Rita Pacilio: “La Venatura della Viola” (Ladolfi Ed., 2019)

di Francesco Improta (2019)

Rita Pacilio, scrittrice, sociologa, collaboratrice editoriale, si presenta all’attenzione di pubblico e critica con un libriccino di poesie che è una vera e propria dichiarazione di poetica, un tentativo, perfettamente riuscito, di restituire alla parola la sua purezza primi­genia e al proprio cuore un po’ di dolcezza e di serenità. E tale intento è esplicitato in maniera chiara e inequivocabile dallo stesso titolo, La venatura della viola, dove non a caso viene scelto tra i fiori il più umile, il più delicato ma anche il più resistente la viola che ha una sua precipua simbologia e anche una sua storia letteraria: viene citato da Shakespeare nell’Amleto tra i fiori che Ofelia offre al fratello. È il fiore degli innamorati e di chi si vuole bene e trasmette sempre un messaggio positivo: “pensami perché io ti penso” e infatti, secondo una vecchia leggenda di origine francese, nei suoi petali si può riconoscere addirittura il volto della persona amata.

Anche nella lettera ai lettori, in cui la Pacilio riprende quell’abitudine di rivolgersi direttamente al suo pubblico e che giustamente Filippo D’Eliso in una sua nota a questa raccolta di poesie, parafrasando George Perec, definisce La Poesia: istruzioni per l’uso, si accenna a questa ricerca di semplicità e di essenzialità in un mondo sempre più caotico e assordante che c’impedisce di ascoltare le voci più autentiche della natura e del nostro io più profondo.

Leggendo le sue poesie ci si accorge che la Pacilio si muove tra Giovanni Pascoli per l’elogio delle “piccole cose” (per dirla con Benedetto Croce) e per il simbolismo che in esse si annida e Francesco Biamonti per l’esigenza irrinunciabile di contrapporre al fastidioso, volgare e banale chiacchiericcio dei giorni nostri la purezza aurorale del linguaggio, quando le parole erano musica, senso e scoperta stupefatta del mondo. Non a caso Biamonti in un’intervista rilasciata alla fine del secolo scorso disse testualmente: “Il nuovo millennio o sarà fondamentale o non sarà”. Tra i modelli e le fonti letterarie della Pacilio mi è sembrato di scorgere anche Jacques Prevert e la poesia Ho tre alberi in cima agli occhi mi ha riportato alla mente Tre fiammiferi ho acceso nel cuore della notte … Della poesia Tre alberi … mi piace riportare gli ultimi versi, anche se mi rendo conto che non è corretto antologizzare e a maggior ragione estrapolare qualche immagine isolata dal componimento nella sua interezza, per cui mi si perdoni questa trasgres­sione di una regola fondamentale dell’esegesi e della critica letteraria.

[…] Lì ho imparato l’amore. Al suo tronco

appoggio petto e schiena e mi impiglio

come un racconto, una leggenda.

Segreto dei segreti mi stringe

con il cuore intero. E io tremo malgrado tutto.

Hanno avuto un ruolo fondamentale sulla composizione di questi versi la frequentazione e pratica del vocal jazz da parte dell’autrice da cui scaturiscono musicalità e ritmo che non sono affidati alla metrica ma alla giustapposizione delle parole e la conoscenza, almeno credo, della filosofia zen da cui discende la silvoterapia, la pratica cioè di abbracciare gli alberi, di coglierne le vibrazioni in cerca di una simbiosi con la natura.

L’intento della Pacilio, attraverso l’utilizzo di un linguaggio spogliato di tutte le impurità e sovrastrutture ideologiche, è quello di ritrovare le nostre radici e con esse il contatto con il mondo (… imparando a trattenere il mondo // sotto le scarpe). C’è in questo atteggiamento una sorta di atavismo uma­nistico che la porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina.

C’è nell’autrice un velo di malinconia che si solleva, come nebbia mat­tutina, quando il suo occhio si posa sulle care e dolci cose della casa (penso alle mele nel forno e alle viole sul davanzale) o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash, allora l’elegia si scioglie nell’idillio ma è possibile ravvisare anche il pathos, allorché la realtà irrompe con le sue tragedie e i suoi orrori distogliendola dai suoi ricordi o dai suoi agognati “paradisi” interiori, mi riferisco alla poesia dedicata alle vittime del crollo del ponte Morandi di Genova e al componimento che chiude questa breve raccolta, in cui si accenna a un dramma epocale qual è quello delle mi­grazioni:

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e la conchiglia

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

Un libro prezioso perché alla qualità indiscutibile dei versi si aggiunge un chiaro invito a riconsiderare l’essenza più autentica della nostra vita al di là di ubriacature ideologiche o di facili e illusorie consolazioni, materiali o escatologiche che siano.

 

Biografia dell’Autrice:

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.

Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011); L’amore casomai – racconti in prosa poetica (la Vita Felice, 2018).

Per la letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, fiabe (Scuderi Edizioni, 2015); Cantami una filastrocca, quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018);  La favola dell’Abete, storia per la magia del Natale (RPlibri 2018); La vecchina brutta e cattiva (RPLibri, 2019)

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano. A ottobre 2019 la recente pubblicazione di poesia La venatura della viola (Ladolfi Editore).