Chiara Tortorelli: “Noi due punto zero” (Homo Scrivens Ed.)

di Francesco Improta (2019)

Ho letto con imperdonabile ritardo Noi due punto zero (Homo Scrivens editore, € 15) e me ne rammarico non diversamente da chi sa di essere mancato a un appuntamento importante. A lettura ultimata, mi sono sentito frastornato, meglio ancora tramortito dalla pienezza di immagini, idee e parole racchiuse nel libro. C’è tanta roba, forse troppa. Una tale gremitezza di oggetti, sentimenti ed emozioni che riempie tutto o quasi lo spazio narrativo e non solo la protagonista che nella sua ansia di effusione e di assoluto finisce con l’essere vittima delle proprie pulsioni e della propria sfrenata immaginazione. C’è un gioco raffinatissimo di rimandi, riverberi e rifrazioni per cui i personaggi finiscono con l’identificarsi tra di loro e con il moltiplicarsi di continuo, come se la loro immagine fosse riflessa da una lunga teoria di specchi, scambiandosi spesso anche i ruoli. Emma – quanto della Bovary c’è nella sua inadeguatezza, oltre che nel nome! – si confonde, sovrapponendosi, con la madre Eva, nei cui confronti, ancora bambina, assume comportamenti, premure e tenerezze materne, salvo poi sentirsi in età adulta quella bambina che non era mai stata per il comportamento irresponsabile della madre; infatti a quarant’anni, divor­ziata e madre di una figlia, Alice, affidata alla suocera, si comporta come se ne avesse venti e anche meno: irresponsabile, sbarazzina e con minigonne vertiginose, e a un certo punto afferma con un pizzico di compiacimento e  di sofferenza al contempo: “Un culo puoi metterlo in mostra, l’anima no”. La vicenda di Emma si lega strettamente, a doppio filo, a quella di Soniha, donna sola con una figlia a carico: vittime entrambe di violenze maschili, poco importa che, a differenza di quella di Soniha, la violenza subita da Emma non lasci sul corpo lividi ed ematomi ma ferite profonde nell’animo, trattandosi di violenza psicologica. Non basta in Soniha, che trascura la figlia è possibile ravvisare Eva, la madre di Emma e in Irene, la figlia, la stes­sa Emma bambina. Non si esaurisce qui il gioco di rimandi e di scambi; Emma, infatti, nella sua immaginazione s’identifica con l’eroina di Tolstoj, Anna Karenina, divisa tra l’amore per Vronskij e il figlio Serёža, vivendo anche lei un’esperienza analoga (l’amore per Pietro e per la figlia Alice) e anche in conclusione, prima che cali il sipario, si ritrovano in ospedale da un lato, accomunati dallo stesso destino, Pietro ed Emma e dall’altro Anna e Paolo, ex marito di Emma e padre di Alice.

Il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle potenzialmente in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere l’armonia interiore. Cosa che av­viene raramente alla protagonista per la presenza di quel buio in cui precipita spesso e volentieri, anche dopo orgasmi reali o fantastici, un buco nero capace di inghiottire ogni cosa. Il romanzo prende l’abbrivio da un racconto di Tabù, (una silloge di racconti, pubblicata con successo dalla Tortorelli nel 2014) intitolato Black out, in cui si parla di questa singolare e reiterata esperienza della protagonista, nonché del suo amante immaginario, spunto che viene dilatato a dismisura diventando oggetto di un romanzo complesso e apparentemente contraddittorio, in quanto al ro­manticismo di fondo – l’amore assoluto, l’ansia di infinito, il desiderio di effusione e di espansione per chi si sente stretto e costretto nella finitezza della nostra condizione umana – si contrappongono la ricerca dell’armonia interiore, dell’atarassia (non è un caso che venga citato Epicuro) e un certo fatalismo tipico della tragedia greca, di cui, infatti, si riportano in vita i cori e da cui sono tratti molti eserghi. Se Eschilo, Euripide e Plutarco (bellissimo l’esergo di quest’ultimo: “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”) rimandano alla formazione e cultura classica della Tortorelli, Brontё e Dickinson in letteratura e Kandinskij e soprattutto Escher in pittura rappresentano l’ansia d’infinito con quelle costruzioni e quelle scale che sembrano bucare il cielo e proiettarci lontano. Queste due istanze con­trapposte vengono poi fuse in una scrittura postmoderna basata sull’intertestualità che gioca con sé stessa e utilizza i linguaggi più disparati.

