Viale dei silenzi, non a caso senza aggettivo determinativo, indica più luoghi, fisici e simbolici, esterni e interiori, che determinano l’attivarsi della memoria involontaria, alla maniera di Joyce e non poteva essere diversamente in quanto buona parte della vicenda si svolge in Irlanda. Tra i numi tutelari di Giovanni Agnoloni si possono ravvisare per la loro indiscussa influenza Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, per la sua assidua esplorazione della memoria e soprattutto Giorgio Manganelli, per essere stato un instancabile viaggiatore e un inesausto speri­mentatore, una delle voci più qualificate della Neoavanguardia, di cui tra l’altro viene riportata in esergo una frase piuttosto significativa che finisce coll’offrire una chiave di lettura.

I personaggi che incontra in questa sua odissea, contrassegnata nella seconda parte anche da una discreta dose di suspense, sono pochi ed evane­scenti, se si esclude Erin che appare e scompare senza preavviso, gli altri sono funzionali allo sviluppo diegetico del romanzo, fanno perlopiù da rac­cordo, mancano, cioè, di un loro specifico spessore. Non meraviglia, pertanto, che i veri protagonisti della storia siano i luoghi di cui l’autore riesce a cogliere lo spirito con una sensibilità rafforzata e raffinata dal suo perenne girovagare, valga per tutte la bellissima descrizione dell’Irlanda, non a caso da lui considerata patria d’elezione per l’aria che si respira umida, fresca e libera, senza compromessi:

Le campagne d’Irlanda sono un mare, e le sue colline onde. Questo è un pensiero che mi si è impresso nella mente fin dall’inizio. Ammesso che parlare di inizio, qui, abbia un senso. Perché tutto in questa terra antichissima, esiste da sempre. Tutto è remoto e insieme prossimo, come le rocce della scogliera o l’altro mare […] Quell’oceano smisurato che, specchiandosi col suo entroterra, produce un’infinita concentrazione, un vertiginoso precipizio che sembra espandere indefinitamente gli spazi contenuti nell’isola.”

Affiora nel romanzo una costante e diffusa vena di tristezza che sfocia talvolta nella nostalgia, nel rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Emergono allora brandelli sfilacciati di memorie, sequenze di film, per lo più comici (Amici miei e Un sacco bello) capaci di restituirgli il sorriso quando da adolescente sentiva più forte l’assenza del padre e la distanza affettiva della madre. L’Italia, però, rappresentata in quei film è ormai irrimediabilmente scomparsa, come si legge chiaramente:

I veloci, ultimi decenni, con le loro folate di tecnologia, povertà ed emigrazione, avevano resettato lo stesso immaginario del paese. Ne restavano in circolazione solo frammenti impazziti, presenze itineranti come in fondo ero anche io. Pellegrini laici di un’Europa disgregata.”

E questa luce crepuscolare che avvolge “Viale dei silenzi” potrebbe suggerire e legittimare anche una lettura del romanzo in chiave psicoanalitica di tramonto, cioè, della figura paterna, che dagli anni Sessanta in poi per molteplici motivi di natura culturale, sociale ed economica si è sempre più indebolita. Non mi sembra il caso, però, di aprire parentesi che ci porterebbero troppo lontano e probabilmente fuori strada per cui concludo queste mie brevi osservazioni con un doveroso elogio della scrittura di Giovanni Agnoloni: ricercata, elegante ed evocativa, capace di cogliere la realtà e ciò che vi è oltre, le cose e le loro intime vibrazioni e non ultime le risonanze che esse hanno nel suo animo e in quello dei suoi lettori.

È stata per me, e mi auguro che lo sia anche per voi, una sorpresa piacevolissima e inaspettata da parte di chi finora aveva calpestato, sia pure con passo sicuro, quasi esclusivamente i territori del fantasy.