Le coordinate spaziali sono facilmente riconoscibili: Milano in cui si svolge la maggior parte della vicenda, vista da dietro un vetro o attraversata in fretta con un senso di estraneità o addirittura di rigetto; “Milano è una metropoli senza più un’identità, in certi momenti potresti essere benissimo a Londra o a Pechino o a Tokyo”. Nel cuore della protagonista distilla, invece, la bellezza invadente e incomparabile di Napoli: Milano fuori e Napoli dentro e in un angolino la pace idilliaca di Tursi, con la vecchia casa avita, turbata o meglio sconvolta dalla morte improvvisa della sorellina di Eva, caduta nel fiume e il tonfo nell’acqua si riverbera nella mente e nel cuore del lettore. Più difficile cogliere le coordinate temporali; passato e presente si accavallano e si confondono per poi slittare in una terza dimensione, quella onirica. Il tempo in questo romanzo sembra un elastico che si allunga e si restringe prima di spezzarsi e di catapultarci in una nuova dimensione quella ciclica dell’eterno ritorno.

Si tratta, a ben guardare, di una sinfonia di morte di cui il buio è espressione fin troppo eloquente. Emma è tanatofobica e per esorcizzare questa sua paura si abbarbica disperatamente all’amore, quale che sia la sua natura, vio­lento, carnale, tenero o misterioso, come nella favola di Amore e Psiche, raccontataci da Apuleio e immortalata nel marmo da Canova, “… perché è l’unica cosa che mi salva dalla morte, che mi dà un pretesto per restare – dice la protagonista – L’amore mi dà senso, non il senso assoluto della vita, ma quello costruito sui tasselli minuti di uno spasmodico desiderio. È il desiderio che distingue la vita dalla morte, il desiderio ti costringe a esserci e a tornare, la voglia di ripetere la sinfonia di ciò che hai già vissuto…”

Si ripresenta il tema dell’eterno ritorno insieme alla consapevolezza della labilità della nostra esistenza che genera la paura della perdita e il senso della perdita finisce col coincidere con la perdita di senso per cui precarietà e insignificanza del vivere si identificano perfettamente. Paure, ossessioni e fobie sono la spia del disagio esistenziale della protagonista e ne determinano il rapporto distonico con la realtà. La distonia si rileva anche a livello comunicativo: più che dialoghi sono monologhi in cui ognuno segue le proprie traiettorie mentali ed emozionali. Il comun denominatore è una tristezza profonda che assume sfumature diverse a seconda delle differenze caratteriali; l’unica a esserne immune è Carla, malata di pragmatismo. E queste note dolenti si rilevano fin dall’inizio nei versi che precedono il prologo in cui il vento maligno, il vento del tempo, si diverte a scompigliare le carte lungo quel viaggio che è la nostra vita e ritornano nella parte conclusiva, in cui i personaggi (le dramatis personae) entrano in scena, accompagnati dal coro, per recitare la propria parte, per raccontare il proprio rapporto con la protagonista e, di conseguenza, la propria storia.

Il romanzo, che ha una struttura circolare (incipit ed epilogo coincidono), va, a mio avviso, letto e riletto non solo per cogliere tutte le implicazioni e le valenze nascoste sotto la mole delle parole, delle citazioni e dei riferimenti espliciti e impliciti ma per assaporarne tutta la bellezza che, come si legge a un certo punto, “… non è fatta di forme ma di chiaroscuri”.